Capitolo 16: Giustizie

Quando Wolfgang dei Cani da Caccia si svegliò, quel mattino, notò ciò che quella notte era sfuggito ai suoi occhi stanchi: la battaglia combattuta, da cui il cavaliere dell’Auriga aveva riportato più stanchezza e spossatezza mentale che vere e proprie ferite fisiche, una battaglia con cui Zong Wu aveva di certo protetto la vita del compagno tedesco oltre che la propria.

La consapevolezza di tale debito, appesantito dalle ferite che danneggiavano il corpo del giovane cavaliere dei Cani Venatici, rendevano lo stesso inaspettatamente silenzioso, rispetto alla norma.

Il santo dell’Auriga, forse consapevole di ciò, forse indebolito dallo scontro notturno, però, non insistette in alcun modo per prendere la parola con l’altro; così, in silenzio, i due avanzavano verso Anduruna, che alta si stagliava dinanzi a loro.

Un rumore improvviso alle loro spalle, però, li costrinse a fermarsi. "Lo hai sentito?", chiese preoccupato il cavaliere tedesco, ricevendo un cenno d’assenso dall’altro, che, rapido, impugnò uno dei propri dischi argentei, lanciandolo contro una figura che furtiva li stava raggiungendo alle loro spalle.

La sagoma fu comunque veloce nello spostarsi con una capriola, evitando il disco, che rapido tornò nelle mani del proprio padrone, mentre l’inattesa figura inseguitrice si palesava ai due cavalieri, già in posizione di guardia.

"Ma che cosa?", balbettò stupito Wolfgang, sgranando gli occhi dinanzi ad una donna, con una maschera tipica delle sacerdotesse guerriero di Atene, che indossava un’armatura d’argento.

"Auriga e Cani Venatici, suppongo.", esordì la guerriera, alle cui parole i due cavalieri si scambiarono uno sguardo titubante, "Sono uno dei tre cavalieri mandati in vostro soccorso. Il mio nome è Bao Xe della Musca.", si presentò subito dopo.

"I vostri compagni? Dove sono?", chiese con tono preoccupato la sacerdotessa, "Non lo sappiamo, durante uno scontro siamo stati divisi dalla detonazione dei nostri attacchi contro quelli di un nemico.", spiegò rapido Zong Wu, "Però, ci stiamo dirigendo verso il palazzo centrale, che gli abitanti del luogo chiamano Anduruna, pensiamo che lì ritroveremo i nostri compagni, oltre che i nemici.", si affrettò ad aggiungere il cavaliere tedesco.

"Lo scontro cui aveva accennato il guardiano dorato alle mura…", accennò Bao Xe, ricevendo, in tutta risposta, la sorpresa dei due cavalieri suoi pari, a quelle parole.

La sacerdotessa, allora, narrò ai due del viaggio, dopo l’ordine del Sommo Sacerdote, assieme ai cavalieri di Crux e di Eracles e dello scontro di quest’ultimo con il guardiano dorato alle Mura settentrionali.

"Un altro dei compagni del giovane Adapa è dunque caduto…", osservò dispiaciuto Wolfgang, che ancora non riusciva a credere all’accusa mossagli da Zisutra ed Aruru il giorno prima, che li incolpavano della misteriosa morte dell’Appalaku di Oannes.

"Sacerdotessa, i vostri compagni, piuttosto, dove sono?", domandò allora il cavaliere dell’Auriga. "Ci siamo divisi dopo la battaglia alle mura. Menisteo di Eracle era ferito, lo abbiamo lasciato a riposare, preoccupati per la vostra sorte, specie dopo le parole del guardiano. Non so quale percorso il cavaliere della Croce del Sud abbia intrapreso, ci siamo diretti verso punti diversi della città.

Io, lungo il mio cammino ho trovato un gigantesco cratere, scavato nel suolo, lì vi era anche un cadavere di un uomo, con i resti di un’armatura scarlatta, perforato al petto da un attacco, probabilmente un colpo diretto…", spiegò la sacerdotessa, subito interrotta da Wolfgang, "Morto? Siamo riusciti a sconfiggerlo?", si domandò sbalordito, "Non pensavo che in sei fossimo tanto forti. Quel guerriero raggiungeva quasi i livelli del mio maestro Munklar di Sagitter!", esclamò ancora.

"Non credo.", affermò secco Zong Wu, smorzando la gioia dell’altro, "Se è stato perforato al petto, dubito che sia stato a causa del nostro attacco congiunto. Probabilmente avremo distrutto le sue vestigia, ma arrivare ad ucciderlo in quel modo… mi risulta difficile credere che sia dovuto al nostro attacco.", spiegò, portandosi una mano al mento.

"Dubito che, però, si sia fatto da solo una ferita mortale…", lo punzecchiò Wolfgang, "potrebbe essere stato qualcuno di noi. Forse, nella confusione, hai soccorso me, senza notare altri nostri compagni nei paraggi.", ipotizzò il cavaliere tedesco.

"Probabile. D’altronde, dopo averli avvisati, non ho più focalizzato nessuno degli altri, né Reticulum, né Cetus, né Corvus, né Sagitta. Anche se credo che le due sacerdotesse guerriero si siano aiutate vicendevolmente ad allontanarsi al momento dell’impatto fra gli attacchi.", replicò pacato Zong Wu.

"Dorida è viva?", domandò, in un impeto di preoccupazione, la sacerdotessa della Musca, "Conosci Sagitta?", incalzò incuriosito Wolfgang, "Ne sono l’istruttrice. Temevo per lei, considerando il suo animo ribelle, non sapevo quanto avrebbe retto in uno scontro diretto senza gettarsi alla cieca contro il nemico.", spiegò con voce più calma Bao Xe, mentre un sorriso divertito si dipingeva sul viso del cavaliere dei Cani Venatici.

"In effetti, avevi da temere in quel senso, sacerdotessa, ma, almeno l’ultima volta che l’ho vista, la tua allieva era viva.", la rassicurò il giovane tedesco.

"Restare qui, però, non ci riavvicinerà né a loro, né agli altri nostri compagni.", osservò a quel punto Zong Wu, "Dobbiamo muoverci, Anduruna ci attende.", concluse, dirigendosi verso il palazzo assieme agli altri.

Nessuno di loro notò un’ombra che li seguiva da vicino.

****

Menisteo di Eracles aveva da poco oltrepassato un gigantesco cratere, in cui aveva trovato un corpo privo di vita di un uomo, fortunatamente nessuno dei cavalieri d’argento suoi pari, come poté facilmente dedurre dall’età avanzata.

Il suo maestro, Degos di Orione, aveva infatti spiegato al massiccio guerriero greco che, escludendo il defunto Edward di Cefeo, i cavalieri di Perseo, Triangolo, la sacerdotessa della Musca ed il suo stesso precettore, non vi erano altri cavalieri d’argento la cui età superava i venti anni circa. Tutti gli altri cavalieri, diciassette in totale, erano stati, infatti, addestrati negli ultimi dieci anni, cosa più unica che rara, date le leggi che per oltre cento anni avevano diretto il Santuario di Atene.

Degos stesso, allievo di un defunto cavaliere del Toro, era rimasto sbalordito, come spesso spiegava ai suoi due discepoli, nell’avere tale incarico di maestro, non avendo raggiunto nemmeno quaranta anni: di norma, solo a tarda età i cavalieri addestravano altri giovani, anche appartenenti a costellazioni differenti, per trasmettere il loro sapere. Era stato così fin dalla fine della guerra Sacra combattuta dal Sommo Sacerdote stesso, un modo perché le conoscenze e le abilità dei guerrieri sacri della dea Atena non si perdessero, ricordando comunque che si viveva in un’era di pace.

Spesso, sia Menisteo, sia il suo compagno di addestramenti, avevano chiesto al maestro cosa avesse portato al cambiamento di tali regole, ma Degos era sempre stato vago, forse per disconoscenza sulle vere cause di tale cambiamento, forse per ordine del sommo Sacerdote.

Anche senza le spiegazioni del cavaliere di Orione, comunque, i due allievi avevano fantasticato su diverse motivazioni, legate anche alle missioni di Perseo e Triangolo, di cui spesso avevano sentito chiacchierare, specie sull’ultimo che aveva la fama di essere il più potente cavaliere d’argento in vita; per quanto Damocle ripetesse spesso, quando con Menisteo ne parlavano, che erano solo baggianate, dovute all’impossibilità di far incontrare il cavaliere di Crux con questo misterioso e più potente santo di Atena.

Guidato dai suoi pensieri, il guerriero di Eracle si accorse solo all’ultimo momento di essere arrivato alle porte dell’ampio palazzo, dinanzi ad uno dei tanti ingressi ad arco che vedeva aprirsi su quel fianco della costruzione.

Con la speranza di ritrovare i compagni, Menisteo, varcò l’ingresso di Anduruna.

***

Il trio di santi di Atena composto da Zong Wu, Wolfgang e Bao Xe continuava la sua corsa verso il palazzo centrale di Accad; durante l’avanzata, i due cavalieri raccontarono alla sacerdotessa quanto avvenuto nei giorni precedenti, dal loro incontro con Abar di Perseo e la sua allieva fino ad i due scontri con i Golem presso la foresta, andando avanti allo scontro con Adapa di Oannes, interrotto dall’arrivo di Sin degli Annumaki, con le relative spiegazioni offerte da questo nemico.

I due cavalieri, poi, sorvolarono sui giorni di viaggio per raggiungere Accad, per descrivere gli scontri con Zisutra di Lamassi, Aruru di Golem e, infine, quello con Enlil dello Scettro. In più, dopo l’osservazione della sacerdotessa, che aveva visto un secondo cadavere dalle vestigia scarlatte nel raggiungerli, il cavaliere dell’Auriga raccontò per sommi capi il suo scontro con Zakar dell’Incubo.

Per diversi minuti il gruppo avanzò, parlando, finché, quando anche le ultime spiegazioni sulla minaccia che stavano cercando di evitare furono date, il trio avvertì qualcosa: un rumore distante, che prima non avevano sentito, infatti, si rivelò, in una serie di rapidi passi che, da un palazzo vicino alla strada da loro percorsa, si manifestò in un’ombra. Ombra che, con un rapido balzo, si gettò dalle vette del palazzo, planando fra i tre guerrieri di Atena, indistinguibile, scintillante di un rosso scarlatto, che permetteva appena di notare due ampie ali che s’aprivano sulle sue spalle.

Al pari dell’ombra, inaspettato apparve qualcos’altro: un simbolo cuneiforme sul suolo fra i santi ateniesi, un simbolo che iniziò a brillare di tetra energia, "Notte sempiterna!", urlò la voce dell’ombra, mentre una gigantesca nube oscura scaturiva da quel simbolo sollevandosi verso il guerriero in caduta fra i nemici ed avvolgendo tutti nell’oscurità più totale.

"Che succede?", esclamò sbalordito il cavaliere dei Cani Venatici, "Siete nel regno dell’Oscurità, invasori. Qui l’unico signore è Enki di Zu, Annumaki al servizio di Sire Enlil.", esordì la medesima voce che poco prima li aveva attaccati.

"Fatti vedere, guerriero.", lo provocò il santo di origini tedesche, "No. Non a voi sta decidere come il giudizio che attuerò sarà eseguito. Ringraziate di avermi incontrato, poiché, degli Annumaki, solo io vi potrò dare una morte rapida ed adatta al vostro crimine.", affermò sobrio l’avversario.

"Di che crimini parli?", domandò ancora Wolfgang, sempre più nervoso, poiché non poteva utilizzare alcuna delle sue tecniche in quella situazione, non avendo modo di percepire dove l’attacco si sarebbe diretto, se contro l’avversario, o contro uno dei due parigrado.

"Strano, eppure, fino a poco fa voi stessi li avete enumerati: l’uccisione dei due Appalaku, Zisutra ed Etana, quella del mio signore Enlil e, infine, quella di Beletseri. Solo per la morte di Zakar posso considerarvi innocenti, poiché maggiori erano i suoi di crimini.", spiegò ancora Enki di Zu.

"Beletseri? Chi è costui?", incalzò allora la voce di Zong Wu, "Era una mia compagnia d’armi, probabilmente uccisa da uno dei vostri alleati, giacché, al pari di Sire Enlil e di Zakar, non è tornata presso le sale degli Annumaki, dopo essere partita ieri notte con il parigrado dell’Incubo, al seguito del nostro Re.", rispose secco l’avversario.

"Noi non abbiamo compiuto alcun crimine!", sbottò allora Wolfgang, "Piuttosto ci siamo difesi ed abbiamo contrattaccato, è forse questo un crimine?", domandò ancora, "Non sta a voi decidere cosa sia la Giustizia, né a me, solo gli dei possono sancire dove finisce il giusto ed inizia ciò che è sbagliato. E proprio la vostra volontà di impedire l’Avvento di Shamash il Giudice è il vostro crimine maggiore!", tuonò la voce del nemico.

Ci fu poi un istante di silenzio, in cui i tre cavalieri ateniesi poterono avvertire solo i loro rispettivi respiri, prima che un urlo del santo di Cani Venatici echeggiasse nell’aria.

"Wolfgang!", esclamò allora Zong Wu, "Questo maledetto mi ha colpito con un pugno…", balbettò il cavaliere, "E non è che l’inizio.", avvisò la voce di Enki.

Il santo dei Cani da Caccia si portò in una posizione di guardia, verso la direzione da cui sentiva provenire la voce, solo le tenebre, però, sembravano esserci intorno a lui, non avvertiva minimamente la presenza nemica, finché, d’un tratto, un violento pugno lo colpì al costato destro, piegandolo per il dolore.

"Maledetto!", ringhiò ancora una volta il cavaliere, voltandosi velocemente e spazzando l’aria con il pugno, che andò a vuoto, prima che un violento calcio lo investisse al centro dello stomaco. Fu un attimo, mentre ancora era piegato per il colpo subito, Wolfgang sentì un veloce spostamento d’aria e subito dopo avvenne l’impatto: il palmo della mano nemica lo investì in pieno mento, sollevandolo da terra con violenza, prima di scagliarlo al suolo, a diversi metri di distanza, sanguinante ed incapace a rialzarsi per le troppe ferite.

"Cani Venatici!", esclamò Bao Xe, prima che un rumore, proveniente da un’altra direzione, la portasse a voltarsi, "Auriga?", domandò ancora, "Tutto bene, mi ha solo sfiorato, fortunatamente.", spiegò il cavaliere cinese, prima che un secondo pugno lo raggiungesse allo sterno, spezzandone il fiato e costringendolo ad indietreggiare.

"Spiegami, Annumaki", esordì Zong Wu, riprendendo fiato, "come puoi parlare di giustizia, tu che seguivi Enlil, un uomo che non combatteva per Shamash, né ha avuto remore nell’eliminare persino un altro Ummanu per combattere contro noi, cavalieri di Atena? È forse quella la tua giustizia?", domandò il santo d’argento.

"Sapevo perfettamente che il mio sovrano Enlil era un criminale, ma anche lui ne era cosciente, tanto che, proprio per tale ragione, mi chiese di seguirlo, diventare suo guerriero e, un giorno, il giudice che lo avrebbe condannato, forse.", spiegò la voce nemica, prima che un rapido gancio raggiungesse il fianco sinistro di Zong Wu, costringendolo a piegarsi.

"Quando, circa dieci anni fa, nella città in cui compivo il triplice ruolo di giudice, giuria e carnefice, quando necessario, arrivarono dei predoni, o almeno quello fu il nome che gli diedero i soldati della guardia cittadina, prima che quel piccolo gruppo di sei persone, li massacrasse tutti, senza problema alcuno.

Incapace di vincerli, combattei fino all’ultimo contro il loro comandante, che mi batté in pochi istanti, data la mia scarsa abilità di controllare il cosmo.

Fu allora, sul punto di essere ucciso, che lo definii per ciò che era: un criminale, un assassino senza compassione; egli non lo negò, anzi affermò che, ormai da diversi anni, quella era la sua natura. Lo avvisai, prima che portasse il colpo mortale, che avrebbe, un giorno, incontrato qualcun altro, simile a me, che lo avrebbe giudicato, ma allora quel comandante mi stupì: fermò il suo attacco, dicendo che sceglieva me come giudice.

Così sire Enlil mi prese nel suo seguito, assieme al Principe Sin, a quelle due bestie i cui nomi sono Arazu ed Erra, alla giovane e triste Beletseri ed al prode guerriero Nedu; solo dopo si unì a noi anche il vile Zakar, un codardo che fu inserito nelle nostre schiere per un capriccio del fedele mastino al servizio del mio sovrano, che aveva saputo convincere il nostro Primo Comandante.

Io ho sempre seguito Re Enlil, analizzando ogni sua colpa, valutando tutte le azioni da lui compiute, giudicandole, pronto per il giorno in cui avrei redatto la mia sentenza, come egli stesso mi aveva chiesto.", spiegò l’Annumaki, inferendo con un nuovo pugno alla spalla destra del santo d’argento.

"La Giustizia è qualcosa che non può essere descritta con semplici parole, è uno stato di coscienza, la comprensione di ciò che è corretto e la forza di portarlo avanti, questo è l’agire del giusto, il mio agire!", tuonò secco Enki, colpendo con una violenta manata il viso di Zong Wu, che cadde violentemente al suolo.

Il silenzio calò quindi intorno a Bao Xe, che rimase immobile, in attesa di qualsiasi cosa potesse accadere, solo all’ultimo avvertì una forte corrente d’aria correrle addosso, dalla sinistra ed a quel punto, con un elegante gesto del corpo, si mosse, spostando ciò che la stava per raggiungere con un semplice movimento delle mani, tanto bastò a deviare quello che, altro non era se non un diretto di Enki.

"Cosa?", esordì proprio la voce del nemico, resosi conto del fallimento di quel suo attacco, prima di tentare un nuovo gancio sinistro, diretto stavolta allo sterno dell’avversaria, un attacco che la sacerdotessa seppe ben evitare con un semplice, quanto elegante, incrociarsi delle mani dinanzi al petto, in modo da bloccare l’assalto dell’altro.

Fu allora che Bao Xe passò dalla semplice difesa all’attacco: sfruttando la sorpresa che aveva colto l’avversario, infatti, la sacerdotessa bloccò fra le proprie mani i bordi dell’armatura nemica, "Diptera Venefica!", sussurrò allora la guerriera della Musca.

L’Annumaki ebbe un momento di malore, quasi si sentì svenire, mentre le gambe oscillavano sotto un peso innaturale, frutto di un fetido odore che ora riempiva il suo viso, un odore di putrefazione che mai aveva avvertito prima.

"Ritira l’oscurità che ci avvolge, Enki di Zu, ed io farò altrettanto, prima che il veleno, che dalla Stella Doppia della Mosca proviene, ti ucciderà!", minacciò con tono deciso la sacerdotessa.

Non ci vollero che pochi istanti perché le tenebre si diradassero, rivelando i corpi al suolo di Wolfgang e Zong Wu, oltre ad una nube luminescente di color argento che circondava le altre due figure presenti dinanzi all’ingresso di Anduruna.

Non appena la nube oscura fu diradata, però, anche la luminescenza scomparve attratta dal vento, liberando i due combattenti, che subito si divisero, mentre il guerriero dall’armatura rossa si chinava su se stesso, per respirare al meglio e la sacerdotessa di Atene volgeva lo sguardo verso i compagni svenuti al suolo.

"Come hai potuto?", balbettò la voce spezzata dell’Annumaki, "Come ti sei difesa dai miei attacchi?", domandò ancora.

"Non è stato difficile, guerriero di Accad, non per me almeno, che da sempre sono stata addestrata al duello corpo a corpo, fin dalla mia infanzia nelle vaste steppe della Mongolia, un’arte di lotta che fu poi perfezionata ad Atene, dove intrapresi il percorso di sacra combattente della Giustizia. Mi è bastato sentire i movimenti che compivi nell’attaccare i miei due compagni, avvertire come usassi solo i pugni in quella che, immagino, sia un’arte simile al pugilato europeo, per intuire la tua strategia di lotta, unita di certo ad un’ottima capacità di avvertire la presenza nemica.", spiegò Bao Xe, con tono calmo.

"Hai lasciato quindi che attaccassi prima i tuoi compagni per capire come combattevo e dopo hai addirittura rischiato le loro vite usando quella tua nefasta e fetida tecnica? E ti definisci una combattente della Giustizia?", ribatté stupito l’altro, ancora non rimessosi in posizione eretta.

"Non ho rischiato le loro vite, al contrario, contavo sulla loro stanchezza perché tu li colpissi senza finirli subito, come è poi accaduto, prima di lanciarti contro di me, unica fra noi a non aver ancora combattuto.

Inoltre, la nube che ti ha raggiunto non avrebbe mai investito i cavalieri svenuti: come qualsiasi corrente calda tende a salire verso l’alto e non ha, altresì, un raggio d’azione così ampio, anzi di norma non supera un’estensione pari alle mie braccia, proprio come la stella doppia, la stella Beta, della costellazione della Musca, la cui estensione forma un arco all’interno della stessa. Proprio per il raggio limitato di questa tecnica ho atteso di averti vicino prima di usarla.

Era l’unico modo per costringerti a ridarci la luce; quella tua tecnica, che ti impediva comunque di usarne altre nel frattempo, è insidiosa per chi, al contrario di te, non ha ottime capacità percettive.", concluse la sacerdotessa guerriero della Musca.

"Or dunque, donna, i miei complimenti per il tuo ragionamento; non vi vedo pecche alcune.", esordì allora l’Ummanu dalle vestigia scarlatte, rialzandosi, "In fondo, per me, non cambia molto fra l’avere le tenebre intorno, o meno.", spiegò, mentre ora si palesava le vestigia che indossava.

Era un’armatura di un rosso opaco, quasi tendente al porpora più scuro, aveva due grosse ali che si aprivano dietro la schiena, simili a quelle di un gigantesco falco, il blocco centrale che copriva il tronco sembrava rappresentare un corpo umano su cui erano incise decine di simboli cuneiformi, simili a quello poco prima apparso al suolo, mentre gambali e protezioni per le braccia avevano la forma di zampe di un rapace. Le spalliere stesse sembravano composte di piume sovrapposte, mentre la maschera che copriva la parte superiore del volto, fino alle labbra, aveva la fisionomia di un uomo, ma con un becco da falco al posto del naso e piume a deformarne i lineamenti.

Dalla maschera, Bao Xe non distingueva gli occhi del nemico, né vi era traccia alcuna dei capelli dietro la nuca, solo le labbra, segnate da due cicatrici all’altezza delle guance, si distinguevano appena, assieme al mento, su cui un’altra cicatrice a mo di croce si delineava.

"Ebbene, guerriera, ti consentirò di combattermi sotto una luce che ti sia più consona, prima di sancire il mio giudizio nei tuoi confronti.", minacciò allora Enki di Zu, espandendo un cosmo oscuro come le tenebre in cui poco prima erano sprofondati.

"Proprio al tuo senso di giustizia, guerriero di Accad, vorrei che ti avvicinassi, chiedendoti se il giungere di questa divinità è ciò che serve al mondo.", esordì allora la sacerdotessa guerriero, portandosi in posizione di guardia, "Di cosa blateri, donna?", domandò di rimando l’altro, anch’egli pronto allo scontro.

"Tu parlavi della Giustizia come di uno stato di coscienza, come qualcosa che si possiede, ma non si può descrivere a parole; sembravi certo di sapere cosa sia corretto e cosa non lo sia; ebbene, ammetto che uccidere non è corretto, spesso, però, i guerrieri sono costretti a tale gesto in nome di ciò per cui combattono, consapevoli che, prima o poi, dovranno pagare il fio per le loro azioni, per essersi innalzati a carnefici di altri uomini a loro simili, non credi anche tu?", chiese allora Bao Xe, restando immobile, senza attaccare il nemico.

"Pensi dunque che, per il timore di essere giudicato anch’io, non alzerò la mano per finirvi? Sbagli donna, al pari di Enlil, che continuava lungo il suo percorso, per nulla intimorito dal momento del giudizio finale, allo stesso modo non mi fermerò, continuando a giudicare tutti i criminali che si presenteranno intorno a me, con la medesima impassibile determinazione.", sentenziò deciso Enki.

"Non questo volevo dire, ma spero che anche le tue stesse parole ti permettano di comprendere che entrambi perseguiamo la giustizia. Io stessa ho accettato di dannare la mia anima, uccidendo i nemici che mi trovo dinanzi, se necessario, per un mondo in cui domini la pace. Proprio per questo motivo, Annumaki, ti chiedo di cedere le armi e lasciarci passare.", domandò con tono gentile Bao Xe, "Ben poco amo dover uccidere e combattere.", spiegò ancora.

"Il mondo di pace è quello che porterà Shamash! Un mondo in cui la sua mano reciderà ogni peccatore e peccato, in cui i crimini saranno spazzati via!", affermò, sollevando il braccio sinistro verso l’altra, "Proprio come ora farò io con te, donna.", sentenziò deciso.

"Incisione della Legge!", tuonò a quel punto Enki, mentre le dita della mano s’illuminavano di un cosmo oscuro, che prendeva la forma di altrettanti simboli cuneiformi, scagliandosi con furia rapida e precisa, contro la sacerdotessa guerriero che, presa alla sprovvista da tale attacco, ne fu travolta e scagliata indietro di diversi metri, cadendo rovinosamente al suolo.

Bao Xe non riuscì nemmeno a rialzarsi, sofferente per dieci bruciature che incidevano sulla sua pelle; con stupore, infatti, la guerriera di Atene si rese conto che dieci segni, tanti quanti i colpi del nemico, avevano trapassato l’armatura, segnando la pelle della guerriera.

"Il Me, la legge divina, scritta e decisa per gli uomini, fu una volta rubata, nel mito, dallo Zu, un essere metà uccello e metà uomo, le stesse parole del Me furono incise poi sul corpo della bestia, che le mie vestigia ritraggono, in segno di continuo ammonimento per il suo crimine e la medesima fine ti toccherà ben presto, donna.", spiegò con voce decisa Enki, "Tu, che ti dici una donna al servizio della Giustizia, avrai modo di apprendere sulla tua pelle cosa la vera giustizia sia.", minacciò ancora l’Annumaki, mentre le mani di nuovo risplendevano d’energia cosmica.

"Non desidero combattere con te, guerriero di Accad, ti prego di comprendere le mie ragioni: la giustizia non può essere amministrata con il pugno duro della ragione, ma con l’occhio benevolo della speranza di pace.", avvisò ancora Bao Xe, rialzandosi a fatica, "Fandonie le tue!", ringhiò di rimando Enki, "Incisione della Legge!", tuonò ancora, colpendo di nuovo la Silver saint alle gambe ed alle spalle, gettandola a terra.

"Anche sulla tua schiena, ben presto, risplenderanno le parole del Me!", minacciò ancora Enki, il cui piede si portò a pochi passi dalla nemica, mentre ancora le mani brillavano d’energia cosmica.

"Angriff der Jäger!", urlò allora una voce alla sinistra dell’Annumaki, sorpassando il sibilo di due dischi argentei che provenivano dalla direzione opposta; ambo gli attacchi, però, si persero, scontrandosi l’uno con l’altro, mentre il guerriero scarlatto compiva un agile salto, planando con le ampie ali pochi metri più dietro.

"Ancora vi dibattete, criminali?", domandò stupito l’Ummanu di Zu, senza nemmeno volgersi verso i due cavalieri. "Non ho mai rinunciato a combattere, servitore di Enlil! La mia missione mi impedisce tale scelta.", lo ammonì Wolfgang, rialzandosi a fatica, "Egualmente, nemmeno io mi dichiarerò mai sconfitto, finché anche un solo muscolo del mio corpo sarà pronto alla battaglia.", aggiunse deciso Zong Wu, sollevatosi anch’egli.

"Cosa vi spinge a cercare una morte sempre più violenta? È forse l’istinto di sopravvivenza, proprio di tutti gli animali?", incalzò incuriosito Enki, "No, guerriero, è la speranza nella Giustizia, unita al nostro dovere di cavalieri, questo ci spinge a combattere, per impedire che la follia di un gruppo possa scatenare una nuova guerra che investirà più genti.", replicò deciso il santo dell’Auriga.

"Non con il vostro atto, richiamando il vostro Giudice, voi porterete la pace al mondo, né la Giustizia, semplicemente sancire un nuovo dominio dettato da una forza maggiore, che si reputerà giusta solo in base alla propria gelida ragione e forte del proprio potere. Questa non è la pace che Atena promette! Per quella pace noi combattiamo!", esclamò il cavaliere dei Cani da Caccia.

"Per tale utopia, voi morirete!", replicò secco l’Annumaki, mentre le ampie ali si sollevavano sull’armatura, "Folata dell’Abisso!", invocò il guerriero mesopotamico, lasciando scatenarsi due ondate d’energia che violente e rapidissime si diressero verso i due cavalieri di Atena, troppo deboli e stanchi per evitarli, capaci solo di concentrare i loro cosmi, per contrastare quel violento assalto.

"Rinunciate, criminali, la forza estirpatavi nelle passate battaglie non tornerà ad aiutarvi!", avvisò allora Enki, prima di avvertire un terzo cosmo espandersi dinanzi a lui.

"Volo di Myia!", tuonò la voce di Bao Xe, prima che un singolo, ma quanto mai violento, colpo raggiungesse la maschera di Enki, perforandola al centro e spingendo indietro l’Annumaki stesso, il cui attacco contro i due cavalieri si disperse, lasciandoli incolumi.

"Cani Venatici, Auriga, questo è il mio scontro, lasciate a me la battaglia. Ora la triste realtà m’è chiara.", avvisò Bao Xe, di nuovo in piedi, malgrado le venti ferite che incidevano sul suo corpo.

"Triste realtà? Hai dunque compreso, donna, la tua natura criminale, sottolineata anche da questo attacco.", ribatté Enki di Zu, riportandosi dinanzi all’avversaria, "No, la triste realtà che ho compreso, guerriero di Accad, riguarda la tua sordità alle mie parole. Non ascolti ragioni che non siano le tue, rinneghi una giustizia che sia diversa da quella che segui e ciò ti rende ben più terribile delle persone che giudichi, poiché non hai comprensione, o compassione, alcuna di ciò che ti si dice.

Io rinnego la guerra e cerco di evitare l’omicidio dei miei nemici, ma mai, per salvare un avversario, lascerei che questi uccidesse qualcuno dinanzi a me, che siano compagni, allievi, o sconosciuti innocenti. Per questo, Enki di Zu, ora hai subito la puntura della Musca, che si rivela sotto il volo della Stella Alpha della mia costellazione, Myia.", spiegò infine la sacerdotessa di Atene.

"E giusto una puntura può essere definita questa insulsa tecnica!", ribatté con tono calmo l’Annumaki, "Ha solo oltrepassato le mie vestigia, producendomi un leggero sbalzo, niente di…", ma le parole morirono in bocca al guerriero, mentre un senso di stordimento lo investiva, lasciandolo barcollare ancora più impetuosamente.

Un sordo rumore rivelò all’Ummanu che, il piccolo foro sull’elmo stava diventando una crepa sempre più grande, tanto da frantumarlo in due parti e lasciarlo cadere ai piedi del guerriero, il cui viso era ora segnato dal sangue che continuava a fuoriuscire dalla sottile ferita.

"Fai male a sottovalutare il volo della Stella Alpha di Musca, immane è la sua potenza e non di meno la precisione nel colpire il giusto punto del corpo. Lenta morte ti aspetterebbe se lasciassi che tutto il sangue scorresse da quella sola ferita, ma sappi che è in mio potere fermare tale emorragia, se cederai il passo, abbandonando la battaglia.", avvisò calma la sacerdotessa, prima che anche le sue parole le morissero in bocca dallo stupore nel vedere il viso nemico.

Le due cicatrici che aveva intravisto sulle guance, nascevano sulla fronte, per poi scendere, dilaniando gli occhi, chiusi da profondi tagli; allo stesso modo, l’intero cuoio capelluto era segnato da decine di ustioni, tali da impedire la crescita anche del più sottile capello.

"Chi ti ha fatto ciò?", domandò stupita Bao Xe, dinanzi a cotal orrore, "I crimini della mia giovinezza: fui punito per le mie azioni da padroni ben più potenti di me, che mi privarono della vista, dei capelli e di molto altro, lasciandomi solo con quella che allora mi sembrava una carcassa priva di valore.

La cecità, oltre alle altre privazioni di cui fu segnato il mio corpo, mi diedero modo di acuire altri sensi: l’olfatto, l’udito, il tatto, che mi permettono di combattere come un’ombra silenziosa che si muove fra le tenebre e, più di tutti, si sviluppò un nuovo senso in me, quello della Giustizia, che mi permise di ottenere un potere grande, quale quello del cosmo, che allora utilizzavo in modo indiretto, fino all’incontro con Enlil, il Sovrano Scarlatto.", spiegò con tono pacato Enki, espandendo di nuovo il suo cosmo.

"Non farlo, guerriero di Accad, non mi costringere a colpirti di nuovo.", supplicò allora Bao Xe, ma l’avversario non aveva orecchie per tali parole, tanto che ancora una volta le mani si sollevarono minacciose verso la sacerdotessa, "Incisione della Legge!", tuonò l’Annumaki, "Volo di Myia!", replicò la guerriera di Atene.

I due avversari si oltrepassarono l’un con l’altra, fermandosi pochi passi dopo, scrutati dai cavalieri che osservavano lo scontro: sul corpo della sacerdotessa della Musca erano ora incisi altri trenta simboli, che ne dilaniavano ancora di più le vestigia, ma ben tre nuovi fori, al qual tempo, si erano creati sull’armatura di Zu, fori che si aprirono in altrettante crepe, da cui copioso iniziò a fluire il sangue.

"L’arteria femorale sinistra, l’ascellare destra ed il tantien, al centro dell’addome, tre nuovi fori, che ben presto ti porteranno ad un mortale salasso. Ti prego, dunque, rinuncia alla battaglia; per quante volte mi colpirai, io sarò sempre altrettanto veloce nel colpirti. Ho sempre tenuto a freno la cuspide di Myia, non chiedermi di usarla al massimo delle sue possibilità proprio ora, contro un uomo che già tanto a sofferto, come te.", supplicò, voltandosi ferita, Bao Xe.

"Preghiere legate più alle tue condizioni, donna, mi sembrano queste. Puoi forse credere che tutti i tuoi colpi mi raggiungano prima che io incida tante parole del sacro Me da strapparti la vita? Non credo proprio!", ringhiò, voltandosi, Enki, che fu subito preso da una rapida fitta, mentre i muscoli della gamba sinistra si contorcevano in uno spasmo innaturale, che fece barcollare l’Annumaki.

"Nemmeno i muscoli ben presto risponderanno più, costringendoti all’immobilità prima della morte. Permettimi di risparmiarti, arrenditi.", continuò a chiedere la guerriera di Atene.

"Mai, piuttosto userò le mie ultime forze per annientarvi. E niente potranno le tue sottili punture contro di ciò!", ringhiò Enki, "Folata dell’Abisso!", tuonò, mentre le ampie ali si dibattevano sull’armatura, sempre più danneggiata, aprendosi in un’ondata di tetra energia, che si dirigeva incessante contro i tre santi di Atena.

"Fermi, cavalieri!", furono le prime parole di Bao Xe a quel punto, mentre un cosmo luminoso si concentrava fra le sue mani, "Nova Muscae!", evocò la sacerdotessa, lanciando in avanti il proprio cosmo, chiuso in un globo d’energia, che s’andò aprendo, accecando i due compagni feriti per qualche istante.

Il silenzio avvolse quella zona, in cui la luce dell’attacco della sacerdotessa si riempì della tenebrosa energia nemica, prima che un urlo soffocato prorompesse nell’aria, interrompendo ogni avversità fra i due combattenti.

Alla fine, quando la vista tornò agli occhi di Zong Wu e Wolfgang, i cavalieri videro il corpo di Enki al suolo, dilaniato da decine di ferite sottili, prive di fuoriuscite di sangue e, poco lontano dall’avversario, Bao Xe, in piedi, con le vestigia danneggiate ed il corpo ferito dalla pressione degli attacchi a confronto, ma di certo vincitrice.

"Ho dovuto usare la mia tecnica ultima, la stella binaria della Musca, capace di emanare decine di attacchi contemporaneamente, tutti intrisi del mio cosmo venefico. Le uniche cose che posso offrirti, Enki di Zu, sono una morte veloce, poiché i colpi sono tanti e tali da non darti più di un minuto di agonia, ed una certezza: che la tua caduta ci aiuterà nell’ottenere giustizia, che sia quella in cui credo, o quella in cui confidi tu, non posso però dirtelo.", pregò, chinandosi vicino al nemico sconfitto, la guerriera di Atena, per poi allontanarsi.

"Sei abile, donna, ti ho sottovalutato per il tuo spirito… compassionevole.", ammise l’Annumaki, "Ma sappi che contro Arazu ed Erra, non avrete la medesima fortuna, tanto meno contro i vice comandanti, o i restanti sovrani.", sussurrò prima di morire il guerriero cieco.

***

Marduk ed Ea erano appena usciti dalla sala dove si trovava ancora Baal, intento a portare avanti il rituale di richiamo di Shamash, per poi raggiungere Sin, che era rimasto con i quattro guerrieri nella sala antistante.

L’anziano consigliere vide il Sovrano di Smeraldo avvicinarsi al Principe Scarlatto ed abbracciarlo, "Piangi assieme a me, fratello, per la perdita di tuo padre.", aveva semplicemente detto il primo dei due, stringendo con affetto l’altro.

Agli occhi di Ea, i due erano come fratelli: cresciuti durante uno dei più tetri periodi di guerra della storia degli Ummanu, avevano entrambi perso un genitore per mano di Tiamat ed ora, che anche il nobile Enlil, padre di Sin, era caduto, ucciso dagli invasori, erano soli, giovani e potenti sovrani di due più grandi eserciti di Accad. Nella sofferenza della perdita, pensò l’anziano, vi era almeno la certezza che si sarebbero sempre trovati, l’uno per l’altro, condividendo le difficoltà, come avevano fatto prima che Enlil ripartisse, in cerca di un motivo per vivere, dopo la morte della sposa.

Agli occhi dell’anziano quei due erano il futuro degli Ummanu, più di Baal, troppo pieno della sua cieca fede religiosa, inconsapevole delle vere necessità di chi gli stava intorno, come invece era Marduk, una virtù che di certo avrebbe potuto trasmettere all’amico Sin.

Proprio mentre quei pensieri vagavano nella mente del vecchio Consigliere, un boato scosse Anduruna, come se una parte del palazzo stesse crollando, mentre, dalla parte opposta, un bagliore riempì, per alcuni secondi, l’aria al di fuori del palazzo.

"Che succede?", domandò stupito Girru, "Delle battaglie, di certo sono Nedu ed Enki che abbattono i nemici.", osservò, con un ghigno divertito, Arazu, volgendosi verso l’Anunnaki.

Non passarono che pochi secondi, prima che una nuova figura si palesasse dai piani inferiori: Kusag, nel suo abito sobrio, si inginocchiò dinanzi ai presenti. "Che succede?", domandò sorpreso Ea, a cui già Marduk si era avvicinato, assieme a Sin.

"Mio Sire Marduk, nobili Ea e Sin, ho seguito il susseguirsi delle battaglie, per quanto possibile: non avverto più la presenza di Etana degli Appalaku, né degli Annumaki qui mancanti, sono stati tutti sconfitti, poco fa proprio le vite di Nedu ed Enki si sono spente. Inoltre…", affermò l’uomo, prima di fermarsi, "Cosa?", chiese preoccupato Nusku, "anche la vita di Ninkarakk sembra essersi spenta.", balbettò alla fine.

"Impossibile, questi nemici a tanto sono arrivati? Due Anunnaki, Tre Appalaku e ben Cinque Annumaki? Tutti uccisi da un gruppo di sei uomini? Ma chi sono costoro?", si chiese perplesso il Sovrano di Smeraldo, prima di volgersi verso l’anziano Consigliere.

"Ea, te ne prego, mio vecchio amico, avvisa tu Baal che mi allontano. Devo scoprire chi sono costoro.", affermò il Re degli Anunnaki, "No.", fu la secca risposta dell’anziano, che sbalordì tutti i presenti, "Lasciate a me questo incarico.", chiese secco, con voce decisa.