Capitolo X

IL CONSESSO DEL MONTE ATHOS

Monte Athos, penisola calcidica, giugno 1063

Quei mesi passarono in fretta. Il Sacerdote di Atena si era recato più volte al Monte Athos per incontrare Demetrios, capo dei monasteri e suo buon amico, e limare i dettagli del consesso. Si erano conosciuti ai tempi della Guerra Sacra e pian piano la loro amicizia era diventata sempre più stretta. Il nemico non aveva più attaccato, ma Alexer sapeva che era solo questione di tempo: prima o poi avrebbe fatto la prossima mossa. La sua preoccupazione maggiore, tuttavia, erano i piani di Toghrul Beg: negli ultimi anni i Turchi avevano seminato il panico in Asia e si erano affacciati alle porte d'Europa. Gli imperatori bizantini non erano sempre stati all'altezza di affrontarli e soprattutto Costantino Ducas sembrava incapace di arginare la loro avanzata. Molti sovrani erano in ansia per la situazione ed alcuni stavano pensando di stipulare accordi che garantissero loro sicurezza. Il sultano, inoltre, sembrava aver ereditato lo stesso astio del Monomaco nei confronti del Grande Tempio e la missiva che era giunta nelle mani di Alexer non lasciava presagire nulla di buono.

Il giorno prima dell'inizio del consesso, il Sacerdote riunì i Cavalieri d'Oro ed i rappresentanti delle caste d'argento e di bronzo alla tredicesima casa. "Vi ho riuniti qui per darvi disposizioni prima della mia partenza. In qualità di Primo Ministro, il nobile Kanaad mi sostituirà nel governo del Grande Tempio. A te, Calx, affido la supervisione dei pattugliamenti di Rodorio. Collabora con Laurion e Mothalla e riferisci qualsiasi novità al Primo Ministro. Elnath ed Altager mi accompagneranno al Monte Athos, tutti gli altri continueranno a svolgere i loro compiti abituali", disse il messo di Atena, congedando i Cavalieri. Altager era entusiasta di poter entrare in azione, mentre Elnath non sembrava gradire particolarmente di assistere alle discussioni di "miserabili che si atteggiavano a re", com'era solito definire i regnanti. L'indomani, di buon'ora, tre cosmi dorati sfrecciarono dal piazzale della prima casa e poco dopo si ritrovarono davanti ad un enorme edificio bianco, dal tetto spiovente sulla cui punta svettava una croce d'avorio: erano giunti al luogo dell'incontro.

Ad attenderli all'ingresso vi era un uomo alto e prestante sui sessant'anni, capelli e barba bianchi percorsi da fili castani e profondi occhi azzurri. Era Demetrios. Li accolse con un sorriso e li guidò fino alla sala che era stata scelta per la riunione. Era un'ampia stanza di forma circolare, adornata da mosaici intarsiati d'oro raffiguranti vite dei santi. Al centro vi era un lungo tavolo rettangolare di faggio, contornato da alti seggi. Non vi era mobilio di sorta o altri simboli prettamente cristiani. Lungo le pareti erano accostate altre sedie, su cui far accomodare i segretari dei vari sovrani per prendere nota delle discussioni che si sarebbero svolte.

"E' un onore conoscere dei giovani che si sono assunti l'onere di difendere l'umanità. E' passato molto tempo da quando ho avuto modo di conoscerne altri", disse Demetrios, rivolto ai Cavalieri che accompagnavano Alexer con tono gentile ed accorato. "Siete stato al Grande Tempio?", chiese con curiosità Altager, che aveva notato in quell'uomo un portamento ed una nobiltà da Cavaliere. Il monaco lo guardò con occhi nostalgici e, sorridendo, rispose: "Un tempo anch'io desideravo indossare un'armatura e combattere contro gli dei malvagi, ma non sono mai riuscito a risvegliare il cosmo. Così decisi di entrare nell'ordine basiliano e di soddisfare la mia sete di giustizia dall'interno della chiesa, anche se si è rivelata un'impresa più ardua del previsto".

Altager era rimasto impressionato dalla risposta dell'anziano monaco, ma anche Elnath sembrava incuriosito da quelle rivelazioni. Si era tenuto sempre in disparte, sulle sue, assorto nei suoi pensieri. Fu Demetrios a riportarlo alla realtà: "Per essere un Cavaliere sei piuttosto silenzioso e distante, ragazzo!", lo interrogò, avvicinandosi. Elnath era un po' turbato, volse lo sguardo verso Alexer, divertito dalla situazione, e poi tornò a guardare il monaco. "Non siete il primo a dirmelo, ma la mia indole mi spinge a compiere il mio dovere senza cercare di piacere per forza agli altri. Non sono bravo a coltivare amicizie e non ci tengo a farlo. Ho accettato di diventare un Cavaliere solo perché in questo modo potevo dare una speranza di un futuro migliore ai deboli e agli indifesi", rispose con piglio duro e quasi infastidito. Demetrios lo fissò pensieroso, poi sorrise e gli diede una pacca sul coprispalla. "Nonostante il tuo carattere burbero, hai un cuore sincero e devoto alla causa! Noto con piacere che il nobile Alexer non ha perso il suo intuito nel corso degli anni", esclamò compiaciuto. D'un tratto, un diacono giunse di corsa, gli si avvicinò e gli riferì che i primi ospiti iniziavano ad arrivare. "Vado subito a riceverli", rispose, portandosi verso l'ingresso dell'edificio.

Giuntovi, vide uomini dall'abbigliamento di foggia araba seguiti da un gruppo di soldati armati. Si avvicinavano a passo moderato, parlando fra loro. Demetrios li guardava appressarsi e in cuor suo sperava che non accadesse nulla d'inconsulto che potesse coprire di vergogna e d'imbarazzo l'onorabilità di quei luoghi. Il più giovane dei due delegati presentò se stesso ed il suo accompagnatore: "Nobile Demetrios, il mio nome è Ahmed al-Bakri, sono l'emissario degli emiri di Spagna. L'uomo al mio fianco è Harun al-Muqtar, incaricato di redigere il verbale della riunione". Aveva capelli e occhi nerissimi, carnagione scura ed un tono gentile e cordiale. Poteva avere all'incirca trent'anni, anche se la folta barba ed i capelli lunghi lo facevano apparire più vecchio. Il suo compagno, invece, pur condividendo il colore degli occhi e dei capelli, aveva un incarnato leggermente più chiaro e portava un pizzetto e lunghi mustacchi. Teneva delle pergamene sottobraccio ed aveva fatto un breve inchino quando aveva sentito pronunciare il suo nome. Il monaco li fece accomodare all'interno dell'edificio per presentarli agli altri, ma vietò ai soldati di entrare armati. Questi ultimi furono accompagnati dal diacono ad un edificio non molto distante, situato su un promontorio a strapiombo sul mare, dove erano state preparate stanze per le guardie al seguito dei reali. Qui poterono rifocillarsi e riposarsi dopo il lungo viaggio.

Nel corso della giornata arrivarono altri re e delegati: Harald III di Norvegia, il conte Baldovino di Fiandra, l'ambasciatore Alvise Mastalizi da Venezia, Jogindra, inviato del re indiano Virarajendra Chola, Liefried von Ragensberg, delegato di re Enrico IV del Sacro Romano Impero, l'imperatore Costantino X Ducas, Kornil Osipovič, emissario di Izjaslav di Kiev, Wilmot di Bath, ambasciatore di Edoardo il Confessore, Bencivenne da Morimondo, nunzio di papa Alessandro II, ed il sultano Toghrul Beg. La riunione si sarebbe tenuta l'indomani e Demetrios passò l'intera giornata ad accogliere come si conveniva gli importanti ospiti. Alexer lo aiutò ad assegnare gli alloggi alle truppe per evitare che sorgessero screzi e litigi. La buona riuscita del consesso dipendeva dal dettaglio più insignificante e il Sacerdote di Atena sapeva bene che la minima disattenzione avrebbe potuto creare dissapori e recriminazioni. Soprattutto perché fra molti dei sovrani presenti non correva buon sangue ed in alcuni casi erano anche prossimi alla guerra. Quella sera andò a riposare molto tardi e non riuscì a chiudere occhio, pensando all'incontro che lo attendeva poche ore dopo.

Quella notte il Sacerdote non fu l'unico a sfuggire al dolce abbraccio del sonno: Elnath era seduto sulla spiaggia e guardava il cielo terso e adorno di stelle. Sentì dei passi avvicinarsi, ma non si girò. Una voce gentile gli rivolse la parola: "Ti ho trovato, finalmente! Quando mi sono svegliato e non ti ho visto, mi sono preoccupato!". "E perché mai? Il Sacerdote ti ha forse chiesto di farmi da balia, Altager?", chiese con tono contrariato il Cavaliere di Taurus. Il giovane compagno rise e si accomodò accanto a lui, dandogli una pacca sulla spalla. "Sai bene che il sommo Alexer non farebbe mai una cosa del genere! Ma da quando siamo qui sei diventato ancora più sfuggente e taciturno del solito. C'è qualcosa che ti turba?", replicò con semplicità il nuovo Cavaliere delle energie fredde.

Elnath abbassò il capo ed accennò un sorriso beffardo: "Dopo tutti questi anni non hai ancora imparato come sono fatto? Dovresti sapere ormai che non rivelo facilmente i miei pensieri. Ciò che mi turba è affar mio!", ritorse il possente guerriero, tentando di mettere fine a un discorso che non gli piaceva. Altager lo fissò per un momento, consapevole di aver toccato un tasto dolente, poi volse gli occhi al mare, li chiuse e fece un profondo respiro. "Prima di arrivare in Grecia non avevo mai visto il mare. Il paese da dove vengo io è coperto di neve per la maggior parte dell'anno ed il sole è sempre tiepido, anche d'estate. Ci sono solo foreste, montagne e villaggi sperduti. Il tuo com'è?", riprese, cambiando discorso nel tentativo di intavolare una discussione. "Non molto diverso dal tuo. L'unica differenza è che il mio villaggio si affacciava sul mare ed era abitato da pescatori", rispose freddo Elnath, continuando a fissare davanti a sé. "Dev'essere un bel posto!", commentò il compagno. Il custode della seconda casa fece un sospiro sommesso, come a seppellire nel fondo dell'anima ogni ricordo, e replicò: "Lo era, prima che la guerra lo riducesse in cenere". Il tono con cui aveva proferito quella frase denotava disagio e collera.

Il Cavaliere di Aquarius cadde in un profondo silenzio: sembrava che qualsiasi argomento spingesse il compagno a chiudersi sempre di più in sé stesso. Era frustrante non poter dialogare con qualcuno serenamente, ma non poteva farci niente. Fece per alzarsi, quando Elnath gli pose una domanda inaspettata: "Che uomo era tuo padre?" Altager si rimise a sedere, stupito da quel quesito ma allo stesso tempo lieto di poter finalmente intraprendere una conversazione: "Era un uomo dabbene, allevava renne e si spaccava la schiena per sfamarci. Si chiamava Sofon. Si tolse la vita che avevo all'incirca cinque anni. Le nostre finanze non gli consentivano più di tirare avanti e sperava che il matrimonio che aveva combinato fra mia sorella Raisa ed il figlio di uno dei più ricchi allevatori del nostro villaggio potessero risollevarle. Purtroppo, poco prima delle nozze, mia sorella si ammalò e morì. Mio padre fu annientato da quella sciagura e dopo qualche tempo s'impiccò nel nostro fienile. Eravamo rimasti soltanto io e mia madre. Lei non era in grado di gestire un gregge, così, per vivere, cominciò a rammendare i vestiti logori degli abitanti del villaggio, ma il denaro che guadagnava non era sufficiente. Fu costretta a vendere i capi di bestiame uno dopo l'altro e in breve tempo perse il senno. Una mattina d'inverno la trovai riversa sul suo letto, esanime", raccontò, disegnando con un dito forme indistinte sulla sabbia umida.

Il custode della seconda casa lo aveva ascoltato con attenzione, ma aveva notato che in tutta quella storia il suo nome non era figurato affatto. "E il tuo ruolo in tutta questa faccenda qual è stato?", gli chiese, distogliendo per la prima volta lo sguardo dal mare. Altager accennò un sorriso colmo di tristezza e, puntando gli occhi su di lui, rispose: "Quando sono nato ero così gracile e malaticcio che la levatrice disse a mia madre che non sarei vissuto a lungo. Il rigido clima delle mie terre è spietato con chi non dispone di un corpo forte. Mi ammalavo spesso ed ero costretto a passare lunghi periodi a letto. Non potevo far altro che vedere la mia famiglia cadere in rovina senza poter muovere un dito. Non uscivo quasi mai di casa e maledicevo il fato per la salute cagionevole che mi aveva provveduto. Quando anche mia madre morì, decisi di raggiungere i miei cari nella tomba: senza nessuno che si prendesse cura di me, sarei passato a miglior vita molto presto. Fu allora che alla mia porta si presentò Laurion. Mi parlò del cosmo e dei Cavalieri, m'infuse speranza: così accettai di seguirlo al Santuario. Qui incontrai Jorkell, il mio maestro, e grazie a lui compresi il vero significato di essere un Cavaliere di Atena. Nonostante la malattia e le atroci sofferenze, continuava a spronarmi con autorevolezza e passione. In lui rivedevo un po' di me, anche se il suo modo di affrontare la sua situazione mi aprì ad un mondo a me ignoto. Se oggi indosso quest'armatura e sono diventato l'uomo che vedi, lo devo a lui. Grazie al cosmo, la mia salute è migliorata ed ora posso sfruttare questa nuova occasione per aiutare gli altri, cosa che non sono riuscito a fare con la mia famiglia".

Elnath rifletté sulle parole del compagno, poi disse: "Vedo che la solitudine e il dolore sono appannaggio imprescindibile di tutti i Cavalieri. Ammiro la vostra capacità di riuscire a dare fiducia agli altri, nonostante il vostro passato. Si è fatto tardi, è meglio andare a dormire". Si alzò e si avviò verso l'edificio dove si trovava il dormitorio, senza aspettare Altager. Il Cavaliere di Aquarius sorrise e scosse il capo. Si rimise in piedi e lo raggiunse, tentando di continuare il discorso.

Il sole tornò a splendere fiero nell'azzurro cielo sgombro di nuvole. Era un giugno piuttosto caldo; guardie e soldati, non ammessi alla riunione, tentavano di trovare frescura all'ombra degli alberi o sotto i portici degli edifici. Si vedevano gruppetti sparsi, con indosso armature di foggia e colore differenti, parlare, ridere o anche litigare su futili argomenti.

Nella sala circolare riservata al consesso, Alexer, Demetrios ed i due Cavalieri attendevano gli ospiti. Arrivarono uno dopo l'altro, scortati da monaci e diaconi, e si sedettero in silenzio. A capo tavola, di fronte al Sacerdote di Atena, aveva preso posto Toghrul Beg. Era un uomo attempato, il viso rugoso e sfiorito, capelli e baffi candidi come neve. Aveva occhi neri, vivi e penetranti. Portava un turbante di seta dai colori accesi ed una leggera armatura di cuoio con borchie di ferro sulle spalle. A prima vista sembrava un uomo innocuo e tranquillo, ma tutti, in quella stanza, conoscevano la sua fama e la sua insaziabile sete di potere.

Alla sua destra si era seduto Harald di Norvegia. Aveva lunghi capelli biondi ed occhi di un verde vivace. Una corta barba gli contornava il volto, illuminato da un'espressione sprezzante e fredda. Era alto e prestante, nonostante andasse per la cinquantina. Si guardava intorno, fissando i convenuti e chinando il capo in segno di saluto. Sperava che quella riunione gli avrebbe fruttato nuove alleanze. D'un tratto, fermò lo sguardo su Elnath, in piedi alle spalle del Sacerdote, ed una strana sensazione lo invase. Tentò di scacciarla via, concentrandosi sulla discussione che stava per iniziare.

Di fronte a lui aveva preso posto l'imperatore Costantino, sul cui volto si leggevano ansia e preoccupazione. Tentava di tenere lo sguardo fisso in un punto, senza guardarsi intorno, ma si sentiva osservato. Alzò gli occhi e vide Harald rivolgergli un sorriso e salutarlo con un cenno del capo. Rispose istintivamente abbassando il capo e l'inquietudine che lo attanagliava crebbe d'improvviso. Conosceva bene il sovrano di Norvegia, che un tempo era stato al servizio di Bisanzio, e la sua smisurata ambizione.

Accanto a lui si era assiso il nunzio papale, Bencivenne da Morimondo, un uomo pingue e calvo, dagli occhi neri infossati e vestito di un saio di panno ruvido di color granato e dalle ampie maniche. Al collo portava un vistoso crocifisso d'oro, che si perdeva tra le pieghe della veste. Teneva le mani conserte sul ventre e sembrava in attesa dell'inizio della riunione. Ogni tanto guardava di sottecchi Demetrios, seduto accanto al Sacerdote di Atena.

Dirimpetto gli era seduto Mastalizi, l'ambasciatore di Venezia. Era un uomo esile, dal volto emaciato, occhi marroni piccoli e inespressivi, capelli neri lunghi fino alla nuca. Parlava con Wilmot di Bath, che gli era seduto accanto. Quest'ultimo aveva capelli e barba rossicci, era corpulento ed aveva un carattere allegro e socievole. Disquisivano di falconi e su come addestrarli. Sembravano molto presi dalla loro discussione privata e si erano completamente estraniati dalla sala.

Baldovino si era seduto accanto a Bencivenne e dialogava affabilmente con al-Bakri, seduto di fronte a lui, e con l'Osipovič, che aveva preso posto accanto all'ambasciatore degli emiri di Spagna. Quest'ultimo aveva una capigliatura biondo cenere ed estremamente rada, gli occhi di un azzurro chiaro e il volto glabro; poteva avere all'incirca cinquant'anni ed ogni volta che rideva il suo viso si cospargeva di rughe.

Gli ultimi posti erano occupati da Jogindra e Liefried. Il primo aveva la carnagione olivastra e vestiva un abito lungo di un rosso acceso. Aveva capelli neri e ricci molto corti ed occhi di un nocciola spento. Un piccolo tilak gli ornava la fronte; dimostrava all'incirca quarant'anni e sembrava che la presenza del sultano lo mettesse a disagio. Liefried era, invece, un omone robusto, dagli occhi marroni e dalla folta barba castana, coi capelli lunghi fin sopra le spalle. Al centro della fronte si notava una vistosa cicatrice che giungeva sul naso, ricordo di una passata battaglia. Aveva all'incirca sui trentacinque anni.

Quando tutti i convenuti ebbero preso posto, Alexer si alzò, spegnendo il bisbiglio che serpeggiava nella sala e attirando su di sé l'attenzione degli astanti. "Nobili signori ed ambasciatori, vi ringrazio di essere intervenuti oggi a questa riunione. Ho ricevuto molte missive che mi chiedevano delucidazioni in merito agli attacchi subiti da città sotto la vostra giurisdizione ed ho ritenuto opportuno convocare anche i rappresentanti di regni che potrebbero essere i prossimi bersagli", esordì il messo di Atena, spiegando le motivazioni di quel consesso.

"Un nemico incombe sulla sopravvivenza dell'umanità. Una divinità malvagia, retaggio di una perduta civiltà, sta per tornare a nuova vita e brama conquistare non solo la terra, ma l'universo intero! Alcuni di voi hanno già avuto modo di constatare quanto i guerrieri di questo dio siano di gran lunga più potenti di un esercito ben addestrato. Ciò che vi chiedo è fiducia nei Cavalieri. So che alcuni di voi hanno delle riserve sull'operato del Grande Tempio, ma noi siamo gli unici a poter garantire la sconfitta di questo nume che minaccia l'incolumità di tutti gli esseri viventi", continuò, tentando di persuadere anche i più restii. I convenuti sembravano riflettere e ponderare le parole del Sacerdote, quando una voce si levò sul silenzio calato d'un tratto nella sala.

"Dovremmo fidarci del Grande Tempio? Ci state chiedendo di affidarvi le nostre stesse vite, Sacerdote! Sapete bene qual è la mia opinione in merito! Io non mi fido neppure dei miei congiunti che posso controllare, figurarsi di chi possiede un potere che supera ogni immaginazione!" A parlare era stato il sultano, sul cui volto era apparso un piglio di sfida. "Eppure Baghdad è ancora in piedi grazie all'intervento di un Cavaliere, l'avete dimenticato, sultano?", controbatté Alexer, che si aspettava il giudizio severo del canuto capo dei Turchi.

"Sì, è vero, ma il vostro guerriero è scomparso assieme all'assalitore subito dopo essere giunto in città. Nessuno sa se abbia realmente sconfitto il nemico o se era tutta una messinscena", insinuò l'uomo, tentando di minare la credibilità del Sommo Sacerdote. "Da quanto mi hanno riferito anche nelle altre città attaccate nessuno ha potuto assistere alla battaglia! Una coincidenza piuttosto strana! Mi chiedo se tutto questo non sia parte di un piano studiato fin dall'inizio", continuò, istigando il dubbio nel cuore dei presenti.

"Su questo punto devo dissentire, sultano!", intervenne una voce giovane, ma risoluta. "Un testimone ha potuto assistere alla battaglia che si è svolta sulle rive del Besòs, in Spagna, e afferma di aver visto l'essere che voleva attaccare Barcellona sconfitto dal Cavaliere di Capricornus", raccontò Ahmed al-Bakri, compiaciuto di poter mettere in ombra le parole sdegnose e melliflue del sultano.

Mostrando un sorriso accondiscendente, ma meditando nel cuore una feroce punizione per l'uomo che aveva osato contraddirlo, il capo turco domandò: "E chi sarebbe questo temerario che ha avuto la ventura di assistere a quel titanico scontro? Perché non è qui, oggi?" "Il suo nome è Rodrigo Díaz de Vivar, un nobile castigliano amico del Cavaliere che ha sconfitto il demone. Al momento sta combattendo contro il re di Aragona, per questo non è qui. Aveva chiesto al suo signore di poter partecipare a questa riunione, ma non ha ottenuto il permesso", rispose l'ambasciatore degli emiri spagnoli, suscitando una smorfia di soddisfazione e d'ironia nello sguardo di Toghrul Beg.

"Il testimone sarebbe un cristiano, per di più amico del Cavaliere? E gli emiri di Spagna si fidano della parola di un infedele? Ora capisco perché la potenza araba ha cominciato a sfaldarsi!", provocò spavaldo il sultano, facendo accigliare al-Bakri, che strinse i pugni per trattenere la rabbia. "Pensate davvero che i Cavalieri di Atena non siano soggetti alla stessa cupidigia dei comuni mortali? Chi ci garantisce che non stiano lavorando per qualche potenza che noi ignoriamo? Se io avessi creduto a tutte le fandonie e ai buoni propositi che mi hanno raccontato nel corso della mia lunga vita, a quest'ora la mia missione di portare l'Islam alla gloria sarebbe terminata da un pezzo!", proseguì l'attempato sovrano, parlando con passione e fervore.

"E la vostra missione implica anche eliminare i fratelli che si oppongono alla vostra autorità? Provate a raccontare la vostra buona fede ai figli dell'Islam d'Egitto e di Siria! Avete sterminato senza esitazione vecchi, donne e bambini solo perché erano legati ai vostri oppositori! E vorreste farci credere che siete stato investito dalla volontà divina?", ritorse al-Bakri, rinfacciandogli le stragi commesse pochi anni prima tra i Fatimidi d'Egitto e di Siria. Anche suo padre e suo fratello erano state vittime innocenti di quel massacro e sentir parlare il loro assassino con tanto orgoglio dei suoi crimini lo aveva fatto rabbrividire.

Furibondo per l'offesa recatagli, Toghrul Beg lo guardò torvo ed accennò una smorfia di disprezzo. "Come osate rivolgervi a me con tale impudenza? Avete venduto la vostra dignità agli infedeli al punto di collaborare con loro e criticate il mio operato? Io sono disposto ad usare qualsiasi mezzo, anche ad affrontare la mia stessa gente, se servirà ad assicurare gloria e rispetto all'Islam!", affermò con decisione il sultano, dissimulando il livore per l'affronto subito.

Prima che la situazione degenerasse, intervenne Harald di Norvegia che, con parole concilianti, tentò di placare gli animi: "Calma, signori! Non siamo qui per rivangare vecchi rancori! Ciò che è stato, è stato! Ora dobbiamo pensare alla presente minaccia. Se mi è concesso esprimere la mia opinione, mi trovo d'accordo col sultano su alcuni punti". Queste parole scossero Costantino, che alzò la testa e fissò per un attimo il viso sornione del re nordico. "Conosco bene il vostro animo integro e sincero, Sacerdote", continuò, "ma anche i Cavalieri sono uomini e come tali sono soggetti alle passioni e alle tentazioni. Anche voi avete un prezzo e potete essere comprati: chi ci assicura che la storia che ci avete raccontato sia vera? Come facciamo a sapere che non state tramando alle spalle di tutti noi?"

Alexer rise, stupendo i presenti, e con un'imperturbabilità disarmante rispose: "Forse v'illudete di conoscerci, nobile Harald, ma non è così! Fin dall'epoca del mito i Cavalieri di Atena non hanno mai combattuto per interesse o per profitto personale! Il denaro non ci tange, e neppure al potere aspiriamo! Il nostro unico e solo scopo è proteggere la terra dalla distruzione! Senza il nostro intervento, questo mondo sarebbe scomparso da tempo per il capriccio di qualche divinità!"

"Il Sacerdote ha ragione e posso produrre le prove di questa mia convinzione", intervenne Jogindra, guardando dritto negli occhi il sultano, che percepì una latente ostilità nel suo sguardo. "Anni or sono, un gruppo di ribelli liberò un'antica divinità minore dal suo sonno e minacciò il nostro regno. Nonostante i nostri sforzi, subimmo pesanti sconfitte finché non giunse un Cavaliere, il nobile Kanaad di Virgo, che ci affrancò da quella piaga. Il re gli offrì onori e ricchezze, ma lui rifiutò qualsiasi dono. Usò le stesse parole pronunciate dal Sommo Alexer ed aggiunse che la ricompensa più grande era l'aver salvato delle vite". Le parole dell'ambasciatore indiano trovarono conferma nelle parole di Baldovino e di Mastalizi: anche i Cavalieri intervenuti in aiuto di Parigi e di Venezia avevano rifiutato onori e compensi. Tutte queste testimonianze parvero convincere anche i più riottosi e incerti, ma si scontrarono con le opinioni avverse di Harald e del sultano.

Prendendo spunto dalle parole di Jogindra, Costantino, rimasto finora in silenzio, prese a parlare: "L'impero bizantino è da sempre in debito coi Cavalieri di Atena. Fin dai tempi di Costantino il Grande ci hanno aiutato nei momenti più difficili senza mai chiedere nulla in cambio, per onorare la stipula di Atene. Il Sommo Alexer ed i suoi guerrieri sono preziosi alleati per tutti noi: hanno salvato le nostre città ed i nostri sudditi da morte certa e sono andati via senza pretendere alcunché. Eppure alcuni di noi tentano di sminuire o addirittura di negare il loro apporto alla sopravvivenza dell'umanità solo per timore di un potere che non comprendono!"

"I Cavalieri esistono da oltre due millenni, perché aspettare così tanto per impossessarsi del mondo? Già da principio avevano i mezzi per sottometterci, perché non l'hanno fatto?", esordì Bencivenne, volgendo lo sguardo severo in direzione del sultano. "Le vostre sono solo parole dettate dal fanatismo e dall'ambizione! Avete testé dichiarato di avere una missione di sangue e pretendete davvero che vi si presti fede? I Turchi hanno imperversato senza sosta per anni e si sono spinti fino alle porte d'Europa! Fu il vostro predecessore, Seljuk, ad iniziare la campagna di conquista e conversione! Perché dovremmo fidarci di un despota e non del Sommo Alexer che si è guadagnato il nostro rispetto negli ultimi cinquant'anni? Siete solo un illuso, sultano!"

L'intervento del nunzio papale, carico di disprezzo e di astio, e le parole di Costantino, che mai si era esposto così tanto, fecero ribollire di rabbia il sultano, che strinse le labbra pallide per tentare di celare il suo stato d'animo. "Non mi meraviglia il vostro atteggiamento! La vostra presa di posizione è dettata da paura e servilismo, più che da lucido raziocinio! Ma io non posso permettermi esitazioni o ripensamenti! Il mio paese è allo stremo: Baghdad è stata solo l'ultima vittima! Molti villaggi sono stati spazzati via e i due fiumi sembrano produrre soltanto morte e desolazione! L'artefice di tutto questo deve pagare!", proruppe, quasi sfogando pensieri a cui non avrebbe voluto dare voce.

Quelle parole incuriosirono Alexer, che tentò di approfondire l'argomento: "Che intendete dire, sultano? Cosa sta succedendo al Tigri e all'Eufrate?" Toghrul Beg guardò dritto negli occhi il messo di Atena con espressione furiosa e ad un tempo disperata. "Le loro acque non sono più pescose come un tempo ed hanno effetti deleteri sulle coltivazioni! E' da circa un anno che va avanti così", spiegò con tono preoccupato. Anche Costantino sembrò turbato da quella rivelazione e si ricordò di un rapporto che gli aveva inviato il domestico di Edessa alcuni mesi prima. "Ora che ci penso anche nei territori limitrofi di Edessa sta accadendo la stessa cosa. Ne sono stato informato qualche mese fa. Anche il momento in cui tutto è iniziato coincide. E' forse opera di questo misterioso nemico?", intervenne, volgendo lo sguardo ad Alexer.

"Probabile", esordì il Sacerdote. "In quello stesso periodo fecero la loro comparsa i demoni gemelli, che sterminarono alcuni villaggi fra Edessa e Baghdad. E' possibile che siano stati loro ad inquinare i fiumi". Quelle parole esacerbarono l'animo del sultano, che si sentiva offeso e preso in giro. Strinse i pugni e con voce severa diede sfogo al suo astio più recondito: "I miei uomini mi riferirono che c'era un Cavaliere da quelle parti ed io lo feci chiamare. Mi trattò con sufficienza e sfuggì ad ogni mia domanda. Non volle darmi spiegazioni e si affrettò ad andarsene. Ora, signori, ditemi se questo non è un comportamento sospetto. Avete elogiato e glorificato l'operato di questi presunti paladini della giustizia, eppure le terre del califfato stanno patendo indicibili pene! Volete ancora farci credere di essere estraneo a tutto quello che sta accadendo, Sacerdote?"

Alexer non si scompose di fronte alle accuse mossegli dal sultano. Sapeva bene che in quella riunione il vecchio capo turco avrebbe usato ogni mezzo a sua disposizione per screditare il Grande Tempio e spingere i convenuti a revocargli il loro supporto. "Anch'io ho perso un guerriero quel giorno! Midra di Equuleus morì nel tentativo di sconfiggere i demoni gemelli. Per questo Syrma di Virgo, il Cavaliere da voi convocato, aveva fretta di andare via. Voleva salvare almeno l'altro compagno d'arme rimasto sul campo, Laurion di Leo Minor. E poi, all'epoca, non conoscevamo ancora l'identità del nostro nemico. Era la prima volta che attaccava!"

L'imperatore di Bisanzio notò che il Sacerdote non aveva fatto riferimento allo scontro con Umma, avvenuto tredici anni prima sulla spiaggia di Bari, del quale era stato messo a parte nel loro ultimo incontro. In cuor suo ne fu sollevato. Un'informazione del genere avrebbe messo in cattiva luce l'impero ed avrebbe destato sospetti di collusione con il misterioso nemico di cui si stava discutendo.

Altager, in piedi accanto ad Elnath, stava seguendo la discussione in silenzio e quando il Sommo Sacerdote ricordò il triste giorno della morte di Midra una fiumana di pensieri e sensazioni gli invase la mente. Aveva sempre ritenuto Syrma un Cavaliere troppo distante e freddo. Persino Elnath e Nashira, che pure non erano espansivi, si erano ritagliati un loro posto all'interno dei dorati custodi. Ma Syrma gli era sembrato diverso, fin dal primo giorno che lo aveva conosciuto. La sua aria serafica ed atarassica metteva a disagio un po' tutti, solo l'indole sarcastica di Sertan sembrava tenergli testa. Nonostante fosse condiscepolo di Yeng, neppure con lui sembrava aver sviluppato un rapporto d'amicizia; mentre gli altri si riunivano anche solo per scambiare due chiacchiere, lui se ne restava alla Casa della Vergine in meditazione. Era un ragazzo misterioso, lo si vedeva parlare con Kanaad e scambiare rapide battute col custode della quarta casa solo in rarissime occasioni. Spesso aveva chiesto informazioni a Yeng, ma nemmeno lui sapeva molto del suo vecchio compagno d'addestramento. Ora le parole del Sacerdote gli mostravano un lato di Syrma di cui mai avrebbe potuto immaginare l'esistenza. Si rese conto di non essere la persona più adatta a giudicare gli altri.

Si girò verso Elnath, col quale la sera prima si era intrattenuto a chiacchierare e si accorse che era più turbato del solito. Con la coda dell'occhio vide il re di Norvegia fissare il custode della seconda casa, di tanto in tanto, e se ne chiese il motivo. Era forse Harald ad incupirlo così tanto? E perché mai? Rimuginò a lungo sui suoi compagni, astraendosi completamente dalla discussione che si stava svolgendo.

Si era fatto avanti Kornil Osipovič, l'ambasciatore del re dei Rus, che fino a quel momento aveva seguito in silenzio gli interventi dei suoi colleghi. Aveva fama di essere un uomo dall'acume cosě spiccato da essere diventato consigliere appena ventenne sotto il regno di Jaroslav I. Si alzň in piedi e, schiarendosi la voce, rivolse parole amare al sultano: "All'inizio di questo consesso nutrivo parecchie perplessità. I Rus ed il Grande Tempio hanno sempre avuto scarsi contatti e non sapevo cosa aspettarmi da questo incontro, e quale piega avrebbe preso la discussione. Ma ora che ho ascoltato la maggior parte dei convenuti, esporrò il mio pensiero.

La brama di mettere in ombra il Sacerdote Alexer ed i Cavalieri del Grande Tempio vi ha tradito, sultano. Disprezzate le altre fedi e non disdegnate nemmeno di eliminare i vostri stessi fratelli islamici, pur di ottenere quello che volete. Come pretendete che vi venga concessa fiducia o che le vostre parole siano accettate? Finora l'unico che sembra appoggiarvi è il sovrano di Norvegia, presumo per scopi a noi ignoti. Ma dovreste diffidare di chi ha prestato il suo braccio come mercenario sia ai Rus che ai Bizantini". Fece una pausa e rivolse lo sguardo alle due autorevoli figure, che sedevano vicine: entrambi avevano il volto contratto dalla collera. Harald tentava di fissare un punto indistinto della stanza per non incrociare gli occhi degli astanti; Toghrul Beg, invece, puntò gli occhi ardenti sul suo accusatore e strinse le mani, come a smorzare un'insistente sete di vendetta.

"Tutti i presenti", riprese, "hanno espresso il loro supporto incondizionato ai paladini di Atena, che si sono contraddistinti nel corso dei secoli per valore e altruismo ed io non trovo obiezioni. Voi lamentate che i vostri domini siano stati più volte bersaglio di questo misterioso nemico e tentate di addossare la colpa a uomini che hanno impedito un numero di vittime maggiore! L'ingratitudine e l'ambizione vi ottenebrano il senno, sultano! A nome di re Izjaslav, i Rus sostengono la causa del Grande Tempio e concedono libero accesso nei loro territori ai Cavalieri di Atena, qualora se ne presentasse l'occasione". La solennità con cui aveva pronunciato il suo discorso e lo sguardo severo con cui si era rivolto agli astanti dissiparono gli ultimi dubbi dei convenuti, se ancora ce n'erano.

Wilmot e Liefried, gli unici che non erano ancora intervenuti, si accodarono alle parole di Kornil e diedero il loro pieno appoggio ad Alexer e ad i suoi Cavalieri. La seduta si sarebbe conclusa di lì a poco, ma il Sacerdote si accigliò e si girò per un attimo verso Elnath e Altager. Poi, con voce calma, si rivolse a Demetrios, che gli sedeva accanto: "C'è un posto sicuro dove poter alloggiare i nostri graditi ospiti?" Il monaco lo guardò perplesso, poi comprese che qualche pericolo si stava avvicinando. "Da questa stanza si accede ad un'alta torre seminascosta dagli alberi; è un luogo piuttosto sicuro", rispose l'uomo. Alexer lo ringraziò, si alzò ed invitò i presenti, confusi e smarriti, a seguire Demetrios verso la torre. "Elnath, Altager, tocca a voi! Fate allontanare i soldati che stazionano all'ingresso degli edifici vicini e cercate di delimitare il campo di battaglia". I Cavalieri fecero un cenno con la testa e si precipitarono fuori dall'edificio.

"Che sta succedendo, nobile Alexer?", chiese spaventato Wilmot, mentre si allontanava assieme a reali e segretari. "Il nemico sta arrivando, ma non temete, i miei Cavalieri sapranno come batterlo. Ora dirigiamoci alla torre il prima possibile", rispose il messo di Atena, aiutando i presenti ad uscire ed a raggiungere il bastione. Quando tutti ebbero lasciato la sala, fece ardere una frazione del suo cosmo, chiuse gli occhi e poi raggiunse gli altri. Il corridoio si era riempito del brusio di quella folla umana che, incerta e spaurita, pensava solo a salvarsi da quella inattesa situazione. Toghrul Beg, in testa alla fila, subito dietro Demetrios, meditava vendetta e sperava che il nuovo inconveniente ribaltasse le decisioni del consesso. Harald voleva invece assistere alla battaglia, per soppesare la reale forza dei Cavalieri e soprattutto di Elnath, che fin dall'inizio lo aveva incuriosito.

Mentre s'incamminavano a passo rapido verso l'uscita, Altager disse al compagno: "Cerca di attirare il tuo avversario lontano da qui!" "Perché?", chiese il Cavaliere di Taurus, intrigato dalle enigmatiche parole dell'allievo di Jorkell. "Tu assecondami e lo capirai!" Elnath annuì, senza investigare ulteriormente. Non aveva mai visto in azione il padrone delle energie fredde; in cuor suo sorrise e s'impegnò a dare il meglio di sé sul campo di battaglia, per non essere da meno del compagno.

Usciti all'esterno, intimarono alle guardie che indugiavano sotto gli alberi ed i portici di asserragliarsi negli edifici e di non muoversi. Alcuni tentarono di ribellarsi a quell'ordine e di reagire, ma il potere che sembrava spirare da quei giovani ragazzi consigliò loro di obbedire e di rintanarsi nei loro alloggi.

"Cerca di non morire!", disse Elnath al parigrado, prima di allontanarsi facendo ardere il proprio cosmo per attirare il suo avversario. "Buona fortuna anche a te", ricambiò il Cavaliere di Aquarius, accennando un sorriso. Poi si concentrò ed un'aura dorata lo circondò: nell'aria iniziò a formarsi una nebbia sempre più fitta. Divenne così spessa che risultava difficile distinguere le sagome degli alberi e degli edifici. Il custode della seconda casa notò il fenomeno e comprese finalmente il motivo per cui era stato invitato ad allontanarsi.

Due meteore scesero dal cielo puntando in direzioni diverse. Altager notò una sfavillante luce cadere nella coltre di nebbia ed un sorriso gli illuminò il volto. Era riuscito ad attirare uno dei due cosmi che si stavano dirigendo sulla penisola calcidica ed era deciso a fare la sua parte in questa guerra, per amore dell'umanità e per rispetto del suo defunto maestro. "Benvenuto alla tua ultima meta, demone!", esordì, mostrando orgoglio ed autorità. Si udì una risata sommessa e crudele, fredda come il ghiaccio delle terre da cui proveniva il Cavaliere.

"Bel trucchetto", ribatté la voce bassa e inquietante del demone, "ma con me ti ci vorrà ben altro per vincere!" Un cosmo di un grigio pallido divampò e la nebbia si disperse come rugiada vinta dal sole. Il signore delle energie fredde rimase impassibile, seppur nel suo cuore provasse un moto d'ammirazione nei confronti del nemico. "Ben fatto!", si congratulò Altager, avvolgendosi di un intenso cosmo dorato. "Prima di continuare, vorrei conoscere il tuo nome, demone!", riprese, suscitando un sorriso malevolo nel nemico che gli stava di fronte.

"Vuoi conoscere il mio nome? Ebbene, ti accontenterò: sono Miqut, secondo demone della luce. Soddisfatto?", rispose l'essere, con un tono ironico e beffardo. Altager non si lasciò intimorire e si presentò a sua volta. Il demone aveva notato la foggia dell'armatura e, scoppiando in una risata compiaciuta, esclamò: "Sembra che in fin dei conti Umma sia riuscito ad eliminare il precedente Cavaliere di Aquarius. Ora tocca a me sbarazzarmi di te e delle tue vestigia!"

Miqut indossava un'armatura di colore argento, con inserti blu. L'elmo assomigliava ad un cappuccio dentellato che si fondeva coi coprispalle e col bavero e da cui spuntavano ciocche marroni. Una maschera gli copriva gli occhi ed il naso. I coprispalle erano lunghi oltre le spalle e terminavano con due uncini: uno rivolto verso l'alto, l'altro verso il basso. Erano contornati da sferette metalliche. Il blocco centrale s'innestava sotto il bavero e proseguiva fino al bacino, dove si connetteva al cinturino. Presentava triangoli blu che, partendo dalle ascelle si congiungevano all'altezza dell'ombelico. Il cinturino era composto da una fascia metallica sottostante e da piastre più spesse a copertura dei fianchi. Sulla parte posteriore ed anteriore terminava in un sottile triangolo appuntito. Anche qui erano presenti sferette blu che ne adornavano i contorni. Gambali e bracciali erano sottili e lunghi, con una pinna affilata sui lati. Un piccolo artiglio spuntava dai coprimani.

"Parole sprezzanti le tue. Ma la battaglia non è ancora iniziata; sarà il nostro cosmo a decretare il vincitore! Fatti avanti, Miqut!", ritorse il Cavaliere, preparandosi allo scontro. Il demone non si fece ripetere l'invito e si scagliò contro di lui facendo esplodere il suo cosmo grigio pallido. Altager riusciva agevolmente a schivare i colpi, la cui velocità era ben lontana da quella dei custodi dorati. Si stancò ben presto del debole assalto e con un pugno all'addome fece strisciare Miqut per qualche metro. L'essere infernale non si scompose, anzi si congratulò con l'avversario per il suo talento guerriero.

"Nonostante tu sia solo un moccioso, sembri avvezzo alla battaglia! Sarà un vero onore cancellarti dalla faccia della terra!", esclamò la voce gelida del secondo demone della luce. "Non contarci troppo, Miqut! L'unico ad essere cancellato da questo mondo sarai tu! Pagherá Kataighís [Bufera di Ghiaccio]!", disse il Cavaliere, tirando indietro le braccia per poi farle scattare in avanti. Il campo di battaglia si tramutò in una distesa ghiacciata e turbini di neve e grandine assalirono Miqut, che si difendeva creando scudi di luce. Fortunatamente, Elnath e il suo avversario si erano spostati in un'altra zona e non furono investiti dall'impeto della tecnica del padrone delle energie fredde.

Il demone era riuscito in qualche modo a difendersi, sebbene gli scudi da lui creati fossero stati sistematicamente distrutti. "Il gelo del tuo cosmo è superbo, Cavaliere! Sei stato il primo ad annientare le mie difese, ma non credere che io sia già finito!", commentò con distacco ed orgoglio il servo di Nergal. Fece ardere il suo cosmo grigiastro e i suoi pugni si bagnarono di una luce accecante, ma allo stesso tempo fredda e terrificante. "Gudene Ugak [Spire di Luce]!", gridò. Tutte le sfere presenti sull'armatura s'illuminarono di un bagliore immenso e le mani di Miqut si trasformarono in fruste di luce, che iniziarono a sferzare il corpo di Altager. Il Cavaliere opponeva muri di ghiaccio all'assalto delle lucenti staffilate. Ma stavolta era toccato a lui veder crollare tutte le sue difese. La frusta destra gli si attorcigliò attorno alle braccia, impedendogli i movimenti, mentre la sinistra puntò al collo, stringendolo forte.

Altager si dimenava, tentando in ogni modo di divincolarsi da quella stretta mortale, ma sentiva dentro di sé che c'era qualcosa di più in quell'attacco, qualcosa che gli impediva di ribellarsi a quella morsa. "Abbandonati alla malia della luce d'Irkalla! Il mondo della dimenticanza ti attende, Cavaliere!", la tetra voce del demone risuonò suadente nella sua mente. I suoi occhi si ottenebrarono, come se un sonno improvviso lo avesse invaso con la sua irresistibile dolcezza. Attorno a lui non sentì più alcun rumore: né il mare in lontananza, né lo stormire delle foglie alle carezze del vento inebriante d'estate, né il cinguettio degli uccelli.

Cadde in ginocchio, privo di ogni volontà d'azione. Il silenzio fu scacciato da una risata oscura e fredda. Avvertì una presenza avvicinarsi e tentò invano di sollevare la testa. "E' tutto inutile, Cavaliere", riprese Miqut, "la luce d'Irkalla priva di ogni volontà. Sei alla mia mercé ormai, non hai più scampo!". Iniziò a torturarlo sferzandolo violentemente con le fruste. Altager non provava dolore, udiva soltanto il suono dei colpi che gli venivano inferti e le risate divertite del demone.

"Non mi sono mai arreso in vita mia, e di certo non lo farò adesso!", come un grido, quelle parole gli riecheggiarono alla mente, distogliendolo dal torpore che lo aveva vinto. Vide l'undicesima casa; il suo maestro, Jorkell, appoggiato ad una colonna della sala principale, sudato e in affanno. Aveva il volto pallido e contratto dalla frustrazione. "Credi che questa malattia mi impedirà di assolvere al mio compito? No, Altager! Un Cavaliere di Atena affronta ogni sfida senza mai arrendersi! Se vuoi diventare un vero paladino della giustizia, devi sopportare ogni dolore e ogni sofferenza; devi imparare a ribaltare la tua sorte, se vuoi essere d'aiuto agli altri!" Ricordava perfettamente quella discussione. Quel giorno Jorkell era particolarmente stanco, ma non aveva voluto rinunciare all'addestramento del suo erede. Altager, preoccupato per la salute dell'ex Cavaliere, non si stava impegnando più di tanto, per evitare che il suo mentore si aggravasse. Ma l'antico custode dell'undicesima casa lo aveva intuito e si era sentito offeso da quell'apprensione non richiesta. Lo aveva rimproverato severamente ed aveva continuato ad allenarlo, senza curarsi della sua condizione precaria.

Il Cavaliere di Aquarius iniziò a riprendere la sua forza di volontà, mentre il demone si preparava a sferrargli il colpo di grazia. D'improvviso un cosmo dorato s'innalzò fiero dal corpo inerme di Altager, una nuova fitta coltre di nebbia coprì il campo di battaglia ed occultò la vista di Miqut, incredulo a quanto stava accadendo. Nell'aria risuonò la giovane voce del Cavaliere: "Non è ancora finita, essere infernale!" Miqut se lo ritrovò davanti. Poi avvertì una fitta allo stomaco e fu scaraventato a terra, nella sabbia bagnata. Si mise a sedere, confuso e dolorante; si portò una mano alla zona colpita e notò crepe nell'armatura e grumi di linfa vitale.

"Come hai fatto a liberarti dalla luce d'Irkalla?", chiese con un tono intriso di rabbia e stupore. "La tua tecnica è davvero terribile, ma hai dimenticato che i Cavalieri di Atena non si arrendono mai! E' stata la determinazione che mi ha trasmesso il mio maestro a consentirmi di ribaltare la situazione", spiegò con orgoglio il padrone delle energie fredde. "Dici che è stata la tua determinazione a liberarti dalle mie fruste? Allora non devo far altro che annientarla!", ribatté Miqut, rimettendosi in piedi e preparandosi ad un nuovo assalto.

"Gudene Ugak!", gridò il demone della luce, bruciando al massimo il suo cosmo. Altager si aspettava di nuovo le fruste lucenti, ma stavolta il colpo provenne dal suolo. Corde di luce lo avvolsero, aggirando le sue difese, e lo strinsero con forza. Il Cavaliere di Aquarius oppose fiera resistenza a quell'opprimente presa, ma si accorse che non era più la sua volontà a venir colpita, bensì il suo cosmo. Più tentava di liberarsi, più la sua energia scemava. "Ebbene, Cavaliere? Che ne è della tua determinazione?", lo schernì Miqut, continuando a stringere la morsa.

La fronte del Cavaliere s'imperlò di sudore: forse aveva sottovalutato troppo la forza del nemico, tuttavia non poteva cedere. Si era ripromesso di onorare il giuramento che aveva fatto quando si era unito alle schiere di Atena. Concentrò tutto sé stesso, chiuse gli occhi, ed il suo cosmo dorato iniziò a vorticare quieto attorno a lui. Miqut sorrideva, assaporando l'agognata vittoria, ma, d'un tratto, vide le corde di luce vibrare per un attimo ed esplodere in frantumi. Un brivido di paura gli attraversò la schiena: come aveva fatto quel Cavaliere a ridurre in pezzi la sua luce?

Quella paura si tramutò subitaneamente in un moto d'ira e di frustrazione: mai aveva subito uno smacco così cocente nella sua lunghissima esistenza. Altager notò lo sconcerto sul volto dell'avversario e i suoi occhi marrone si accesero di una luce sfavillante. "Sei sorpreso, Miqut? Scorgo timore e stupore nei tuoi occhi! Vuoi sapere come ho fatto a disperdere la tua luce? Ebbene, te lo dirò!" Lo sguardo del demone si fece attento, pronto ad elaborare un piano per colmare lo svantaggio che ora si era venuto a creare fra loro.

"Mi è bastato rallentare il moto delle particelle di luce fino a bloccarle completamente! I Cavalieri di Aquarius hanno da sempre tale capacità, dovevo solo trovare un modo per sfruttarla al meglio!", continuò Altager, avvicinandosi all'avversario. Miqut abbassò il capo ed iniziò a ridere sguaiatamente, come in preda ad una repentina follia. Ma quando rialzò la testa, il signore delle energie fredde vi scorse un profondo odio e un ardente desiderio di rivalsa. "Non riuscirai comunque a sconfiggermi, Cavaliere! Il potere della mia tecnica segreta riserva ancora delle sorprese!" Senza por tempo in mezzo, il demone della luce fece esplodere il proprio cosmo, sprigionando una luce abbagliante, ma velata di ombre e di gelida tristezza. Le sfere sulla sua armatura avvamparono di un bagliore insistente e penetrante. Il suolo sotto i suoi piedi si spaccò, il mare s'increspò e miriadi di fasci di luce lo circondarono. "Gudene Ugak!", gridò con tutto il fiato che aveva in gola.

I fasci di luce si allargarono in tutte le direzioni, puntando agli edifici e, soprattutto, alla cattedrale alle spalle del Cavaliere. Altager ricreò la nebbia per confondere il demone ed impedirgli di attaccare la zona circostante, ma Miqut ne minò le speranze: "E' inutile! Una volta assegnata loro una traiettoria, i miei fasci di luce non abbandonano mai il loro percorso! Non vincerai questa battaglia!" Una risata eccitata e diabolica accompagnò le parole dell'antico demone sumero, mentre il Cavaliere di Aquarius cercava un modo per sventare quell'esecrabile desiderio di distruzione.

Altager ebbe un attimo di sconforto: i fasci di luce erano troppi e non potevano essere distrutti singolarmente. Forse aveva un modo per annullare la tecnica avversaria, ma se avesse fallito l'intera area circostante sarebbe stata spazzata via. "Non ho altra scelta! E' l'unica possibilità che ho... anche se non ho avuto modo e tempo di perfezionare quel colpo!", disse fra sé il Cavaliere.

Intanto i dignitari, i loro segretari, Alexer e Demetrios avevano raggiunto il primo anello della torre. Harald iniziò ad ispezionare le ampie finestre, ma la visuale era impedita dagli alberi e non c'era modo di assistere alla battaglia. Adocchiò un'altra rampa di scale che saliva, la imboccò e a passo svelto raggiunse il secondo anello. Il Sacerdote lo seguì, sorpreso dall'interesse che d'un tratto il re di Norvegia mostrava nei confronti dei paladini del Grande Tempio. Tutti gli altri astanti, incuriositi, si riversarono sulle scale per vedere cosa stesse accadendo. Toghrul Beg, sospettoso e sempre attento, era in testa, seguito da Demetrios e dagli altri. Alexer trovò il re nordico affacciato ad una delle finestre che davano sul lato posteriore della cattedrale. Gli si avvicinò in silenzio e capì che stava osservando qualcuno combattere: era Elnath. In cuor suo si chiese cosa tramasse e perché fosse tanto interessato al custode della seconda casa.

All'esterno, lo scontro fra Altager e Miqut era giunto all'apice. I fasci di luce creati dal demone continuavano ad avanzare ed iniziavano a lambire gli edifici. "Adesso!", proruppe il Cavaliere. Il suo cosmo dorato avvampò sfolgorante e dal suo corpo si propagarono cristalli di ghiaccio. "Ousías Katápsyxis [Ibernazione della Materia]!", gridò. Il ghiaccio che formava i cristalli avvolse i fasci di luce. Si levò un intenso bagliore che, per un momento, accecò la vista dei contendenti e a cui seguì un tremendo boato. Quando la luce svanì, dei fasci di luce non era rimasto altro che crateri più o meno profondi sparsi per il campo di battaglia.

L'esplosione e le tremende scosse che ne erano seguite terrorizzarono gli spettatori della torre: si allontanarono dalle finestre, raggruppandosi al centro della stanza e temendo per la loro vita. Alexer usò la sua autorità per calmare gli animi e tutti si scossero dalla loro paura. Soltanto Harald era rimasto imperturbabile: si era voltato un istante, contrariato dall'importuna distrazione, e subito era tornato ad interessarsi allo scontro di Elnath.

Miqut era stanco e sconvolto. Aveva impresso buona parte del suo cosmo nella forma ultima del suo attacco, e si era visto sfumare la vittoria a causa della contromossa nemica. Anche il Cavaliere d'Aquarius era stremato: l'uso di quella tecnica ancora imperfetta lo aveva fiaccato più di quanto avesse immaginato; tuttavia era soddisfatto del risultato. Ora doveva solo concludere quello scontro; non aveva più forze per protrarlo ancora a lungo. Il demone la pensava allo stesso modo: finora i Sabitti si erano dimostrati troppo deboli di fronte ai Cavalieri di Atena; il loro onore e la loro destrezza guerriera erano stati sistematicamente messi in ridicolo da ragazzini imberbi ed ancora inesperti. Era un'onta insopportabile. Aveva il dovere di vincere per il suo signore. Non gli importava di perdere la vita; solo il trionfo del sovrano d'Irkalla gli premeva. Decise di usare le ultime forze per spazzare via quel luogo, assieme ai Cavalieri e ai re degli uomini che vi si trovavano.

Allargò le braccia, levandole contro il cielo. Il suo cosmo ardeva intenso e fiero. Sollevò la testa e gridò: "Per la gloria d'Irkalla!". Una luce immensa lo avvolse formando enormi onde concentriche che iniziarono a diramarsi in ogni direzione. "Preparati a raggiungere l'Oltretomba, Cavaliere! La luce finale del mio cosmo inghiottirà ogni anima vivente di questa penisola!" Altager lo guardò bieco; avvertì che stava consumando la sua stessa vita pur di guadagnare la vittoria. Percepiva cosmi ardere fino al parossismo e poi spegnersi: non solo Elnath stava facendo esplodere il suo cosmo, ma anche al Grande Tempio infuriava la battaglia. Sostenne la stanchezza, fece avvampare la sua dorata aura cosmica e chiuse sé stesso ed il demone in una cupola di ghiaccio.

"Credi che questa tua mossa m'impedirà di ghermire ogni vita presente in questo luogo? La vittoria è mia!" Il Cavaliere d'Aquarius rise e guardandolo con decisione e fierezza tuonò: "La convinzione è cattiva maestra, Miqut! Hai perso! Hō Lykphōs [Crepuscolo dell'Aurora]!" All'interno della cupola la temperatura scese vertiginosamente e le onde di luce si bloccarono. L'armatura del demone iniziò a congelare ed a disintegrarsi. Miqut era esterrefatto: non riusciva più a muoversi ed il suo cosmo si spegneva di secondo in secondo. "Cosa mi hai fatto?", chiese in preda alla disperazione e all'ira. "Semplice: ricordi la nebbia che ho formato nel corso del nostro scontro? Non ha solo uno scopo difensivo, ma anche offensivo! Tutte le volte che hai usato il tuo cosmo per disperderla, essa lo indeboliva e quando lo hai bruciato fino al parossismo il suo effetto è stato letale! Non ti sei accorto che il tuo ultimo attacco era privo di forza?"

Il demone si fermò a riflettere sulle parole del nemico e si rese conto dell'amara verità: si sentiva spossato e intorpidito; l'armatura aveva crepe dappertutto ed il suo corpo era dilaniato da innumerevoli ferite grondanti sangue. Cadde in ginocchio, vinto dalla stanchezza. Tentò di rialzarsi, ma uno strano torpore lo opprimeva. Alzò lo sguardo verso Altager, immobile davanti a lui, mentre un atroce dolore cominciava a tormentarlo. "Che... mi... succede?", balbettò. "Gli atomi del tuo corpo si stanno disgregando, presto sarai cenere!" "Che tu... sia maledetto... Cavaliere!", imprecò Miqut prima di svanire del tutto, lasciando a ricordo del suo passaggio solo un alone bluastro. Altager si sedette in terra; tutta la fatica accumulata durante quello scontro si riaffacciò prepotente. Il ragazzo si tolse l'elmo, asciugandosi il sudore dalla fronte e fissando le cerulee acque del mare, che lambivano calme la sabbia umida e compatta. "Maestro Jorkell... devo ringraziare voi per questa vittoria!", pensò fra sé, e gli parve di scorgere all'orizzonte il volto sorridente ed orgoglioso dell'antico custode dell'undicesima casa. D'un tratto avvertì in lontananza un cosmo esplodere prepotente e poi calare d'intensità fino a spegnersi del tutto: "Non è possibile...", sussurrò, mentre gli occhi gli si empivano di lacrime.

Elnath aveva compreso che la nebbia creata dal compagno avrebbe potuto pregiudicare l'esito dello scontro che si accingeva a sostenere. Così, facendo ardere il suo cosmo dorato, corse dall'altro lato della cattedrale, dove si apriva un altro ampio spiazzo. Un cosmo celeste lo seguì, credendo che il Cavaliere fuggisse al proprio dovere, ma poi lo vide arrestarsi, incrociare le braccia al petto e restare in attesa. "Vedo che hai deciso di affrontarmi, servo di Atena!", sibilò una voce intrisa di crudeltà e di disprezzo. "Perché dovrei temere un essere che non ha neppure il coraggio di mostrarsi? E poi hai frainteso le mie intenzioni: ti ho attirato qui per evitarti l'umiliazione di cadere sotto gli occhi della tua balia", rispose sprezzante il custode della seconda casa.

"Come osi farti gioco di Rimush, quinto demone del fuoco? Ti farò pentire delle tue insolenti parole!", sbottò la creatura, apparendo per la prima volta davanti ad Elnath. Indossava un'armatura prevalentemente rossa, abbellita qua e là con inserti azzurri. Aveva un elmo a maschera che gli copriva le guance e terminava con due corte antenne. I suoi occhi erano di un celeste spento ed i capelli lunghi fino alle spalle di un azzurro cupo. Il pettorale era formato da un blocco unico su cui si apriva un bavero a forma di triangolo, sui cui bordi erano intagliati altri triangoli più piccoli di colore azzurro. Al posto dei coprispalle aveva una mantellina a frange agganciata al pettorale e dietro cui spuntavano piume metalliche che creavano una sorta di coda azzurra. Il cinturino era formato da piastre laterali che coprivano i fianchi ed adornate di piccoli triangoli azzurri. I bracciali ed i gambali sembravano formati da piume sovrapposte ed erano muniti di artigli e spuntoni.

Elnath era rimasto impassibile di fronte alle minacce del servo di Nergal; anzi gli sembrava persino ridicola e fuori luogo la prosopopea di Rimush. Sapeva, tuttavia, di non dover prendere sottogamba lo scontro che stava per iniziare. Quell'essere lo turbava, in qualche modo. Il demone non perse tempo e cominciò a bombardare il Cavaliere di Taurus con sfere di fuoco. Al giovane bastavano pochi movimenti per evitare di essere colpito, ma Rimush non sembrava curarsene. Questa sua indifferenza di fronte al fallimento di tutti i tentativi di colpirlo invitò Elnath a riflettere. Si accorse che ogniqualvolta le sfere toccavano il suolo non esplodevano, bensì sembravano venir risucchiate dalla terra. Era un fenomeno piuttosto strano ed il possente Cavaliere del secondo segno decise di verificare se i suoi sospetti fossero fondati. Fece esplodere il suo cosmo e rilasciò un'onda d'energia contro le ultime sfere che lo bersagliavano. D'improvviso, spirali di fuoco lo circondarono e si abbatterono su di lui con grande impeto. Rimush rise, convinto che la battaglia fosse già finita.

Il vortice di fiamme si gonfiò ed esplose, dissolvendosi. Con sommo stupore, il demone si accorse che il suo avversario era del tutto incolume. Né la corazza, né i punti da essa lasciati scoperti mostravano segni di bruciature. "Non è possibile!", pensò fra sé l'essere infernale, fissando lo scintillio dell'armatura di Elnath contro i raggi del sole penetrante. Il Cavaliere incassò il pugno destro e lo avvolse di un intenso bagliore dorato: "Dopo la difesa viene l'attacco! Preparati, demone! Táurou Dóry [Picca del Toro]!" Un poderoso raggio d'energia dorata saettò contro Rimush, che approntò a difesa un muro di fuoco. Tuttavia, la forza dell'energia sprigionata dal colpo del custode della seconda casa riuscì a sfondare la barriera e ad abbattersi sul demone, che fu sbalzato a qualche metro di distanza.

Si rialzò livido, ferito nell'orgoglio e nel corpo. "Come può un misero umano arrecarmi danno? Io appartengo alla razza degli antichi demoni, solo gli dei possono sconfiggermi!", sibilò con rabbia e disprezzo, avvicinandosi all'avversario. Elnath tornò ad incrociare le braccia e lo guardò con commiserazione: "Sei un illuso, Rimush! I Cavalieri di Atena hanno già abbattuto altri tuoi simili, come puoi credere a ciò che vai affermando?"

Rimush non rispose, ma la collera lo invase: mai nessuno lo aveva umiliato così tanto. Il suo status di essere superiore gli imponeva di riportare la vittoria a qualunque costo. Perdere contro un semplice umano sarebbe stata un'onta incancellabile. Fece ardere il suo cosmo celeste e si preparò a dar fondo a tutte le sue forze. Lui non era come gli altri Sabitti, deboli e arrendevoli, ed avrebbe dimostrato coi fatti la sua forza e la sua supremazia.

Intanto due occhi verdi osservavano voraci lo scontro. Harald si era completamente astratto dalla sala e dalle voci inquiete degli altri nobili partecipanti al consesso. C'era qualcosa di familiare nel possente Cavaliere che stava fissando, qualcosa che gli riportava alla mente lontani ricordi. Era turbato. Da una parte si sentiva attratto dalla forza di quel ragazzo, dall'altra ne era terrorizzato. Riusciva a comprendere poco le dinamiche della battaglia a causa della velocità impressionante degli attacchi, ma quel potere gli piaceva. Cominciava a delineare nella sua mente grandi propositi e un repentino sorriso gli adornò il volto maturo.

"Assaggia la tecnica mortale di un demone del fuoco, Cavaliere! Ganzerene Niĝhalamak [Fiamme dell'Annientamento]!", ringhiò il demone. Colonne di fuoco attorniarono Elnath e lo coprirono alla vista. Il Cavaliere tentò di far esplodere il suo cosmo e di dissiparle come aveva fatto in precedenza, ma il calore che esse emanavano era asfissiante e soffocante. In breve tempo si sentì spossato ed il sudore cominciò a scorrere copioso sull'armatura. Tentò di scovare spiragli fra i muri ondeggianti di quelle rosse fiamme, ma non ve n'erano.

Sentì vicina la voce orgogliosa dell'avversario, carica di euforia e di sete di vittoria: "Queste fiamme ti accompagneranno nel tuo ultimo viaggio, Cavaliere! Esse nascono dalle viscere del Vulcano dell'Incubo, il terzo mondo d'Irkalla! La loro temperatura sfiora i mille gradi! Diverrai cenere in pochi istanti! Addio!" Una risata soddisfatta accompagnò le parole di Rimush, ormai certo di aver vinto lo scontro.

Fece per voltarsi, puntando alla cattedrale, ma fu costretto ad arrestarsi quasi subito. Le fiamme si erano tinte d'oro ed iniziavano a brillare. Ne seguì un'esplosione che sbalzò via il demone, scaraventandolo a parecchi metri di distanza. Elnath grondava sudore da ogni poro ed aveva il respiro affannoso. Leggere bruciature erano visibili sui punti in cui l'armatura lasciava scoperta la pelle. Rimush si era rialzato di scatto e la scoperta che il suo colpo segreto avesse arrecato danni insignificanti al suo rivale lo rese furente. "Il mio colpo ha fallito? Perché? Perché non ha avuto effetto?" Incredulità e frustrazione si fecero largo nel suo animo, sconvolto dall'esperienza che stava vivendo. Da quel ragazzo non spirava un cosmo divino, eppure stava venendo sopraffatto. Cosa lo rendeva così resistente alle sue fiamme, capaci d'incenerire l'universo?

Il Cavaliere ansimava. L'elevata temperatura delle fiamme lo aveva spossato. Il sole si ergeva alto e luminoso nel terso cielo di giugno, e di certo non lo aiutava a vincere la fatica. Avvertiva il cosmo di Altager fiero e potente; poi ne percepì altri, lontani: istintivamente volse lo sguardo verso sud-ovest, in direzione della Grecia e del Grande Tempio. Anche lì si consumava la battaglia.

Tornò a concentrarsi sullo scontro e lesse sul volto dell'avversario sconcerto e delusione. Ne approfittò, tentando di stuzzicare ancor di più l'amor proprio ferito del demone. "Il tuo fuoco è poca cosa, Rimush. Se questa è la potenza che possono offrire gli sgherri di Nergal, questa guerra finirà prima del previsto! Táurou Thymós [Furia del Toro]!" Allargando le braccia, il Cavaliere creò una devastante onda di energia dalle forme taurine. Rimush si circondò di una barriera di fuoco, ma la furia dell'attacco fu devastante: l'animale di energia sfondò la difesa e si abbatté impetuoso sull'inerme bersaglio. Un urlo disumano si levò nell'aria fra schizzi di sangue bluastro e frammenti d'armatura.

Il demone del fuoco si rialzò a fatica. Gli doleva dappertutto. Gli antichi dei di Sumer avevano fatto un buon lavoro: la condanna a patire le sofferenze che un tempo lui e gli altri Sabitti avevano inflitte stava dando i suoi frutti. Nei suoi occhi scintillava una rabbia profonda, ed il suo orgoglio ferito e dileggiato invocava vendetta. Fissò il Cavaliere con uno sguardo truce e convogliò tutta la sua ira e la sua frustrazione nel contrattacco: "Ora vedrai di cosa è capace un servo del sommo Nergal! Preparati a dire addio alla tua inutile esistenza! Ganzerene Niĝhalamak!" Nuove colonne di fuoco si abbatterono su Elnath, inghiottendolo. Stavolta la temperatura sembrava molto più elevata di prima. In alcuni punti l'armatura si annerì e nuove bruciature apparvero sulla pelle nuda. Elnath sopportò il dolore: era certo che il piano che aveva in mente avrebbe avuto successo.

D'improvviso, infatti, l'intensità del calore iniziò a scemare e le fiamme si placarono attorno a lui. Il giovane custode della seconda casa stese la mano dinanzi a sé e le lingue di fuoco si riunirono in una sfera nel suo palmo. Rimush sgranò gli occhi. Non riusciva a credere che le sue fiamme si fossero piegate al volere di un lurido Cavaliere. "Che significa tutto questo?", chiese quasi di getto, come se stesse cercando di risvegliarsi da un orribile incubo. Elnath si avvicinò, accennando un sorriso sornione: "In battaglia l'ira è cattiva consigliera, Rimush! Ed anche l'orgoglio e la superbia sono armi a doppio taglio! Hai assaggiato la forza di un Cavaliere d'Oro, hai perso molti compagni in battaglia, eppure non ti sei fermato nemmeno un attimo a riflettere sulle cause di tutto ciò; hai continuato per la tua strada al solo scopo di appagare la tua presunta superiorità e ora pagane le conseguenze!"

Il demone fece una smorfia di disprezzo e guardò torvo il giovane che aveva davanti. Era stato umiliato e ridotto a mal partito da un moccioso, ma non aveva intenzione di ammettere la sconfitta. "Cosa ne può sapere un bambino che da poco si è affacciato alla vita di cosa sia l'esistenza di esseri eterni e da sempre rispettati e temuti? Sei solo un insolente creatura, un mero battito di ciglia nell'eternità dell'universo! Non ti permetterò di sconfiggermi! Mi riprenderò l'onore di un tempo e spezzerò il vincolo della morte, a cui gli dei di Sumer ci destinarono quando imprigionarono il mio signore! A te: Ganzerene Niĝhalamak! Le fiamme circondarono ancora una volta Elnath, ma ardevano innocue e d'un tratto vennero assorbite dalla sfera infuocata che il giovane Taurus teneva in mano.

"Questa è stata la tua ultima mossa, Rimush! Ormai i tuoi colpi non hanno più effetto su di me!", disse il ragazzo, osservando il volto incredulo e confuso del rivale. "Dovresti averlo capito: chi combatte spinto dall'odio e dall'orgoglio non accresce il proprio potere, ma anzi lo indebolisce! Se avessi mantenuto il sangue freddo e ti fossi concentrato di più sul nostro scontro, ora sarei io a giacere prostrato! Addio! Méga Kéras [Sacro Toro]!", continuò, lasciando cadere al suolo la sfera di fuoco che si estinse e lanciando migliaia di colpi alla velocità della luce. Rimush, ancora distratto dai suoi pensieri, fu investito in pieno e scaraventato a ridosso del muro della cattedrale. Il suo corpo, dilaniato dai colpi, si dissolse in pochi istanti. Tese i sensi e si accorse che lo scontro di Altager era terminato, mentre al Grande Tempio un ultimo cosmo sfolgorò per un attimo e poi si spense. Si voltò di scatto in direzione della dimora di Atena e stringendo i pugni, disse: "Anche tu, Cavaliere..."

Il sole stava calando all'orizzonte e presto si sarebbe immerso nelle azzurre acque del Mediterraneo. L'attacco dei demoni e la pronta risposta di Alexer e dei Cavalieri avevano dissipato le ultime incertezze dei partecipanti al consesso. Solo Toghrul Beg era uscito dalla cattedrale col volto contratto dalla bruciante sconfitta. Harald aveva lo sguardo raggiante e disteso: non aveva trovato alleanze, ma forse qualcosa di più. I Cavalieri raggiunsero il messo di Atena, che li guardò con soddisfazione e gratitudine. "Sono fiero di voi, Cavalieri! Avete onorato Atena con il vostro coraggio e la vostra abnegazione! Ora andate a riposare, partiremo domani all'alba!"

"Signore", disse serio Altager, "il cosmo che si è spento al Grande Tempio apparteneva a..." Il Sacerdote annuì, abbassando per un attimo il capo: "La guerra è fonte di dolorosi lutti, e temo che molti altri amici saremo costretti a seppellire prima che questo conflitto finisca". Si voltò e fece per raggiungere Demetrios, che stava conversando con Kornil e Liefried. "Sommo Alexer", chiamò Elnath. L'uomo volse il capo verso di lui, attendendo. "Mentre combattevo ho avvertito un altro cosmo proteggere questo luogo: era il vostro, vero?" Alexer sorrise e proseguì. Il Cavaliere d'Aquarius lo guardò e chiese spiegazioni: "Perché io non ho avvertito niente?" "Non lo so", rispose il custode della seconda casa, "forse eri troppo concentrato sulla battaglia e non te ne sei accorto". Altager non parve del tutto convinto, ma era curioso di sapere di più sul cosmo del Sacerdote. Nonostante vivessero al Grande Tempio da molti anni ormai, erano state rare le occasioni in cui avevano avvertito l'aura cosmica del sommo Alexer. "E' un cosmo vasto, ma calmo e luminoso; ardente di giustizia e di amore", riferì il giovane Taurus, incamminandosi col compagno verso i loro alloggi.

Il mattino giunse lieto. Stormi di gabbiani accompagnavano il lento moto delle onde con il loro triste canto. All'alba, Toghrul Beg aveva raccolto il suo seguito e se n'era andato in fretta, senza salutare nessuno. Quello sarebbe stato il suo ultimo viaggio: ai primi di settembre, infatti, spirò lasciando il sultanato a suo nipote Alp Arslan, che tuttavia non aveva il carisma e l'autorità dello zio.

Il Sacerdote stava salutando Demetrios, quando sopraggiunse una guardia reale del re di Norvegia. S'inchinò e disse: "Nobile Alexer, il mio signore, re Harald, desidera incontrare il Cavaliere di Taurus prima di partire". Il Sacerdote chiamò Elnath, in attesa a poca distanza assieme ad Altager. Il ragazzo si avvicinò. "Sembra che il re di Norvegia richieda la tua presenza, Elnath! Fa' in fretta, dobbiamo tornare al Grande Tempio!", spiegò. Il custode del secondo tempio dello Zodiaco fu turbato da quella convocazione, ma senza por tempo in mezzo seguì la guardia.

In breve tempo raggiunsero un edificio bianco, imponente e adornato con nicchie in cui erano alloggiate statue di santi. Era la residenza di Demetrios, il capo dei monasteri, che era stata destinata ai reali durante la loro permanenza al Monte Athos. Percorsero un corridoio di pietra, illuminato da torce fissate alle pareti e giunsero ad un'alta porta sostenuta da pesanti cardini di bronzo. La guardia bussò e, ricevuto l'ordine di entrare, varcò la soglia seguita dal Cavaliere. Una figura prestante e fiera guardava da una delle ampie finestre che lasciavano filtrare la calda luce del sole. La guardia fece un profondo inchino e disse: "Mio signore, il Cavaliere di Taurus è qui, come avete richiesto!" Il re si voltò e fece cenno al suo sottoposto di allontanarsi e di lasciarlo da solo con l'ospite. Poi indossò un sorriso gentile ed invitò il giovane a sedersi. Vi era un piccolo tavolo sotto una delle finestre, attorniato da qualche sedia. Elnath si accomodò col cuore in preda all'agitazione. Il re batté le mani prima di sedersi a sua volta ed ordinò ad un servitore, sbucato da una porta sulla parete est della stanza, di portare una bottiglia d'idromele e due coppe. Nonostante il sorriso ed i modi cortesi, anche Harald sembrava turbato da quell'incontro.

"Perché mi avete fatto chiamare, signore?", esclamò il Cavaliere con voce apparentemente distesa, stanco di quell'attesa snervante che iniziava a pesargli. Harald si rese subito conto di avere di fronte un giovane di poche parole, che preferiva giungere rapidamente al nocciolo della questione. Il suo volto si fece serio. Sopraggiunse il servo con in mano quanto richiesto dal sovrano, poggiò il tutto delicatamente sul tavolo e si congedò con un inchino. "Ti ho osservato combattere e volevo conoscere il giovane guerriero che ci ha salvati!", esordì Harald, versando la bevanda gialligna nelle coppe. "Allora dovevate convocare anche Altager, il mio compagno, perché ha combattuto assieme a me per proteggervi!", rispose contrariato il Cavaliere, aggrottando le ciglia e congiungendo freneticamente le mani.

"Dal tuo accento presumo tu non sia greco, mi sbaglio?", cambiò discorso il re, dopo aver vuotato la sua coppa. "Non vi sbagliate, sono nato nelle terre di Danimarca", confermò il ragazzo, con tono più disteso. "Sei danese? Che ironia! E qual è la tua città?", riprese Harald, sempre più curioso di quel ragazzo dall'aria tanto familiare. Si versò un altro bicchiere, invitando l'ospite a bere il suo. "Sono nato nel villaggio di Hovetøje, che ormai non esiste più", rispose secco Elnath, che cominciava a stancarsi di tutte quelle domande. Quel nome fece trasalire il sovrano di Norvegia, che posò la coppa sul tavolo per evitare di versarla.

"Hovetøje, hai detto?", disse con un filo di voce, ed innumerevoli ricordi gli riaffiorarono alla mente. Il suo corpo fu percorso da un brivido improvviso ed il suo volto impallidì senza preavviso. "Sono il figlio di Ragnild, la levatrice del villaggio, la donna a cui di tanto in tanto facevate visita, re Harald!", continuò Elnath, arrivando dritto al punto. "Capisco", disse il re, abbassando leggermente il capo. "E poi, come ogni nobile, ve ne siete sbarazzato quando è diventata un peso, vero?", lo accusò il Cavaliere trattenendo la rabbia e stringendo i pugni. "Amavo tua madre", si difese Harald, "fin dalla prima volta che la vidi! Non era solo bella, ma intelligente e colta... e tu sei mio figlio!"

"Vi sbagliate, signore! Io non ho padre e voi siete solo un assassino bramoso di potere! Nient'altro!", ribatté il giovane, alzandosi e voltandosi in direzione dell'uscita. "Aspetta!", lo trattenne Harald, "Tu non conosci la realtà dei fatti! Dovresti sapere che da anni ormai sono in guerra con Sweyn che accampa diritti sulla Danimarca. E' stata la guerra a causare la morte di Ragnild, non io!" Elnath lo guardò torvo. Il sovrano ne fu spaventato, ma mantenne una parvenza di serenità. "Io c'ero quando il villaggio fu dato alle fiamme e i suoi abitanti passati a fil di spada! Quando i soldati entrarono in casa nostra fecero il vostro nome, re Harald, non quello di Sweyn! Mia madre mi fece da scudo e fu ferita mortalmente dal fendente di un soldato, che non badò a me, forse perché credeva di avermi colpito assieme a lei. I re giustificano tutto con la guerra, ma la realtà è che in quel periodo voi eravate in trattative con il ribelle Sweyn per sposare una delle sue numerose figlie, ed avere un bastardo che un giorno avrebbe potuto vantare pretese sarebbe stato un problema! Era questo l'amore che millantate di aver provato per mia madre?". Elnath aveva tirato fuori tutta la rabbia che aveva in corpo e si accingeva a lasciare quella stanza che olezzava d'ipocrisia.

"Forse hai ragione, ho sbagliato nei vostri confronti, ma vorrei riparare. Ti andrebbe di diventare generale delle mie armate? Col tuo potere la Norvegia diverrebbe grande!", disse Harald, avvicinandosi al ragazzo e tentando di guadagnare il suo favore. Elnath lo guardò quasi con pietà e con tono più posato rispose: "Ancora una volta siete in errore, signore! Io non conosco nulla di strategie militari e, inoltre, non mi è concesso usare il mio potere per assecondare né le mie brame, né quelle di qualcun altro! Voi mi usereste per raggiungere i vostri scopi, non sarei altro che una delle tante frecce al vostro arco. Ma io combatto non per quelli come voi, capaci solo di vessare ed annichilire il prossimo; io combatto per coloro che meritano davvero protezione! Addio, re Harald!" Fece un frettoloso inchino ed uscì in tutta fretta dall'edificio. Il sovrano di Norvegia era costernato. Tornò al tavolo, afferrò la coppa ancora piena di Elnath e, in un moto di rabbia, la scaraventò contro il muro. L'idromele imbrattò le pareti ed il pavimento, mentre la coppa rotolò a terra con un rumore sordo.

Uscito all'aria aperta, Elnath fece un profondo respiro. Il peso che per anni aveva oppresso il suo cuore d'un tratto era svanito; si sentiva leggero, pronto ad affrontare appieno il suo ruolo di Cavaliere. Tornò dal Sacerdote e da Altager: era quella ormai la sua famiglia. "Siamo pronti?", disse Alexer. I due giovani Cavalieri annuirono e tre comete lucenti sfrecciarono in direzione della Grecia.