CAPITOLO II

Un giorno, per caso

 

V

illa Kido era immersa nel silenzio. Il sole era sorto da almeno un’ora ma era ancora buio per via del cielo grigio e della nebbia. Mentre percorreva il lungo viale che conduceva al cancello principale, Tatsumi si stringeva nelle spalle per cercare di scaldarsi. Il suo respiro caldo produceva nuvolette bianche che si dileguavano nella gelida aria del mattino.

Quest’anno passerà un inverno rigido, pensò.

Erano appena i primi di ottobre ma la temperatura era già notevolmente diminuita. Affrettò il passo, desideroso di tornare il più velocemente possibile al caldo. Arrivò all’alto cancello di ferro battuto e prelevò la posta, come faceva ogni giorno, e mentre camminava indietro, abbracciò con lo sguardo l’intero edificio, ancora buio e silente, con solo una flebile luce che brillava dietro i vetri di una delle stanze al primo piano.

Lady Saori era sveglia, chinata sulla scrivania del suo studio, impegnata a lavorare fin dalle prime ore del giorno.

Tatsumi sospirò preoccupato. Lady Saori gestiva da tempo l’intero patrimonio del defunto nonno, Mitsumasa Kido, un impero miliardario che faceva capo a lei sola, con succursali e sedi in tutto il mondo. Saori avrebbe meritato un periodo di riposo, lontano dalla stressante vita manageriale che la rendeva nervosa e irascibile, ma non spettava a lui muoverle certi rimproveri.

Si corrucciò e guardò adirato verso le finestre delle camere da letto al primo piano.

‹‹Stanno ancora dormendo, quei fannulloni!›› mugugnò mentre accelerava il passo.

Decise che dopo aver consegnato la posta sarebbe corso a tirarli giù dal letto. Non avevano alcun rispetto per Lady Saori che lavorava incessantemente anche per mantenere loro.

Arrivò, quasi di corsa, di fronte all’entrata del lussuoso edificio, in uno spiazzo nel quale convergevano due vialetti alberati che costeggiavano il perimetro della Villa, e che si inoltravano nell’enorme parco sul retro. Si fermò di scatto quando sentì un rumore provenire da uno dei due vialetti, e cercò di vedere attraverso la spessa nebbia. Udì scalpiccio di passi e un brusio di voci e, quasi contemporaneamente, emersero dalla nebbia due figure che, avvicinandosi di corsa, si facevano sempre più nitide.

Hyoga era alto, il fisico modellato dalla sua passione per il nuoto, Shun era di corporatura minuta ed esile, con i lineamenti del volto tanto graziosi ed effeminati che si sarebbe potuto scambiare per una donna. Hyoga e Shun erano sempre stati molto affiatati e il tempo non li aveva cambiati.

L’aria fredda di quella mattina non disturbava Hyoga, abituato ai climi rigidi della Siberia, che indossava una semplice tuta e, immancabilmente, portava ai polpacci i soliti logori scaldamuscoli. Il povero Shun, invece, arrossato in volto per il freddo, aveva provveduto a ripararsi con una giacca a vento, guanti e berretta.

Da un estremo all’altro, si disse il maggiordomo. Avrebbero potuto correre nella palestra piuttosto che patire freddo all’aperto!

‹‹Buongiorno, Tatsumi!›› salutarono i due fratelli mentre lo superavano.

‹‹Fanatici!›› gridò il maggiordomo avviandosi verso l’entrata agitando in aria la mano che stringeva la posta.

Hyoga e Shun avevano smesso di correre e si erano incamminati verso la Villa, continuando la loro discussione.

‹‹Cos’è che mi dicevi?›› chiese Shun col fiato corto.

‹‹Ho fatto di nuovo quel sogno›› ripeté Hyoga.

‹‹Allora me lo racconterai stavolta!››. Hyoga si grattò la testa e cominciò a raccontare.

‹‹Rivivo in sogno le battaglie che abbiamo combattuto. È una cosa che mi capita spesso ma in questo sogno è tutto così reale che mi sembra d’impazzire. Vedo cadere gli avversari uno dopo l’altro e io continuo a colpire instancabilmente, non solo per difendermi ma anche per il gusto di combattere. Colpisco e colpisco, e anche se mi rendo conto che quelli che erano stati nemici non lo sono più, continuo a colpirli e li uccido. Poi, di colpo, cambia la scena e mi accorgo che il sangue dell’uomo che è morto ai miei piedi arrossa la neve. Mi guardo intorno e vedo il mondo bianco per la neve e la terra rossa di sangue, come le mie mani. Intorno a me ci sono i corpi del Sacro Guerriero di Cristallo e di Camus, e riconosco nell’uomo che ho appena ucciso Hagen. Vorrei gridare ma non mi esce la voce, vorrei piangere ma non ci riesco. Poi sento una donna che grida e piange alle mie spalle. Mi volto e vedo Freija che mi punta l’indice e mi accusa chiamandomi assassino. A quel punto mi sono svegliato, proprio come l’altra volta…Sto impazzendo davvero?››.

‹‹Tutto è possibile›› disse Shun.

‹‹Mi sei di grande aiuto›› si lamentò Hyoga sfregandosi le mani.

‹‹Che aiuto vuoi che ti dia, se poi non mi ascolti?›› disse Shun. ‹‹Ho già espresso la mia opinione su quest’argomento infinite volte, adesso devi scegliere. Se continui a fare questo sogno inquietante, vorrà dire che ancora non hai deciso. Hai deciso?››.

‹‹…net …›› (1) rispose Hyoga guardando Shun con la coda dell’occhio.

‹‹Non sto a ripeterti quello che ti ho detto neanche una settimana fa, perché sprecherei il fiato››.

‹‹Infatti! Non ripeterti anche tu come la dottoressa Akagi!›› precisò Hyoga alzando le mani. ‹‹Sono tornato da lei ieri, per un controllo, e ha attaccato per l’ennesima volta il solito disco…Non ne potevo più!››.

‹‹Sei un caso disperato, Hyoga. Tra una decina d’anni, quando non riuscirai a chinarti per allacciarti le scarpe, rimpiangerai di non averle dato ascolto!››.

‹‹Nu! Parli bene tu!›› esclamò Hyoga. Poi alzò gli occhi al cielo e lo scrutò per qualche istante. ‹‹Secondo me, pioverà prima di sera. Cosa dice il tuo braccio meteoropatico?›› concluse con un sorriso beffardo. Shun sorrise e si strinse il gomito sinistro.

‹‹Si fa sentire, saputone!›› disse guardando anche lui il cielo grigio-azzurro. ‹‹Forse pioverà davvero…››.

Il tacco delle scarpe di Tatsumi batteva rumorosamente sul pavimento del lungo corridoio e l’eco dei suoi passi cadenzati risuonava amplificata dal silenzio. Si fermò davanti alla porta dello studio e, prima di bussare, si sistemò la cravatta. Quando sentì dall’interno la voce di Saori che lo invitava ad entrare, aprì lentamente la porta.

Lo studio era arredato all’inglese, con mobili e librerie di mogano, divano e poltrone materassate di cuoio nero. La scrivania era coperta di fogli e oggetti di vario tipo e dimensione: portapenne, tagliacarte, agenda, fermacarte. C’erano una lampada con paralume di vetro opaco, un telefono e da sotto alcuni fogli s’intravedeva il lampeggiare della spia del cellulare di Saori. In un tavolino, dietro la scrivania, c’era un computer già acceso e a fianco un fax. L’unico rumore nella stanza era il ticchettio di un orologio di bronzo, simile ad un ragno dalle gambe lunghe, in bella vista sul tavolo, e il fastidioso ronzio del computer.

Lady Saori era comodamente adagiata su una poltrona girevole di cuoio nero trapuntato. Tatsumi si avvicinò alla scrivania e si fermò ad aspettare che lei alzasse lo sguardo dalle sue carte.

‹‹Giornali e posta, Milady›› disse posando il blocco di carta davanti alla donna.

‹‹Grazie, Tatsumi›› rispose Saori garbatamente. Prese il primo quotidiano che vide e cominciò a sfogliarlo. Ogni mattina le arrivavano le copie dei più importanti quotidiani del mondo, che leggeva durante la giornata.

‹‹Ho sentito delle voci, qui fuori. Sono già svegli?››.

‹‹Erano Andromeda e Cygnus che correvano, Milady››.

Saori sorrise dell’ostinato distacco che il maggiordomo cercava di dimostrare verso i Sacri Guerrieri. Sapeva bene che Tatsumi si era affezionato ai ragazzi e che, nonostante il comportamento freddo e severo, li considerava quasi dei figli.

‹‹Gradirei che tu li chiamassi con i loro nomi, Tatsumi›› lo rimproverò. ‹‹E avvertimi quando scendono per la colazione›› aggiunse Saori, immergendosi di nuovo nella lettura.

‹‹Naturalmente, Milady››. Il maggiordomo fece un inchino e si congedò.

Il frusciare dell’acqua rilassò Hyoga che, per un attimo, smise di pensare ai suoi affanni. Rimase sotto il getto caldo che aveva riempito il box della doccia di vapore. In quella piccola sauna Hyoga si sentì rinfrancato e cercò di riordinare le idee.

Decidere di andare da lei era facile, il primo problema era però trovare una scusa per partire.

Potrei chiedere di partire per Kohotec, è da tanto che non vado…

Allontanarsi da Villa Kido non sarebbe stato, in effetti, tanto complicato. Lady Saori non gli avrebbe mai negato una vacanza. Il secondo problema era giustificare il suo arrivo improvviso ad Ásgarðr.

È improponibile che io mi presenti là senza un motivo plausibile, e non mi sembra il caso di spacciare la mia presenza per una visita di cortesia! Proprio nel momento in cui decido di parlare a Freija mi manca l’occasione buona…

Gli vennero in mente le parole di Shun. Era stato gentile ad ascoltarlo pazientemente, e pensò a quanto fosse incosciente Ikki a farlo soffrire tanto.

Fra i cento bambini che Mitsumasa Kido aveva raccolto alla Fondazione Grado perché diventassero Sacri Guerrieri d’Atena, cinque erano figli suoi.

Hyoga, il maggiore, era l’unico nato da una donna che non fosse di origine giapponese, Natassia, la donna che Kido aveva sposato. Seiya, Shiryu, Shun e Ikki erano tutti nati da relazioni extraconiugali, con donne scelte accuratamente dallo stesso Kido per particolari qualità, tutte scomparse prematuramente.

Seiya nacque da una donna che aveva già una figlia, Seika. I due fratellastri vennero separati quando il piccolo Seiya fu trasferito dalla Fondazione Grado al luogo d’addestramento predestinato, il Santuario di Grecia.

La madre di Shiryu morì di parto, ed egli fu mandato in Cina, in un villaggio ai piedi dei Monti Ro, dove fu allevato dalla famiglia Chang in attesa di essere richiamato in Giappone per adempiere il suo dovere.

Ikki era, invece, il fratello naturale di Shun, figli di una donna che Kido amò due volte. Ikki aveva sempre protetto e difeso il fratello minore, nel momento del bisogno. Purtroppo, era una persona irascibile e intrattabile, evitato da tutti per la sua arroganza e scontrosità. Da misantropo qual era, trascorreva la maggior parte del suo tempo nella desolata e inospitale Death Queen Island, (2) un’isoletta sperduta nell’Oceano Pacifico. Nessuno dei Sacri Guerrieri vi aveva mai messo piedi, esclusi coloro che si addestravano là e aspiravano a diventare il Sacro Guerriero di Phoenix, né desiderava farlo.

Quando venne il giorno dell’assegnazione dei luoghi d’addestramento, Ikki prese il posto di Shun, e fu spedito nell’inospitale isola. La lunga permanenza nell’Isola della Regina della Morte, unita alla solitudine e alla vita spartana condotta in quell’angolo d’inferno in terra, l’avevano cambiato profondamente.

Trasformato nel corpo e nello spirito, Ikki aveva dimenticato la nobiltà d’animo che lo rendeva degno d’essere tra i protettori della dea della giustizia, e aveva lasciato che la malvagità s’impossessasse del suo cuore. Si lasciò sedurre dalla brama di potere e imparò ad odiare, l’unica triste lezione che il suo maestro riuscì ad insegnargli prima di morire sotto i colpi del suo agguerrito allievo. Aveva abbracciato il male e rinnegato Atena, combattendo contro i suoi fratelli che erano fedeli alla dea.

Fu sconfitto, e assieme a lui tutti coloro che l’avevano seguito nella sua infruttuosa lotta. Ikki aveva capito d’aver sbagliato ed era stato perdonato per i suoi errori, ma da allora i suoi rapporti con Shun, e con gli altri, si erano inevitabilmente incrinati.

Ikki non è l’unico di cui i Sacri Guerrieri non si fidano. Non devo dimenticare che sono nella stessa situazione, pensò amaramente.

Hyoga uscì dalla doccia, con la pelle fumante, e si guardò allo specchio. Avvicinò il viso alla superficie riflettente e puntò l’attenzione sulla piccola cicatrice rotonda, quasi invisibile, alla radice del naso. Strinse le labbra passandosi una mano sull’impercettibile foro circolare.

La cicatrice del Genmaken, (3) un tuo regalo, Ikki! (4)

Dei cento bambini raccolti al Collegio delle Stelle, l’orfanotrofio della Fondazione Grado, e mandati a recuperare le armature dei Sacri Guerrieri protettori d’Atena, soltanto dieci riuscirono a tornare dai luoghi d’addestramento investiti delle prestigiose vestigia. Questi Sacri Guerrieri al loro arrivo a Tokyo avrebbero dovuto partecipare ad un grandioso torneo, definito Guerra Galattica, indetta da Lady Saori. Per rendere la competizione ancora più spettacolare, Saori fece costruire appositamente un Palazzo dei Tornei, intitolato naturalmente al defunto Kido, molto somigliante al Colosseo. Il vincitore della Guerra Galattica avrebbe ricevuto come premio la Sacra Armatura d’Oro di Sagittarius e sarebbe diventato uno dei dodici Sacri Guerrieri d’Oro del Santuario di Grecia, e tra loro il più potente.

A quel tempo Hyoga viveva in Siberia, al villaggio di Kohotec, dove aveva deciso di rimanere anche concluso il lungo addestramento.

Lady Saori continuava ad inviargli messaggi perché tornasse a Tokyo per partecipare al Torneo, che si sarebbe svolto entro breve tempo, ma Hyoga si rifiutava di rispondere. S’era impegnato a diventare Sacro Guerriero solo per poter vegliare sulla madre, morta durante un naufragio, e l’ultimo dei suoi pensieri era quello d’esibirsi in un Torneo come un animale da circo.

Poi un giorno, ricevette una lettera dal Santuario di Grecia, inviata direttamente dal suo maestro Camus, Sacro guerriero d’oro d’Aquarius, che lo pregava di prendere parte al Torneo col preciso compito di vincere la Sacra Armatura d’oro e riportarla al Santuario, al quale era stata sottratta. In quella lettera, Camus rivelava finalmente al suo prodigioso allievo che la Sacra Armatura di Cygnus era nascosta all’interno del Muro del Ghiaccio Eterno. Hyoga, infatti, era diventato a tutti gli effetti un Sacro Guerriero pur non avendo mai ottenuto l’armatura che gli spettava di diritto, tenuta nascosta fino allora.

Hyoga era dunque partito alla volta del Giappone, per uccidere coloro che, da bambini, erano stati suoi compagni e per riconquistare l’armatura d’oro trafugata dal Santuario.

Combatté al Torneo e vinse con facilità il primo scontro contro Ichi della costellazione dell’Idra ed era ancora deciso ad obbedire agli ordini del Santuario, quando accaddero avvenimenti che fecero vacillare le sue certezze.

Primo fra tutti l’incontro, a distanza di sei anni, con Shun, ora Sacro Guerriero di Andromeda. Lo colse la nostalgia dei tempi in cui vivevano felici da compagni, ignari del fatto che in futuro avrebbero dovuto combattere tra loro per il possesso di un’armatura.

In secondo luogo, dovette assistere all’incontro tra Seiya di Pegasus e Shiryu di Dragon, anche loro compagni d’infanzia e ora mortali nemici sul ring del Colosseo, e lo vide finire in un bagno di sangue, con Seiya in condizioni critiche per un trauma cranico e Shiryu in arresto cardiaco dopo essere stato colpito al cuore. Prima di pensare a se stesso, Seiya volle tentare di salvare l’amico, colpendolo con un secondo colpo della stessa forza del primo. Hyoga vide Shun che sollevava il corpo inerte di Shiryu, pronto a sostenerlo e a ricevere lui stesso l’urto generato dal pugno di Seiya. Mosso da un sentimento di compassione e di ammirazione, si precipitò ad aiutare Seiya, che non si reggeva nemmeno in piedi. Seiya riattivò il cuore di Shiryu con il suo Ryuseiken, scaraventandolo venti metri indietro assieme al piccolo Shun. Mentre sollevava Seiya svenuto, e gioiva perché Shiryu s’era salvato da morte certa, Hyoga ebbe la sensazione d’essere legato a quei ragazzi da un’affinità speciale, di cui non si era mai accorto e che pure aveva resistito a tutti quegli anni di lontananza. La conferma l’ebbe quando incrociò lo sguardo di Shun e seppe che avevano condiviso gli stessi pensieri.

Il Torneo però ebbe un triste epilogo quando, nella quinta giornata di combattimenti, apparve il misterioso decimo combattente. Presto si svelò l’identità del Sacro Guerriero di Phoenix, il guerriero tornato dall’inferno, più che un avversario in uno scontro leale, un temibile e oscuro nemico. Hyoga, Seiya e Shiryu, riconobbero subito in lui Ikki, l’amatissimo fratello del piccolo Shun. Ikki sbaragliò in un attimo Jabu di Unicorno, Nachi del Lupo, che avrebbe dovuto affrontare in regolare combattimento, e poi colpì senza remore anche Shun, mentre i Guerrieri Neri suoi seguaci, vestiti di vestigia nere come la notte e somiglianti a quella del loro signore, si preoccupavano d’impedire ai Sacri Guerrieri d’intervenire.

Il malefico gruppo guidato da Ikki riuscì in quello che era il loro scopo principale, il furto della Sacra Armatura d’Oro di Sagittarius, e da quel momento, dimenticato il Torneo, Hyoga e gli altri unirono gli sforzi verso un obiettivo comune, il recupero delle prestigiose vesti. Dotato di un cosmo molto potente, se fosse riuscito ad indossare l’intera Sacra Armatura, Ikki sarebbe diventato imbattibile.

Dopo un inseguimento rocambolesco per le vie di Tokyo, i Sacri Guerrieri riuscirono a recuperare quattro dei nove pezzi componenti dell’armatura, le braccia e le gambe.

Nei giorni che seguirono, mentre a Villa Kido Lady Saori esortava i suoi guerrieri al sollecito recupero dei pezzi mancanti, adducendo come scusa l’impossibilità di riprendere i combattimenti con conseguente danno all’immagine della società, Hyoga aveva attirato su di sé dubbi sul suo allineamento perché Seiya, dotato di un intuito particolare, aveva avvertito qualcosa di strano nel glaciale russo, cosa che gli impediva di fidarsi di lui pienamente. Dopo l’interruzione del Torneo, Hyoga non ricevette più alcuna notizia dal Santuario, né avrebbe saputo come comportarsi se ne fossero arrivate.

Era ben deciso a recuperare l’intera armatura d’oro, anche collaborando con gli altri Sacri Guerrieri, ma non riusciva a considerare nemici i suoi vecchi compagni. Avrebbe dovuto ucciderli, non lo aveva fatto. E mentre lui rimuginava sul da farsi, ignorava che al Santuario l’avevano già considerato un traditore, al pari di Lady Saori e degli altri suoi guerrieri.

Mentre Shiryu tentava di raggiungere l’impervia regione himalayana del Pamir, dimora del Grande Mu, l’unico uomo al mondo in grado di riparare le armature di Pegasus e Dragone, danneggiate durante il Torneo e ormai senza vita, a Tokyo, Seiya, Shun e Hyoga facevano la conoscenza dei loro sosia neri, Sacri Guerrieri Neri identici a loro nell’aspetto e nelle tecniche di combattimento, e si preparavano ad accettare la sfida lanciata da Ikki.

Arrivò il giorno della sfida, alle dieci grotte di Aokigahara, ai piedi del monte Fuji, ma ancora Shiryu non era ritornato dalla sua missione, cosicché Seiya si presentò all’appuntamento privo della protezione dell’armatura.

Fortunatamente, Seiya poté indossare le nuove vestigia di Pegasus, consegnate appena in tempo dal discepolo di Mu che però comunicò ai tre ragazzi una terribile notizia: per rianimare l’armatura Shiryu aveva dovuto sacrificarsi, versando il suo stesso sangue.

Costretti a mettersi in marcia subito dalla carenza di tempo, anche con il cuore gonfio di tristezza per la perdita dell’amico, Seiya, Hyoga e Shun s’inoltrarono nei labirinti delle grotte alla ricerca di Ikki e dei Guerrieri Neri. Seiya si trovò subito a dover fronteggiare il suo doppio, uscì vittorioso dallo scontro, recuperando la cintura della Sacra Armatura d’Oro, ma subì le conseguenze degli arcani colpi del suo rivale e precipitò, dopo un pauroso volo, in uno scosceso dirupo.

Nel frattempo esplose il duello tra i due Cigni. Hyoga prevalse facilmente su Cygnus Nero e lo imprigionò in una trappola di ghiaccio. Recuperato il coprispalla, con la mente rivolta già al ritrovamento di un altro pezzo, Hyoga volle concedere all’avversario la possibilità di dimostrarsi degno d’essere un Sacro Guerriero lasciandogli libero un braccio per tentare di liberarsi dalla fredda prigione. Inaspettatamente, Cygnus Nero utilizzò le sue ultime energie non per liberarsi ma per inviare al suo signore una preziosa informazione con un gesto estremo. Il guerriero, infatti, si strappò un occhio davanti all’esterrefatto Hyoga e lo teletrasportò, consumando le sue rimanenti energie vitali.

Hyoga riprese il cammino solo per trovarsi di fronte Ikki, rancoroso per la morte dei compagni ma forte di un decisivo vantaggio. I colpi micidiali di Hyoga non andavano a segno perché nel bulbo oculare inviatogli da Cygnus Nero era memorizzata l’immagine degli attacchi del Sacro Guerriero d’Atena. Ikki, evitando le gelide sferzate di Hyoga, riuscì a lanciare il Phoenix Genmaken, il temibile pugno che aveva il potere di distruggere lo spirito di chi lo riceveva. In un lampo, Hyoga fu raggiunto da un colpo che avvertì come una dolorosissima puntura alla radice del naso, una piccola ferita circolare tra gli occhi che sanguinava e gli faceva pulsare il cranio come se non potesse più contenere il cervello al suo interno.

Immobilizzato dalle fitte, come conseguenza del Genmaken, Hyoga fu costretto a ricordare il naufragio della nave su cui viaggiava sua madre. La scorse sul ponte mentre lo salutava sorridente. Rivisse gli attimi di panico quando vide la nave affondare. Si rivide sette anni più tardi, cresciuto e già diventato guerriero nell’atto di tuffarsi per rendere omaggio al cadavere della madre. Raccolse le forze e frantumò lo spesso strato di ghiaccio sul mare e s’immerse, giù nelle acque gelide fino a raggiungere il relitto, e poi il corpo perfettamente conservato della madre. Aveva deciso d’immergersi ogni giorno per portarle il suo fiore preferito. In un attimo il bellissimo volto della madre si trasformò in uno spaventoso ammasso di carne putrescente e informe, irriconoscibile e per lui inaccettabile.

Hyoga gridò, e cadde in ginocchio a terra, sopraffatto dall’angoscia. Con quel terribile colpo, Ikki riusciva a scuotere dal profondo l’animo e i nervi degli avversari, riuscendo a leggere nel loro cuore fino a scovare le cose per loro più preziose per poi trasformarle in terrificanti incubi. Nella maggior parte dei casi, chi subiva il Genmaken non riusciva a riprendersi, o faticava molto, scosso nel corpo e distrutto nell’animo.

In quell’occasione Ikki riuscì solo ad offendere Hyoga, infangando il prezioso ricordo di sua madre. Cygnus si rimise in piedi, più determinato che mai a sconfiggere l’odiato nemico, dominato dalla rabbia. Hyoga tentò un nuovo attacco ma Ikki l’evitò per la seconda volta. Cygnus Nero aveva rinunciato a salvarsi solo per donare al suo signore la possibilità di sconfiggerlo e in quel momento, con i nervi scossi e manchevole di forza per il Genmaken, incapacitato a colpire Ikki, Hyoga non poté far altro che subire.

‹‹Hai perso perché hai ancora delle lacrime!››.

Impietoso, Phoenix si scagliò contro di lui, caricando sul suo braccio tutta la forza e puntando dritto al cuore. Hyoga si sentì svenire quando, con uno schianto, Ikki gli perforò il pettorale dell’armatura e la mano gli penetrò nelle carni. Prima di perdere i sensi, strinse Ikki e richiamò le energie fredde che si trasmisero attraverso la sua mano fino a congelargli l’avambraccio.

Ikki, furioso, rinunciò a colpire di nuovo quando sentì il braccio ghiacciato libero dalla stretta e vide il suo avversario immobile. Hyoga fu risparmiato perché creduto morto, ma la sua vita fu salvata dal crocifisso che gli aveva donato sua madre, che gli aveva protetto il cuore dal micidiale colpo di Ikki.

Mentre Hyoga cadeva sotto i colpi di Phoenix, Shun, dopo un lungo e tortuoso percorso attraverso le grotte, rinvenne i pezzi dell’armatura recuperati da Seiya, e l’amico in fin di vita precipitato nel burrone. Usufruendo delle sue straordinarie catene, parte integrante della Sacra Armatura d’Andromeda, Shun tentò di recuperare Seiya ma il salvataggio divenne difficoltoso perché fu raggiunto dal Guerriero Nero suo sosia, spalleggiato da Dragon Nero.

Shun, rifiutandosi di abbandonare l’amico in fin di vita, si trovò imprigionato nelle catene dell’avversario trasformate in viscidi serpenti. Allora Seiya si liberò delle catene che lo sorreggevano, l’unico modo possibile per aiutare Andromeda, e scivolò più giù nell’abisso. Libero nei movimenti, commosso dal gesto disperato di Seiya, Shun rivolse l’attenzione al suo nemico e in un colpo lo eliminò.

Restava solo da affrontare Dragon Nero ma, a sorpresa, sopraggiunse Shiryu, il vero Sacro Guerriero del Dragone, cui Mu del Pamir aveva infine deciso di salvare la vita, impedendo che dissanguasse. Impegnato, pur in condizioni precarie, in uno scontro all’ultimo sangue col suo doppio, Shiryu lasciò libero Shun di soccorrere Seiya.

E nella stessa piana rocciosa dove giacevano i corpi dei Guerrieri Neri di Andromeda e Dragon, Shiryu restituì il favore a Seiya, recuperato dall’abisso dov’era precipitato grazie alle catene di Shun, depurando il suo corpo dall’infezione mortale dovuta al colpo di Pegasus Nero.

Dragone e Andromeda, con i sei pezzi dell’armatura d’oro, lasciarono Pegasus e s’incamminarono alla ricerca di Phoenix, nella speranza di incontrare Cygnus, in possesso di altri due pezzi.

Finalmente, le tintinnanti catene d’Andromeda rivelarono una presenza ostile e Ikki apparve minaccioso. Per tentare di evitare lo scontro, Shun tramortì il debole Shiryu e tentò di affrontare da solo l’amato fratello, con l’intento di farlo desistere dal suo insano proposito. All’arrivo di Seiya e Hyoga, il reietto Ikki si sarebbe trovato a dover fronteggiare ben quattro avversari, eventualità che non sembrava spaventarlo, ma si ripropose lo scontro tra lui e Cygnus, il primo sicuro dell’inevitabile efficacia del suo Genmaken, il secondo con la sicurezza di poterlo ribattere con successo.

Sotto gli occhi dei tre Sacri Guerrieri, Phoenix attaccò Cygnus che usò il suo Diamond Dust per creare un muro di ghiaccio che rifletté e respinse il Genmaken indietro verso Ikki.

Odia, Ikki! Odia qualsiasi cosa! Finché l’odio non ti guiderà, non riuscirai mai ad essere abbastanza forte!

Ikki, vittima del suo micidiale colpo, rimase inerte e Hyoga sentì echeggiare nella sua mente le crude parole del maestro di Ikki, riuscendo a penetrare la barriera che aveva eretto attorno a sé.

Abbandona i sentimenti! Odia tuo fratello che ti ha convinto a prendere il suo posto all’Isola! Odia la Fondazione che sta giocando col tuo destino! Odia tutto e tutti!

Hyoga rimase lui stesso colpito dai ricordi che gli provenivano dalla mente di Ikki, dallo sconvolgente segreto che nascondeva. Esitò, ripensando alla fiducia che il Grande Sacerdote aveva riposto in lui affidandogli l’importante missione di recuperare l’armatura d’oro. Si passò una mano sul petto insanguinato, visualizzando Ikki come il nemico da sconfiggere, un ulteriore ostacolo alla sua missione di riportare le sacre vestigia al Santuario di Grecia. Col pugno stretto già pronto, Hyoga fu fermato da Shun, impietosito alla vista del fratello ridotto in quelle condizioni.

‹‹Shun! Dimentichi che ha cercato di ucciderti! Liberami dalle tue catene, adesso! Se non avessi avuto la Croce del Nord mi avrebbe spaccato il cuore! Liberami!››.

‹‹No! Dobbiamo aiutarlo!››.

‹‹Shun, liberami!››.

Hyoga afferrò saldamente le catene arrotolate al suo braccio e alzò una mano per tentare di reciderle, ma un fremito nell’aria lo avvertì che Ikki s’era ripreso. Fu raggiunto da un secondo colpo al petto, e Ikki strappò il rosario con la Croce del Nord che aveva protetto Cygnus dalla morte.

‹‹È questa catenina che ti ha salvato, Cygnus! Senza di essa, saresti morto!››.

‹‹Avrò almeno la consolazione d’aver reagito al tuo Genmaken e d’averlo ribattuto!››.

‹‹Sei il primo a riuscirci, ma non vivrai per raccontarlo!››.

‹‹Vivrò abbastanza per rivelare il tuo segreto! Perché non ci spieghi come sai che siamo fratelli?››.

Fratelli!

Hyoga si scosse d’improvviso. Passò una mano sul vetro appannato dalla condensa, e sospirò. Non era infrequente che quei terribili ricordi si affacciassero alla sua mente, e ogni volta che riviveva quell’esperienza terribile sentiva come fosse reale, il dolore alla testa.

È stato terribile sperimentare il colpo di Ikki ma quell’esperienza ci ha avvicinato. Abbiamo molto in comune e forse io sono l’unico che lo comprende completamente, ma è anche vero che la sua arroganza mi manda su tutte le furie.

Sbuffando si vestì e s’avviò verso la sala.

Da che aveva memoria, niente era mai andato nella direzione giusta. L’insoddisfazione li colpiva con una facilità disarmante che toglieva la voglia di pensare ad un domani diverso. Sarebbe cambiata in meglio la loro vita, o le cose sarebbero lentamente peggiorate fino a condurli alla disperazione?

Scese le scale saltellando e mugolando un allegro motivetto, e la tanto sospirata svolta gli si presentò con le sembianze di un’accattivante occasione. Nel momento stesso in cui mise piede sull’ultimo scalino sentì arrivare Lady Saori. Parlava concitatamente, a voce alta, e camminava veloce.

‹‹Questo proprio non ci voleva! Era stato tutto pianificato alla perfezione e io odio trasgredire ai programmi!›› urlò fermandosi di colpo a riguardare i fogli che teneva in mano. Si arrestò così bruscamente che per poco Tatsumi, che la seguiva sempre come un’ombra, non andò a sbatterle contro. ‹‹Non c’è via di scampo, tra cinque giorni!›› disse alzando le braccia al cielo. ‹‹Dovevo assolutamente partecipare al ricevimento di Hilda tra cinque giorni! Mi segui, Tatsumi? La mia presenza era importante!››. Il maggiordomo annuiva ad ogni parola di Lady Saori. ‹‹Dovrò in qualche modo avvertirla che non posso partecipare al Consiglio›› concluse.

Hyoga si sentiva a disagio. Stava ascoltando una conversazione che non lo riguardava e stava mancando di rispetto a Saori. Si sarebbero certamente accorti della sua presenza se si fosse mosso, e così restò fermo sul gradino, tendendo lo stesso le orecchie. In fondo l’argomento della discussione, oltre a non essere eccessivamente privato, Saori li avrebbe certamente informati della sua partenza per Ásgarðr, lo interessava indirettamente. Saori e Tatsumi, dal canto loro, continuarono indisturbati non essendosi accorti della sua presenza.

‹‹Milady, la vostra cospicua donazione al Centro Astronomico è stata graditissima. Lo dimostra il fatto che abbiano intitolato la sala principale a vostro nonno. Non potete mancare certamente nel giorno dell’inaugurazione della "Sala Mitsumasa Kido". Sarebbe una grave mancanza…›› disse con cautela Tatsumi. Esprimere i propri pareri quando Saori era arrabbiata era pericoloso.

‹‹È inutile ribadire l’evidenza, Tatsumi. Il problema è che non dovrei mancare a nessuno dei due appuntamenti, entrambi importanti. Desideravo da tempo conoscere gli alleati d’Ásgarðr, ma Hilda sicuramente capirà, è una donna intelligente. Ci saranno altre occasioni nelle quali potrò recarmi ad Ásgarðr senza problemi››.

Tatsumi sorrise e annuì: ‹‹Naturalmente, Milady››.

‹‹Più tardi mi ricorderò di inviare una lettera a Hilda››.

Saori ripiegò con cura i fogli e li porse a Tatsumi mentre s’incamminava verso la sala da pranzo. Hyoga, ancora fermo sull’ultimo gradino dell’enorme scalinata di marmo, s’irrigidì vedendola arrivare nella sua direzione, aspettandosi un rimprovero per avere ascoltato la discussione senza permesso. Invece Saori, assorta nei suoi pensieri, lo superò quasi senza notarlo e lo salutò distrattamente.

‹‹Buongiorno, Hyoga››.

‹‹Buongiorno, Milady›› rispose lui seguendola con lo sguardo.

Dopo il litigio che lo aveva portato ad abbandonare Villa Kido per quasi due anni, i loro rapporti si erano congelati. Avevano tentato di rappacificarsi, qualche mese prima, ma dato il pericoloso epilogo della loro discussione, avevano evitato accuratamente di restare soli. In ogni modo, quando non era possibile tacere, non si dilungavano troppo oltre il dovuto.

Hyoga si voltò giusto in tempo per cogliere lo sguardo nervoso di Tatsumi. Il maggiordomo non perdeva occasione per rimproverarli, o lamentarsi di loro qualora ritenesse che il comportamento di Saori fosse troppo permissivo nei loro confronti. Hyoga, in cambio, gli sorrise mostrando i denti per provocarlo. Tatsumi accelerò il passo, stizzito, e scomparve assieme a Saori dietro la porta della sala da pranzo.

Grazie Dio! Grazie per quest’occasione!

Batté le mani e rimase immobile, con le palme giunte appoggiate alla fronte e gli occhi chiusi. Si mosse dall’insolita posizione quando qualcuno gli diede una pacca su una spalla. Si voltò di scatto e vide Seiya e Shun.

‹‹Giocavi alle belle statuine?›› lo schernì Seiya.

‹‹Eh…io…››.

‹‹Allora?››.

Colto di sorpresa, si trovò a pregare che Shun intervenisse in qualche modo per toglierlo da quella situazione.

‹‹Che ti succede Hyoga?›› cominciò Shun, ‹‹Stavi ancora pensando a Freija?››.

Non era precisamente il tipo d’aiuto che intendeva. Calò un silenzio imbarazzato e Shun si morse le labbra accorgendosi dello sguardo disperato di Hyoga.

‹‹Senti, senti…›› ghignò Seiya lisciandosi il mento con una mano.

Hyoga gonfiò le guance e sbuffò prima di affrontare lo sguardo curioso di suo fratello. Odiava discutere con lui. Le sue battute non lo facevano ridere e nel peggiore dei casi lo irritavano. E l’ultima cosa che desiderava era quella di azzuffarsi di nuovo con Seiya, rischiando di dover affrontare di nuovo l’ira di Saori. In quel momento, vedere Seiya col suo sorriso ebete, in attesa di una risposta qualunque per continuare il suo show, lo rendeva insofferente.

‹‹Blondie, è la verità? Non starai pensando di conquistare quella donna?››.

Hyoga non rispose sperando che il suo silenzio potesse far desistere Seiya dal torturarlo.

‹‹Dunque è così?›› continuò Seiya. ‹‹Quelle sono donne che fanno male al cuore, niisan, e inducono al peccato, non sono fatte per te! Io sì che avrei saputo come comportarmi, se solo mi avesse degnato di uno sguardo… Ormai è tardi, Blondie, la bella svedesina avrà trovato di meglio. Avresti dovuto spicciarti prima! Non te le hanno insegnate certe cose a catechismo?››.

Shun seguiva la scena in silenzio, dispiaciuto per aver dato modo a Seiya di beffeggiare Hyoga, osservava la sua reazione alle illazioni di Seiya e sperava nel suo temperamento calmo.

Hyoga, in effetti, rimase perfettamente padrone di sé, abituato da tempo a sopportare la mole di stupidaggini che riusciva a partorire la mente del fratello.

‹‹Accetta tutto quello che si abbatte su di te e nelle vicissitudini più umilianti sii paziente: come l’oro si purifica col fuoco, così gli eletti nella brace dell’afflizione ›› recitò Hyoga.

Seiya lo fissò perplesso, poi scoppiò a ridere.

‹‹Mi pareva! Non stavi pensando ad una donna, stavi pregando!››.

‹‹Cammina, cretino!››. Shun spinse via Seiya, che ancora rideva a crepapelle, incamminandosi verso la sala. ‹‹Andiamo a fare colazione, Hyoga, prima che Tatsumi decida di lasciarci a bocca asciutta perché siamo in ritardo!›› esclamò sorridendo.

Hyoga si mosse per seguirli, in silenzio. Prima di entrare in sala Shun trovò il tempo di scusarsi.

‹‹Mi dispiace, niisan, ho parlato senza pensare!›› disse sottovoce girando la testa sulla spalla. ‹‹Mi perdoni?››.

Hyoga, da dietro, gli rispose amichevolmente con una pacca sulla schiena.

‹‹Non ti preoccupare, brat. Quando si sarà divertito abbastanza dimenticherà tutto. Almeno lo spero…››.

Quando sedettero a tavola, ascoltarono assenti Tatsumi che li rimproverava per aver fatto aspettare Lady Saori. Lei sedeva composta a capotavola e sorseggiava lentamente il suo caffè, senza degnarli di uno sguardo.

I tre fratelli non si risentirono per l’atteggiamento distaccato di Saori, erano abituati, e diedero il giusto peso allo sbrigativo saluto con cui lei li accolse. Capitava di frequente che Saori fosse di pessimo umore già a quell’ora, dato che s’alzava sempre molto presto per lavorare, e anzi il fatto che li avesse almeno salutati indicava che non era ancora eccessivamente disturbata dai suoi problemi. Sedettero ognuno al proprio posto, Hyoga e Shun da un lato del lungo tavolo, Seiya dal lato opposto, dopo essersi tolto il solito giornale infilato nella tasca posteriore dei jeans, accanto al posto che era sempre occupato da Shiryu. Nelle rare occasioni in cui era presente, Ikki s’accomodava vicino a Shun.

In quegli ultimi anni, Saori era molto migliorata. Si sforzava di apparire più spontanea, cercando di limitare al minimo il suo comportamento lezioso, improntato sul rigore dell’etichetta con cui il vecchio Kido l’aveva cresciuta, per evitare di sembrare troppo raffinata o viziata. Il primo passo era stato quello di mostrarsi più affettuosa, ma pur sempre esigente, nei confronti del fedele maggiordomo. Per questo l’aveva invitato a sedere con loro durante i pasti, ma aveva dovuto insistere perché Tatsumi era abituato a servire e non ad essere servito da altri.

Saori stava sfogliando delle carte, e Hyoga si trovò a pensare che, in fondo, non era poi cambiata tanto.

Sempre e solo lavoro, mai un momento di riposo da dedicare a te stessa.

Cominciò a mangiare anche lui, gli altri non lo avevano aspettato, e di tanto in tanto osservava Seiya. L’unica sua preoccupazione era quella di ingozzarsi e di stuzzicare Tatsumi che aveva la sfortuna di sedere al suo fianco.

‹‹Non hai imparato niente, in tutti questi anni!›› sbuffava Tatsumi. ‹‹L’educazione non sai nemmeno cos’è!››.

‹‹Perché?›› bofonchiò Seiya. ‹‹Solo perché ho appetito?››. Seiya beveva solo succo d’arancio la mattina, era la sua passione, ma mangiava qualunque cosa gli capitava davanti. Quella mattina si era accanito sul piatto del pane tostato, cui aggiungeva con gesti rapidi e sicuri, burro e marmellata. ‹‹Tu piuttosto, Tatsumi! Dovresti mangiare di meno, ad una certa età è più facile mettere su chili!››.

‹‹Insolente!››.

‹‹Sì, Seiya, mangia e dacci tregua!›› intervenne Shun. ‹‹E non leggere a tavola, è da maleducati. E poi la pagine delle riviste non sono mai pulite, sarebbe meglio non appoggiarle sulla tovaglia e non toccarle mentre si mangia!››.

‹‹Va bene, va bene!›› tagliò corto Seiya. ‹‹Stai diventando paranoico con tutte queste fisse sull’igiene e sulla salute!››. Staccò un grosso morso da una fetta tostata, e mostrò a Shun la fetta addentata. ‹‹Questo lo posso mangiare?››.

Shun alzò le spalle. ‹‹Immagino di sì›› disse girando il cucchiaio nella sua ciotola di latte con cereali. ‹‹Anche se i grassi animali li eviterei›› aggiunse indicando con un cenno distratto della testa il piattino col burro.

‹‹Shun, ti prego›› sorrise Hyoga.

‹‹Cos’ho detto?›› si lamentò Shun. ‹‹Semplicemente dico che io non lo mangerei››.

‹‹Ne siamo assolutamente certi, tu non mangi niente che sia di origine animale!›› scherzò Hyoga.

‹‹Vada per il burro, ma come fai a non sentire il bisogno della carne?›› chiese Seiya. Per lui che viveva di carne, il vegetarismo era assolutamente inaccettabile.

Shun invece era vegetariano da anni e da quando aveva deciso, improvvisamente, di eliminare la carne dalla sua dieta, diceva di sentirsi rinato.

‹‹Mangiare è un piacere. Che piacere provate a mangiare qualcosa che prima era vivo, come voi?››.

‹‹Santo cielo, ancora…›› farfugliò Hyoga sbuffando.

‹‹Non ricominciamo con questa storia del cibo vivo, eh?›› disse Seiya. ‹‹Ognuno ha i suoi gusti, va bene?››. Pensò un momento, poi riaprì la rivista e si rimise a leggere.

‹‹Non imparerai mai!››. Tatsumi ricominciò a brontolare, ma Seiya non gli badava e gli faceva il verso.

‹‹Guardate qua!›› esclamò alla fine mettendo la rivista a centro tavola. ‹‹Che ne dite di questa macchina? Non è bellissima?››.

‹‹Konéčno da , (6) molto bella ›› convenne Hyoga.

Shun alzò le spalle. Le automobili non gli interessavano, non aveva nemmeno preso la patente.

‹‹Le macchine inquinano, meglio le biciclette››. Seiya era esterrefatto, Hyoga sorrise. ‹‹Poi a Tokyo, non mancano i mezzi di trasporto pubblici. Sprecare il denaro in una macchina come quella è assolutamente inutile››.

‹‹Parla a voce bassa›› gli suggerì Seiya, approfittando del fatto che Tatsumi s’era alzato a controllare che a Saori non mancasse niente. ‹‹È il nuovo elemento del parco macchine di Saori!››.

‹‹Davvero?››.

‹‹A ? (7) sei sicuro?›› s’informò Hyoga.

‹‹Come no! L’hanno portata ieri, l’ho vista con i miei occhi››.

‹‹Se le piaceva ha fatto bene a comprarla›› disse Shun. ‹‹Ah, sta tornando Tatsumi…››.

Seiya richiuse il giornale ridendo, poi riprese a mangiare e a parlare delle solite inutilità. Shun partecipava alla conversazione, Hyoga scambiò qualche parola con Tatsumi, per passare il tempo.

Quando ebbe finito la colazione, Seiya esibì un sorriso a denti stretti all’indirizzo di Hyoga e sollevò ripetutamente le folte sopracciglia.

‹‹Blondie, pensi che mi sia dimenticato di te?›› sussurrò sempre ridendo. Indicò Saori col pollice, poi si sfregò le mani.

Hyoga impallidì, ma non poteva in alcun modo impedire che Seiya spifferasse tutto. Shun lasciò cadere il cucchiaio nella ciotola.

‹‹Seiya, lascia perdere!›› intimò a voce bassa.

‹‹Sta zitto tu! T’impicci sempre!››. Hyoga e Shun rimasero col fiato sospeso

‹‹Saori, vorrei che mi ascoltassi un attimo perché devo raccontarti una cosuccia!›› cominciò di slancio.

Tatsumi fermò la tazza a mezza via e si girò a guardarlo.

Nessuno di loro aveva notato che il volto della donna, nel frattempo, si era oscurato sempre più.

Le carte che sfogliava con tanto interesse erano fatture e conti, il dettagliato resoconto mensile delle entrate e delle uscite. Essendo mantenuti, l’unico compito dei Sacri Guerrieri, nei rari periodi di riposo, era quello di intestare le loro spese a nome di Saori Kido, che provvedeva a saldare. Ora, le carte che aveva appena scorso, erano appunto le spese sostenute dai suoi protetti nell’ultimo mese ed evidentemente quello che vide non fu di suo gradimento. Si alzò in piedi di scatto, calamitando l’attenzione dei presenti.

‹‹Non mi interessa per niente quello che mi devi dire. Voglio invece che tu dia un’occhiata a questi!›› urlò lanciando le carte davanti a Seiya. ‹‹Sai cosa sono?››. Lui le raccolse baldanzoso, e sbiancò immediatamente. ‹‹Dalla tua espressione posso dedurre che non ci sono errori di battitura! Spero per il tuo bene che tu abbia delle valide motivazioni che spieghino quelle cifre! Ti aspetto più tardi nel mio studio››.

Saori uscì dalla stanza seguita immancabilmente da Tatsumi, che aveva recuperato i fogli, lasciandoli soli.

Hyoga era tornato nella sua stanza e, dopo aver messo un po’ di musica, si era steso sul letto a riflettere. Trascorse un’ora, durante la quale egli valutò tutti i vantaggi e gli svantaggi della situazione. Decise infine che valeva la pena di tentare nonostante Saori lo conoscesse abbastanza bene da vedere oltre l’apparenza.

Lei si era subito accorta che Freija non era per lui una semplice conoscenza, come lo erano le altre. L’aveva capito ancora prima di lui. Il problema era che, nel breve periodo durante il quale erano stati amanti, avevano avuto modo di discutere l’argomento e le conseguenze erano state disastrose, tanto è vero che la loro relazione era finita anche per colpa della principessa svedese.

Sospirò e si coprì il volto con le mani. Aveva commesso un grave errore, confondendo la devozione e la fedeltà per la dea con l’amore per la donna. L’unica volta, in tutta la sua vita, nella quale aveva agito d’impulso si era rivelato uno dei suoi più grandi errori.

Sedette sul bordo del letto e guardò malinconicamente la foto appesa nella bella cornice nuova. Era stata scattata da Tatsumi in una splendida giornata estiva e ritraeva lui e i suoi fratelli assieme a Saori, Miho Erii e Shunrei. Ricordava bene quel giorno e vedendo i visi sorridenti si sentì terribilmente triste. Erano stati felici, in quel periodo, ma la felicità era però un’illusione ed era durata meno di un respiro.

Andò a bussare alla porta di Shun.

‹‹Ci sei?›› chiese entrando.

‹‹Sono qui…››. Hyoga individuò suo fratello scorgendo le gambe dietro al grande cavalletto da pittore. Lo raggiunse e osservò per qualche istante Shun che ultimava uno dei suoi stupendi quadri.

‹‹Ba, è molto bello›› si complimentò.

‹‹Sei gentile››.

Era il ritratto una ragazza dai fluenti capelli neri, esile e dalla carnagione pallida, mollemente adagiata su bianche lenzuola, che le coprivano solo l’inguine. Lo sguardo di Hyoga si posò sulla sua chioma lucida, indugiando sulle rotondità del seno, correndo lungo le lunghe cosce fino alle caviglie sottili, e arrossì leggermente colpito dalla vitale animazione del dipinto e dalla sua vibrante sensualità.

‹‹…è bellissima, sembra vera…››.

‹‹Ho finito!›› esclamò Shun sciacquando il pennello e pulendosi le mani con uno straccio multicolore, imbevuto di trementina che esalava il suo pungente odore.

Enigmaticamente, Hyoga si lisciò il mento. ‹‹Shun, non vorrei sembrarti pignolo, o passare per uno che non comprende l’arte, ma…le mancano gli occhi››.

‹‹Naturale, e rimarrà così!›› disse lui facendo un passo indietro e contemplando soddisfatto la sua opera. ‹‹È davvero bellissima››.

‹‹Se tu le disegnassi gli occhi, sarebbe perfetta››.

‹‹Da qualche tempo ho l’impressione d’essere seguito›› spiegò Shun. ‹‹…e ogni volta che mi giro mi pare di vedere questa bellissima ragazza dai capelli corvini, con questa bocca sensuale…›› disse agitando l’indice verso la tela. ‹‹Eppure, non riesco mai a vederle gli occhi! Sono sicuro che quella che vedo è sempre la stessa ragazza…››.

Hyoga alzò le sopracciglia. ‹‹Secondo me, guardi troppa televisione››.

‹‹Tutto è possibile! Volevi qualcosa?››.

‹‹Ah, sì››. Hyoga si buttò sul letto e raccontò a suo fratello della discussione cui aveva assistito.

‹‹È fantastico! Potresti offrirti come messaggero!›› esclamò Shun eccitato. ‹‹Porterai la lettera che scriverà Saori! Che bellissima notizia mi hai dato!››.

Hyoga sedette sul bordo del letto e s’accese una sigaretta, seguito dallo sguardo severo di Shun.

‹‹L’avevo pensato anch’io ma…non so…››.

‹‹Cos’è che non sai? Stavolta non hai scuse!››.

Hyoga sbuffò. ‹‹La verità è che non so come affrontare l’argomento con Saori. Tu sai che…è una questione delicata››.

‹‹In effetti, questa potrebbe essere una scusa più che valida›› si preoccupò Shun. ‹‹Ma vale la pena tentare. Cercavamo un pretesto per un tuo ritorno ad Ásgarðr ed ecco che la fortuna gira dalla tua parte. Con Saori non avete più discusso di quella faccenda? Voglio dire, dopo quel giorno della sfuriata nella palestra…››.

Hyoga scosse la testa, turbato, e Shun trasse un respiro profondo.

‹‹Gran brutto affare, niisan! Con tutte le donne che ci sono al mondo…proprio lei!››.

‹‹Ti prego…›› si disperò Hyoga lasciandosi cadere indietro sul letto a fissare il soffitto.

‹‹Non ti abbattere! Sento che sarà comprensiva. In fondo non c’è ragione che s’opponga, non ne ha più il diritto…sempre che non si esibisca in una scenata di gelosia…Ma dubito che lo faccia, non è nel suo stile! Accetterà invece, anche perché forse non immagina il vero motivo per cui vuoi tornare là››.

‹‹Rožálujsta, (8) Shun! Non ci vogliono poi particolari doti di preveggenza per immaginarlo!›› obiettò Hyoga cominciando a passeggiare per la stanza. ‹‹Saori ha sempre visto nel nostro cuore: desideri, paure, speranze. Non vedo perché non dovrebbe sapere anche questo! Lei sa tutto di me! Tutto!›› aggiunse premendosi le mani sul petto.

‹‹Ma stai calmo, per la miseria! Sei tutto rosso!››.

‹‹Questa situazione mi sta sfuggendo di mano!››.

‹‹Lo vedo, sei tutto agitato. Siediti per favore…mi preoccupi››.

‹‹Ho bisogno d’aiuto…›› supplicò Hyoga.

Shun si preoccupava di continuo delle persone che gli erano affezionate e, a volte, trascurava se stesso. Per questo lui e Hyoga erano così uniti, perché fin da bambini, si erano completati, compensando l’uno dove peccava l’altro.

‹‹Se sei venuto per chiedere un consiglio, eccotene uno bello fresco! Hai sofferto tanto nella tua vita che devi concederti almeno un’opportunità d’essere felice. Quest’occasione è tutta la vita che aspetta di capitarti, vuoi lasciarla scappare senza tentare di afferrarla?››.

‹‹Messa in questi termini, sembra ovvio ch’io deciderò di tentare…››.

‹‹Ottima scelta, niisan! Alla fine dei conti, un eventuale rifiuto sarebbe sempre meglio di questa tua apatia che non ti porta a niente. Pensa quanto vuoi ma l’unica tua via d’uscita è quella di dire la verità, a tutt’e due!››.

Bussò alla porta dello studio ed entrò. Avrebbe voluto dimostrarsi deciso ma si sentiva terribilmente impacciato.

‹‹Dóbryj den’ ’…››.

Saori alzò la testa e lo guardò da sopra gli occhiali mentre si avvicinava alla scrivania, piacevolmente sorpresa.

‹‹Dóbryj den’›› (9) rispose. ‹‹Avanti, accomodati››.

Saori era l’unica, a parte qualche raro tentativo di Shiryu, che si era sforzata di imparare qualche parola di russo. Hyoga stava in Giappone da quasi dieci anni, ma non aveva dimenticato la sua lingua madre e nemmeno voleva farlo.

Saori si tolse gli occhiali e si appoggiò allo schienale della poltrona, mordicchiando le stanghette.

‹‹Pensavo fosse Seiya, ma dimmi pure›› gli disse lei con calma.

Hyoga esitò un momento, innervosito dallo sguardo penetrante di Saori, sempre ammaliante, e poi rispose con altrettanta calma.

‹‹Sono qui per chiederti il permesso di lasciare Villa Kido››.

Lei si accigliò, e quando parlò il tono della sua voce era più duro. Aggrottò la fronte e gli indicò una delle due poltroncine che erano sistemate davanti alla scrivania.

‹‹Spiegati meglio››.

Quando c’è qualcosa che non va secondo i tuoi piani, sei sempre così dura. Non puoi proprio accettare che un elemento a sorpresa rovini i tuoi progetti?

‹‹Desideravo tornare a Kohotec. Sento la mancanza della Siberia e delle persone che vi ho lasciato. Volevo chiederti il permesso di allontanarmi da Villa Kido, anche per un periodo breve. Ne avrei bisogno››.

Saori sospirò, sollevata, e gli sorrise dolcemente.

‹‹Siete restati con me più del dovuto, anche in quest’ultimo lungo periodo nel quale la vostra presenza non era indispensabile››.

‹‹È importante che resti comunque qualcuno, in caso si verifichi un’emergenza››.

Saori era rimasta colpita dalla dedizione di Hyoga, dal suo grande senso del dovere. A parte Seiya, che aveva un suo modo originalissimo di dimostrare il suo interesse, Hyoga era l’unico che si preoccupava continuamente del fatto che non restasse mai sola.

‹‹Sì, me ne rendo conto›› convenne lei. ‹‹Ma è anche giusto che godiate del meritato riposo come meglio credete. Shun è appena tornato dall’Isola di Andromeda e mi ha assicurato che non ha intenzione di muoversi da qui per lungo tempo. Shiryu mi ha fatto sapere che si tratterrà ancora ai Monti Ro››. Fece una pausa riflessiva, chiuse gli occhiali e li posò sulla scrivania. ‹‹Sai niente di lui?››.

‹‹Net››. Hyoga scosse la testa. ‹‹Sai bene che nessuno si confida con me, a parte te e Shun, naturalmente. Forse hai dimenticato che ancora non si fidano di me?››.

Lei negò. ‹‹Le cose cambiano, Hyoga. Ho avuto modo di parlare con Seiya, Shiryu e gli altri Sacri Guerrieri, era giusto chiarire la situazione. I dubbi sul tuo conto sono stati dimenticati, hai la mia parola››.

A Villa Kido, e anche al Santuario, in molti avevano dubitato della fedeltà del Sacro Guerriero di Cygnus, per il fatto che era cristiano, e perché aveva avuto contatti stretti col sacerdote traditore. La sfiducia nei suoi confronti aveva deluso profondamente Saori, che si era sempre pronunciata in suo favore.

Hyoga le sorrise. ‹‹Tem lúčše, (10) tanto meglio. A proposito di Shiryu, c’è qualcosa che devo sapere?››.

Saori non rispose subito. Aveva parlato con la dottoressa Akagi, per informarsi sulle loro condizioni di salute. I suoi protetti erano tutti molto riservati, riguardo all’argomento, e tendevano a mentire per non farla impensierire. Dunque si era rivolta direttamente alla dottoressa Akagi, medico dell’ospedale della Fondazione Grado e sua grandissima amica, e Tomoko aveva stilato un quadro della situazione che non era rassicurante.

‹‹No›› mentì infine. ‹‹Volevo sapere se eri a conoscenza del motivo della sua lunga permanenza ai Monti Ro, ma non è importante. Shun resterà a Tokyo, con me. Parlando di Seiya, poi, ›› aggiunse irritata, ‹‹credo che rimarrà confinato qui per parecchio tempo. Deve rimediare ai guai che ha combinato!››.

La tensione si allentò. Riuscivano sempre a ridere quando Saori parlava di Seiya, perché si riferiva a lui con nomignoli e diminutivi che lo identificavano appieno. In quel momento Hyoga si sentì sollevato ma più avanti nel tempo, ripensandoci, avrebbe collegato tutte quelle situazioni, e avrebbe realizzato che Saori, in un modo o in un altro, lo nominava sempre.

Ad ogni modo, lei gli fece cenno di raggiungerla dietro la scrivania e gli porse un foglio, lo stesso che aveva mostrato quella mattina a Seiya. Hyoga lo lesse con attenzione e gli sfuggì un’esclamazione di stupore.

‹‹Čjort voz’mí! (11) Seicentomila yen ! Come ha fatto a spendere tanto?››.

‹‹È quello che vorrei mi spiegasse!›› esclamò Saori.

Hyoga tentò di restare serio ma scoppiò a ridere.

Lady Saori era sempre stata generosa e si era presa cura di lui e dei suoi fratelli, senza chiedere in cambio altro che rispetto. Seiya avrebbe dovuto dimostrarsi più parsimonioso, soprattutto perché stava sperperando il patrimonio d’altri. Saori, che pure non aveva niente di che ridere, lo imitò. Hyoga si sedette sul bordo della scrivania e guardò fuori della finestra.

Avevano tentato in tutti i modi di nascondersi, evitando di stare insieme, quando invece bastava un piccolo sforzo da entrambe le parti per riuscire a far rivivere il bel rapporto che li aveva legati, intorpidito dal tempo e nascosto dietro l’illusione di un amore che forse non era mai esistito.

‹‹Vai pure›› disse dolcemente Saori, gettando ancora un’occhiata distratta alle sue carte. ‹‹Resteranno con me Shun e Seiya. Ad ogni modo, voglio sperare che non ci saranno problemi››.

‹‹Spasibo, (12) grazie›› annuì impacciato.

Questa è fatta, pensò.

‹‹Cos’altro mi devi chiedere?›› aggiunse Saori girando la poltrona verso di lui.

Hyoga si sentiva vulnerabile sotto lo sguardo onnisciente di Saori e questo lo infastidiva. Guardò di nuovo fuori della finestra, verso il parco, e incrociò le braccia sul petto.

‹‹Stamattina ho ascoltato involontariamente la tua discussione con Tatsumi›› confessò.

‹‹Lo so, ti ho sentito. Tatsumi si è infuriato ma a me non è importato molto. Sapevo che ti interessava››.

Era quello che si era aspettato, in fondo, che lei già immaginasse tutto, eppure, nonostante avesse cercato di farsene una ragione, adesso temeva le reazioni di Saori. Si schiarì la gola con un colpo di tosse, e parlò con voce salda, ostentando naturalezza.

‹‹Ho pensato…che potrei portare un messaggio a Hilda da parte tua. Se parto subito, riuscirei a consegnarlo in tempo…››.

Saori non gli toglieva gli occhi di dosso. Strinse le labbra con fare pensoso.

‹‹Hai avuto un’ottima idea››.

Si alzò dalla sedia per avvicinarsi alla finestra e, quando lo superò passandogli davanti, Hyoga aspirò il buon profumo che diffondeva da lei. Saori aveva sempre usato la stessa fragranza, fresca e delicata, un profumo delizioso che lui non si stancava mai di odorare.

‹‹Non sarà per te un problema, fare una così lunga deviazione?›› chiese d’un tratto Saori con un tono indecifrabile.

‹‹Pensavo di farti un favore…›› improvvisò lui.

Hyoga abbassò il volto sul petto, scorgendo in quell’attimo Saori che si voltava nella sua direzione scuotendo allegramente il capo. Arrossì quando la donna gli si parò davanti e gli toccò gentilmente una spalla. La sua voce tenera era quella d’una madre che parlava al suo bambino.

‹‹Non dovresti mentirmi… ›› gli sussurrò all’orecchio.

Hyoga aggrottò la fronte. Saori non era arrabbiata, né stizzita, era solo dispiaciuta.

‹‹Infatti non avrei dovuto…non sono bravo in queste cose›› disse infine lui.

‹‹Avresti dovuto chiedere consiglio al piccolo Shun›› rise lei.

‹‹L’ho fatto…›› iniziò a dire Hyoga.

‹‹Ed è stato lui a suggerirti di inventare una scusa così banale?›› chiese Saori incredula.

‹‹Net… lui mi ha consigliato di dire la verità…sulla scusa ho improvvisato…›› spiegò Hyoga a bassa voce, vergognandosi un po’.

‹‹Sei un pessimo bugiardo, ed è una delle tue migliori qualità›› disse lei dolcemente.

Restarono per un po’ in silenzio, poi Saori sospirò profondamente.

‹‹Sono contenta che tu abbia preso una decisione. È terribile, sai, vivere nell’incertezza, nel dubbio. Sono situazioni di stasi che ti tolgono la sicurezza, momenti in cui si rischia di perdere la fiducia in se stessi e di precipitare in un abisso d’insoddisfazione dal quale non si riesce più a risalire. Alla fine, è sempre meglio sapere la verità, anche se brutta, piuttosto che vivere nell’incertezza››.

Hyoga avrebbe voluto parlarle, dirle finalmente tutta la verità, aprirle il suo cuore come non aveva fatto mai, ma quando sollevò il viso lei era di nuovo seduta e stava telefonando.

‹‹Tatsumi, trovami Azaki-san e fallo venire da me, con urgenza››.

Saori sospirò e si stropicciò la fronte con una mano. ‹‹Devi concedermi un po’ di tempo›› disse. ‹‹Organizzare il viaggio sarà facile ma devo scrivere due righe a Hilda e devo riflettere un attimo››.

Hyoga rimase colpito dall’efficienza di Saori e dalla sua tempestività e non ebbe il tempo di aprire bocca.

‹‹È necessario che t’informi su alcune cose, di modo che tu possa veramente essermi d’aiuto nel tuo viaggio ad Ásgarðr››. Saori gli sorrise con fare complice.

‹‹Uvérennyi, (13) anche subito››.

‹‹No, più tardi›› lo frenò lei, cercando di non lasciarsi contagiare dall’entusiasmo di Hyoga. ‹‹Prima devo fare alcune telefonate. Ci vediamo più tardi, dopo pranzo magari, va bene?››.

‹‹Spasibo, Saori›› esultò lui dirigendosi verso la porta.

Nel momento in cui uscì, vide arrivare Seiya e non poté fare a meno di sorridergli.

Allontanandosi lungo il corridoio, udì la voce di Saori echeggiare, nonostante le grida fossero enormemente ammortizzate dalle pareti, e si figurò nella mente il volto mortificato di suo fratello.

 

 Note:

  1. No (Niet)
  2. Letteralmente: Isola della Regina della Morte
  3. Phoenix Genmaken: Illusione demoniaca di Phoenix
  4. Le pagine che seguono, evidenziate in stile italico, si riferiscono ad avvenimenti del passato di alcuni personaggi protagonisti di questa storia. La lettura può essere difficile, forse noiosa, ed è bene precisare, dunque, che non è indispensabile alla comprensione della storia.
  5. Dalla Bibbia: Siracide 3,5.
  6. Si davvero (conièčno da)
  7. Cosa ? (a ?)
  8. Per favore (rojáluista)
  9. Buongiorno (dóbryi dien’)
  10. Tanto meglio (tiem lúčscie)
  11. Diamine (ciort vos’mí). Seicentomila yen corrispondono, più o meno, a sette milioni e ottocentomila lire (4030 € circa, NdW)
  12. Grazie (spasibo)
  13. Sicuro, (uviériennyi)