|
I |
l sole splendeva e il cielo si stendeva come un immenso mare azzurro, sgombro di quelle nuvole scure che avevano portato neve nei giorni precedenti. |
Dall’enorme balcone della sala da pranzo, Hyoga osservava il panorama attraverso le chiome degli alti alberi del cortile e si crogiolava nel tepore dei raggi solari che tentavano disperatamente di affermare la loro forza, combattendo contro l’onnipresente brezza gelida che spirava dalle montagne bianche.
Finita la colazione, Hilda li aveva salutati ed era scappata dicendo che Eir la stava aspettando per uscire assieme a lei. Mentre erano ancora nel salone, uno dei soldati di Magni era corso a chiamare Leif, bisbigliandogli qualcosa all’orecchio. Lo jarl era sembrato scosso dal messaggio, e aveva finito la colazione velocemente, ansioso di allontanarsi.
Freija non aveva aperto bocca, con un’espressione in volto che oscillava tra la disperazione e la soddisfazione, mentre Hyoga, nel vederlo allontanarsi, s’era sentito sollevato, o perlomeno libero di muoversi e parlare senza sentirsi costantemente sotto controllo. "A stasera " aveva detto Leif, senza degnare d’uno sguardo Freija né Hyoga.
La mattina trascorreva sorniona ma Hyoga sapeva d’essere solo con Freija. Completamente abbandonato sulla sua comoda poltroncina, con le gambe appoggiate al parapetto di pietra, godeva di quella imperturbabile pace, e soffriva per le scariche di brividi che percorrevano il suo corpo al solo pensiero che lei fosse lì dietro, ad un passo da lui.
Da almeno un’ora, la principessa stava ricamando, impegnata e silenziosa, sillabando una canzone con un filo di voce. Ogni tanto posava sullo scollo il suo lavoro e sollevava la testa per aspirare a pieni polmoni una boccata d’aria pura.
É una bella giornata per fare una passeggiata a cavallo, pensò Hyoga. Forse avrebbe potuto chiederle di accompagnarlo.
Si spostò indietro con la poltroncina. Seduto ad un passo da lei, la fissava, corrugando la fronte e facendo smorfie nel tentativo di parlare. Lei lo anticipò.
‹‹Non pensi che sia una bellissima giornata?›› disse senza alzare gli occhi dal ricamo.
‹‹Stupenda›› rispose immediatamente Hyoga. ‹‹Dove sono spariti tutti?››.
‹‹Hilda è uscita con Eir, saranno andate a cercare delle erbe. Si attardano spesso quando fanno queste loro escursioni››.
‹‹E Leif?›› chiese lui distrattamente. Freija posò il lavoro sulle gambe. L’arazzo che stava ricamando sul velluto era quasi completato, e la parte già finita era sistemata con cura dentro una cesta ai suoi piedi.
‹‹Non saprei. Dice di aver molti impegni di giorno, anche se sinceramente ignoro quali possano essere. Il suo atteggiamento, in fondo, non è molto diverso da quello di mio fratello e di tutti gli uomini: tornano a casa solo per mangiare e per dormire, e talvolta neppure in queste occasioni››.
Hyoga si chiese, come aveva fatto spesso in quei giorni, a cosa fosse dovuta la dolcezza che accompagnava le sue parole. Quando parlava di Leif, la sua voce si ammorbidiva, ma era vibrante, come se volesse tentare di trasmettere sensazioni che Freija voleva assolutamente nascondere. Hyoga s’accorse d’aver sbagliato argomento, lei s’era rattristata e stringeva disperatamente la tela.
‹‹Parlami di come vivono qui le donne››.
‹‹Le donne che lavorano non conducono una vita tanto diversa da quella degli uomini. La maggior parte di loro però resta a casa: una madre di famiglia ha molte faccende domestiche da sbrigare, alle quali si deve aggiungere il tempo che occorre per accudire la numerosa prole, vanto degli uomini e disperazione delle donne. Per quanto mi riguarda, ho la fortuna di non dovere accudire la casa perché c’è chi lo fa al posto mio. Purtroppo, come puoi ben vedere, non mi rimane molto da fare. Non mi piace oziare e quando non ho niente di cui occuparmi mi dedico al ricamo››. Sospirò e aggiunse: ‹‹A Leif non importa molto del fatto che io rimanga sola ad annoiarmi. Non c’è niente da fare, però, così è la vita››.
Freija allargò le labbra in uno splendido sorriso. Hyoga sorrise anche lui e pensò che avrebbe voluto abbracciarla, per darle almeno un po’ dell’affetto che meritava.
‹‹Nemmeno a me piace stare con le mani in mano, specialmente in una giornata come questa››.
Freija lo fissò con tenerezza.
‹‹Mi dispiace che tu ti stia annoiando››.
‹‹Nessuno potrebbe mai annoiarsi in tua presenza›› biascicò, perso in quegli occhi verdi che lo avvolgevano. ‹‹Secondo me, i passatempi dei soldati sono un po’ troppo pericolosi! E poi mi imbarazza il fatto che mi chiamino tutti Landvarnarmaðr…Non sono abituato a dare ordini, mentre tutti s’aspettano chissà cosa!››. Freija scoppiò a ridere e Hyoga si fece contagiare da quella risata limpida e genuina.
‹‹Eppure dovrai abituarti››.
‹‹In realtà, ›› stentò a dire, ‹‹stavo pensando che sarebbe un peccato, in una giornata come questa, restare chiusi entro quattro mura››.
‹‹Aha, ma qui fuori si sta davvero bene, non trovi? Per fortuna ha smesso di nevicare!››. Lui rimase per un attimo senza parole, dopo la sconfitta del suo primo goffo approccio, ma non si sarebbe arreso subito, perché scorgeva con la coda dell’occhio Freija che lo fissava. ‹‹Cosa pensi di fare? A palazzo non sono molti i divertimenti›› disse infatti con un’alzata di spalle.
‹‹Pensavo di uscire››. Hyoga era rimasto sul vago e quelle parole avevano stuzzicato la curiosità di Freija.
‹‹Uscire … per andare dove?›› chiese la ragazza, fermando l’ago sul velluto.
‹‹Ah, non saprei››. Hyoga agitò una mano in un gesto di noncuranza, per lui un luogo valeva l’altro, purché si uscisse dalla cittadella. ‹‹Tu dove andresti?›› chiese lanciandole uno sguardo complice.
Freija sorrise e indicò le montagne davanti a lei.
‹‹Dicono che oltre Ýdalir ,
(1) ai piedi delle montagne, ci sia una cascata che si tuffa in un lago le cui acque sono sempre calde, proprio come quelle della Pozza››.Hyoga ripensò alla corroborante sensazione di piacere di quelle acque naturalmente calde e la sua mente, seguendo un immaginario copione, rivisitò l’incontro erotico nella grotta inserendo a sorpresa una sorella al posto dell’altra. Hyoga, inebetito nell’espressione, tornò bruscamente alla realtà sentendosi caldo in viso, e col gomito sul bracciolo cercò di nascondere l’imbarazzo appoggiando il viso alla mano.
‹‹Deve essere un posto meraviglioso››.
‹‹Ho saputo che sei stato alla Pozza… Ti sei divertito?›› chiese.
Hyoga si mosse sulla poltrona, accavallando le gambe, tamburellando le dita. Si sistemò il maglione sul petto e cambiò ancora posizione, in preda ad una crisi di panico da imbarazzo.
‹‹Naturalmente le acque ti fanno sentire bene… ma sono stato poco… Era caldo…ero stanco!››.
‹‹Anch’io ci vado spesso. Avremmo potuto incontrarci…››.
‹‹Nu!…Eta právda ?››.
(2) Si schiarì la gola. ‹‹È vero?››.Si fissarono, e Freija avvertì di nuovo quel brivido che da qualche tempo la elettrizzava. Si chiese cosa sarebbe successo se quella sera, una volta arrivata alla Pozza, non avesse trovato sua sorella che cercava disperatamente di placare la sua sete d’amore, ma solo Hyoga. S’era precipitata alla Pozza proprio per cercare lui, per chiarire una situazione ambigua, ma solo allora, ripensandoci, si rese conto che non avrebbe saputo assolutamente cosa dirgli. Si sporse dalla poltroncina, e cercò immaginare come avrebbe potuto reagire in quel momento, trovandolo solo e avvilito, immerso in quelle acque tonificanti che portavano ad un totale abbandono. Se lui l’avesse guardata con quegli occhi, le avesse parlato con quelle labbra, avesse allargato le braccia per chiedere conforto… Freija s’immaginò in quella situazione e non biasimò sua sorella per il suo comportamento.
‹‹…avrei fatto lo stesso…?›› disse lei trasognata.
Hyoga si sporse verso di lei. ‹‹Allora, andiamo alla cascata?››.
Freija batté le palpebre e si riprese, solo perché l’immagine di Leif si affacciò prepotentemente alla sua mente.
‹‹Si faceva così per dire una cosa come un’altra!›› scherzò.
‹‹Stiamo qui a parlare e crogiolarci al sole come lucertole che godono dell’ultimo caldo sole dell’autunno, quando mi dici che esiste, non lontano da qui, un posto tanto bello… Perché non ci andiamo allora?››.
Freija cercò di eludere l’allettante proposta, ancora con la mente turbata da pensieri pericolosi.
‹‹Hai sempre voglia di scherzare, Hyoga!›› esclamò divertita.
‹‹Non stavolta!›› disse lui seriamente. ‹‹Questa è la giornata ideale per fare una passeggiata a cavallo e mi deprime l’idea di andare da solo. Potresti venire con me, ti andrebbe? Per prima cosa cerchiamo la cascata e se l’acqua è davvero calda, possiamo fare il bagno. Poi girovaghiamo, mangiamo qualcosa all’aperto e quando siamo stanchi torniamo indietro››. Hyoga era entusiasta e già pensava a tutte le cose che avrebbero potuto fare assieme. Rimase ad aspettare la risposta con la felicità dipinta in volto. ‹‹Un programma invitante, net?››.
Freija aggrottò le sopracciglia, in atteggiamento pensoso, e cominciò a mordersi le labbra. Fissava le montagne avanti a sé e taceva.
‹‹Che succede?››.
‹‹Grazie per l’invito ma devo rifiutare››.
‹‹Perché?›› si meravigliò lui. ‹‹Stai qui a ricamare, sola!…Anche Fulla e Hlin sono uscite oggi. Siamo rimasti soltanto noi, su questo terrazzo. Non siamo prigionieri… usciamo!››. Freija riprese in mano il suo lavoro e ricominciò inspiegabilmente a ricamare. Hyoga la fissò sbalordito.
‹‹Hai ragione, ›› disse Freija a sguardo basso, ‹‹siamo rimasti solo noi. Dunque vai pure: non è giusto che tu rimanga qui se desideri fare altre cose››.
‹‹Non voglio che tu resti sola, non capisci?››.
Le prese la mano che stringeva l’ago di modo che non potesse più continuare, lei scattò colta di sorpresa e Hyoga lasciò immediatamente la presa, come se la mano di lei fosse diventata rovente.
‹‹Forse… non ti va di stare con me››. Il suo tono amareggiato la colpì.
‹‹Ma cosa ti viene in mente?›› rise. Desiderava con tutto il cuore accettare l’invito di Hyoga ma rifletté sulla sua situazione. ‹‹Mi piace parlare con te››.
‹‹Se il problema non sono io, perché non vuoi venire?››.
‹‹Leif potrebbe tornare da un momento all’altro e vorrà sicuramente stare con me››.
‹‹Lo vorrei anch’io…››.
‹‹Leif non vuole che stiamo insieme. Lui…teme per la mia incolumità›› sussurrò.
Hyoga rispose bruscamente. ‹‹Sinceramente, quello che pensa Leif non m’interessa. Sai bene che non ti toccherei con un dito, non sono quel genere di persona! Leif non teme per la tua persona fisica, in realtà. Ha semplicemente paura che tu possa aprire gli occhi e renderti finalmente conto della differenza abissale che corre tra lui e me!››.
Freija lo fissò severa.
S’era lasciato sfuggire una parola di troppo ma non sopportava di vedere Freija schiava di quell’uomo sciatto e possessivo. Era come se l’avesse incantata, costretta a prendere per verità le menzogne che lui le raccontava. Non si sarebbe dovuto preoccupare di come Leif trattava Freija, perché in fondo lei aveva accettato quel fidanzamento. Però si ponevano due grandi problemi. Il primo era che Hyoga sentiva d’amare Freija sempre più profondamente e desiderava il bene di lei. Di qui il secondo problema: Leif non la rispettava a sufficienza e la trascurava. Oltre a ciò, Hyoga credeva che, pur di tenerla lontana da lui, Leif raccontasse a Freija chissà quali menzogne sul suo conto. Questo poteva spiegare la ritrosia che mostrava Freija nel rimanere sola con lui. Hyoga si sentì ribollire il sangue per la rabbia. Se avesse potuto, avrebbe dato una sonora lezione a quel pallone gonfiato di Leif ma non osava. Rimase in silenzio con le mani intrecciate, appoggiate alla fronte, cercando di calmarsi.
‹‹Scusami, non volevo dire quello che ho detto›› disse con un filo di voce.
Restarono ancora in silenzio, seduti vicino, entrambi assorti nei loro tumultuosi pensieri. Hyoga era immobile e il suo volto era impassibile. Chi non lo conosceva vedeva, in quella tranquillità esteriore, freddezza e menefreghismo che gli erano, invece, completamente estranei. I suoi amici più intimi sapevano che, dietro quella maschera, si nascondeva un animo troppo sensibile, profondamente turbato da tragedie che avevano lasciato in lui ferite profonde e insanabili. Hyoga aveva fatto della calma la sua forza: un’efficace protezione contro gli insulti della vita e un’infallibile arma contro ogni nemico che la scambiasse per debolezza.
Freija passava nervosamente le mani sul ricamo e, di tanto in tanto, alzava la testa per vedere se il russo manifestasse una qualche reazione che le permettesse di valutare il suo atteggiamento.
L’attesa di un suo moto d’animo era però snervante e Freija decise di parlare per prima, senza aspettare. Avrebbe voluto rappacificarsi con Hyoga perché l’ultima cosa che desiderava era che lui le serbasse rancore. Non immaginava che le sue parole avrebbero sortito l’effetto contrario.
‹‹Posso immaginare quello che stai provando ora, ma devi capire che nemmeno per me è facile andare avanti in questa situazione››.
Parlò lentamente, tentando di esprimere tutta la dolcezza che provava nel vederlo affranto e abbattuto, ma i suoi sforzi non resero meno amara la delusione che provò Hyoga nel sentire quelle parole.
‹‹Cha-cha! Non credo tu possa "immaginare" quello che sto provando veramente, perché altrimenti eviteresti di commiserarmi! Non voglio né la tua compassione né il tuo perdono, sto già pagando un prezzo altissimo!›› ribatté Hyoga. Fece una breve pausa e, quando riprese a parlare, Freija notò che la sua voce era incrinata dall’emozione. ‹‹Mi sto illudendo ancora, Freija! Vorrei solamente che tu mi dicessi quello che devo fare: se devo aspettare e continuare a sperare, oppure desistere e sparire per sempre. Vorrei soltanto questo, che mi dicessi un volta per tutte come stanno le cose››.
‹‹Non lo capisci da solo?››.
‹‹Net!›› rispose lui bruscamente. ‹‹Ho l’impressione che tu non sia felice, non come dovresti, e non so spiegarmi il perché! Trattami come un bambino che non riesce a capire, ma dimmi la verità, perché io non ti ho mai mentito e l’unica colpa che ho è di averti taciuto i miei sentimenti!››.
Freija si sentì un nodo alla gola. Strinse forte i denti e si coprì gli occhi con una mano cercando di non piangere.
‹‹Hyoga, ti prego, non dirmi queste cose! Non so nemmeno io cosa provo, sono confusa. Avrei bisogno di tempo per pensare e so di non averne. Non posso pretendere che tu stia qui ad aspettare una mia decisione, perché non sarebbe né facile né immediata. Leif è importante per me. Quando avevo bisogno di un appoggio e avrei voluto vederti, c’era lui al posto tuo. Tu eri lontano, non sapevo dov’eri né chi c’era con te! Non sapevo cosa facevi, se eri felice o se ti sentivi vuoto e sconsolato come lo ero io! Inevitabilmente a lui mi sono legata, a Leif che mi è sempre stato vicino!››. Hyoga impietrì, con un’espressione indecifrabile negli occhi. ‹‹Questo non significa che ho dimenticato quello che hai fatto per me. Sei sempre nei miei pensieri, Hyoga. Purtroppo la sorte c’è stata avversa. Non voglio colpevolizzare nessuno e se di qualcuno dei due è la colpa adesso non importa più!››. Hyoga non mosse un muscolo, Freija continuò. ‹‹Non voglio mentire perché, a ragione, hai detto che non lo meriti. La verità… è che non so decidere. Questo non significa che sia solo tu a soffrire ma star male, adesso, non servirà a riunirci. So che la parola finale è la mia e questa è l’unica sicurezza che ho. Sei stato comprensivo con me finora, pur sapendo che, in fondo, avevo… tradito il tuo amore››.
Anch’io ho tradito il tuo amore…ma non ho il coraggio di ammetterlo…
‹‹Ho bisogno di tempo per riflettere›› disse Freija dopo una pausa. ‹‹Se tu… non vorrai più aspettare, lo capirò. Se deciderai di dimenticarmi e di farmi uscire completamente dalla tua vita, capirò e accetterò la tua scelta››.
Hyoga finalmente alzò la testa e Freija si voltò a guardare il bel profilo del russo. Si spaventò nel vedere il suo sguardo di ghiaccio e si stupì ancora di più della sua risposta glaciale.
‹‹Questo significa che per te non farà differenza se deciderò di aspettarti in eterno o di dimenticarti per sempre. È una buona soluzione, considerando la tua presunta indecisione!››.
‹‹Perché devi dirmi queste cattiverie? Sai bene che non era questo che intendevo, ma tu devi sempre peggiorare le cose!››.
Ogni suo tentativo di riconciliarsi con Hyoga aveva prodotto l’effetto contrario e ora sentiva che il distacco tra loro era aumentato. Fortunatamente Hyoga si accorse di aver straparlato e rimediò al suo errore come meglio poté.
‹‹Mi dispiace, scusa. Io sono…confuso. So che quando sono arrabbiato non devo dire la prima cosa che mi viene in mente, ma non ho ancora imparato la lezione e ogni volta faccio lo stesso sbaglio. Non intendevo offenderti. Ho capito perfettamente le tue parole. Penso di dover riflettere anch’io, ne ho bisogno››.
Si alzò in piedi battendo le mani sui braccioli della poltroncina.
‹‹Dove vai ora?››.
‹‹Ti avevo detto che avevo voglia di fare una cavalcata. Se tu non vuoi, o non puoi venire con me, allora vado, da solo! Ci vediamo più tardi››. La salutò con un sorriso inaspettato e si allontanò fischiettando, lasciandola con i suoi pensieri e con quel "solo" che le rimbombava in testa.
‹‹Salve Jòn!››. Hyoga salutò lo stalliere che stava strigliando un cavallo.
‹‹Sei pronto per una nuova cavalcata?››.
‹‹Da! Approfitto della bella giornata››.
‹‹Certo, una buona idea›› commentò Jòn. ‹‹Ti preparo Hrìmfaxi?››.
‹‹No, grazie, oggi faccio da solo›› disse Hyoga battendo una mano sulla spalla dello stalliere.
Poco dopo ripassò vicino Jòn col cavallo sellato e pronto.
‹‹Credi che sia una buona soluzione scappare ogni volta che si presenta un problema?››. Hyoga si voltò a guardare lo stalliere, perplesso. ‹‹Riflettere è utile, perché la fretta è una cattiva consigliera, ma è anche vero che bisogna battere il ferro finché è caldo›› disse ancora Jòn, ricambiando lo sguardo di Hyoga.
‹‹Cosa significa?››.
‹‹Ah, non fingere con me, Landvarnarmaðr! Uno come te non può nascondere l’apprensione, con un semplice sorriso. Ciò che ti turba, lascia il segno sul tuo viso. Spero che tu possa trovare al più presto la soluzione ai tuoi problemi››.
‹‹Sono stata una stupida!›› si rimproverò Freija mentre si affrettava a raggiungere le sue stanze. Si chiuse dentro ed estrasse un baule dall’armadio. Mentre apriva il lucchetto, si ricordò di una discussione avuta con Leif, una delle tante occorse negli ultimi giorni, ed esitò.
‹‹Posso sapere, una volta per tutte, quello che stai facendo?›› le aveva chiesto Leif.
‹‹Cosa vuoi dire?››.
‹‹L’utlänning ti fa gli occhi dolci e tu ti lasci incantare dalle sue belle parole!››.
‹‹Cosa dici?›› aveva riso lei.
‹‹Non parlare!››.
Freija temeva le reazioni violente di Leif. Aveva l’irritante abitudine di alzare la voce quando c’era qualcosa che lo infastidiva e i suoi occhi lampeggiavano minacciosamente.
‹‹Pensi che sia tanto stupido da non rendermene conto? Se ne sono accorti tutti che ti ha messo gli occhi addosso! E tu civetti con lui, come una ragazzina viziata che ha per le mani un giocattolo nuovo. Non fingere con me, perché ti ho già inquadrato! Ti lamenti del comportamento vizioso di tua sorella ma non sei diversa da lei!››.
‹‹Leif, calmati. Dici cose senza senso e non ti accorgi di offendermi!››.
‹‹Ma sì, la verità fa male!›› sibilò stringendole una mano.
‹‹Non sai quello che dici! Lasciami, mi fai male!››.
‹‹Voglio che ascolti attentamente quello che ho da dirti, prima››. Le aveva parlato con durezza, facendole chiaramente capire che non ammetteva obiezioni sulle sue decisioni. ‹‹Vuoi che si cominci a spettegolare anche su di te? No, certo che non vuoi. Allora devi metterti in testa che non devi fare l’oca quando un uomo ti fa dei complimenti, specialmente se te li fa l’utlänning! Con il tuo comportamento sconsiderato alimenti le dicerie e mi metti in imbarazzo. Penseranno che sia sufficiente uno sguardo o una parola dolce per permettere a chiunque di infilarsi sotto le tue lenzuola!››.
Sono sicura di non aver fatto niente di male!
Aveva dei dubbi, però, e il fatto di rimanere sola con Hyoga la turbava. Richiuse il baule e andò a stendersi sul letto. Leif si era lasciato trasportare dalla gelosia, ma erano parole infondate le sue? Quando Hyoga stava con lei, si sentiva felice e aveva voglia di ridere e scherzare, si sentiva viva. Le piaceva ascoltarlo e se lui la guardava si sentiva ammirata, desiderata. Forse, senza accorgersene, rispondeva alle gentilezze di Hyoga con atteggiamenti equivoci.
Forse Leif intuisce cose di cui non m’accorgo nemmeno io?
Se le sue accuse fossero state fondate, non avrebbe avuto il coraggio di guardare negli occhi un’altra persona senza vergognarsi delle sue azioni. L’avrebbero accusata di essere una donna di facili costumi e scoprì di aver paura delle opinioni altrui. Tentò di focalizzare l’attenzione su quel lato dal suo carattere che emergeva prepotente di cui non si era mai accorta.
Era sempre stata sincera e spontanea, e non si era mai preoccupata eccessivamente del giudizio della gente perché la sua condotta era sempre stata irreprensibile. Era diventata un modello per via della bontà d’animo e della temperanza. Hilda, al contrario, era famosa per il cipiglio autoritario, nonché per le sue discutibili attitudini alla lussuria. Per la prima volta nella sua vita, Freija temette di essere paragonata alla sorella.
Si raggomitolò e si coprì il viso con le mani. Sua madre le aveva insegnato che una persona dall’animo puro e limpido doveva camminare a testa alta, senza preoccuparsi delle malelingue che gettavano fango sulle presunte colpe degli altri per nascondere le proprie. Respirò profondamente, cercando di distogliere la mente e di pensare ad altro, ma continuava a rivedere la faccia arrossata di Leif che la rimproverava per il suo comportamento, il suo parlare concitato e irritato: aveva in mente solo le sue parole.
‹‹Non voglio una moglie che ha fama di comportarsi licenziosamente! Chi lo vorrebbe? Non certo un uomo che abbia a cuore il suo buon nome e la sua reputazione, come me! Se avessi voluto una sgualdrina, avrei scelto una a caso tra le tue thírs!››.
‹‹Sei ingiusto, Leif!››.
‹‹Mi preoccupo per noi, Freija, ma soprattutto per te, che sei ingenua e ti lasci abbindolare come una sciocca!››.
Le aveva spesso parlato di come si doveva comportare, secondo lui, una donna che volesse dimostrarsi rispettosa e degna del proprio uomo. A parer suo, non avrebbe mai dovuto alzare gli occhi su qualcuno che non fosse lui. Forse Leif si comportava in maniera così distaccata e severa nei suoi confronti perché era deluso. L’aveva addirittura accusata di amoreggiare con Hyoga.
Ma non è forse vero?
Si stese supina e, chiudendo gli occhi, si sfiorò le labbra con le dita. Il pensiero di Hyoga, involontariamente, la tormentava di continuo, e anche durante la notte i suoi sogni erano animati da qualcuno che gli somigliava o che lo ricordava nell’aspetto o nei modi. Ritornò bruscamente alla realtà. Non aveva mai provato niente di simile per nessuno ma forse era questione di tempo. Leif era il presente, un uomo che l’amava. Hyoga era il passato. Era una tentazione, risvegliava in lei sensazioni e desideri che legano il corpo più dell’anima. Leif aveva ragione di infuriarsi con lei. Non osava immaginare cosa sarebbe accaduto se lo jarl avesse saputo veramente che cosa si agitava dentro di lei al solo pensiero di Hyoga. Si vergognò dei suoi pensieri ma era inutile nascondersi. Hyoga se ne sarebbe andato, prima o poi, questo era quello che sperava, e lei l’avrebbe dimenticato. Non era l’amore che lo legava a lui ma la passione, un legame effimero per durare a lungo, e lei era sicura di potersi dominare.
Leif deve fidarsi di me!
Aprì il baule ed estrasse dei vestiti di pelle scamosciata. Sorrise come una bambina mentre si sfilava il lungo vestito e indossava i calzoni. Le stavano perfettamente e sospirò di sollievo costatando quanto fossero comodi. Infilò la camicia e il contatto del tessuto freddo sulla pelle le fece venire i brividi. Abbottonò la camicia e vide che le stringeva un po’ al petto, ma scrollò le spalle sistemandola sotto i calzoni, che fermò alla vita con una cintura di cuoio nero. Girò su se stessa e si disse che, vestita in quel modo, come un ragazzo di scuderia, nessuno avrebbe fatto caso a lei. Indossò un vecchio maglione e guardò verso la finestra. Fuori il sole splendeva abbagliante ma esitò ancora.
Leif non si fidava di lei, e aveva chiesto a Magni di controllarla, perché non si allontanasse dal palazzo, né da sola né in compagnia di qualcuno che non fosse lui, e il capitano aveva obbedito come un cane al comando del padrone. Dunque, era sola, confinata nel suo palazzo che, per quanto lussuoso e spazioso, sembrava lo stesso una prigione.
Mentre si raccoglieva i capelli dietro la testa, organizzò il piano di fuga. Si sistemò il mantello sulle spalle e calò il cappuccio sugli occhi. Sarebbe passata sotto il naso di Magni e delle guardie senza problemi. Aprì lentamente la porta e sbirciò nei corridoi per vedere se ci fosse qualcuno. Uscì in fretta e si avviò verso le scale secondarie, quelle che permettevano l’accesso diretto all’ala del palazzo riservata alla Guardia. Da lì sarebbe stato facile recarsi nelle scuderie e poi fuori delle mura interne. Si affrettò per i corridoi pensando alla giornata che l’aspettava. Leif avrebbe potuto scoprirla, era molto probabile, e allora si sarebbe infuriato, ma lei aveva tutto il tempo necessario per inventare una scusa plausibile.
Hyoga conduceva a mano Hrìmfaxi per le vie del villaggio entro le mura esterne. Doveva essere giorno di mercato, nelle strade si era radunata una gran folla che si affaccendava e si stipava contro i banchi dei venditori.
Che disastro oggi, non me ne va bene una!
Quando arrivò nella piazza, il centro del villaggio costruito nella roccaforte, rimase impietrito. L’enorme spiazzo brulicava di gente ed era fitto di bancarelle improvvisate e carri colmi di mercanzia.
Hrìmfaxi nitrì, innervosito da quel chiasso. Non avrebbero potuto attraversare la piazza tanto facilmente. Uomini e donne compravano e vendevano, mentre i bambini correvano da una parte all’altra senza sosta, facendo scherzi ai commercianti e rubando qualche frutto dalle bancarelle più fornite. Metà della piazza doveva essere dedicata al mercato delle bestie e vide buoi e pecore in bella mostra in recinti piccoli, adatti ad accogliere la metà dei capi che in realtà contenevano. Sentì il grugnire dei maiali e il chiocciare di polli, accompagnati dalle grida dei mercanti che cercavano di attirare l’attenzione sui propri prodotti spacciandoli per i migliori.
Avrebbe potuto tentare di attraversare quel mare di uomini, bestie e bancarelle ma aggiungere un altro animale a quelli che c’erano avrebbe potuto scatenare un putiferio. Hrìmfaxi batteva gli zoccoli sul selciato, sbuffando e nitrendo, e l’idea di inoltrarsi in quella massa brulicante e frenetica di persone con lo stallone già innervosito non gli parve buona. Fissò lo sguardo sulle alte torri che fiancheggiavano l’ingresso della cittadella e che spiccavano alte su tutti gli edifici e si disse che, prendendole come punto di riferimento, avrebbe potuto evitare la piazza e giungere alle porte della cittadella senza perdere tempo nel dedalo delle viuzze.
Freija arrivò velocemente nelle scuderie. Il palazzo era deserto e persino nelle cucine, dove di solito si lavorava continuamente per preparare da mangiare o per sistemare le provviste, non aveva incontrato nessuno. Il sabato era il giorno in cui si radunavano nella cittadella allevatori e agricoltori per vendere i loro prodotti. Eccitata aveva riempito una sacca di cuoio con le cibarie che aveva trovato, e si era allontanata indisturbata.
È un segno del destino!
Arrivò in un baleno davanti allo stallo di Skinfaxi e la cavalla, riconoscendo la sua padrona, cominciò a nitrire e a battere con lo zoccolo nella porta.
‹‹Zitta! Mi farai scoprire!›› bisbigliò mentre la faceva uscire. ‹‹Stai buona mentre ti preparo. È andata bene finora, non vorrai rovinare tutto!››.
Spazzolò con cura il mantello lucido di Skinfaxi ma proprio mentre sistemava la sella si sentì chiamare.
‹‹Hai bisogno d’aiuto, prinsessa?››. Si voltò di scatto e vide Jòn che si avvicinava. La sua fuga era dunque finita prima di cominciare.
‹‹Fai bene ad approfittare della bella giornata, principessa, ho idea che non ne verranno altre come questa prima dell’estate! Lascia che ti aiuti a preparare Skinfaxi››.
Jòn lavorava nelle scuderie da prima ancora che lei nascesse. Era stato lui ad insegnarle a cavalcare ed aveva domato Skinfaxi apposta per lei, uno dei regali più belli che avesse mai ricevuto.
‹‹Non importa, Jòn›› disse sconsolata. Andò a sedersi su una balla di fieno e si prese la testa fra le mani, mentre lo stalliere la osservava attentamente.
‹‹Era da molto che non ti vedevo indossare quegli abiti. C’è un motivo particolare che ti ha spinto a camuffarti a quel modo? So che la nostra sacerdotessa non approva quando ti vesti e ti comporti come un ragazzo, perché non è decoroso››. Freija sorrise. Jòn la conosceva bene ed era inutile mentire con lui.
‹‹Ora che mi hai scoperto è inutile nascondere la verità!›› esclamò. ‹‹Mi sono travestita perché volevo fuggire››.
Jòn annuì gravemente. ‹‹Invece non puoi muoverti perché Leif ha chiesto a Magni e ai suoi uomini di controllarti››.
‹‹Lo sanno tutti!›› sbuffò, oscurandosi in volto e abbassando lo sguardo.
‹‹Non abbatterti, prinsessa. So perché ero presente quando Leif ha parlato con Magni. Non mi piace quell’uomo, se posso esprimere il mio parere››. Jòn zoppicò verso Freija e le si fermò di fronte. ‹‹Ha uno sguardo crudele e non ha rispetto per gli altri. Crede di essere il padrone e questo non gli rende onore!››.
Freija rifletté su quelle parole. A nessuno piaceva Leif e tutti le avevano fatto notare, in un modo o nell’altro, difetti che lei non aveva mai notato.
‹‹Anche il Landvarnarmaðr è stato qui, stamattina›› aggiunse Jòn, tornando ad occuparsi di Skinfaxi.
‹‹Ed è stato molto tempo fa?›› chiese Freija agitandosi.
‹‹No›› rispose Jòn, squadrandola. ‹‹Con la confusione che c’è oggi, starà ancora cercando il modo di arrivare alle mura››.
Freija balzò in piedi, illuminandosi in volto. Avrebbe potuto raggiungerlo prima che riuscisse ad uscire dalla cittadella. Hyoga non conosceva le strade ed avrebbe faticato a raggiungere le porte. Se fosse partita subito sarebbe arrivata alle porte d’Ásgarðr prima di lui.
‹‹Vuoi andare da lui?›› chiese Jòn sorridendo.
Freija arrossì e voltò la testa per cercare di nascondere l’imbarazzo. ‹‹Cosa dici? Lui non c’entra!›› sbottò. Jòn intanto rideva e finì in un attimo di preparare il cavallo. E Freija, stupita, gli domandò perché l’avesse fatto.
‹‹Sei giovane, prinsessa, e per me sei un libro aperto! Non vedevo la vita brillare nei tuoi occhi da troppo tempo! Stai attenta a quello che fai però. Mi si spezzerebbe il cuore se ti succedesse qualcosa e non me lo perdonerei mai!››.
‹‹Con lui, non ho niente da temere. È forte e valoroso…››.
‹‹Questo lo so, ma non è al Landvarnarmaðr che mi riferisco. Guardati bene intorno, prinsessa, perché temo che chi dice d’amarti aspiri a molto di più››. Jòn si schiarì la gola. ‹‹E adesso raggiungilo prima che arrivi a Iðavöllr, o non saprai più che direzione ha preso. Io fingerò di non averti visto, ma state attenti!››.
Freija si commosse e abbracciò Jòn.
‹‹Però… Magni non si allontanerà mai dalle porte. È troppo ligio al dovere pervenire meno alla parola data! E qua intorno, ci sono tutti i suoi uomini›› disse Freija, realizzando solo in quel momento quanto sarebbe stato difficile allontanarsi senza essere vista. ‹‹Come farò a oltrepassare la cinta interna?››.
Jòn sorrise. ‹‹Lascia che mi occupi io delle guardie e quando sarà il momento pensa solo a correre!››
‹‹Salve, Heimdallr!››.
Hilda e Eir passarono sotto le grandi porte d’Ásgarðr e il custode le salutò dall’alto di una delle due torri. Le due donne camminavano scherzando allegramente, a braccetto e Hermóðr le seguiva, portando per loro una grande cesta. Attraversarono il Bifröst e s’incamminarono lungo il sentiero che conduceva ad Asabigð.
Hermóðr aveva accettato di accompagnarle alla ricerca di erbe officinali solo perché era stata Eir in persona a chiederglielo. Il capitano era, in effetti, estremamente pigro e avrebbe preferito restare alla Casa della Guardia, al caldo, piuttosto che uscire e camminare per ore alla ricerca di piante.
Ma Eir la guaritrice il giorno prima l’aveva cercato e l’aveva invitato ad accompagnarle, e lui aveva accettato volentieri, perché non riusciva a rifiutare niente ai grandi occhi azzurri di lei. Le seguiva ad una certa distanza, perché non voleva interrompere le loro discussioni, e intanto rideva, ripensando alla faccia che aveva fatto Hadingus quando l’aveva saputo.
In quello stesso momento, dall’altra parte della cittadella, Hadingus era impegnato in tutt’altro compito e non aveva certo il tempo d’invidiare Hermóðr.
Jòn lo stalliere era corso a chiedere aiuto perché gli era scappato uno stallone e non riusciva più a catturarlo.
‹‹Spaccherà tutto, Magni! Ha sentito l’odore delle femmine, combinerà un disastro se non lo riprendiamo subito!››.
Fu così che Magni e i suoi soldati abbandonarono per qualche minuto le loro posizioni alla cinta muraria interna per correre in aiuto dello stalliere.
Prima di andarsene Magni ordinò ad Hadingus di non muoversi dalle mura, perché anche a lui Leif aveva chiesto lo stesso favore, di controllare che Freija non si allontanasse da palazzo durante la sua assenza. Hadingus però non resistette alla tentazione di correre ad aiutarli, proprio come aveva previsto Jòn, e Freija ebbe il tempo di sgattaiolare indisturbata fuori per affrettarsi a raggiungere le porte d’Ásgarðr.
Nessuno si accorse di lei nemmeno quando incontrò Hyoga. Attraversarono il ponte conducendo i cavalli a mano, mescolandosi alle persone che entravano e uscivano impegnate nei loro affari.
Lei gli chiese solo di non dire una parola finché non si fossero allontanati e per Hyoga fu una spiegazione sufficiente. Quando ebbero attraversato il ponte salirono a cavallo e si lanciarono al galoppo attraverso Iðavöllr, tagliando la pianura e dirigendosi a tutta velocità verso le montagne e le "valli del tasso".
Hermóðr passeggiava pigramente e s’era distanziato dalle due donne abbastanza da non sentire nemmeno le loro voci.
‹‹Ah!›› esclamò d’un tratto Hilda, fermandosi di scatto.
‹‹Che succede?›› chiese Eir.
‹‹Quella è mia sorella!››.
Eir si guardò intorno. ‹‹Dove? Io non vedo nessuno!››.
Hilda lanciò un’occhiata al capitano, dietro di loro, che le seguiva distratto masticando un pezzo di carne secca, e ricominciò a camminare trascinando Eir per un braccio.
‹‹Laggiù, a cavallo!›› mormorò indicando distrattamente la pianura.
Eir allungò la testa e annuì. ‹‹Davvero?!…Ma dove va? E poi… chi c’è con lei?››.
‹‹Proprio non lo immagini›› sibilò Hilda fingendosi adirata.
‹‹È Hyoga! Ora capisco perché fingi d’essere arrabbiata! Volevi nascondere la gioia!›› sghignazzò Eir.
‹‹Da quando sei un’indovina?›› la rimproverò Hilda.
‹‹Ho imparato da una che la sa fare bene!›› rispose Eir. ‹‹Secondo te dove vanno?››.
Hilda guardò le due figure a cavallo che si allontanavano sempre più, vide Hyoga e Freija salire sulla cima d’una collinetta e sparire scendendo dal versante opposto.
‹‹Chi può dirlo? Presi singolarmente sono fin troppo tranquilli, ma quando sono assieme sono imprevedibili!››.
‹‹Magari è una fuga d’amore…›› azzardò Eir.
‹‹Non penso che mia sorella sia il tipo da fare certe cose››.
‹‹Quello è tanto bello che farebbe perdere la testa a qualunque donna!››. Si guardarono e sospirarono, sorridendo, poi Eir parlò ancora. ‹‹Io non lo conosco, Hilda, ma sembra innamorato. La corteggia in una maniera così riservata e dolce, ha sempre uno sguardo o una parola per lei… Mi chiedo cosa la trattenga ancora!››.
‹‹Sono fatti tutti così gli uomini, prevedibili e sempre uguali. Una volta che hanno ottenuto ciò che vogliono fingendo d’essere ciò che non sono, si dimenticano che esisti per correre dietro a un’altra sottana. Questo la spaventa! Ma stavolta sento che è diverso…››.
‹‹Quell’uomo fuori del comune però te lo sei lasciato scappare››.
‹‹Non essere sciocca, Eir›› disse Hilda dandosi delle arie. ‹‹Avrei potuto averlo, se avessi davvero voluto, ma non ho voluto perché, come puoi vedere, il suo cuore batte per Freija››.
Eir sospirò, scuotendo la testa. Conosceva Hilda meglio di quanto la sacerdotessa credesse.
‹‹Naturalmente, se ti fa piacere che ci creda, allora ci credo. In fondo, so che per te è impossibile ammettere un fallimento››. Hilda la guardò con occhi severi ma col sorriso sulle labbra.
‹‹Quando mi ha detto che voleva lasciare Ásgarðr, stavo per piangere dalla disperazione. No, non ridere… Se è vera l’interpretazione che abbiamo dato al messaggio che ho ricevuto dal Padre di Tutti, lui è l’unico che può evitare l’inevitabile!››.
‹‹Rimane sempre il dubbio d’aver sbagliato, Hilda. L’importante però è che abbia deciso di restare, giusto?››.
Hilda annuì soddisfatta ripensando all’ultimo bacio che si era scambiati, senza uno scopo preciso. Aveva continuato a chiacchierare tranquillamente, dopo essersi concessi quel piccolo peccato, e lui le aveva confidato di voler lasciare Ásgarðr.
‹‹È bastato insinuare nella sua mente il dubbio che Freija non fosse davvero felice, cosa di cui ci siamo accorti tutti, peraltro! Hyoga non si arrenderà fin quando non la vedrà felice, con Leif o con chiunque altro, lui è fatto così››.
‹‹Che idiozie fa fare l’amore!›› disse Eir storcendo il naso. ‹‹Dove andranno mai? Sono troppo curiosa!››.
‹‹Vorrei saperlo anch’io…›› mormorò Hilda, fissando lo sguardo sul sentiero.
‹‹Ti sei mai innamorata?›› le chiese Eir improvvisamente.
‹‹Ho amato i miei genitori, e amo Freija e anche Freyr›› rispose pacatamente Hilda.
‹‹No, di un uomo››.
Hilda stavolta alzò la testa ed era triste in volto. Lanciò un’occhiata furtiva verso la collina dove aveva visto sparire Hyoga e Freija.
‹‹No, mai››. Il medico sorrise dolcemente, non era convinta.
‹‹E lui?››.
‹‹Ti sarà sembrato amore, e forse mi ero sbagliata anch’io, all’inizio. Ma mi sono guardata dentro e ora è tutto risolto›› esclamò trionfante. ‹‹Non esiste uomo che mi abbia ancora fatto innamorare!››.
Svestirono i cavalli e li lasciarono liberi di pascolare. Hyoga si lasciò cadere sull’erba e Freija gli sedette vicino. Poteva godere della bellezza e della tranquillità di quel piccolo paradiso assieme a Freija, ed era talmente felice che sentiva come delle fitte di dolore al petto e allo stomaco. Non gli importava del motivo che l’aveva spinta a raggiungerlo, l’importante era che fossero insieme. Chiuse gli occhi, per godere fino in fondo quella parentesi di felicità, e passò il palmo della mano sull’erba umida.
Freija l’aveva guidato attraverso Iðavöllr e oltre le colline, fino a che si erano inoltrati nella foresta e avevano oltrepassato Ýdalir, le "valli del tasso". Poi Freija aveva ammesso di non conoscere esattamente la strada per giungere alla cascata.
‹‹Avevo pensato che fosse visibile dalle valli›› aveva detto delusa.
Allora avevano scelto una direzione da seguire e si erano incamminati alla ricerca della fantomatica cascata, fino a quando, attirati da un rumore lontanissimo d’acqua scrosciante, non avevano deciso d’avventurarsi più oltre nel fitto bosco e poi dentro una grande apertura. Conducendo i cavalli a mano nella sospetta luce che illuminava la grotta, dopo un brevissimo tratto, seguendo il rumore crescente, avevano finalmente scoperto un’incredibile radura, nascosta tra le rocce delle montagne, il lago e la cascata.
‹‹È un posto meraviglioso›› esclamò eccitato riaprendo gli occhi.
‹‹È ancora più bello di quanto immaginassi!›› gli fece eco Freija.
La principessa non riusciva a distogliere lo sguardo dalla cascata e dalla pozza, scura e profonda, nella quale si raccoglieva l’acqua che scendeva spumeggiante. Decidere di disubbidire a Leif era stato difficile ma era soddisfatta della scelta. Leif non aveva il diritto di pianificare la sua vita perché, in fondo, nessuno era padrone di decidere per lei se non lei stessa. Si lasciò cadere anche lei sull’erba e rimasero stesi, una a fianco all’altro, assorbiti nei loro pensieri.
‹‹Mi dispiace per come ti ho trattato prima›› disse alla fine Freija.
‹‹Cosa ti ha fatto cambiare idea?››.
‹‹Volevo trasgredire alle regole››. Freija sospirò. ‹‹E poi… volevo farmi perdonare per averti fatto arrabbiare…››. Hyoga girò la testa e osservò il profilo di lei.
‹‹Quali regole? Pensavo che una principessa fosse libera di scegliere come e con chi passare il suo tempo››.
Vide Freija fare il broncio. ‹‹Libera? Io non sono libera, Hyoga! Ho dovuto travestirmi e sgattaiolare fuori del palazzo per sfuggire alle guardie! Leif mi fa controllare: ha paura che qualcuno mi rubi!›› disse storcendo la bocca e facendo la lingua. Hyoga ricordò di aver pronunciato lui quelle parole e si mise a ridere. ‹‹Non ridere, ›› si lamentò Freija, ‹‹sono prigioniera nel mio palazzo!››.
‹‹Se non sei soddisfatta di Leif, … lascialo››.
‹‹Non scherzare. È meno facile di quanto sembri. Qui non siamo nel tuo mondo!››.
‹‹Tutto il mondo è paese, si dice. Sarebbe facile, se tu lo volessi davvero››.
Inconsciamente, Freija cominciò a pensare ad un metodo che le permettesse di liberarsi di Leif senza perdere l’onore.
‹‹Parliamo d’altro, ti prego…›› supplicò. ‹‹Oggi voglio divertirmi››.
Hyoga annuì, sollevandosi sui gomiti e si sforzò di trovare un argomento di conversazione. La sola presenza di lei lo aveva reso felice, tanto che avrebbe potuto restare tutto il giorno steso a guardare il cielo che si poteva ammirare attraverso lo squarcio tra le rocce sulla loro testa, in silenzio. C’erano tante cose di cui voleva parlare, tante cose da dire e altrettante da ascoltare, eppure gli riusciva difficile iniziare un discorso.
‹‹Ti stanno bene questi vestiti›› disse infine.
‹‹Lo credi davvero? Sono comodissimi ma è da molto tempo che non li indosso… ›› ripose lei sorridendo.
‹‹In effetti, ›› azzardò Hyoga, schiarendosi la gola con un colpetto di tosse, ‹‹si vede… ››.
Freija si alzò a sedere, incuriosita, seguì il suo sguardo fino a scoprire che le fissava il seno, ben sagomato dalla camicia, molto aderente in quel punto.
‹‹Hyoga!›› squittì, incrociando le braccia sul petto.
‹‹Prostí ..,
(3) mi dispiace… mi è… caduto l’occhio… non intendevo offenderti…››. Incrociò le mani dietro la testa e sollevò i gomiti per nascondersi il viso e Freija sorrise vedendo il rossore che gli colorava le guance.Sei così dolce quando mi chiedi scusa…
Hyoga era diverso da tutti quelli che aveva conosciuto. Era rispettoso e mai si sarebbe permesso di recare offesa a qualcuno. Era fiero e aveva il temperamento di un guerriero ma si rendeva conto dei suoi sbagli e accettava di buon grado i rimproveri. Freija era affascinata dall’indole docile di quell’uomo che, in fondo, conosceva appena. L’aveva incontrato in circostanze spiacevoli e aveva apprezzato in lui, prima di tutto, l’ardore e lo spirito combattivo. Aveva combattuto per lei e l’aveva protetta dal pericolo, sfidando la collera di Hilda e la potenza dei Guerrieri Divini per salvarla.
Era rimasta colpita dalla sua bellezza, la prima volta che l’aveva visto, e ricordò con un sorriso l’innocenza di quell’infatuazione d’adolescente. Ora, a distanza di tanti anni, le cose erano molto cambiate.
Hyoga aveva tagliato i lunghi capelli e sul suo volto rasato brillavano al sole corti fili d’oro della barba. Gli occhi azzurri spiccavano su quel viso da bravo ragazzo e sulla sua fronte facevano capolino, di tanto in tanto, marcate ed espressive rughe che, assieme alle fossette ai lati della bocca e alle labbra carnose, lo rendevano attraente. Freija lo fissò attentamente e notò il fisico prestante che non era nascosto dall’ampio maglione e dai pantaloni usurati e stinti. Era ancora bellissimo, ma d’una bellezza diversa, non più tenera e innocente, ma sensuale. E Freija si sorprese a fantasticare e a chiedersi quante donne avesse stretto tra quelle sue forti braccia, lottando con la gelosia e l’invidia.
‹‹Raccontami qualcosa di te››.
Hyoga abbassò le braccia, e scoprì il viso. ‹‹Che cosa vuoi sapere?››.
La principessa alzò le spalle. Non le importava l’argomento della discussione, le interessava sentirlo parlare. Hyoga le piaceva, perché, a prescindere dall’aspetto fisico, pur sempre importante, sembrava condensare tutte le qualità e i pregi che caratterizzavano il suo uomo ideale.
Ma deve pur avere un qualche difetto! Scoprirò qualcosa di lui che non posso assolutamente sopportare, neanche con tutta la buona volontà di cui sono capace. Allora mi convincerò che non siamo fatti l’uno per l’altra. A lui non devo pensare, io ho Leif! È la strategia migliore, si disse compiaciuta, per spezzare l’incantesimo che la imprigionava sempre più strettamente. Allora avrebbe capito di preferire Leif, anche se cominciava a credere che un uomo qualunque sarebbe stato meglio di lui.
‹‹Raccontami le tue battaglie, Sacro Guerriero››.
Hyoga inarcò le sopracciglia in un’espressione mista di stupore e perplessità.
‹‹È una storia lunga, triste e…per te poco interessante, credo››.
‹‹Nessuno ci fa fretta, oggi, ma non sarà un problema se non vuoi›› rispose Freija dolcemente.
Hyoga agitò una mano, per farle capire che non era per lui un problema.
‹‹La cosa più triste di tutta questa storia, ›› cominciò a narrare ‹‹l’abbiamo scoperta pochi anni fa, quando io, e i ragazzi, abbiamo capito che eravamo nati solo per proteggere Atena. Il nostro destino, insomma, era già stato deciso prima ancora della nostra nascita››.
‹‹Una premessa interessante!›› esclamò lei. ‹‹Ascolterò tutta la tua storia, se vorrai raccontarla››.
(4)‹‹Avevo sette anni, quando arrivai alla Fondazione Grado, creata dal vecchio Kido. Sono stato con gli altri orfani per due lunghi anni, una vera tortura. Poi finalmente fui destinato in Siberia, per completare l’allenamento e diventare un vero guerriero. Sei anni di allenamenti, e poi finalmente ho potuto fregiarmi del titolo di Sacro Guerriero››.
Hyoga non si dilungò molto sui quegli anni. Mentì, dicendo che non era successo niente di interessante.
‹‹Se avessi obbedito ciecamente agli ordini del Santuario, le cose sarebbero andate diversamente›› disse improvvisamente. ‹‹Saori continuava a scrivermi per chiedermi di tornare a Tokyo. Voleva che mi unissi ai Guerrieri che avrebbero partecipato al grande Torneo che aveva organizzato. Io la consideravo una pagliacciata. Era umiliante esibirsi in un’arena, combattendo battaglie inutili, per la sola gioia del pubblico. Odiavo Saori, era sempre stata odiosa e impertinente. Quel maledetto Torneo l’avrebbe resa ancora più ricca e strafottente. Non ero interessato, anzi ero davvero seccato per l’insistenza con cui mi perseguitava››.
‹‹Ora le cose sono cambiate›› azzardò a dire Freija. ‹‹Non la odi più, mi sembra››.
Nella mente di Freija, le sue parole sarebbe dovute suonare come una provocazione, perché il tono della voce di Hyoga era troppo dolce quando pronunciava il nome di lei.
È assurdo! Non posso essere gelosa di Saori, anzi non devo essere gelosa!
Naturalmente Hyoga non colse il significato di quelle parole e riprese a raccontare senza preoccuparsi troppo.
‹‹Net, ora la adoro›› precisò, facendola un po’ innervosire. ‹‹Allora non sapevo ancora chi fosse realmente, e non potevo immaginare che il suo scopo fosse quello di raccogliere una schiera di guerrieri che diventassero i suoi protettori, né avrebbe potuto presentare il torneo in questi termini››.
‹‹Se non le rispondevi, e non sapevi niente di lei, come hai accettato di partecipare al Torneo? Perché tu…hai partecipato!››.
Hyoga disse di sì. ‹‹Sono stato obbligato. Assieme all’ennesima lettera di Saori, un giorno ne arrivò una mandata dal Santuario di Grecia. In quegli anni, Camus, il grande maestro delle energie fredde era venuto spesso in Siberia per verificare di persona i miei progressi. Il Grande Sacerdote lo mandava apposta per me, e io ero felice di ricevere l’attenzione del Santuario, mi riempiva d’orgoglio. In quella lettera, il sacerdote mi ordinava di eliminare i traditori, e di recuperare la Sacra Armatura d’oro del Sagittario, trafugata dal Santuario vent’anni prima. Saori aveva l’armatura, e le sacre vestigia erano il premio per il vincitore del Torneo››.
‹‹E al torneo, Ikki ha rubato la Sacra Armatura››.
Hyoga rise. ‹‹Sì, come lo sai?››.
‹‹Ho sentito Hilda e Freyr che ne discutevano, una volta. Ikki però ha cambiato campo, e ora è un guerriero fedele ad Atena››.
‹‹E sempre assente›› aggiunse Hyoga, un po’ seccato. ‹‹Sì, Ikki rubò la Sacra Armatura e dovemmo lottare per riaverla. Il problema fu che, sulle tracce dell’armatura, c’erano altri sicari inviati dal Santuario, che avevano il compito di uccidere tutti i traditori. Quello che avrei dovuto fare io››.
‹‹Ma tu non l’hai fatto…››.
‹‹Net›› disse Hyoga. ‹‹Cominciai a nutrire i primi dubbi sulla giustezza della mia missione quando rincontrai i miei vecchi compagni, al Torneo. Prestai poca attenzione a loro, ma avvertivo una certa serenità in loro compagnia e…anche alla presenza di Saori, in verità. Poi, quando i guerrieri del Santuario cominciarono ad attaccarci indistintamente, pensai che al Gran Sacerdote non importava della vita dei suoi seguaci, era interessato solo a riavere l’armatura d’oro.
‹‹In quei giorni, ho riflettuto sul mio ruolo di guerriero. Per proteggere Atena avevo ricevuto l’Armatura di Cygnus, a prescindere dai miei obiettivi personali che mi avevano aiutato nell’impresa. Quando si svelò a noi il cosmo della dea, non ho avuto più dubbi. Fu uno shock scoprire che la ragazzina viziata che ci aveva tormentato con le sue cattiverie era, in realtà, la dea che avevamo giurato di proteggere. Accettando Saori come Atena, eravamo entrati in guerra aperta col Santuario››.
‹‹Perché? Il Sacerdote era anche lui un seguace di Atena, avrebbe dovuto gioire per la comparsa della dea, essere vostro alleato››.
‹‹La situazione era molto complicata, se si considera che quel sacerdote era un impostore e un assassino. Atena rappresentava per lui una minaccia, per questo aveva cercato di ucciderla. Aiolos aveva salvato la bambina, aveva scoperto l’identità dell’impostore ed era stato condannato a morte. Lui era il possessore della Sacra Armatura del Sagittario, il guerriero della speranza››.
Il famoso astrologo Mitsumasa Kido, appassionato di cultura e mitologia greca, durante un soggiorno ad Atene, aveva assistito esterrefatto alla rocambolesca fuga di un uomo che era riuscito, miracolosamente, a sfuggire ai suoi inseguitori riparandosi tra le rovine di un tempio. Lo studioso giapponese aveva scoperto nel fuggiasco un giovane guerriero, vestito alla maniera degli antichi greci, che pure allo stremo delle forze e ferito mortalmente, ancora cullava dolcemente un neonato.
L’eroe morente, in un ultimo disperato tentativo di salvare la bambina che aveva protetto a costo della sua vita, l’aveva affidata a Kido, confidandogli un segreto che gli intimò di conservare gelosamente. La piccola era la reincarnazione della dea Atena, protettrice della giustizia e tutrice della pace, che rinasceva tra gli uomini ogni volta che si ripresentava forte e minaccioso il potere delle forze oscure.
Aiolos aveva salvato la bambina che sarebbe stata altrimenti sacrificata in un barbaro rituale che era alla base di un macchinoso piano di conquista, e l’aveva così strappata dalle crudeli mani del Grande Sacerdote del Santuario di Grecia, che aveva riconosciuto la presenza della dea e si era reso conto del fatto che, fin quando la bambina fosse vissuta, avrebbe rappresentato una minaccia per lui e per i suoi malefici progetti.
Mitsumasa accettò di allevare la bambina, ma faticò a credere alle parole del guerriero, ritenendole vaneggiamenti di un uomo prossimo alla morte. Dovette ricredersi quando il guerriero gli consegnò un magnifico scrigno intarsiato che s’aprì sotto i suoi occhi rivelando una scintillante forma di centauro che tendeva l’arco con una freccia incoccata.
‹‹Questa è la Sacra Armatura del Sagittario›› gli spiegò Aiolos. Quell’armatura gli apparteneva, disse, poiché egli era il Sacro Guerriero d’oro della Costellazione del Sagittario.
‹‹Mitsumasa credette ad Aiolos, per nostra fortuna. Per lunghissimo tempo, Kido tenne nascosta la bambina e l’armatura, fin quando Saori non crebbe abbastanza per sapere la verità. Poi, quando fu sicura della nostra rettitudine, lei stessa ci svelò la sua vera identità. Il Grande Sacerdote aveva plagiato i guerrieri d’oro, perché alcuni di loro dubitavano di lui, e per quasi vent’anni, cercò disperatamente di rintracciare la bambina in cui era rinata la dea e la Sacra Armatura. Intanto, Kido s’impegnò con tutte le sue forze e risorse nella costruzione della Fondazione Grado e del Collegio delle stelle, l’orfanotrofio che avrebbe raccolto i futuri difensori della dea, cioè noi. Quando compì il suo diciottesimo anno d’età, Saori ereditò il patrimonio di Mitsumasa Kido, che nel frattempo era morto, e organizzò il torneo che suo nonno stava progettando da anni, il grande avvenimento che avrebbe riunito tutti i ragazzi che Kido aveva mandato a diventare Guerrieri. Ogni tentativo del Sacerdote di eliminarci fu sventato e uno ad uno caddero tutti i suoi guerrieri, di Bronzo, come noi, e d’Argento. Inviò anche alcuni guerrieri d’oro, come Aiolia del Leone che cercò di freddare Seiya mentre era in ospedale. Aiolia è il fratello minore di Aiolos. La morte di suo fratello come traditore l’aveva sconvolto, ed avrebbe fatto di tutto per riscattare il suo onore macchiato da quello che credeva un indecoroso tradimento. Al Santuario avevamo anche degli alleati, per fortuna. Marin dell’Aquila, donna-guerriero e mentore di Seiya al Santuario, riuscì ad avvertirlo del pericolo che correvamo, e così ci preparammo ad affrontare il nemico. Per quanto mi riguarda, mi toccò una punizione esemplare, perché ero considerato un traditore, meritevole di morte più di tutti i miei compagni.
‹‹Tornai in Siberia, perché Jacob, un amico del villaggio di Kohotec dove abitavo, mi scrisse di aiutarli a ribellarsi alla tirannia di Crystal, il guerriero che era stato il mio maestro. Era scomparso per mesi dal villaggio, e poi era riapparso in compagnia di misteriosi uomini che iniziarono a sfruttare gli abitanti di Kohotec per la costruzione di una struttura che avrebbe rappresentato il potere del Santuario sulla Siberia. Quando arrivai, vidi con i miei occhi l’enorme piramide di ghiaccio, e gli abitanti del villaggio costretti a lavorare, sotto la minaccia delle armi, impegnati nella costruzione di quell’oscenità! Alla mia vecchia abitazione incontrai anche Crystal, l’uomo che mi aveva reso un guerriero e che mi aveva sempre messo in guardia contro i misteriosi progetti del Santuario, che mi aveva fatto anche da padre. Io non gli avevo creduto, desideroso di dimostrare tutto il mio valore a Camus e al Sacerdote di Grecia. In quel momento, le nostre posizioni erano ribaltate, lui schiavo della volontà del sacerdote, e io passato dalla parte opposta, traditore del Santuario. La piramide era solo una scusa per attirarmi in Siberia, il suo vero scopo era quello di uccidermi››.
‹‹Avete combattuto…››.
‹‹Sì›› sospirò lui. ‹‹Al Santuario mi conoscevano fin troppo bene, Camus mi aveva spiato in tutti quegli anni, e sapeva che avevo il cuore tenero, e che non avrei mantenuto il sangue freddo davanti ad un avversario che fosse anche un amico. Marin, però, aveva assistito al colloquio tra Crystal e il Sacerdote, e raccontò a Seiya che, alla presenza di Camus, il Sacerdote aveva ordinato al mio maestro di uccidermi››.
Quando Seiya arrivò in Siberia allievo e maestro stavano già affrontandosi. Quello non era l’unico pericolo però. Camus aveva intuito la forza di Hyoga e aveva esortato il Sacerdote a prendere altre misure, per sicurezza, perché se Hyoga si fosse deciso a combattere avrebbe potuto battere il suo maestro. Hyoga cercava di far ragionare il suo maestro, evitando di combattere per quanto gli fosse possibile, senza sapere di essere sotto il tiro di cecchini appostati sulla piramide ormai terminata. Quei sicari, che avrebbero freddato Hyoga nel più vile dei modi, furono intercettati da Seiya.
‹‹Crystal era già libero dalla schiavitù mentale del sacerdote quando mi obbligò ad ucciderlo col mio colpo più potente. Quella fu la sua ultima lezione, insegnarmi ad essere impassibile di fronte all’avversario. Così, dopo mia madre, anche il mio maestro era morto per farmi vivere. Sono stato un pessimo allievo, però, perché c’è voluto molto tempo perché la imparassi, e la morte di altre persone a me care…››.
‹‹È davvero un uomo spietato, il sacerdote!›› disse Freija con disprezzo.
‹‹Questo è sicuro›› disse Hyoga con voce cupa. ‹‹DeathMask del Cancro attaccò Shiryu mentre si trovava ai Monti Ro, in Cina, ma il guerriero d’oro fu cacciato dal vecchio maestro di Shiryu. E nello stesso momento, Milo dello Scorpione fu mandato sull’Isola di Andromeda per cercare Shun, che fortunatamente era in Giappone, a fianco di Saori. Il guerriero d’oro devastò l’isola, senza lasciare un solo superstite. L’unica che si salvò fu June, donna-guerriero della costellazione del Camaleonte. Anche Ikki fu trovato e attaccato nella sua isoletta, e anche lui riuscì a scampare.
‹‹Arrivati a quel punto, non potevamo aspettare oltre. Passammo un anno di angosce, durante il quale ogni attimo della nostra vita era condizionato dal terrore di nuovi agguati. Se fossimo restati inerti e sulla difensiva ad attendere le mosse del Santuario, saremmo stati abbattuti, uno dopo l’altro, per sfinimento. Lady Saori prese così una coraggiosa decisione. Sarebbe andata lei stessa al Santuario, per incontrare il Grande Sacerdote e discutere con lui la situazione. Saori era convinta che il confronto diretto, a parole naturalmente, sarebbe stato la soluzione migliore ai nostri problemi. Non avremmo mai potuto lasciarla andare sola, senza protezione, e partimmo tutti per Atene››.
Il Santuario era situato a qualche chilometro dalla città di Atene, vicinissimo eppure impossibile da trovare per chi non sapesse dove cercare.
‹‹Proprio come Ásgarðr!›› disse Freija sorpresa.
‹‹Esatto››.
Era un complesso di edifici, una città costruita per la dea Atena e per i suoi fedeli, guerrieri e servitori, cresciuta intorno ad un’alta montagna e sviluppata su un territorio molto vasto. Nella parte bassa sorgevano i dormitori, per i giovani aspiranti guerrieri, il refettorio dove si riunivano per i pasti, i bagni, e un piccolo agglomerato con le abitazioni dei servitori e alcuni bazar. Al Santuario erano presenti anche molte donne, che abitavano però strutture separate: dividevano con gli uomini soltanto la mensa. Sulle pendici più basse della montagna sacra, sorgevano le dimore dei guerrieri, sistemate secondo il grado d’importanza. Appartenevano ai guerrieri di Bronzo quelle più piccole, e ai guerrieri d’argento le case più grandi e belle. In cima alla montagna, si ergeva maestoso il Grande Tempio, la residenza del Gran Sacerdote e la sede principale del culto della dea. Per arrivarvi, era necessario salire la lunga scalinata che si arrampicava serpeggiando sul fianco della montagna, e attraversare dodici templi, dimore degli uomini più fedeli alla dea.
‹‹Dodici templi per dodici Sacri Guerrieri d’oro, uno per ogni segno zodiacale››.
Avevano pochi alleati tra quei dodici guerrieri plagiati dal Grande Sacerdote, quando invece quegli uomini avrebbero dovuto riconoscere il cosmo della dea e inchinarsi al suo passaggio. Oltre a questo, i quattro guerrieri di bronzo avevano con alcuni di loro conti aperti da risolvere e grandi motivi di odio.
‹‹Sapevamo fin dall’inizio che non sarebbe stato facile giungere fino al Gran Sacerdote, ma eravamo fiduciosi perché entravamo nel Santuario al seguito della dea Atena stessa. Invece, attraversare quei dodici templi divenne una disperata corsa contro il tempo, perché fummo assaliti nella piazza da cui partiva la grande scalinata. Saori aveva scritto al sacerdote, informandolo del suo arrivo, e quella fu la sua risposta››.
Tramy, guerriero d’argento della costellazione della Freccia, li attaccò con una pioggia di frecce. Hyoga e compagni si pararono di fronte alla dea, per proteggerla, ma abbassarono la guardia quando si accorsero che quelle lanciate da Tramy erano dardi illusori. In quel momento partì l’unica freccia reale e si conficcò dritta nel petto di Saori, all’altezza del cuore. Tramy venne polverizzato dagli attacchi dei guerrieri di bronzo ma ormai aveva svolto il suo compito.
‹‹L’unico modo possibile per salvarle la vita, come scoprimmo più tardi, era quello di arrivare dal Sacerdote, lui doveva aiutarci. Intanto la lasciammo lì, in quel piazzale, in compagnia di Tatsumi, il maggiordomo di Villa Kido. Aveva voluto accompagnarci a tutti i costi, quel pazzo››. Fece una pausa, poi alzò un braccio. ‹‹C’è una torre, al Santuario, un orologio gigantesco con i simboli dei segni zodiacali al posto dei numeri, e dodici fiammelle che si spengono, una alla volta, al passare delle ore. Questa torre è molto alta, e visibile da ogni punto del Santuario. Era il nostro punto di riferimento, scandiva il tempo che restava da vivere a Saori››.
I quattro guerrieri, poiché di Ikki non avevano avuto alcuna notizia, corsero verso il Grande Tempio senza perdere un attimo, sapendo che presto gli altri guerrieri di bronzo avrebbero raggiunto il Santuario per proteggere Saori. Hyoga, Seiya, Shun e Shiryu erano gli unici che avrebbero potuto affrontare l’ardita scalata, poiché erano i più forti e determinati tra tutti i guerrieri.
Passato il primo tempio, dove Mu dell’Ariete, una vecchia conoscenza, riparò le loro armature, dovettero affrontare il primo avversario. Aldebaran del Toro, titanico difensore della seconda casa, diede del filo da torcere a Seiya, che alla fine riuscì a spuntarla. Il guerriero d’oro perse uno dei due corni che ornavano il suo elmo, ma li lasciò passare, perché aveva acquisito piena consapevolezza dei suoi dubbi verso il Sacerdote.
I guai grossi arrivarono alla casa dei Gemelli, quando i quattro fratelli si accorsero di vagare senza meta in corridoi che avevano già percorso, senza riuscire a guadagnare l’uscita.
‹‹Ciò che c’insospettì maggiormente fu che non si avevano più notizie del guerriero dei Gemelli da moltissimi anni. Il terzo tempio avrebbe dovuto essere deserto, invece si rivelò un labirinto creato appositamente per disorientarci. Quando arrivammo finalmente a quella che credevamo l’uscita, scoprimmo di essere di nuovo nel piazzale davanti al tempio, che nel frattempo s’era sdoppiato in due edifici assolutamente identici. Il guerriero dei Gemelli non doveva essere lontano, perché le illusioni erano una delle sue specialità››.
L’unica soluzione era separarsi. Seiya e Shiryu entrarono nel tempio di destra, Hyoga e Shun nell’altro. I primi che fossero riusciti ad uscire sarebbero dovuti correre al tempio successivo senza aspettare gli altri.
‹‹Entrare nel tempio dei Gemelli fu come attraversare un mondo di opposti. Al suo interno, in quel labirinto infinito, si susseguivano zone di ombra e luce, sentivamo il rumore dei nostri passi, e subito dopo il silenzio. Ma eravamo sempre accompagnati dalla sgradevole sensazione del cosmo del guerriero d’oro, forte e minaccioso. Alla fine l’abbiamo incontrato, o meglio, ci siamo trovati di fronte all’armatura d’oro dei Gemelli senza guerriero. Inquietante, con due maschere scolpite ai lati dell’elmo, una triste e l’altra con un sorriso malvagio››.
Hyoga volle attaccare il guerriero d’oro senza perdere tempo, nonostante le catene dell’armatura di Shun, famose per l’abilità nell’individuare un nemico, fossero restate immobili. Intanto nell’altro tempio, Seiya e Shiryu si trovarono di fronte ad un secondo guerriero dei Gemelli, in tutto identico all’altro. Shiryu aveva riportato gravi lesioni agli occhi ma aveva voluto lo stesso partecipare all’impresa. Fu Seiya ad avvertirlo della presenza dell’avversario, proprio di fronte a loro. La cecità di Shiryu fu la loro salvezza. Seiya, come Hyoga, avrebbe voluto attaccare ma il compagno lo bloccò assicurando di non sentire la presenza del guerriero nel tempio.
‹‹La vista ci aveva ingannato, avremmo dovuto badare di più agli altri sensi. Il guerriero d’oro era lontano, il suo cosmo aveva potuto creare le illusioni dei due templi, ma non era presente fisicamente. Shiryu riuscì così a condurre Seiya fuori dal tempio dei Gemelli››.
‹‹E voi?›› chiese Freija. ‹‹Come avete fatto tu e Shun?››.
‹‹Per noi la situazione si complicò notevolmente››.
Non appena Seiya e Shiryu uscirono, il loro tempio sparì e rimase un unico edificio. L’armatura, che fino allora si era limitata a respingere gli attacchi di Hyoga, improvvisamente si animò e li attaccò. Il colpo investì violentemente Hyoga e Shun, che furono risucchiati nei vortici dell’Altra Dimensione. L’intervento provvidenziale di Ikki, che disturbò telepaticamente il guerriero dei Gemelli, salvò Shun. Al secondo assalto, Andromeda fu in grado di difendersi da solo e riuscì a superare la dimensione parallela creata dall’avversario con l’aiuto delle sue catene, e a colpirlo. L’armatura dei Gemelli si compose nella sua forma di riposo, e apparve l’uscita della casa. Davanti a sé, Shun vide la scalinata che conduceva al quarto tempio, ma non c’era traccia di Hyoga, perso nella dimensione parallela.
‹‹Quando mi sono ripreso, mi sono trovato in un luogo sconosciuto, e con me c’era Camus dell’Acquario custode dell’undicesimo tempio››.
‹‹Eri all’undicesimo tempio, ad un passo dal Grande Tempio!››
‹‹Purtroppo no›› disse lui. ‹‹Camus mi aveva salvato dalla dimensione parallela, ma era sceso al settimo tempio, quello della Bilancia››.
Il guerriero d’oro della Bilancia era Doko, il maestro di Shiryu, che da moltissimi anni non abitava più il suo tempio al Santuario, preferendo restare a meditare davanti alla cascata dei Monti Ro.
Al Santuario la gerarchia era stabilita in base alla potenza di un guerriero, ma soprattutto in base allo sviluppo dei suoi poteri. I guerrieri di bronzo avevano sviluppato il sesto senso, paragonabile ad un intuito che permetteva loro di usufruire dei poteri derivanti dalla loro costellazione protettrice. Un gradino sopra loro, stavano i guerrieri d’argento, che riuscivano a sviluppare e a controllare maggiormente le loro potenzialità. Sopra tutti c’erano i guerrieri d’oro, coloro che aveva acquisito il settimo senso, la piena consapevolezza dei loro poteri, il controllo assoluto del loro cosmo.
‹‹Camus voleva che io acquisissi il settimo senso, prerogativa di un guerriero d’oro, perché altrimenti non sarei sopravvissuto agli scontri con gli uomini più fedeli alla dea, i suoi guerrieri più forti. Era una condizione indispensabile››.
‹‹Voleva aiutarti›› si stupì Freija. ‹‹Ce l’hai fatta?››.
Lui accennò un sorriso. ‹‹No. Camus voleva combattere. Io, nonostante tutto, lo rispettavo ancora come maestro. Per risvegliare la mia forza, per scuotere il mio orgoglio di guerriero, lui…››. Fece una pausa lunghissima, come se ricordare quel momento fosse ancora troppo doloroso. ‹‹Perché avessi valide motivazioni per attaccarlo, lui fece sprofondare la nave in cui giaceva il corpo di mia madre nelle profondità del Mare del Nord, in un punto dove mi sarebbe stato impossibile raggiungerlo. Non è servito a nulla, perché anziché trovare la forza di reagire, mi sono lasciato scoraggiare dal timore di non poterla più vedere, e ho perso lo scontro››. Lei lo fissò intensamente, lui abbassò lo sguardo. ‹‹Penserai che sono un debole, ma in effetti è vero››.
‹‹No, credo che tu abbia una grande sensibilità, troppa forse››. Lui annuì.
Intanto al tempio del Cancro, il quarto, Shiryu restò solo ad affrontare DeathMask, il tenebroso guardiano, mentre Seiya per guadagnare tempo correva al quinto tempio, dove l’aspettava Aiolia del Leone.
Il guerriero d’oro del Cancro trascinò Shiryu nella valle della morte, dove le anime vagavano silenziose verso la bocca degli inferi. In quel luogo tetro, Shiryu vide tra le anime, quelle di Hyoga e di Saori, che si dirigevano anche loro silenziose verso il luogo del non ritorno, la bocca degli inferi. Shun recuperò Shiryu, malconcio dopo la vittoria su DeathMask. Il Dragone aveva miracolosamente recuperato la vista, e insieme raggiunsero Seiya, che stava affrontando un vendicativo Aiolia.
Il giovane Aiolia aveva visto in Saori la dea Atena, avrebbe dovuto appoggiarli nella scalata al Grande Tempio. Invece, plagiato dal Sacerdote, si oppose a Seiya in tutta la sua furia. Le parole non avrebbero sortito effetto, Aiolia avrebbe riacquistato la lucidità solo dopo aver ucciso il suo avversario. In quel frangente, Seiya fu salvato dal sacrificio di Cassios.
‹‹Chi è Cassios?››.
Hyoga si grattò la fronte. ‹‹Le vicende che accaddero al Santuario sono difficile da riassumere, per il fatto che coinvolsero molte persone. In quel luogo s’intrecciarono relazioni e congiure che nemmeno noi siamo riusciti a comprendere fino in fondo. Ciò che ti sto raccontando, sono solo i fatti principali, quelli che ci riguardano direttamente, ma immagina che in questa vicenda furono coinvolte molte più persone di quante ne abbia nominate. Ti dirò che Seiya conquistò l’armatura di Pegasus in Grecia, sconfiggendo Cassios, il pupillo di Shaina dell’Ofiuco, un’altra donna-guerriero. Seiya era di origini giapponesi, ed era tollerato a fatica il fatto che uno straniero sottraesse l’armatura ad un guerriero greco. La vittoria di Seiya scatenò l’ira dei guerrieri del Santuario che cercarono di ucciderlo per riprendersi le vestigia di Pegasus. Li guidava l’agguerrita Shaina, desiderosa di vendicare Cassios che aveva perso un orecchio nello scontro con Seiya. Shaina non riuscì a battere Seiya, e lui non la colpì, perché, nonostante tutto, è difficile combattere con una donna" Hyoga sorrise. "Per sua sfortuna, l’onda d’urto le spaccò la maschera…".
‹‹Cosa significa?››.
‹‹Al Santuario vigono leggi severissime, che riguardano il comportamento dei guerrieri, sia uomini che donne. Una di queste regole, forse la più vecchia e rigorosa, impone alle donne che vogliono diventare guerrieri d’indossare una maschera che non devono mai togliere. Se una donna-guerriero perde la sua maschera, ha solo due alternative: uccidere il suo avversario, o uccidersi. È una questione d’onore, perché perdere la maschera è considerata una grande umiliazione››.
‹‹Non posso credere a quello che dici…››.
‹‹Eppure è così. Al Santuario esistono molte regole, rispettate da tutti, che potrebbero essere considerate inumane. È sempre stato così, e finché la dea non dirà la sua, nessuno oserà opporsi. Certo, noi abbiamo causato un certo scompiglio, eppure molte di queste regole valgono anche per noi. Saori ha dato disposizioni perché venissero allestiti i nostri alloggi nel Grande Tempio, un grandissimo onore per un guerriero, e siamo collocati al massimo grado d’importanza nella gerarchia, sopra tutti. Nessuno può sedere al nostro tavolo, nel refettorio, a meno che non siamo noi ad autorizzarlo, e comunque evitiamo di invitare chiunque a sedere con noi. Ogni classe di guerrieri occupa il suo posto, nella grande sala del refettorio, a seconda del grado. E fino a poco tempo fa, donne e uomini mangiavano in tavoli separati, e non potevano parlarsi, né al refettorio, né durante la giornata se erano ancora novizi. Ai guerrieri è concessa una maggiore libertà, sempre nei limiti››.
‹‹Vivere al Santuario è come stare in carcere! Avrei voluto vederlo, una volta, ma mi è passata la voglia!››.
‹‹Solo il Grande Sacerdote, o Lady Saori, può permettere agli estranei di entrare al Santuario, e finora non l’ha mai fatto nessuno dei due. Se fosse stato possibile, ti avrei già invitato a venire››.
Freija scosse la testa, ridendo.
‹‹Ma sto divagando›› si riprese Hyoga. ‹‹Ti dicevo di Shaina. Naturalmente aveva scelto di uccidere Seiya, e ci provò in molte occasioni. Col tempo però, per come si susseguirono gli eventi, lei…prese Seiya in simpatia, diciamo così, e non desiderò più ucciderlo ma salvarlo dalla furia del sacerdote e degli uomini del Santuario. Il quadro si completa se ti dico che Cassios aveva sempre amato Shaina, e avrebbe fatto qualunque cosa per farla felice. Alla quinta casa, Cassios salvò Seiya, perché sapeva che se fosse morto, Shaina avrebbe sofferto moltissimo. E Aiolia fu liberato dall’incantesimo del Sacerdote››.
Il prezzo del fallimento della missione era troppo alto, ed era necessario giungere al più presto alla stanze del sacerdote, per tentare di salvare Saori e Hyoga. Al sesto tempio, Ikki raggiunse gli altri guerrieri, giusto in tempo per sostenere lo scontro con Shaka della Vergine, considerato l’uomo più vicino alla dea. Il suo intervento fu provvidenziale, ma pagò la sua tempestività, che permise a Seiya, Shun e Shiryu di proseguire, con la vita.
Avevano perso Hyoga, al tempio dei Gemelli, e subito dopo il suo arrivo, anche il guerriero della Fenice si era sacrificato per farli proseguire. Eppure le sorprese non erano finite, perché al tempio della Bilancia, il settimo, quello custodito da Doko, i tre guerrieri si trovarono di fronte all’enorme blocco di ghiaccio, eretto da Camus, dov’era imprigionato Hyoga. Dentro a quel gelido feretro, inspiegabilmente, il cuore di Hyoga batteva ancora. Con l’armatura della Bilancia, che Doko fece apparire alla settima casa, tentarono di salvare Hyoga. l’armatura della Bilancia possedeva sei paia d’armi, una per ogni guerriero d’oro. Shiryu scelse la spada e con quella formidabile lama poté fendere il ghiaccio e liberare il corpo inerte di Hyoga.
‹‹Libero dal ghiaccio di Camus, sarei morto assiderato…. Non potrò sdebitarmi con Shun in nessun modo, perché mi ha ridato la vita››.
Shun rimase con Hyoga, bruciando il suo cosmo per produrre energia sufficiente per scaldarlo, l’unico modo possibile per rianimarlo. Se Hyoga non si fosse ripreso in tempo, Shun si sarebbe consumato liberando il suo cosmo e sarebbe morto, regalando la sua vita per far rivivere l’amico.
‹‹Quando ho riaperto gli occhi, ho trovato Shun accasciato vicino a me, pallido come un morto. Respirava appena ma era vivo. Camus mi aveva tolto la cosa più preziosa che avevo, mia madre, ma per Shun, e Saori, ho ritrovato la forza di andare avanti››.
Intanto, all’ottavo tempio, Milo dello Scorpione aveva già sopraffatto Seiya e Shiryu. Non poté assaporare il trionfo perché apparve Hyoga, l’unico tra tutti loro che avrebbe potuto affrontare il Sacro Guerriero dello Scorpione e il suo terribile Scarlet Needle .
(5)‹‹I miei attacchi sembravano inefficaci, non scalfivano nemmeno la sua armatura. Milo aveva un attacco formidabile, che lanciava con un dito››. Sollevò l’indice, mentre descriveva come l’unghia del suo avversario si trasformava in un aculeo scarlatto ‹‹del tutto simile a quello di uno scorpione. Di quindici stelle è composta la costellazione dello Scorpione, e di tante punture era composto il suo colpo micidiale. Milo mi ha assicurato che nessuno è mai sopravvissuto oltre la sesta puntura, perché chiunque le ricevesse impazziva per il dolore e invocava pietà. Io le ho subite tutte, compresa la quindicesima puntura, che prende il nome dalla stella situata al centro della costellazione: Antares, la puntura mortale›› affermò con una punta d’orgoglio.
‹‹Come hai fatto? Non sentivi dolore?››.
‹‹Da impazzire, ma pensavo ad Atena. Lei è sempre stata al nostro fianco, in ogni battaglia, e ci ha protetto. Non m’importava di morire, a nessuno di noi importava molto, vivevamo solo per proteggerla, e per nient’altro››.
Era la loro devozione e lo spirito di sacrificio che rendeva forti i Sacri Guerrieri. Nessuno di loro si sarebbe mai ritirato da una battaglia né si sarebbe arreso davanti ad un nemico apparentemente invincibile.
Seiya e Shiryu avevano oltrepassato l’ottavo tempio, portando con loro il corpo esanime di Shun. L’obiettivo primario di Hyoga era stato quello di trattenere il Sacro Guerriero d’oro per permettere ai suoi compagni di allontanarsi, ma sconfiggere lo Scorpione avrebbe significato riunirsi a loro per salire assieme a loro verso il Grande Tempio. Anche se le difese di Milo sembravano impenetrabili, ad ogni puntura dello Scorpione Hyoga rispondeva con un attacco mirato, seguendo una sua disperata strategia. Sicuro della vittoria Milo si preparò a lanciare Antares contro Cygnus, ormai privo di forze, ma non poté muoversi perché Hyoga aveva indirizzato tutti i suoi colpi alle gambe dell’avversario, che adesso era immobilizzato a terra da una morsa di ghiaccio.
‹‹Non ha funzionato?!›› esclamò Freija incredula. Hyoga scosse la testa.
Colpì lo Scorpione con tutta la sua forza, scaraventandolo lontano. Milo però non era ancora sconfitto, mentre Hyoga gocciolava sangue che sgorgava dalle quattordici ferite, indebolendosi sempre più.
‹‹Camus mi aveva imprigionato nel ghiaccio per risparmiarmi una morte atroce, questo mi disse Milo. Non ero pronto per affrontare la lotta al Grande Tempio, perché ero debole e avevo ancora troppe lacrime nel cuore. Sarei stato sconfitto, umiliato e ucciso, mentre in quel ghiaccio avrei riposato in eterno, senza soffrire››.
Hyoga fissò lo sguardo lontano, mordendosi le labbra. ‹‹Milo voleva risparmiarmi, per rispetto a Camus, e io ho rifiutato. Non potevo abbandonare la lotta solo per sopravvivere. Milo m’aveva umiliato voltandomi le spalle, era come se non avesse riconosciuto in me un valido avversario. Combattere era più onorevole che implorare pietà! Quando ha lanciato l’Antares, avevo a malapena la forza di alzare le braccia, ma ho attaccato lo stesso, con tutta la forza che mi rimaneva. La quindicesima puntura mi ha colpito all’addome, proprio qua››. Sollevò il maglione e mostrò una cicatrice circolare al ventre, pochi centimetri a destra dell’ombelico.
Col suo ultimo colpo Hyoga, quando sembrava non avesse nemmeno più energia per trarre un respiro, congelò i punti di forza dell’armatura dello Scorpione. In una frazione di secondo, nel tempo in cui Milo lanciava Antares, Hyoga colpì quindici volte dimostrando, nel momento della sconfitta, la sua superiorità. Impressionato dalla devozione che spingeva Hyoga, stremato, a strisciare sul pavimento pur di superare l’ottavo tempio, Milo fu assalito dai dubbi.
I profanatori del Santuario si dichiaravano protettori di Atena e la ragazza pretendeva addirittura di essere la dea stessa, ma avrebbero potuto dimostrare tanta forza se davvero la dea non li avesse sorretti in quell’impresa?
‹‹Milo mi ha soccorso e mi ha lasciato passare, quando avrebbe potuto finirmi con un dito solo››.
Hyoga s’affrettò a raggiungere i compagni al tempio del Sagittario dove per miracolo, dopo quasi vent’anni di assenza, riapparve la Sacra Armatura d’oro. Al decimo tempio incontrarono Shura del Capricorno che si presentò come l’assassino di Aiolos del Sagittario, l’eroe che aveva salvato la dea dalla follia omicida del Grande Sacerdote impostore. Shiryu affrontò senza timore le "sacre spade", i taglienti colpi sferrati dalle mani di Shura, deciso a vendicare la morte di Aiolos. Riuscì a spezzare le braccia del Sacro Guerriero del Capricorno, neutralizzando i suoi colpi, ma al decimo tempio finì la sua corsa.
‹‹Abbiamo visto un Dragone volare alto nel cielo, e poi più nessuna traccia del cosmo di Shiryu››.
Avrebbero voluto tornare indietro ma avevano poco tempo: le ore passavano veloci e avevano ancora molta strada da percorrere per arrivare al Grande Tempio, al cospetto del Sacerdote.
Camus li stava aspettando all’ingresso dell’undicesimo tempio. Non degnò d’uno sguardo né Seiya, né Shun, la sua attenzione era tutta rivolta al suo allievo, strappato dal suo sonno gelido e pronto ad affrontare una sorte peggiore.
‹‹Camus non era interessato a Seiya e Shun, li ha lasciati passare senza ostacolarli. Avevo molte domande, avrei voluto che il mio maestro sciogliesse i miei dubbi sulla condotta del Santuario, sul perché del suo comportamento. Dal Grande Sacerdote avevo ricevuto ordini ben precisi, di uccidere i traditori, e avevo trasgredito passando dalla parte dei presunti nemici del Santuario. Avevo ucciso il maestro dei ghiacci che era stato mio mentore. Avevo ignorato l’aiuto, se così si poteva chiamare, di Camus, il suo ultimo tentativo di farmi crescere come guerriero. Avevo tante domande da fare che sono rimaste senza risposta. Camus non mi avrebbe più insegnato niente, ormai era giunto per noi il momento dello scontro decisivo››.
‹‹È stato Camus ha a insegnarti ciò che sai…i tuoi colpi…››.
‹‹In Siberia, avevo un altro maestro, Crystal, ma Camus veniva spesso, ed era un grande onore. Quando arrivammo al Santuario, ognuno di noi sapeva dell’esistenza dei Sacri Guerrieri d’oro, ma ignoravamo che fossero tanti e tanto potenti. Avevo paura, al Santuario. Saori era ferita, avevamo pochissimo tempo a disposizione, avevamo pochi amici e molti nemici››.
‹‹Come finì all’undicesimo tempio?››.
Hyoga non parlò di quello scontro, non le disse d’aver superato il suo maestro, d’aver sfiorato lo zero assoluto, la più bassa temperatura raggiungibile, limite cui non era mai potuto arrivare nemmeno il Sacro Guerriero d’oro dell’Acquario. Non avrebbe sminuito la forza del suo maestro, ostentando d’essergli stato superiore. Disse che aveva vinto lo scontro perché aveva imparato dal suo maestro l’Esecuzione dell’Aurora, aveva quindi risposto all’attacco di Camus con lo stesso colpo appena più potente. Ancora una volta le sue mani si erano macchiate del sangue dei suoi cari, e Freija evitò di guardarlo, perché sembrava che stesse per piangere. Poi Hyoga fece un sorriso distante, e trasse un profondo respiro.
‹‹Atena mi ha trovato all’undicesimo tempio. Quello che era successo a Shun e Seiya l’ho saputo dopo, quando già Saga era stato sconfitto››.
Anche Hyoga, come Shiryu di Dragon, era caduto sul campo, mentre ad Andromeda e Pegasus restava poco tempo arrivare dal Gran Sacerdote. Shun ebbe la stessa sciagurata sorte al dodicesimo tempio dove, dopo aver sconfitto Aphrodite, finì la sua corsa trafitto dalle rose assassine dell’efebico Sacro Guerriero dei Pesci.
Seiya arrivò da solo al Grande Tempio, dove scoprì, attonito, che il Sacerdote usurpatore era in realtà Saga, Sacro Guerriero d’oro dei Gemelli. Apparentemente pentito, Saga rivelò a Seiya il modo per salvare la vita a Saori, ma quasi contemporaneamente il suo aspetto mutò, come se la natura gemellare della costellazione influenzasse anche la psiche del guerriero. Sfruttando la confusione generata in Saga dalla feroce battaglia tra il suo lato malvagio e quello buono, grazie anche all’aiuto provvidenziale di Ikki, Seiya raggiunse la statua della dea e si impossessò del suo scudo.
‹‹Dall’alto della terrazza del Grande Tempio, Seiya riuscì ad illuminare il corpo di Saori riflettendo la luce solare sullo scudo, un attimo prima che l’ultima fiammella della torre si spegnesse. Tutti al Santuario videro quel fascio di luce squarciare il crepuscolo, ma non ci fu segno di vita. Fu allora che Saga commise il suo più grande errore: credersi sicuro della vittoria. Dalla terrazza del Grande Tempio, Saga estese il suo cosmo a tutto il Santuario e i Guerrieri d’oro sopravvissuti lo riconobbero all’istante. C’erano stati molti dubbi riguardo la sua misteriosa sparizione, vent’anni prima, e in quel momento si dissolsero. Da sempre, il Grande Sacerdote in carica sceglieva il suo successore tra i dodici Guerrieri d’oro, giudicando tra loro quello dal cuore più puro. Sion, aveva già scelto il suo erede in vista della nuova Guerra Santa…››.
‹‹Hyoga!›› esclamò lei. ‹‹Non ti seguo…Perché dubitavano di lui…e poi chi è Sion?››.
Erano successe davvero tante cose, ed era difficile spiegare quella storia intricata a chi non aveva mai visitato il Santuario, né aveva mai sentito parlare dei guerrieri che vi si trovavano o delle guerre per la conquista del potere. Strinse occhi e labbra, cercando di scegliere la parole giuste per darle un quadro chiaro, anche se semplificato, della situazione.
‹‹Circa duecentocinquanta anni fa, si combatté una sanguinosa guerra che coinvolse Atena e le forze malvagie di Hades. In quel terribile scontro, Atena rinchiuse lo spirito del re dell’oltretomba e dei suoi guerrieri col suo sigillo, e poi lasciò la terra, confidando, per il mantenimento della pace, nelle capacità di Sion, nominato Gran Sacerdote. Egli era l’unico sopravvissuto alla Guerra Santa, assieme a Doko, il maestro dei Monti Ro e Sacro Guerriero della Bilancia. Quando nacque Saori, Sion seppe che era giunto il momento di approntare un nuovo esercito che avrebbe combattuto al fianco della dea contro le forze del male. Lui era vecchio e convocò allora, tra i giovanissimi Sacri Guerrieri d’oro, gli unici che avrebbero potuto concorrere per la carica di Grande Sacerdote, Aiolos del Sagittario e Saga dei Gemelli. L’unica colpa di Sion fu quella di preferire alla smisurata bontà d’animo di Saga, l’equilibrio e la rettitudine di Aiolos. Forse Sion aveva intuito la duplice natura di Saga e per quel motivo non lo scelse, nonostante apparisse agli occhi di tutti il candidato favorito.
‹‹Ad ogni modo, in un momento di debolezza, il lato oscuro di Saga si fece sedurre dal fascino del potere che avrebbe ottenuto se fosse diventato lui Grande Sacerdote: avrebbe potuto comandare su tutti i guerrieri del Santuario e governare la terra. Saga assassinò Sion, prendendo il suo posto come sacerdote, inscenando una sua misteriosa sparizione dal Santuario. Il suo passo successivo fu quello di assicurarsi la vittoria, uccidendo anche la neonata dea, che ancora in fasce non poteva rappresentare per lui un problema. Fu allora che Aiolos salvò Saori e svelò i piani di Saga. Se fosse sopravvissuto, Aiolos avrebbe potuto smascherarlo, vanificando i suoi progetti. Saga richiamò i guerrieri del Santuario perché catturassero il traditore, vivo o morto, e tra tutti, Shura fu il suo carnefice. Per nostra fortuna, Aiolos riuscì a vivere abbastanza da affidare la bambina al vecchio Kido, anche se non poté raccontargli la storia per esteso››.
‹‹Tutto questo è incredibile››.
‹‹Sì, può sembrare incredibile›› sospirò Hyoga, strappando qualche filo d’erba. ‹‹Saga si accanì con tutto il suo odio su Seiya, ma ormai la sua sconfitta era vicina. Miracolosamente, la freccia nel petto di Saori si dissolse colpita dal fascio di luce e la dea, dopo oltre duecento anni d’assenza, salì di nuovo la scalinata fino al suo Tempio. Davanti alla dea s’inginocchiarono i Sacri Guerrieri d’oro sopravvissuti, pentiti d’aver seguito ciecamente il folle che si spacciava per Grande Sacerdote e colpevoli di non aver riconosciuto subito in lei la dea. Atena ci guarì dalle ferite che ci avrebbero ucciso, e ci diede la forza per abbattere Saga››.
‹‹Chi è il nuovo Sacerdote?››.
Hyoga scosse la testa. ‹‹Nessuno. Atena non l’ha ancora scelto. Quando Saori manca dal Santuario, Doko governa per lei, ma anche lui è troppo vecchio per rivestire quella carica››.
‹‹Ma non ci sono altri Guerrieri d’oro. Ariete, Toro…Vergine?››.
‹‹Non sappiamo nemmeno se Atena deciderà di nominare un Grande Sacerdote nel tempo in cui starà sulla terra. Poi, tra i dodici Guerrieri d’oro ce ne sono alcuni che non hanno la sua piena fiducia e la sua diffidenza è più che giustificata, dopo quello che è successo››.
Freija sembrò preoccupata. ‹‹Vuoi dire che forse Saori lascerà la terra?››.
‹‹No, voglio dire che forse Atena governerà sul Santuario. La dea è rinata con Saori, sono la stessa persona. Solo la morte di Saori può cacciare Atena dalla terra. I sigilli sono già stati rotti, Atena è uscita vittoriosa dalla Guerra Santa ma il fatto che sia lei stessa a governare il Santuario, a vigilare sui suoi protetti, ci ha preoccupato. Forse non è ancora arrivato il momento per noi di riposare››.
‹‹Non dire così, ti prego, mi spaventi››.
‹‹Mi dispiace›› si scusò Hyoga, pensando per un po’. ‹‹Forse, vuole semplicemente riorganizzare il Santuario. Dopo il grande scontro dei dodici templi e la morte di tanti Sacri Guerrieri, era seguita una grande confusione. Eravamo rimasti in pochi ad affrontare i pericoli derivanti dalla rottura dei sigilli di Atena, e quel momento si avvicinava pericolosamente. Questo ci disse Atena: di restare con lei e di essere forti, perché sentiva che presto, avremmo dovuto affrontare grandi difficoltà. Aveva previsto tutto, Saori, ma non poté organizzare una strategia prima che la situazione precipitasse. Accaddero una serie di eventi a catena che ci coinvolsero senza tregua, prima fra tutti quella che ad Ásgarðr chiamate la Guerra dell’Anello. Eravamo ancora al Santuario, quando, un giorno, Saori mi fece chiamare e mi chiese di svolgere per lei un compito di grande importanza. Mi parlò di Ásgarðr, di Hilda e dei suoi Guerrieri Divini, e mi chiese di venire qui, per verificare lo stato delle cose, perché Atena aveva avvisato una fonte di potere oscuro che emanava da Ásgarðr››.
Freija aveva vissuto quegli avvenimenti in prima persona ed era per lei un grande dolore riesumare i ricordi di quei terribili giorni in cui aveva visto sua sorella trasformarsi in una malvagia strega assetata di potere.
‹‹Quello che accadde ad Ásgarðr lo sappiamo entrambi›› disse semplicemente Hyoga. ‹‹Hilda ricevette in dono il malefico anello che piegò la sua volontà, rendendola schiava di un uomo che aspirava alla conquista del potere assoluto. La mia sparizione insospettì Saori, per questo lei e gli altri guerrieri vennero ad Ásgarðr. Non volevamo né invadere, né tanto meno privare Ásgarðr dei suoi valorosi guerrieri, ma Hilda doveva essere liberata, e per farlo…››.
‹‹Lo so›› lo interruppe Freija, senza astio nella voce. ‹‹Per spezzare il maleficio avreste dovuto avere l’appoggio dei Guerrieri Divini, che avrebbero dovuto consegnarvi gli zaffiri incastonati nelle loro armature. Siegfried, Thor, Alberich, Fenrir, Syd e Bud, Mime…e anche Hagen… Tutti loro erano fedelissimi ad Hilda e mai avrebbero disobbedito ad un suo ordine, anche se alcuni di loro dubitavano della giustezza delle scelte di mia sorella. Nessuno vi ha mai accusato della loro morte, e Hilda si è punita a sufficienza per una colpa che non fu sua››.
Hyoga si stropicciò la fronte, per non essere costretto a guardarla negli occhi, mentre la sua mente gli riproponeva la straziante immagine di Freija che piangeva disperata sul corpo di Hagen.
Freija mi ha liberato dalle segrete di Ásgarðr, ha messo la sua vita nelle mie mani e io l’ho portata di fronte ad Atena, le ho offerto il mio aiuto. Hagen mi ha cercato quando ha saputo che Freija era fuggita da palazzo, lui e Hilda credevano che l’avessi costretta a seguirmi. Mi avrebbe ucciso, per vendicarsi del torto che avevo fatto alle due sorelle, mettendole l’una contro l’altra. Mi avrebbe ucciso, ma avrebbe ucciso anche Freija…Ai suoi occhi eravamo due traditori.
Freija lo fissava con un’espressione un po’ triste, ma sorridente, con quei suoi grandi occhi verdi.
Mi sarei buttato nella lava incandescente delle grotte di Hagen se fosse servito a renderla felice.
Hagen non sarebbe mai riuscito a competere con Hyoga tra i ghiacci d’Ásgarðr e lo condusse a tradimento nelle sue grotte, in cui scorrevano fiumi di lava incandescente, grotte dove il calore rendeva l’aria rovente e irrespirabile per chi, come Hagen, non vi era abituato. Lì, fiaccato dal caldo soffocante che gli nuoceva più di mille ferite, Hyoga sarebbe stato sopraffatto dal fuoco di Hagen. Poi, improvvisamente, arrivò Freija, che aveva sfidato le proibitive temperature dell’inverno nordico per impedire il loro scontro. Hagen non le prestò ascolto, perché, per lui, la fedeltà ad Hilda era prima nel cuore di un guerriero.
Avrei potuto resistere al suo colpo con la mia armatura, Freija invece sarebbe morta all’istante, consumata davanti ai nostri occhi dalle fiamme del Fuoco d’Ásgarðr. Eppure lei si parò di fronte a me, per farmi da scudo, e Hagen lanciò il suo attacco contro di lei. Non potrò mai dimenticare il tuo gesto, Freija, e non avrei mai potuto perdonare la follia di Hagen che ti avrebbe ucciso!
Chiuse per un istante gli occhi e rivide la colonna di fuoco che turbinava verso di loro. Trasalì e s’accorse che gli tremavano le mani. Freija guardava la cascata e sorrideva.
‹‹Alla fine, nonostante la perdita dei valorosi guerrieri, tutto si è risolto››. Hyoga annuì.
‹‹Se Hilda e i suoi guerrieri fossero riusciti a sconfiggere Atena, l’uomo che le aveva donato l’anello avrebbe avuto via libera. Quell’uomo era Kanon, gemello di Saga, divenuto acerrimo nemico della dea, perché lei aveva favorito suo fratello nella conquista dell’armatura d’oro. Kanon odiava il Santuario, perché rappresentava il potere di Atena, e odiava suo fratello perché era invidioso della sua posizione. Fu Kanon a suggerire al gemello di uccidere la bambina e il Sacerdote in carica. Aveva grandi progetti, ma Saga, non ancora plagiato dal male, rinchiuse suo fratello dove nessuno l’avrebbe mai trovato, in un luogo dal quale non sarebbe mai riuscito a fuggire, in una prigione sotterranea, a capo Sounion››.
Sul promontorio di Capo Sounion erano ancora visibili i resti dell’antico tempio di Poseidone, e ciò che Kanon scoprì oltre la parete rocciosa della sua prigione fu provvidenziale. Giorno dopo giorno, si accaniva con tutta la sua forza colpendo la roccia, per aprirsi un varco. Un giorno quella parete cedette e Kanon penetrò in una stanza, cui si poteva accedere anche dal tempio. In quel luogo rinvenne il tridente di Poseidone, piantato nel pavimento della sala e con ancora il sigillo di Atena. Afferrò il tridente e fu trasportato istantaneamente nelle profondità marine, nel regno di Poseidone, dove aprì il vaso in cui Atena aveva rinchiuso lo spirito del dio.
Kanon mentì presentandosi come uno dei suoi generali, e raccontò al dio della rinascita di Atena. Poseidone ordinò a Kanon di lasciarlo riposare, di risvegliarlo completamente solo quando Atena non fosse divenuta un reale pericolo, e scelse come suo rifugio il corpo di un giovane greco, Julian Solo.
Kanon, peccando di presunzione, progettò di sconfiggere Atena senza l’aiuto del dio, per governare lui sul mondo al comando dei generali degli abissi, lasciando che lo spirito del dio del mare rimanesse assopito nel corpo del giovane Solo per l’eternità.
‹‹La forza del dio però non era da sottovalutare›› riprese Hyoga. ‹‹Lady Saori ricevette un invito per partecipare ad un ricevimento organizzato da Julian Solo, erede del patrimonio di un ricco armatore greco, e in quell’occasione ebbero modo di parlare. Solo le chiese di sposarlo, Saori rifiutò ma la richiesta di quell’uomo non era fine a se stessa. Quell’insano sentimento aveva radici profonde, perché da sempre Poseidone, Dio del Mare, aveva voluto Atena per sé, per governare il mondo assieme a lei. Il dio, non a caso, aveva scelto il corpo di Solo per poterla incontrare. La sua presenza non restò celata per molto. Atena capì subito a chi dovevano essere attribuiti i nubifragi e i maremoti che, assieme ad una pioggia torrenziale e ininterrotta, stavano flagellando la terra in quel periodo.
‹‹Poseidone avrebbe purificato la terra, mondandola dei peccati, l’avrebbe tolta agli uomini per restituirla agli dèi. Cercò di far rapire Atena, ma il tentativo fu sventato. Poi il dio inviò un messaggero che avrebbe dovuto giustiziarla, Sorrento di Siren, ma Atena lo obbligò a condurla da Poseidone. Ancora una volta, il dio la chiese in sposa e, per la seconda volta lei rifiutò. Per impedire la rovina del mondo e il massacro degli uomini, Saori accettò di farsi imprigionare nel sostegno principale, una grande colonna che era il centro del regno sottomarino. Nemmeno Atena con tutto il suo potere avrebbe mai potuto frantumare le pareti di quella torre, costruzione resistentissima resa infrangibile dalla presenza di altri sette pilastri, per l’oceano atlantico del nord e del sud, per l’oceano pacifico del nord e del sud, per l’oceano indiano, per i mari glaciali artico e antartico. Era una condanna a morte per annegamento, perché quella sarebbe stata la sua fine se non fosse riuscita a sopportare la quantità di pioggia che altrimenti avrebbe sommerso la terra. Ogni sostegno del regno era protetto poi da un Generale degli Abissi››. Hyoga mosse le mani come se volesse disegnare le colonne in aria, per farle capire meglio com’erano disposte.
Fin quando Atena non avesse acconsentito a sposare Poseidone per governare con lui sulla terra, giudicata un dono troppo prezioso per gli uomini, avrebbe dovuto resistere alla cascata d’acqua che le pioveva addosso. Se avesse ceduto, sarebbe morta e alluvioni ininterrotte avrebbero flagellato la terra.
‹‹Abbiamo seguito Shiryu fino ai Monti Ro, e lì ci siamo consultati col maestro della Bilancia. Con la sua benedizione, seguendo Kiki, discepolo di Mu dell’Ariete, ci siamo tuffati nelle acque della cascata e incredibilmente siamo stati trasportati nel regno dio dei mari. Abbiamo… camminato sul fondo del mare, col mare come soffitto. C’era luce, però era strana, perché l’acqua rifletteva complicate ombre fluttuanti che ci circondavano. Incredibile››.
Tetis, la sirena guerriero, era pronta ad accogliere i Sacri Guerrieri, informandoli del fatto che avrebbero dovuto abbattere una ad una le sette colonne, se volevano attaccare il sostegno principale. I quattro fratelli si divisero, dirigendosi ognuno verso una colonna, che distrussero, dopo aver sconfitto il Generale custode, grazie all’aiuto delle sei paia di armi dell’armatura della Bilancia.
‹‹Doko affidò l’armatura della Bilancia a Shaina, sì, proprio lei, e le ordinò di consegnarcela. Quando arrivò nel regno sottomarino, rimase ad affrontare Tetis, e passò lo scrigno a Kiki che corse a cercarci portando l’armatura da una colonna all’altra. Quando crollavano le colonne, avvertivamo come una scossa, un terremoto. Il mare si abbassava sempre di più incombendo minaccioso sulle nostre teste. Poi cominciarono a piovere grosse gocce d’acqua, ed era il segno che il regno sottomarino stava crollando››.
Seiya abbatté la colonna dell’oceano pacifico del nord, protetta da Baian di Seahorse, subito dopo si schiantò al suolo la colonna dell’oceano pacifico del Sud, dopo che Shun aveva superato le bestie sacre di Io di Scilla. Nella mitologia, Scilla aveva le fattezze di una donna bellissima, nella parte superiore del corpo, ma quella inferiore era composta da sei bestie. Nel generale erano riunite la forza delle sei bestie sacre: gli artigli dell’aquila, le zanne del lupo, la puntura dell’ape regina, il morso del vampiro, la zampata dell’orso e lo strangolamento del serpente. Shiryu invece si trovò di fronte Krishna di Crisaore, "colui che ha la lancia d’oro", l’arma che aveva il potere di eliminare qualunque essere malvagio. Prima del crollo della colonna dell’oceano indiano, si combatté ai suoi piedi uno spettacolare duello tra la lancia d’oro e la "sacra spada" inserita del braccio di Shiryu, un dono di Shura del Capricorno.
Poi accadde l’imprevisto. Hyoga, diretto alla colonna del Mare Glaciale Artico, si ritrovò davanti a quella del Mare Glaciale Antartico, e incontrò il suo maestro redivivo, Camus. Poco dopo arrivò alla stessa colonna anche Seiya che cercava di raggiungere quella dell’Oceano Atlantico del Sud, e trovò ad attenderlo Marin dell’Aquila. Infine Shun, che si era affrettato verso l’Atlantico del Nord, arrivò anche lui davanti al pilastro del Mare Glaciale Antartico e lì, accasciati sul piazzale, rinvenne i corpi di Hyoga e Seiya, colpiti a tradimento. Kaysa di Lymnades cercò di aggirarlo con le sue ingannevoli illusioni, assumendo le sembianze di Ikki, ma Shun non credette all’inganno e svelò le vere sembianze del generale, che per vincere le sue vittime le attirava assumendo le sembianze di persone a loro care, proprio come il demone acquatico della mitologia.
‹‹Anche Shun però non riuscì a combatterlo, pur sapendo che era un’illusione era difficile colpire una persona che rassomigliava in tutto ad un tuo caro. L’unico che avrebbe potuto sconfiggerlo era Ikki, ed è quello che fece. Lui non si lascia dominare dai sentimenti, è il più distaccato tra tutti noi. Nessuna illusione avrebbe mai potuto vincerlo perché lui utilizzava la stessa tecnica, per scoprire le paure nel cuore dell’avversario e sfruttarle a suo vantaggio››.
Hyoga si tirò su i capelli sulla fronte e indicò la piccola cicatrice che Ikki gli aveva procurato col suo colpo. Freija volle sapere com’era successo, e brevemente Hyoga le raccontò di quell’avvenimento, evitando di dirle che Ikki aveva svelato a loro tutti che erano fratelli.
‹‹Al crollo del pilastro del Mar Glaciale Antartico, cominciò a piovere più forte. Meglio così…›› sorrise Hyoga amaramente. ‹‹L’acqua del mare mascherava il mio pianto. Che cosa avrebbe pensato il mio avversario se mi avesse visto piangere come una fontana?››. Scosse la testa, con un’espressione dolcissima. ‹‹Dopo tutto, non ero ancora abbastanza freddo di fronte all’avversario, troppa emotività mi avrebbe ostacolato. Ho dovuto imparare la lezione a forza, perché alla colonna del Mar Glaciale Artico mi aspettava di nuovo il mio passato››.
Nella pausa che seguì, guardarono l’acqua della cascata, in rispettoso silenzio.
‹‹Sai, in Siberia per lungo tempo non sono stato solo›› disse all’improvviso Hyoga, cupo in viso. ‹‹Il maestro dei ghiacci aveva un altro allievo, Isaac di Kraken. Vivevamo separati, ma ci allenavamo insieme per ottenere la stessa armatura››.
Quella precisazione, in quel momento, sconcertò Freija che non riusciva a trovare un nesso logico col racconto, ma era avida di notizie su Hyoga, e ascoltava rapita qualunque parola uscisse dalle sue labbra.
‹‹Davvero?›› esclamò sorpresa. ‹‹Che fine ha fatto?››. Era una domanda che sarebbe sorta spontanea a chiunque ma Hyoga non rispose subito.
‹‹Isaac era molto forte, determinato e grintoso, molto più di me. Ma il maestro gli diceva che non avrebbe potuto mai indossare l’armatura del Cigno, perché il suo cuore, in fondo, era malvagio, e troppo ansioso di ottenere la forza. Il maestro diceva anche che il suo amore per la battaglia lo avrebbe condotto su una strada sbagliata, che dava importanza all’azione più alla ragione››.
Hyoga, invece, molto meno agguerrito e rissoso, dava il giusto peso alla parola e al sentimento. Questo sentimentalismo l’avrebbe messo in difficoltà in caso di lotta, ma il maestro dei ghiacci aveva visto chiaramente che avrebbe potuto trovare comunque la forza di reagire, anche se sommerso dalle emozioni e dai ricordi. Hyoga sarebbe diventato Sacro Guerriero perché, meglio di Isaac, incarnava le doti essenziali di coraggio, valore e forza di spirito.
‹‹Per verificare questa sua teoria, il maestro decise di pronunciare il suo verdetto alla presenza di entrambi. Io accolsi la notizia con reale stupore e incredulità, perché avevo sempre considerato superiore Isaac››.
Ben altra reazione ebbe Isaac. Inveì ferocemente contro il maestro lamentandosi per quella insensata scelta che rivelava la sua incompetenza. Poi si accanì con violenza contro Hyoga, colpendo ripetutamente il compagno che incassava i suoi colpi senza opporre la minima resistenza. Quando si rese conto che quella non era altro che una prova alla quale li aveva sottoposti il maestro era troppo tardi per rimediare.
‹‹Da quel momento la nostra amicizia s’incrinò inevitabilmente, anche se Isaac sembrava aver compreso le ragioni del maestro. Era molto affezionato a lui, e ho tentato di riconciliarmi, anche se mi rendevo conto dell’inutilità dei miei sforzi. Non era possibile dimenticare l’umiliazione d’essere considerati inferiori, per uno come lui, era troppo orgoglioso. Isaac sperava che il maestro cambiasse idea e continuava solitario i suoi allenamenti, aspettando la sua occasione››.
Poi, un giorno, accadde qualcosa che egli credette fosse un segno divino.
Hyoga osservava attentamente lo spesso strato di ghiaccio che copriva il mare, Isaac gli si avvicinò e gli chiese che cosa stesse facendo.
‹‹Questo mare è coperto da uno spesso strato di ghiaccio, ma è laggiù che si è inabissata la nave su cui viaggiava mia madre. Voglio infrangere questo ghiaccio per andare a trovarla. Mi sto allenando da parecchi anni, penso di potercela fare!›› disse Hyoga chinandosi a toccare lo spesso ghiaccio.
Scioccato da quelle parole, Isaac tentò di fermare l’amico. ‹‹Non essere precipitoso, Hyoga! L’acqua è gelata, là sotto, e le correnti sono fortissime, ti trascinerebbero via col loro impeto! Non sei pronto per questa prova di forza, non ancora!››.
Isaac vide la determinazione negli occhi del compagno e per un momento pensò a quello che sarebbe successo se l’allievo prescelto per diventare Sacro Guerriero fosse accidentalmente morto in quella sconsiderata impresa. Avrebbe detto al maestro dei ghiacci che aveva provato a dissuaderlo dal gettarsi in quelle pericolose acque, e che Hyoga non aveva voluto ascoltare i suoi consigli. Hyoga sarebbe stato trascinato via dalle correnti e sarebbe morto annegato, ibernato.
Allora Isaac, rivelando l’esattezza delle congetture del loro maestro, tentò non più di dissuaderlo dall’impresa ma, con fare disinteressato, di convincere l’amico delle sue possibilità di riuscita.
‹‹Ti sei allenato duramente in questi anni. Tuffarsi è estremamente pericoloso, ma se fossi molto prudente, potresti farcela. Basterà che osservi attentamente il moto dell’acqua, e forse riuscirai a trovare il momento giusto per giungere fino alla nave evitando le correnti››.
Rincuorato da quel falso slancio d’amicizia, Hyoga si decise all’azione. Raccolse tutte le sue energie, richiamando più potere di quanto avrebbe potuto il compagno, e si aprì un varco nel ghiaccio. Isaac rimase paralizzato di fronte a quell’inaspettata manifestazione di forza.
Quando capì che, solo per invidia e per un infondato sentimento di vendetta, aveva condannato a morte l’amico, era ormai troppo tardi per fermarlo. Hyoga aveva sferrato a terra un micidiale pugno che aveva frantumato il ghiaccio aprendo una voragine e, senza la minima esitazione, vi si era tuffato.
Isaac corse ad affacciarsi ma non riuscì a vedere niente attraverso le acque nere e letali del Mare del Nord.
Colto dal rimorso, si tuffò a sua volta e solo allora vide, ad una trentina di metri di profondità, il relitto. Approfittando delle acque ora apparentemente calme, nuotò fino a raggiungere Hyoga che, nonostante tutto, era riuscito ad aggrapparsi alle sartie della nave. Doveva avere battuto la testa perché, sulla tempia destra, aveva una ferita che sanguinava abbondantemente. Lo liberò dall’intreccio di corde e tentò di riportarlo in superficie. Era allo stremo delle forze per la prolungata apnea ma doveva riuscire e risalire altrimenti sarebbero annegati entrambi. Purtroppo, quando già intravedeva il cielo attraverso il vicino buco nel ghiaccio, li colpì una violenta corrente. A stento Isaac riuscì ad aggrapparsi al bordo dell’apertura, respirando a pieni polmoni ed esponendo all’aria anche l’amico. Una volta recuperate le forze, riuscì a lanciare fuori dall’acqua Hyoga.
Quando la brutta avventura sembrava ormai conclusa, Isaac fu punito per aver desiderato la morte del compagno. Mentre cercava un appiglio migliore per riemergere, una seconda corrente, ancora più forte della prima lo investì in pieno. Ormai esausto non riuscì a mantenere la presa, e venne trascinato via da quelle acqua impetuose e impietose.
‹‹Quando mi sono ripreso, ricordavo solo di essermi tuffato per raggiungere mia madre, poi più niente. Il maestro dei ghiacci mi disse che mi aveva trovato mezzo morto vicino alla voragine, e che Isaac aveva lasciato la Siberia››.
‹‹Sei un incosciente!›› lo rimproverò Freija. ‹‹Isaac ti aveva avvertito del pericolo che correvi, perché non l’hai ascoltato?››.
‹‹Desideravo vedere mia madre, a qualunque costo. E poi, in realtà, Isaac voleva che io morissi››.
Freija non trovò parole, e solo quando Hyoga finì il suo racconto, tutto le fu chiaro.
‹‹Al quinto pilastro, quello del Mar Glaciale Artico, ho rincontrato Isaac, divenuto Generale degli Abissi. Era vivo, perché Poseidone l’aveva salvato e l’aveva voluto come suo alleato. Per salvarmi la vita aveva perso un occhio››. Si toccò l’occhio destro, poi si passò una mano sulla faccia. ‹‹Ci sono stati dei momenti in cui ho odiato Dio, e mi sono chiesto perché aveva fatto il mondo così triste!››. Afferrò una pietra stringendo forte il pugno e la lanciò lontano, nell’acqua della pozza.
Freija cominciò a chiedersi come aveva potuto affrontare tutte quelle disgrazie senza che i suoi nervi cedessero. Un uomo normale, dopo aver visto tanti orrori, dopo aver assistito alla morte della madre, dopo aver odiato suo padre per il male che gli aveva fatto soffrire, dopo essere stato costretto, per un bene superiore, ad uccidere le persone a lui più care, dopo tutto questo un uomo sarebbe di certo impazzito, e avrebbe forse voluto morire lui stesso. Freija si chiese se Hyoga aveva mai pensato di voler morire, e cominciò anche ad avere un quadro più ampio della sua situazione psicologica, a comprendere più a fondo la sua indecisione.
Come mi comporterei, se fossi nei suoi panni? Avrei rischiato di coinvolgerlo nella mia sciagurata esistenza col rischio di farlo soffrire, o di perderlo? Per questo si pone tanti scrupoli anche con me…per proteggermi?
‹‹Isaac era stupito di vedermi. In tutti gli anni che erano passati, aveva pensato solo alla vendetta. Io ero felice che fosse ancora vivo, ma guardando quella cicatrice che gli deturpava il viso mi sono sentito il più misero tra i miserabili. L’unico suo desiderio era quello di uccidermi, non senza avermi fatto provare il dolore che aveva dovuto sopportare. Per primo ha mirato all’occhio›› disse passandosi un dito sul sopracciglio. ‹‹Per fortuna il danno non è stato grave, ma ho rischiato di perdere l’occhio››. Si guardarono per un momento, e Freija fissò per un lungo momento la pupilla azzurra di Hyoga. ‹‹Ora il disturbo alla vista è passato, ma ho dovuto portare uno scomodissimo paio di occhiali per proteggermi››. Alzò le spalle, e si passò un dito sotto al naso, avanti e indietro.
Un altro dei suoi curiosi tic, pensò Freija, sbirciando con la coda dell’occhio.
‹‹La morte di Isaac mi ha fatto capire molte cose. Chi nella vita non conosce almeno una volta la disperazione, non riesce a capire, fino in fondo, quali cose valgano veramente. Diventa adulto senza aver mai afferrato il significato della gioia, quella vera. Nella sfortuna, io sono stato molto fortunato››. La guardò con un’espressione comica che la fece ridere, nonostante ce ne fossero ben pochi motivi.
‹‹Cos’è per te la vera gioia?››.
‹‹Vivere per se stessi e per qualcuno di cui t’importa come di te››. Si grattò il mento, distrattamente. ‹‹Sì, vivere. La felicità è una gioia passeggera…Alla fine, dopo tanti momenti in cui mi gettavo a capofitto nelle situazioni più disperate senza ragionare, mi sono reso conto di aver voglia di vivere più di quanto non credessi. Ma….devo avertela già detta una cosa del genere…››. Lei sorrise e annuì. ‹‹Alle volte mi chiedo se siamo davvero degni di questo mondo. Con tutto quello che sta succedendo, mi viene da pensare che, forse, avremmo fatto meglio a lasciare che il mondo venisse distrutto. Gli dèi lo reclamano. Era un posto bellissimo, prima che lo donassero agli uomini…che lo hanno rovinato e hanno rinnegato coloro che gliel’avevano donato. Non è terribilmente ingiusto?››.
‹‹Goðheimr è ancora il paese degli dèi, Odino e gli Asi vegliano su di noi, ogni giorno››.
Hyoga la guardò con occhi indagatori. ‹‹Odino…››. Sospirò, soffiando l’aria dal naso. ‹‹Quando sono tornato ad Ásgarðr e Dolvar mi ha costretto ad indossare l’armatura dei Guerrieri Divini, ho sentito una grande presenza, come…proprio come quando sento Atena. È stato strano…mi spronava alla lotta, ma nello stesso tempo era come se cercasse di farmi capire che Dolvar non eseguiva la sua volontà…Eppure mi incitava a combattere, anche contro Shiryu…››.
‹‹Odino è un dio potente, il Padre di tutti, e può decidere se partecipare o meno una battaglia, se appoggiare i suoi protetti, nel bene o nel male, per testare la loro forza, la loro fedeltà. E può decidere, all’ultimo momento, di voltare le spalle ai suoi guerrieri…››.
‹‹È terribile››.
‹‹Sì›› sorrise lei. ‹‹Ma Odino può tutto››.
‹‹Atena non volterebbe mai le spalle ai suoi guerrieri!››.
Freija annuì. ‹‹Credo che non lo farebbe›› convenne senza scomporsi. ‹‹Ma è anche strano che Atena, la dea della guerra, si prodighi per la pace, non trovi? Ci sono molto misteri, molte stranezze cui non so dare una