CAPITOLO XXI

Sinfonia d’autunno

 

D

urante l’assenza del principe, considerando anche l’apparente inadeguatezza del Landvarnarmaðr a gestire la grande macchina bellica che erano i soldati dell’esercito di Ásgarðr, e la sua incapacità di comandarli, Helgi si accollò la responsabilità di curare le questioni militari, a partire dall’assegnazione delle mansioni giornaliere, fino alla gestione dei turni di guardia.

Helgi sapeva bene che il titolo di Landvarnarmaðr stava stretto a Hyoga, che non era ancora in grado di accollarsi le sue responsabilità. Avevano parlato spesso, Hyoga aveva chiesto consiglio e aveva ascoltato pazientemente, dimostrando una grande capacità di apprendimento. Ma non era ancora pronto per affrontare da solo le incombenze del titolo.

I soldati consideravano Hyoga un personaggio strano, e non riuscivano ancora a capacitarsi di come Hilda avesse potuto sceglierlo come protettore d’Ásgarðr, ma i veterani dell’esercito e i capitani, gli uomini che conoscevano i retroscena delle vicende passate del regno, lo apprezzavano per quello che aveva fatto e perché si sforzava di essere all’altezza di un compito così difficile.

L’unico che continuava a ignorarlo, per non dire che manifestava apertamente il suo disprezzo, era Magni. La sua opinione negativa sul Landvarnarmaðr aveva influenzato anche i suoi soldati che evitavano di prendere ordini direttamente da Hyoga che, comunque, evitava accuratamente di dover comandare qualcuno che non fosse se stesso.

L’inserimento di Herald tra i soldati dell’hirð aveva portato una ventata di novità, e l’ultimo figlio di Healfdene l’Alto di Danmörk aveva fatto dimenticare per qualche giorno l’assenza di Freyr. Alla Casa della Guardia, ogni sera dava spettacolo raccontando qualche storia del sud, qualche aneddoto curioso sulla Battaglia di Bravellir o su altri scontri famosi. La sua esuberanza allietava le cupe serate dei soldati, ma non tutti gioirono della sua presenza.

Guga e Agni, soldati di Magni e complici di Leif e Bylistr, sapevano che il giovane guerriero aveva avuto occasione di vedere i loro compagni fuggiaschi, nel Danmörk, e avvertirono Helblindi di non tornare più a palazzo, né alla cittadella, perché Herald era diventato il pupillo di Hermóðr, che se lo portava in giro ovunque.

Sarebbe stato pericoloso farsi riconoscere quando ormai il piano s’avviava felicemente alla conclusione. Helblindi e Ragnarr avevano progettato di approfittare dell’assenza di Freyr per circolare liberamente nella cittadella, con l’unico scopo di controllare più da vicino e personalmente lo jarl Leif e l’utlänning. Quell’imprevisto rallentò la tabella di marcia dei cospiratori, ma tutto sommato i loro piani restarono immutati.

Freyr s’era offerto spontaneamente d’accompagnare re Gymir al porto di Timrå, perché, in quegli ultimi tempi, aveva sentito alcuni mercanti lamentarsi della scarsa sicurezza delle strade, e Gymir viaggiava con una scorta davvero scarsa. Il principe aveva così radunato una decina di soldati a lui fedelissimi, tra cui anche l’inseparabile Skirnir, ed era partito unendosi a Gymir e il suo seguito.

La sua scelta era stata anche motivata dalla presenza della principessa Gerðr. Il viaggio sarebbe stato lungo e faticoso, ma Freyr era partito armato di buona volontà e serenità, nella speranza di poter trascorrere qualche meraviglioso momento in più con la bella figlia di Gymir.

Nella cruda realtà, Freyr dovette accontentarsi della compagnia di Litr, di Skirnir e dei suoi soldati.

Nei cinque giorni di marcia che li portarono a Timrå, un grande villaggio sul Golfo di Botnia con un porto molto trafficato, Freyr dovette sopportare la dura vita da campo, cui non era più abituato, che non fu resa più sopportabile dalla presenza di Gerðr. Il principe aveva immaginato che lei l’avrebbe ringraziato per aver deciso di accompagnarli, che avrebbero potuto almeno cavalcare assieme, e comunque chiacchierare.

Invece, l’orgogliosa e indomita Gerðr, per tutta la durata del viaggio, cavalcò a fianco di suo padre, sfidando, senza lamentarsi, il freddo e la neve che li colpirono fin dalla partenza da Ásgarðr, e che li accompagnarono fino alla meta. Quando la compagnia si accampava, Gerðr mangiava con i soldati della sua scorta e poi si ritirava nella sua tenda, senza rivolgergli che poche e sbrigative parole.

Freyr, insomma, rimase molto deluso quando la vide salire sulla nave che l’avrebbe riportata nello Jötunheimr.

"Grazie per averci accompagnato" lo salutò lei semplicemente. ‹‹Arrivederci, principe Freyr››.

In compenso, Gymir e Litr si profusero in mille ringraziamenti e insistettero perché Freyr si recasse a trovarli quando fosse arrivata la bella stagione.

Già in ottobre era pericoloso sfidare il mare, ma era ancora possibile tentare una traversata senza troppi rischi. Le navi comunque, erano tutte in partenza per i mari del sud, e l’attenzione di Freyr fu attirata da due grosse navi che attraccarono al porto. Freyr avrebbe voluto fermarsi a Timrå, ma non voleva correre per arrivare in tempo per il Þing.

‹‹C’è un gran traffico›› fece notare Skirnir. ‹‹Mai visti tanti guerrieri in questo porto. Mi pare siano mercenari, anche se quelle navi mi ricordano certi dreki (1) che ho visto nello Jötunheimr››.

Freyr guardò pigramente verso le grandi navi da guerra.

In quell’epoca, un condottiero provvisto di nobiltà e di mezzi, uno jarl, poteva avere il comando, per le imprese da compiere sul mare, di una nave a vela, capace di reggere il mare e ben manovrabile, lunga settantasei piedi e mezzo dalla prua alla poppa, con una larghezza massima di diciassette piedi e mezzo e un’altezza un po’ superiore a sei piedi e quattro pollici dalla chiglia al bordo superiore nel punto di mezzo della nave (2). La carena era tenuta insieme da travi e traverse, su cui poggiava una copertura di pino, che era abbastanza alta da lasciare al di sotto uno spazio che poteva essere adibito a magazzino. Con la chiglia possente e la struttura e il rivestimento flessibili, la nave vichinga era una geniale combinazione di robustezza ed elasticità. Oltre a questa capacità di attraversare mari e oceani, il pescaggio straordinariamente basso permetteva a queste navi di penetrare in tutti i fiumi, eccettuati i meno profondi, di avvalersi delle spiagge atte all’ancoraggio anche senza porto, e agevolava lo sbarco degli uomini nel punto dell’attacco. Le navi erano veloci e potendo procedere controvento a forza di remi, erano avvantaggiate in caso di inseguimento da impacciate barche a vela.

Le navi vichinghe avevano molti nomi. Skúta, Snekkja, termine generico per indicare i vascelli pirata normanni, skeið, dreki, testa di drago, karfi, oltre al generico langskip, nave lunga, con una fila da sei a venti remi per lato. Le navi lunghe, i leiðarngrsskip per il trasporto di truppe, e i landvarnarskip per la difesa, potevano essere molto grandi e richiedere un gran numero di uomini, talora più di cento. A questo proposito, era famoso il Lungo Serpente, un vascello tanto grande da avere almeno trentaquattro remi per lato, che poteva trasportare più di duecento uomini.

I due vascelli ormeggiati al porto di Timrå avevano una chiglia di cinquantasette piedi e nove pollici, con sovrapposto un fasciame di sedici corsi di spessore variabile ma accuratamente calcolato, calafatata con lana impeciata. Ognuna delle navi aveva sedici coppie di remi di pino, dalla lunghezza regolata in modo da colpire l’acqua all’unisono. I remi non operavamo mediante scalmi, ma attraversavano fori chiudibili nel quattordicesimo corso del fasciame. Anche l’albero era di pino, alto almeno trentacinque piedi, con una grande vela quadrata fatta di strisce di tessuto di lana rinforzato da una corda di rete, innalzata da un pennone di trentasette piedi. La nave era governata da un timone laterale assicurato sulla dritta in prossimità della poppa. L’ancora era di ferro, generalmente legata ad una corda.

Freyr ammirò le due navi, molto belle e ben fatte, ma non gli interessava troppo assistere allo sbarco di quegli uomini dalle divise verdastre. Ordinò a Skirnir e ai suoi uomini di prepararsi a partire, e montando in sella, lanciò un’ultima svogliata occhiata al giovane uomo dai capelli gialli che sembrava trattare concitatamente con il comandante della nave.

Helgi e il suo gruppo di cacciatori ritornarono nel pomeriggio ed entrarono nella cinta interna annunciando il loro arrivo con grida vittoriose. Erano stanchi e infreddoliti, perché imperversava una tormenta di neve, ma erano riusciti, con grande sforzo, ad uccidere un cinghiale.

Helgi fece chiamare Andhrímnir, il grasso cuoco, e gli disse di preparare l’animale per la cena perché, mentre stavano scendendo dalle montagne, prima che la bufera oscurasse del tutto la visuale, gli era parso di vedere in lontananza un gruppo di uomini.

‹‹Sta tornando Freyr, Andhrímnir, e stasera deve mangiare arrosto fumante, per rifarsi della carne affumicata che ha dovuto masticare in questi giorni. E avverti anche Hilda!››.

Puntuale, Freyr arrivò ad Ásgarðr. Passò dalla Casa della Guardia a salutare i capitani e i soldati riuniti per accoglierlo, prima di andare a lavarsi e cambiarsi. Helgi rispose pazientemente alle sue domande, ma non erano accaduti fatti di grande importanza, a parte la scappatella di Freija che fece sorridere il principe.

‹‹Cosa ci dici tu, piuttosto? È andato tutto bene?››.

Freyr lanciò un’occhiata frettolosa ad Hadingus e balbettò una risposta strascicata.

‹‹Benino››.

Con un’alzata di spalle, Hadingus guardò Freyr che lasciava la Casa della Guardia, senza aggiungere altro.

‹‹Che gli succede?›› chiese Hermóðr.

‹‹Sarà stanco. O forse la principessa Gerðr gli ha detto no. Lui non è abituato ai rifiuti!››.

‹‹Ah, quello che succede a te!›› interloquì Helgi smorzando l’entusiasmo di Hadingus.

‹‹Va bene, state calmi›› intervenne Hermóðr. ‹‹Non so cosa stia succedendo in questi giorni ma noto una certa tensione. La principessa mi pare sciupata, e Hyoga non l’abbandona mai. Anche la sacerdotessa mi sembra strana: non l’ho sentita lamentarsi neanche una volta dal giorno del Consiglio!››.

Il suo commento di Hermóðr suscitò una risata sommessa, soltanto Hadingus restò serio.

‹‹Sara stanca anche lei›› la difese senza troppa convinzione. ‹‹Le giornate che precedono il Consiglio richiedono un suo grande impegno per la perfetta organizzazione. Il Consiglio d’Ásgarðr è un evento che lascia il segno!››. Cercò gli occhi di Hermóðr e Helgi, che annuirono.

‹‹Sono più preoccupato per la principessa›› aggiunse Helgi, incrociando le braccia sul petto. ‹‹Anch’io credo che sia sciupata, e temo che le continue assenze dello jarl non siano per niente opportune, in questo momento››.

‹‹Quando il gatto non c’è, i topi ballano. È questo che vuoi dire, Helgi?››.

‹‹Non ti permetto di parlare in questo modo, non quando sono presente!››. La voce cavernosa di Heimdallr gelò Hadingus.

‹‹Non volevo offenderla, Gullintanni , (3) lo sai bene!›› si giustificò Hadingus un po’ imbarazzato. ‹‹Quello che volevo dire è che… il Landvarnarmaðr sta rischiando molto corteggiandola come sta facendo! Il suo titolo gli dà importanza, ma Leif non è un uomo che si fa scavalcare facilmente››.

‹‹Lo sai bene tu, che a momenti chiedi la sua approvazione anche per andare a pisciare!›› ringhiò Helgi.

‹‹Sta attento a quello che dici, o ti dimostro che so decidere di buttarti giù i denti senza ricevere ordini da nessuno!››.

‹‹Il problema non è lo jarl, sono gli uomini che si accompagnano alla sua famiglia›› precisò Helgi, rivolgendosi a Heimdallr che annuì.

‹‹Questa è una storia vecchia, Helgi›› intervenne Hermóðr schiarendosi la gola. ‹‹Erik il Vile aveva scelto male i suoi alleati, è risaputo, ma non è detto che quegli stessi uomini siano anche compari del figlio››.

‹‹Hanno lo stesso sangue nelle vene, non mi stupirei se così fosse!›› borbottò Heimdallr.

‹‹Hilda non avrebbe permesso che un uomo non degno entrasse a palazzo, né Freija l’avrebbe preferito ad altri›› continuò Hermóðr.

‹‹Non è che si sappiano molte cose sul conto di questo jarl›› cominciò a dire Helgi sporgendosi sul tavolo. Heimdallr gli sedette di fianco, e gli altri due capitani si avvicinarono, perché Helgi parlava piano per non farsi sentire. ‹‹Come ha potuto, in così poco tempo, raggranellare la ricchezza che gli vale il titolo di jarl e che ostenta con tanto orgoglio?››.

Seguì un lungo silenzio. Heimdallr annuiva vigorosamente alle parole di Helgi e convenne che, in condizioni normali, dopo che il padre aveva dilapidato i tesori della famiglia Ericson nell’azzardata e infruttuosa campagna militare, nessun uomo avrebbe potuto arricchire così velocemente, a meno di compiere scorrerie e ruberie. Hermóðr, che aveva ascoltato attentamente, concordò con i dubbi avanzati da Helgi e da Heimdallr.

‹‹Nessuno di noi ama lo jarl, ma ormai è con noi, e dobbiamo accettarlo›› disse Hadingus.

‹‹Questo è quello che pensi?›› gli chiese Helgi. ‹‹Dobbiamo accettare che ci comandi e che non rispetti il nostro Landvarnarmaðr?››.

‹‹L’utlänning non merita quel titolo, Helgi, e la decisione di Hilda ha stupito anche te, non negare!›› rispose Hadingus.

‹‹Ciò che decide Hilda è legge per me! Io apprezzo Hyoga, e lo rispetto anche!››. Helgi e Hadingus erano seduti uno di fronte all’altro e si lanciarono sguardi torvi. ‹‹Tu invece, lo odi, non perché è stato nominato Landvarnarmaðr, perché sai bene che nessuno di noi avrebbe mai potuto esserlo, ma perché temi che ti abbia portato via Hilda!››.

‹‹Sta zitto, Helgi! Tu sei il primo cui rode che Hilda lo preferisca a noi!››.

S’insultarono, sibilando di rabbia, e alla fine si presero per la casacca, pronti a venire alle mani. Allora gli altri guerrieri si voltarono, udendo il rotolare dei corni sul pavimento, e si accorsero che i due capitani si strattonavano. Cominciarono a gridare perché Helgi e Hadingus si sfidassero regolarmente sulla pedana dei combattimenti.

‹‹E fatela finita!›› sbottò Hermóðr separando i due capitani e spingendoli di nuovo a sedere.

‹‹Voialtri tornate a bere e non impicciatevi!›› ordinò Heimdallr. I soldati si rimisero seduti e per quella sera nessuno alzò più la voce.

L’arrosto di cinghiale era una delle specialità di Andhrímnir, e quella sera gli era riuscito particolarmente bene nonostante la fretta. I signori d’Ásgarðr, con Hyoga e Leif, lo assaporarono al nàttverðr e ne furono soddisfatti. Forse per il fatto d’aver cenato divinamente, o forse per il vino squisito che avevano bevuto, quella piccola festa fu un piacevole diversivo.

Freyr raccontò brevemente del viaggio, senza scendere nei particolari del suo fallimento sentimentale, e li fece ridere raccontando alcuni episodi divertenti che erano capitati. L’atmosfera rilassata della serata, agevolata dal torpore dovuto al vino rosso, il migliore che Hilda avesse mai offerto, migliorò notevolmente i rapporti tra i commensali. Freija si stupì di come Hyoga, davvero eccezionale quella sera, riuscisse a far ridere persino Leif, e di come Hilda potesse parlare così lungamente con lo jarl senza che cominciassero ad insultarsi o a discutere furiosamente.

‹‹Ho pensato a quello che mi hai chiesto stamattina, Hilda›› disse ad un certo punto Freija attirando l’attenzione di tutti. ‹‹Sarò felice di accontentarti›› spiegò dopo averli tenuti a lungo in sospeso. ‹‹Non capita spesso che qualcuno mi assecondi nella mia passione per la musica, e voglio cogliere al volo l’occasione››.

Freyr restò muto, e Hyoga passò in rassegna l’espressione felice di Hilda e quella incerta di Leif. Lo jarl sembrava indifferente alla decisione presa da Freija, mentre quella mattina gli era sembrato decisamente contrario. Freija lo invitò, parlandogli in un orecchio, e lui annuì svogliatamente.

‹‹Eccezionale!›› esclamò Hilda al culmine della gioia. ‹‹Che bel modo di concludere questa bellissima serata!››.

‹‹Ecco dunque la Sala della Musica, ne avevo sentito parlare››. Freyr si guardò attorno e annuì in segno d’approvazione.

‹‹Non ci sei mai stato?›› gli chiese Hyoga.

‹‹No›› rispose Freyr con un tono di voce che lasciava intuire che la risposta era scontata.

La sala era spaziosa, arredata con mobili scuri che le davano un aspetto rigoroso. Nella parete che fronteggiava la porta c’erano due ampie finestre, abbellite con tende di velluto rosso dagli splendidi ricami fissate ai lati. Lì vicino era sistemato un pianoforte, in maniera che la luce, entrando, colpisse direttamente la tastiera e il leggio. Di fianco al pianoforte, un’enorme libreria occupava tutta la parete e gli scaffali erano stipati di libri ma soprattutto di partiture.

Hyoga raggiunse Freija che scorreva velocemente le partiture con la mano.

‹‹Hai qualche desiderio particolare?›› chiese lei senza nemmeno voltarsi.

‹‹No›› sorrise. "Scegli tu".

Voltandosi, vide Leif e Freyr che si dirigevano verso l’angolo della stanza arredato con un piccolo salottino. Sedettero pesantemente sul divano, uno di fianco all’altro e si accomodarono nella posizione che ciascuno riteneva più adatta ad affrontare quel supplizio. Leif puntellò la testa sul braccio appoggiandolo al bracciolo del divano. Freyr intrecciò le mani dietro la nuca e allungò le gambe posando i piedi sul tavolino di fronte a lui. Hyoga restò per un po’ in piedi, con le mani incrociate dietro la schiena. Poi raggiunse Freyr che gli indicava con insistenza una poltrona lì vicino.

‹‹I posti migliori sono già occupati, Hyoga! Ah ah! Vieni a sederti qua, non vorrai stare in piedi tutto il tempo!››.

Leif fece una smorfia seccata quando Hyoga si accomodò. Poi, arrivò Hilda. Entrò nella Sala maestosa, anche il minimo spostamento era un’occasione per sfilare. Prese lo spartito che Freija aveva appena scelto, lo guardò distrattamente e cominciarono a parlare a bassa voce.

Hilda prese lo spartito che Freija teneva tra le mani.

‹‹Chiaro di luna… Meraviglioso, ma fossi in te non suonerei il pianoforte››.

‹‹A Hyoga piace molto il pianoforte›› rispose Freija. Allungò la mano per riprendere lo spartito ma Hilda lo risistemò con cura al suo posto.

‹‹Ovviamente la scelta ultima è tua, ma vorrei permettermi di consigliarti››.

Hilda doveva sempre interferire, qualunque cosa lei decidesse di fare. Anche in quell’occasione doveva dire la sua, e scegliere addirittura la musica al posto suo. Freija odiava l’invadenza della sorella.

‹‹Hilda, lasciami almeno decidere cosa suonare!›› si lamentò.

‹‹Perché non esegui questo?››. Hilda indicò distrattamente un libercolo spostato rispetto agli altri.

‹‹È un pezzo per violino›› spiegò Freija scuotendo la testa.

Hilda rise innocentemente. ‹‹Lo so, e mi piacerebbe ascoltarti››.

Quelle parole potevano essere scambiate per un complimento ma Freija conosceva bene sua sorella e sapeva che Hilda non era facile agli slanci affettivi. Era improbabile che si fosse avventurata in un terreno che non le era congeniale.

‹‹Non credo sia il caso››.

‹‹Peccato›› sospirò Hilda. ‹‹Sei un’eccellente pianista. Scegli una sonata qualunque allora, il risultato non cambierà: a Hyoga piacerà in ogni modo. Guardalo, guarda com’è felice. Probabilmente aveva pensato mille volte di chiederti di suonare qualcosa per lui e non aveva mai avuto il coraggio di farlo››.

Freija pensò un momento. ‹‹Non…credo d’avergli mai detto di saper suonare il pianoforte, ma so che a lui piace››.

‹‹Ah, già…A Villa Kido Saori lo suonava spesso, anche lei è molto brava e adora Mozart, proprio come te. Mi ricordo che Hyoga si tratteneva a lungo per ascoltarla››.

Hilda aveva semplicemente pensato a voce alta, ricordando forse una delle occasioni in cui era stata a Tokyo. Ma le sue parole fecero trasalire Freija. Sentire nominare Saori l’aveva agitata.

‹‹Insomma, ›› chiese Freija spazientita, ‹‹cosa mi consigli?››.

Hilda continuò a leggere con attenzione le costine delle partiture. Si lasciò sfuggire un sospiro di soddisfazione quando trovò quello che cercava. Freija non riuscì a capire di cosa si trattasse perché Hilda strinse il fascicolo al petto.

‹‹Il violino››. Freija sgranò gli occhi, e non si trattenne dal ridere. ‹‹Il violino›› ripeté Hilda con più convinzione. ‹‹Puoi decidere di deliziarlo col piano, ma puoi scegliere di incantarlo col violino perché è quello il tuo strumento. Ti ricordo quando eri ancora una bambina. Riuscivi a malapena a reggere il peso del violino ma già sapevi come muovere le mani sulle corde. Un enfant prodige, proprio come il tuo amato Mozart. Hai rifiutato il posto di primo violino (4) nell’Orchestra di Stoccolma, e non è certo una posizione cui possano aspirare in molti. Io non l’ho dimenticato, ma forse tu sì››.

Freija abbassò lo sguardo. Non aveva dimenticato quel rifiuto ma aveva scelto la tranquillità, perché entrare a far parte dell’orchestra avrebbe significato una vita di sacrifici e privazioni che non avrebbe sopportato a lungo. Certe volte, quando si trovava sola in quella sala ripensava a quel rifiuto e si rattristava.

Non ho nemmeno voluto provare…

Eppure era convinta che, in un’altra vita, nella stessa situazione, avrebbe fatto di certo la stessa scelta. Mentre una volta di più si ripeté quelle parole, ascoltava Hilda che la elogiava, senza far economia di complimenti. E, più di tutte le belle parole che sentì, la cosa che la stupiva erano le motivazioni che la spingevano in quella profusione di elogi. Hilda voleva che lei dimostrasse tutta la sua abilità perché era importante che Hyoga si rendesse conto appieno delle sue doti.

‹‹Pensi davvero che dovrei farlo?›› chiese incerta.

Freija era confusa da quel modo di ragionare tanto diverso dal suo, calcolare ogni mossa per evitare sorprese inaspettate e per sfruttare al meglio le situazioni che si verrebbero a creare. Hilda sapeva come utilizzare i mezzi a sua disposizione per raggiungere lo scopo che si era prefissa.

‹‹Senza alcun dubbio!›› esclamò Hilda. Sorrise dolcemente e mostrò alla sorella la misteriosa partitura. Freija allungò il collo, incuriosita, e per poco non gridò.

‹‹Hai perso la ragione?!›› disse alla sorella. ‹‹Da più di un anno non tocco il violino!››.

‹‹Non è un problema per te, ne sono sicura››.

Il cavallo di battaglia dei grandi virtuosi, Tzigane ! (5)

‹‹È un campo minato per violinisti!›› si lamentò ancora Freija.

Hilda annuì gravemente. ‹‹Proprio così, una composizione che mette a dura prova le capacità musicali e tecniche del solista che la esegue››.

‹‹Hilda! Devo semplicemente intrattenere tre uomini, due dei quali preferirebbero andare in guerra piuttosto che ascoltare!››.

‹‹Verissimo, ma il tuo obiettivo è quell’unico che apprezzerà la musica che stai per suonare››.

‹‹Non è da te… spingermi ad attirare l’attenzione di qualcuno!›› obiettò Freija.

Hilda si fece seria. ‹‹Vero anche questo. L’esibizionismo è un mio gran difetto ma è anche l’unica mia arma per attrarre un uomo, e l’ultima cosa che desidero è che tu ti comporti come me. Tu non ne hai bisogno, in questo caso, perché l’uomo che desideri già ti appartiene. Stasera la tua musica renderà inscindibile l’incantesimo con cui l’hai ammaliato!››.

‹‹Hilda, non voglio ammaliare nessuno. È giunto il momento che tu te ne renda conto››.

Però, guardando lo spartito che Hilda teneva ancora premuto sul petto, Freija si sentì pervadere da un fremente desiderio di suonarlo. Si guardò le dita, e ricordò le infinite volte in cui aveva dovuto smettere di suonare, perché i polpastrelli le dolevano ed erano gonfi per aver schiacciato le corde con troppa forza. Aveva smesso di suonare quando aveva rifiutato il posto di primo violino, forse perché aveva smesso di amare il violino, forse perché riprenderlo tra le mani le avrebbe rammentato la grande occasione che aveva rifiutato, o sprecato. Adesso, a distanza di un anno, sentiva agitarsi dentro di lei quella voglia che aveva cercato di nascondere, ed era più forte che mai. Poi, improvvisamente, ritornando caparbiamente alla realtà, scosse la testa.

‹‹Non voglio esibirmi, perché non devo attirare l’attenzione di nessuno! Io ho già…››.

‹‹Non dirlo, non voglio sentire!›› la interruppe Hilda. ‹‹Sono stanca di questa commedia! Mi annoia e tu reciti male la parte della brava fidanzata… Anzi, macché commedia, questa è una tragedia! Ogni giorno che passa, muore la tua vitalità, e vedo crescere l’amarezza e la tristezza. Sei un fiore raro che appassisce, lentamente ma inesorabilmente››.

‹‹Non essere teatrale, diventi odiosa! Però è vero che non so recitare… ma forse è perché non sto recitando per niente!››.

‹‹Non sai nemmeno mentire›› puntualizzò Hilda. ‹‹Che utilità trai dal portare avanti quest’assurda situazione? Ti diverte forse l’idea d’avere due uomini che lottano appassionatamente per te?››. Hilda si sentì trafiggere dall’occhiata furiosa di sua sorella e capì che l’umorismo era davvero fuori luogo. ‹‹Scusami, ma se tu ti sei rassegnata all’idea di vivere con quell’uomo…›› disse indicando Leif con un cenno di disprezzo, ‹‹io non l’ho ancora fatto!››.

Tacque e osservò a occhi stretti il pietoso duo sul divanetto. Freyr parlava a voce alta e calmava i suoi pruriti maschili grattandosi vigorosamente, senza alcun pudore. Freija seguì lo sguardo severo della sorella che si posò su Leif. Hilda lo odiava profondamente e non era difficile accorgersene, perché se i suoi occhi fossero stati due pugnali, avrebbero potuto ucciderlo in qualunque momento. Freija, guardandolo, pensò che era bello. Era quello il solo motivo della sua attrazione: la bellezza? Non è sufficiente, si rimproverò.

Leif le piaceva, annoiato su quel divano, scomposto e volgare, con la fronte corrugata e il pugno stretto minaccioso verso Freyr che continuava incessantemente a provocarlo. Era rimasta delusa da lui, per quello che le aveva fatto, ma Leif con il suo atteggiamento spavaldo e arrogante, rappresentava l’elemento di disturbo che l’aveva finalmente scossa dalla sua naturale e stucchevole ingenuità.

Avrei preferito che avesse scelto un modo migliore per farmi diventare una donna…

‹‹Prekratite ! (6) Parlate piano, fate un chiasso infernale! E smettete di scazzottarvi, per favore!››.

La voce di Hyoga è sempre così calda…

‹‹Che differenza tra loro… Non trovi?›› commentò Hilda improvvisamente.

Come tra il giorno e la notte. Hyoga illumina col suo sorriso, Leif oscura con i suoi occhi severi.

Allora Freija notò che l’espressione di Hilda era diversa, quasi innaturale, e si meravigliò. Stava guardando Hyoga, seduto compostamente con le braccia incrociate sul petto, che si lamentava con Leif e Freyr e cercava di farli stare tranquilli. Non aveva mai visto sua sorella guardare un uomo a quel modo, con dolcezza infinita, rapita.

Cosa mi succede? Avevo deciso di mettere da parte i miei sentimenti, di dimenticare. Eppure mi sento a disagio, vorrei che Hilda non lo guardasse… così.

Sentì una stretta al cuore e provò di nuovo l’amaro sapore della gelosia. E nello stesso momento le ripassò davanti agli occhi l’immagine della pozza, di loro abbracciati, e strinse i denti.

Affetto o amore… Hilda mi ha assicurato che non è successo niente tra loro, e io le ho creduto, perché non mi mentirebbe mai. Vorrei solo non averli mai visti. Ora, in questo stesso momento, a vederla così, mi viene da pensare che abbia rinunciato a Hyoga per causa mia… Se è così, perché l'hai fatto?

Avrebbe voluto chiederle se era innamorata di lui, e rassicurarla, dicendole di non preoccuparsi di nascondere i suoi veri sentimenti, perché se ne sarebbe pentita.

‹‹Hilda…››. Le mancò la voce quando ripensò ai suoi pensieri. Stava per consigliare a sua sorella di non fare lo stesso errore che aveva commesso lei?

Hilda intanto aveva distolto lo sguardo da Hyoga e si era concentrata su Freija, visibilmente turbata.

‹‹Starai pensando che mi piace da morire, se lo guardo così?››.

‹‹Cosa dici?›› esclamò Freija.

‹‹Ti ho visto sconvolta, con l’espressione tesa che ti incupisce il viso quando sei preoccupata. Ho tirato a indovinare e pare che abbia detto giusto››.

‹‹In realtà non mi interessa!››. Freija adesso era in collera, perché non sopportava l’idea d’essere così vulnerabile sotto l’analisi infallibile di Hilda.

‹‹Dovrebbe interessarti, invece, perché Hyoga potrebbe vincere in ogni momento, se solo lo volesse. Ma è davvero troppo rispettoso, accidenti a lui!››.

‹‹Hilda lasciami perdere e fammi suonare, altrimenti se ne andranno!››.

‹‹Allora suona questo!››. Hilda agitò con veemenza lo spartito e cercò di far sorridere Freija. ‹‹Se non lo vuoi suonare per Hyoga, allora fallo per me! Per favore!››.

Hilda era così buffa, mentre cercava di fingersi disperata che Freija non poté far altro che acconsentire.

‹‹È un pezzo difficile, però››.

‹‹Ero sicura che avresti accettato!›› esclamò Hilda entusiasta.

‹‹Perché sei così ostinata?››.

‹‹Perché farai un figurone!›› disse Hilda porgendo lo spartito a Freija.

‹‹Ah, no, Hilda, non esultare prima del tempo›› disse Freija scorrendo lo spartito. ‹‹Questa è la versione originale per violino e pianoforte››.

‹‹Lo so, sono qui per questo!›› esclamò Hilda. ‹‹Hai forse dimenticato che anche tua sorella si è dedicata per tanti anni allo studio della musica?! Non sono certo ai tuoi livelli ma me la caverò››.

‹‹Cosa succede?›› chiese Hyoga.

‹‹Che accidenti ne so?›› rispose Freyr con indifferenza. ‹‹Le donne sono malate, poverine !››. (7)

Hyoga si volse nuovamente verso le sorelle che parlottavano da diverso tempo, all’altro capo della stanza.

Sono bellissime…Chissà di cosa parlano, sembra importante.

Mentre Hyoga era assorto nella visione delle due donne, gli altri due cominciavano a spazientirsi per la lunga ingiustificata attesa. Leif sbadigliava di continuo e Freyr gli tirava delle gomitate perché smettesse. Ben presto iniziarono un gioco pericoloso, fatto di pesanti insulti e cazzotti sulle spalle e sulle cosce. Hyoga incrociò le braccia sul petto e lì osservò distrattamente, per ingannare il tempo. Se fossero stati soli e in un altro luogo, più consono a quel genere di divertimento, probabilmente si sarebbero picchiati ferocemente.

Se fossero stati alla Casa della Guardia a quest'ora sarebbero gonfi come due zampogne a furia di combattere. Helgi sarebbe al culmine della felicità se Freyr decidesse di dare una lezione a quel buffone spavaldo… anch'io sarei felice!

Leif insisteva nello stuzzicare Freyr, che era irascibile e non riusciva a non rispondere alle provocazioni. Così Freyr canzonava Leif, che era permaloso e non poteva tollerare di essere schernito.

‹‹Prekratite! Parlate piano, fate un chiasso infernale! E smettete di scazzottarvi, per favore!››.

Freyr e Leif si calmarono e lo guardarono incuriositi.

‹‹Cosa c’è? Hai paura che lo ammacchi?›› disse Leif. Sorrise ironicamente e alzò le spalle, facendo intuire a Hyoga che non s’interessava delle sue parole.

‹‹Sì, cosa c’è Hyoga? Hai paura che mi ammacchi? Non sono mica di pasta frolla…››.

‹‹Non è per questo…›› balbettò Hyoga incerto. ‹‹Almeno urlate piano…››.

‹‹Sta zitto, Hyoga!›› sbuffò Freyr.

‹‹Sì, non t’impicciare, utlänning!›› gli fece eco Leif ridendo sguaiatamente.

‹‹E sta zitto anche tu, infame!›› gridò Freyr. ‹‹Lui è il Landvarnarmaðr!››.

‹‹Parlami con rispetto!›› ribatté Leif.

‹‹Macché rispetto! Da quell’orecchio tanto non ci senti!››.

‹‹Principe bastardo, falla finita o t’insegno l’educazione a suon di pugni in testa!››.

‹‹E dovrai metterti su uno sgabello, perché non sei all’altezza di darmi lezioni d’educazione!››.

‹‹Parli bene tu, d’educazione: ti cascheranno le palle a furia di grattartele!››.

‹‹Come fai a saperlo? A te è già successo?››.

‹‹No, di certo, le conservo per cose migliori! Magari per quella serva magrolina che ti piace tanto!›› disse Leif con un ghigno.

‹‹Ti faccio ingoiare tutti i denti se lo dici di nuovo!›› ruggì Freyr. Diede una piccola spinta a Leif e dalla casacca dello jarl fece capolino il ciondolo di Loki. Con un gesto meccanico e inconscio, Leif nascose il ciondolo prima di restituire la spinta a Freyr.

Ricominciarono a litigare e Hyoga si accasciò sulla poltrona, lanciando occhiate fugaci e distratte alle due sorelle che ancora chiacchieravano tra loro. Poco dopo tornò a guardare i due che s’insultavano e si disse che quel battibecco avrebbe potuto continuare per ore se qualcuno non vi avesse messo fine.

‹‹Basta gridare, maleducati! Comportatevi da adulti dotati d’intelligenza!››. Leif e Freyr ammutolirono.

Hilda si ergeva di fronte al divano in tutta la sua autorità, e li rimproverava anche con lo sguardo. Freija intanto aveva aperto una porta ed era sparita in un’altra stanza. Hyoga si sforzò si carpire qualche suono che gli permettesse di indovinare cosa potesse nascondersi dietro quella porta. Gli parve di udire un cigolio come il rumore di un cardine poco oliato. Hilda però, ferma proprio di fronte a lui, gli impediva di vedere e il tono adirato della sua voce coprì ogni altro suono.

‹‹Metti giù i piedi dal tavolo, animale, non sei alla Casa della Guardia!››. Freyr obbedì senza fiatare. Hyoga pensò che, anche da un fatto insignificante come quello, emergeva il carisma di quella donna straordinaria. ‹‹E tu smetti di sbadigliare, ti ho visto prima!››.

‹‹Hai gli occhi anche dietro alla testa, Hilda!›› scherzò Freyr ridendo in faccia allo jarl.

‹‹Se hai sonno vai a dormire›› aggiunse Hilda. Leif pensò per un momento e poi, con decisione si alzò dal divano.

‹‹Devo ammettere che hai ragione››. Voltò la testa, come per controllare dove fosse Freija e continuò con più energia. ‹‹La vostra compagnia mi ha stufato e non voglio ascoltare noiose lagne. La musica ha senso solo se accompagna un ballo o una bella leggenda!››.

‹‹C’è una bella differenza, tra quella musica e questa che sta per suonare Freija!›› rispose Hilda sfidandolo con un’occhiata di ghiaccio. ‹‹Potresti sforzarti d’apprezzarla››.

‹‹Non m’interessa, grazie. Ho da fare domani, e mi dovrò alzare molto presto. Vado a dormire!››.

Fece uno svogliato inchinò davanti a Hilda e se ne andò velocemente, senza salutare.

‹‹Che razza di sfacciato, faccia di bronzo! Hai visto come ti ha salutato quell’infame!›› grugnì Freyr rosso in viso.

‹‹Non ti preoccupare, fratello. Da lui non mi aspetto di più››.

Finalmente ricomparve Freija, portando sottobraccio un rigido oggetto nero, e si diresse al tavolo vicino al pianoforte. Appoggiò la custodia, la cui forma non lasciava dubbi sul contenuto.

Hilda e Hyoga la osservarono passare silenziosa come un’ombra, assorta, e si resero conto della magia di quel momento, ma Freyr, con la sua proverbiale prontezza, frantumò la magica atmosfera.

‹‹Hyoga, sai che Freija ha anche una voce bellissima? Piena di doti, quella ragazza… e ha anche una bella dote!››. Rise, noncurante degli sguardi pietosi su di lui. Poi però si gratto il mento. ‹‹Ho pensato una cosa…›› disse misterioso.

‹‹Gloria agli dèi, un miracolo!›› esclamò Hilda sedendosi vicino al fratello.

‹‹No, veramente… Non credo d’aver capito quella faccenda della musica… Cosa racconta? Spero che sia una bella storia, possibilmente una che non ho mai sentito››. Poi si rivolse a Hyoga. ‹‹Io le conosco quasi tutte, le leggende. Snorri ne racconta una tutte le sere e alla fine, non ce ne sono così tante… Però quando le racconta mia sorella mi piacciono di più. Con la sua bella voce, mi sembra quasi che finiscano bene anche le storie che finiscono male!››.

Hyoga non voleva ridere e quindi sorrideva appena, ma Hilda era scioccata.

‹‹Mi sembrava che non avessi pensato abbastanza… Freija non racconta niente, suona solamente››.

Freyr si fece serio, con un’espressione un po’ perplessa.

‹‹La musica accompagna sempre un ballo, o una leggenda›› mormorò.

‹‹Non sempre, questa volta è diverso›› disse Hyoga. ‹‹Se non balli, o non c’è nessuno davanti a te che racconti, puoi immaginare di ballare o inventare tu una storia››. Freyr lo guardò sempre più perplesso.

‹‹Ah, è inutile›› sospirò Hilda. ‹‹Questo è troppo difficile per lui da capire››.

‹‹No, cosa blateri a vanvera, kvenna! Ho capito benissimo ma… ho sonno anch’io!››. Si alzò di scatto ma Hilda lo afferrò per una spalla e lo costrinse a sedere di nuovo.

‹‹Sta seduto! Abbiamo organizzato questa festa per il tuo ritorno, bestia! Abbi pazienza!››.

Freija passò una mano sulla custodia polverosa, sospirò quando aprì le due sicure metalliche e sollevò la parte superiore dell’astuccio. All’interno, adagiato nella concavità che ne riprendeva la forma e attorniato dal velluto nero, giaceva il meraviglioso strumento, il violino che le aveva regalato sua sorella. Era uno Stradivari, prodotto dalle sapienti mani dei maestri liutai successori del famoso Antonio, (8) che spiccava, sopra gli altri, per la sua arte perfetta. Il regalo più bello che avesse mai ricevuto in vita sua.

Osservò in muta contemplazione lo strumento. La cassa, con la sua forma ad otto, caratteristica degli archi, era costruita con morbido legno d’abete, mentre il manico era di palissandro, un legno più duro. Passò le dita sul filetto, seguì il contorno dei fori di risonanza e pizzicò una corda. Aveva bisogno di essere accordato.

Freija prese con una mano l’archetto e con l’altra il violino. Con un rapido gesto, appoggiò lo strumento alla spalla e lo strinse appoggiando il mento sulla mentoniera. Suonò una breve scala per verificare l’accordatura dello strumento.

‹‹Scusatemi, era scordato!›› disse innocentemente.

‹‹Sembra come quando tiri il collo alle galline… ›› mormorò Freyr mimando l’operazione.

‹‹Che bestia sei!›› lo rimproverò Hilda alzandosi.

Freija tese le corde girando il pirolo e provò nuovamente il suono. Hilda si sedette al pianoforte e suonò lei pure una piccola scala.

‹‹Bene›› esclamò soddisfatta annuendo. ‹‹Allora possiamo cominciare››.

Hyoga aveva osservato Freija in ogni sua mossa, e quando Hilda s’alzò non riuscì più a tacere.

‹‹Che fate? Un duetto?››.

‹‹Questa è una serata speciale e Freija ha avuto un’idea speciale›› disse Hilda, accompagnando le sue parole con una melodia sommessa.

Freija avrebbe voluto ringraziarla di cuore, perché poteva sentire su di sé lo sguardo di Hyoga pieno di gioia e ammirazione. Allora si rese conto che quel momento avrebbe potuto chiarire molti dubbi che, sempre più frequentemente, s’insinuavano tra le sue fragili certezze. Si voltò di scatto, verso i due uomini che erano il suo passato e, forse, il suo futuro.

‹‹Dov’è Leif?›› chiese.

Fu Hilda che le rispose, con un sorriso radioso che esprimeva la sua esultante gioia per quella piccola grande vittoria.

‹‹Leif se n’è andato perché non voleva ascoltare la tua musica››.

Freija si sentì ferita da quelle parole e Hilda la vide, con la coda dell’occhio, farsi triste in viso, ma non si scompose, perché quella era la verità, nuda e cruda. Poi, mentre si lasciava trasportare dall’euforia del momento suonando le trionfanti note del terzo movimento del Chiaro di Luna, (9) un presto agitato che calzava perfettamente col suo umore, sentì una voce che la sconvolse.

Ma cosa sta facendo?

Smise di suonare e fissò sconcertata Hyoga.

‹‹Non ti preoccupare, era solo molto stanco. Ha chiesto di augurarti la buonanotte…››.

Calò il silenzio. Freyr aveva smesso di sorridere ed aveva assunto quell’espressione grave che gli trasfigurava il viso, tanto rara e per questo più preoccupante. Freija allargò appena le labbra. Sorrise, ma scosse la testa, forse a voler giustificare il comportamento indelicato di Leif, più probabilmente perché aveva capito che Hyoga aveva mentito.

‹‹Questa è davvero una serata speciale e non voglio rovinarla›› esclamò a sorpresa.

Tirò un lungo sospiro e suonò un breve pezzo, muovendo dolcemente l’archetto e schiacciando le corde con abile maestria. Al termine di quel piccolo esercizio che attirò anche l’attenzione dello svogliato Freyr, Freija, audace come non lo era mai stata, fece l’occhiolino a Hyoga con un sorriso complice che lo fece arrossire, come volesse dirgli che quel brano dalla Danza dei Cigni era dedicato a lui solo.

Con un balzo, poi, s’avvicinò al pianoforte e, con un inchino alla sorella, cominciò ad eseguire la Tzigane, iniziando con l’introduzione libera di carattere improvvisato, di grande effetto. La sua virtuosistica cadenza da solista terminò con l’inizio di una altrettanto rigogliosa cadenza del pianoforte, che l’accompagnò finché non ebbe inizio la danza vera e propria. Freija si abbandonò al ritmo coinvolgente e cominciò a muoversi, dapprima lentamente, con piccoli passi, poi piroettò e ballò, riempiendo la stanza di una musica ricca d’irresistibile fascino.

Hilda osservava con soddisfazione Freija esibirsi in una ciarda (10) come fosse una violinista tzigana, e si accorse della passione che sprigionava da ogni nota, e dai suoi movimenti sempre più sinuosi e intriganti. La sua era una danza più raffinata, però, che aveva calamitato lo sguardo di Hyoga, incantato da quell’affascinante magia e stregato dagli occhi provocanti di Freija.

Hilda lo scorgeva con la coda dell’occhio. Era rimasto seduto, ma i suoi occhi erano spiritati e le labbra lucide e tese. Era immobile eppure le sembrava di vederlo fremere ad ogni piroetta di Freija, ad ogni suo sguardo sempre più intenso. Quella famosa sera, alla pozza, Hilda avrebbe voluto vedere negli occhi di Hyoga la stessa luce che li illuminava in quel momento, ma era stato molto diverso. Quello era un gioco di seduzione e passioni nascoste che avrebbe voluto provare ma dal quale era esclusa. Freija suonava e ballava solo per Hyoga, e non si rendeva minimamente conto del fascino esuberante che sprigionava da quella vivace danza, come se la sua mente, totalmente impegnata nell’esecuzione perfetta, avesse lasciato il corpo libero d’interpretare la musica a suo piacimento.

Hilda e Freyr, durante l’esecuzione, furono dimenticati e nella stanza restarono soli un uomo e una donna che si amarono con gli occhi, accompagnati da un violino alla ribalta.

Quando la musica finì, Freija e Hyoga sembrarono ritornare gli stessi di sempre, timidi e impacciati, dimenticando quanto erano stati intraprendenti, e s’imbarazzarono, accorgendosi di essersi fissati insistentemente. Intanto Freyr s’era alzato e aveva raggiunto Hilda.

‹‹Sconvolgente››.

‹‹T’è piaciuta?›› chiese Hilda sorridente. "Una musica meravigliosa".

‹‹Sì, è stata molto bella… ma mi stavo riferendo a Freija…››.

‹‹Lo so… Questa è la vera forza dell’amore, e della passione. Io non la conoscevo››.

Freyr annuì gravemente. ‹‹Nemmeno io, finora. Ora però voglio fare una domanda a…››.

‹‹Magari più tardi›› lo interruppe Hilda.

Hyoga e Freija stavano parlando ed erano un quadretto perfetto di felicità, con lui che non smetteva di elogiarla e lei che gli insegnava come sistemare correttamente il violino.

‹‹Perché non mi hai detto che suonavi anche il violino?›› le chiese.

‹‹Anche?››.

‹‹Riconosco un pianista ad un miglio di distanza›› si vantò Hyoga indicando le mani di lei. ‹‹Dita affusolate, tipiche dei pianisti. Anche Saori lo suona››.

‹‹Sì, Hilda me l’ha detto›› ammise Freija. ‹‹Alza di più il braccio››.

‹‹Hai avuto una splendida idea. Mi è piaciuto molto il vostro duetto››.

‹‹Grazie››.

‹‹Era per me…il primo pezzo che hai suonato?››.

‹‹…sì…›› mormorò lei. ‹‹Devi spingere di più col mento altrimenti non riuscirai a tenerlo fermo!››.

‹‹È una posizione davvero scomoda››.

‹‹È una questione d’abitudine. Ecco devi stare così›› spiegò lei sistemandogli il violino.

Hyoga tentò di mantenere la posizione, poi le fece la lingua.

‹‹Ah, non ci riesco! Sono meglio io come istruttore di nuoto che tu come insegnante di violino››.

‹‹È questo che pensi?›› domandò lei fingendosi offesa.

‹‹No, penso che sei eccezionale››. Si guardarono un momento, poi Hyoga sviò. ‹‹Dev’essere difficile suonare uno strumento che non ha la tastiera›› tergiversò indicando il manico del violino.

‹‹Basta fare pratica, ma tu non ti applichi!››.

‹‹Sono vecchio per certe cose››.

Restarono alzati fino a tardi, tutti e quattro. Freija e Hilda suonarono ancora e raccontarono tante leggende, per la gioia del principe. Poi Freyr volle ricambiare e cominciò a cantare una canzone sconcia che aveva imparato quand’era ancora un ragazzino, e Hilda lo costrinse a tacere.

Da molto tempo Hyoga non si era sentito tanto felice, e rimpianse i bei momenti lontani in cui si era divertito insieme ai suoi fratelli e Lady Saori a Villa Kido. Freija, Freyr e Hilda, scoprirono qualcosa di nuovo, mai provato prima, perché, in effetti, non avevano mai trascorso, tutti e tre assieme, più del tempo necessario a consumare un pasto.

Note

1) Il dreki era la nave da guerra vichinga, che prendeva il nome dalle prue scolpite in figure di teste di drago.

2) Un piede corrisponde a 0,3048 metri, un pollice a circa due centimetri e mezzo. Dunque, la nave misurava circa ventitré metri di lunghezza per una larghezza di cinque metri e mezzo e un’altezza di quasi due metri.

3) Gullintanni significa ‹‹denti d’oro››. È il soprannome di Heimdallr, con evidente riferimento alla sua preziosa dentatura.

4) Primo violino: il professore di violino più qualificato a svolgere le parti di assolo. Il primo violino è detto anche violino di spalla in quanto, dopo il direttore, alla cui sinistra prende posto, è la personalità di maggior rilievo nell’orchestra.

5) Tzigane: opera di Maurice Ravel.

6) Smettetela, ( prekratíte ).

7) "Sono malate, poverine": celebre frase di H. Hemingway sulle donne.

8) Antonio Stradivari (1644-1737).

9) Quello citato più volte è di Beethoven.

10) Ciarda: danza ungherese.