CAPITOLO QUARTO. TESSENDO LA TELA.
Mezzanotte era arrivata in fretta, ma molte luci erano ancora accese al Grande Tempio di Atene. Tisifone, nominata da Athena Capitano del Santuario, aveva decretato lo stato di allerta, mobilitando tutti i soldati e i Cavalieri disponibili, dando ordine che il muro e il Cancello Principale fossero riparati quanto prima.
Lady Isabel aveva personalmente visitato le infermerie, per curare, con il suo caldo e confortante cosmo, i feriti; Asher e i quattro Cavalieri di Bronzo stavano meglio, anche se zoppicanti e pieni di lividi, e avevano deciso di piantonare l’ingresso del Santuario, nonostante la stanchezza e la debolezza.
Kiki si era messo all’opera, aiutato dai libri della Biblioteca di Mur, per compiere un’opera delicata, che fino a quel giorno non aveva mai tentato.
Le fiaccole nella Tredicesima Casa erano ancora accese e Isabel stava ancora conferendo con Castalia e Tisifone, e con Ilda, mentre Mizar e Alcor erano di ronda all’esterno. Ikki ascoltava svogliatamente appoggiato a una colonna, completamente disinteressato e stralunato.
"Credo sia la decisione più opportuna!" – Esclamò Ilda, rivolgendosi a Isabel.
"Lo credo anch’io!" – Sorrise la donna, alzandosi in piedi.
Si portò al centro della sala, stringendo lo Scettro di Nike in mano e si rivolse ad Ikki, anzi direttamente alla sua anima. Pregandola di perdonarla per quanto stava per fare.
"Perdonami Ikki! E voi tutti giovani Cavalieri! Se nuovamente vi strappo alle vostre vite, alle vostre meritate esistenze!" E nel dir questo sollevò lo Scettro, puntandolo verso il ragazzo.
"Che stai facendo?" –Domandò Ikki, vedendo il bastone illuminarsi.
Un raggio di energia investì il ragazzo, sollevandolo da terra, mentre il suo corpo veniva circondato da una scintillante energia cosmica. Isabel puntò lo scettro sul rubino e lo distrusse, rendendo nuovamente libera l’anima del ragazzo.
Per qualche momento Ikki sembrò sul punto di svenire, mentre turbini di ricordi sopiti ricominciarono a muoversi nella sua mente. Rivide tutto, nel giro di un attimo: l’allenamento all’Isola della Regina Nera, il suo Maestro, Esmeralda, i Cavalieri Neri, il Grande Tempio, la Guerra Galattica, i Cavalieri d’Argento, la scalata alle 12 case. E poi vide lei, bella come sempre, la Dea della Giustizia, in piedi di fronte a lui.
"Athena…!" – Sussurrò, nuovamente conscio di se stesso.
"Perdonami Ikki! Perdona la mia debolezza!" – Pianse Isabel, assopendo nuovamente il suo cosmo. – "Ma ho bisogno anche del tuo aiuto, per comprendere il mistero che sta dietro questa nuova minaccia!"
Ikki non rispose immediatamente, e questo fece pensare alla Dea che probabilmente il ragazzo fosse, giustamente, in collera con lei, per averlo nuovamente catapultato in un mondo di lotta e violenza. Invece si limitò ad accennare un sorriso.
"Sono al tuo servizio, Athena!" – Esclamò.
Ilda sorrise, e anche Castalia e Tisifone.
Isabel fece un breve riepilogo a Ikki, che iniziò ad avere un quadro più chiaro della situazione. E subito chiese notizie dei suoi Compagni.
"Dov’è Shun?" – Chiese. – "L’ha già risvegliato?"
"No!" – Rispose Isabel. – "Shun è a Nuova Luxor, con Pegasus! Sei l’unico che ha ricordato, ed è sceso in campo contro il nemico!"
"E Cristal? Avete detto che è venuto ad Asgard! Adesso dov’è?" – Domandò Ikki, rivolgendosi a Ilda.
La Celebrante di Odino cercò lo sguardo di Athena, quasi come per avere il suo assenso per parlare. Quindi sospirò, prima di iniziare il discorso.
"Cristal è nel posto attualmente più sicuro dell’intera Terra! Se la sua venuta ad Asgard non era passata inosservata, al punto che Zeus non ha esitato ha inviare una pattuglia di guerrieri nella mia città, a maggior ragione non credo lo sarebbe stata qua!"
"È rimasto ad Asgard?" – Chiese Castalia.
"Non nella Asgard che conoscete voi!" – Sorrise Ilda, stupendo i tre Cavalieri. – "Dovete sapere che la mia città, che voi avete visto e in cui avete combattuto, è soltanto l’avamposto umano del grande regno del Nord, un regno su cui impera Odino, Signore degli Asi, dalla sua fortezza nel Valhalla, nella vera Asgard."
"Credo di capire.." – Intervenne Castalia. – "Nella mitologia Nordica, il mondo è diviso in nove regni, e uno di questi è il regno degli uomini, Midgard, o Regno di Mezzo!"
"Esatto! Ma ormai il vecchio termine è andato perduto, lo usano soltanto le genti del luogo. Per il resto del mondo noi siamo Asgard, una sola, città di uomini e di Dei!" – Commentò Ilda, con un po’ di nostalgia.
"E Cristal si trova quindi…" - Intervenne Tisifone.
"Cristal si trova, o meglio dovrebbe trovarsi, nella vera Asgard, alla corte di Odino! Se è riuscito a trovare la via!"
"Cosa vuoi dire?" – Chiese Phoenix.
"Non a tutti gli uomini è concesso di trovare la strada che porta ad Asgard, anzi alla maggioranza la via è preclusa! Ma Cristal può contare su un’abile guida, qualcuno che in passato ha già visitato quel regno, e sa come tornarvi!" – Concluse Ilda.
"L’importante è che sia al sicuro!" – Commentò Ikki, stufo di tutti quei discorsi.
"C’è un altro motivo per cui ho mandato Cristal ad Asgard!" – Riprese Ilda. – "Per sciogliere un dubbio.. e per trovare aiuto!"
"Un dubbio?" – Chiese Castalia.
"Perché Cristal è venuto ad Asgard? La città non era in pericolo, inoltre i pochi giorni trascorsi nella mia città non sono certo stati così significativi da avere la forza per riemergere tra i suoi ricordi, prima ancora di altri?!" – Domandò Ilda. – "No, c’è qualcos’altro sotto! Cristal continuava a dire di udire un richiamo, una voce nel vento che lo aveva portato fin là! come se qualcuno stesse tentando di inviargli un segnale!"
"E credi che alla corte di Odino troverà una risposta?"
"Odino è il Signore degli Asi, e alla sua porta convergono tutti i mondi di questa Terra! Se una voce sta chiamando Cristal, Odino non può non averla udita!" – Fu la risposta di Ilda, fiera e sicura.
"In quanto a noi.. che cosa facciamo?" – Domandò Ikki, desideroso di entrare in azione.
"Frena il tuo impeto, Phoenix! Non hai visto come sono stati ridotti i tuoi compagni?" – Lo placò Isabel. – "Non ho intenzione di vederti rischiare la vita, senza conoscere prima le intenzioni del nemico, né le forze a sua disposizione!"
"Beh, le intenzioni mi sembrano chiare! Come Poseidone e Ades prima di lui, adesso Zeus vuole emulare i fratelli tentando di distruggere la Terra!"
Lady Isabel non rispose, limitandosi a sospirare, silenziosamente soffrendo. Uscì fuori, sulla grande terrazza panoramica sul retro, con il cuore carico di apprensione.
"Tre volte! Tre volte ho provato a contattare mio Padre, ma i miei poteri non sono sufficienti! Il mio cosmo si ferma alle porte dell’Olimpo e non riesce a entrare! Perché?!"
L’Olimpo era illuminato a giorno. Torce e fiaccole erano accese ovunque lungo il grande viale alberato che conduceva al Tempio di Zeus, residenza del Signore degli Dei. E anche al suo interno le sale e i corridoi risplendevano di dorati bagliori.
Solo una sala era buia. La Sala del Trono, dove Zeus sedeva alto e maestoso sopra un trono dorato, era illuminata soltanto da due grosse fiaccole posizionate ai lati del portone frontale. L’interno era avvolto dall’ombra e dal silenzio.
Nei corridoi si andavano radunando un gran numero di Cavalieri Celesti, tutti coperti dalle loro scintillanti armature forgiate da Efesto in persona.
Signore del Fuoco e della lavorazione dei Metalli, Efesto da sempre produceva le Armature per i Cavalieri di Suo Padre, il Sommo Zeus, nonché le Vesti Divine e altri Accessori da Battaglia. Lo stesso Scudo di Athena, narra la leggenda, fu forgiato da Efesto stesso nelle fornaci sotterranee dell’Olimpo dove il Fabbro degli Dei risiedeva.
Flegias si aggirava preoccupato per i corridoi del Palazzo. Non indossava più la sua armatura scarlatta ma una grande veste ricamata, tipica degli Dei dell’Olimpo, che nascondeva le sue forme perfette di giovane e di Cavaliere e la fasciatura alla gamba destra, che presentava notevoli ferite.
Aveva il volto teso e irato e un livido sotto l’occhio sinistro, dovuto al pugno ricevuto da Phoenix, e questo lo rendeva la sua espressione ancora più accigliata e temibile.
"Maledetti", pensava il Figlio di Ares, "mi hanno preso alla sprovvista! Ma la prossima volta non andrà così, li ucciderò tutti uno ad uno e porterò le loro teste al Tempio dell’Apocalisse offrendole in sacrificio a mio Padre!"
"Maledetti!" – Tuonò ad alta voce.
"Schhh! Non pronunciare parole simili alla Corte del Signore degli Dei!" – Sussurrò una voce proveniente dall’ombra.
Fregias si voltò di scatto: alla sua sinistra, nascosta dietro una tenda, una figura in ombra gli fece cenno di avvicinarsi.
"Issione!" – Esclamò il Cavalieri dagli occhi infuocati, avvicinandosi a lui ed entrando nella zona d’ombra del corridoio.
In quel punto, non illuminato dalle fiaccole delle torce, Flegias conversò per una decina di minuti con il suo interlocutore, a bassa voce.
"Hai fallito l’attacco al tempo di Athena!" – Esclamò Issione, amareggiato.
"Non è stata colpa mia, Issione! I Cavalieri che mi hai affidato non valgono niente; due sono stati sconfitti subito, e Sterope non è riuscito a raggiungere Athena!" – Spiegò Flegias.
"Avresti potuto occupartene personalmente!" – Lo criticò Issione, senza alzare la voce.
"L’ho fatto, Issione, l’ho fatto!" – Puntualizzò Flegias, irato. – "Da solo ho praticamente annientato le ultime difese di Athena, e sarei corso a dare man forte a Sterope se non fosse stato per l’intervento di quel Cavaliere!"
"Un solo Cavaliere ha potuto fermarti?!" – Esclamò Issione, stranito.
"Era Phoenix quel Cavaliere! Il Cavaliere della Fenice!" – Sussurrò con decisione Flegias. – "E non doveva essere lì!"
"Che abbia ricordato?!" – Chiese Issione, adesso più preoccupato.
"Probabile.. questo spiegherebbe il comportamento del Cigno!"
"Questo gioca a nostro sfavore!" – Commentò Issione.
"Ma non sarà questo che fermerà il mio glorioso piano!" – Incalzò Flegias. – "Potrebbero essere centomila i Phoenix di questo mondo, ma li abbatterò tutti!"
"Come Phoenix ha ricordato potrebbero ricordare anche gli altri!" – Precisò Issione.
"Temi cinque Cavalieri di bronzo?" – Domandò Flegias, quasi allibito.
"Cinque Cavalieri di Bronzo che hanno sconfitto Poseidone e Ades, fratelli del nostro Signore!" – Rispose fermamente Issione.
"Come credi… se vuoi prevenire il problema allora falli uccidere! Adesso!" – E a Issione, la frase di Flegias parve più un ordine che un suggerimento-
In quel momento la loro conversazione fu interrotta dall’arrivo di un Cavaliere Celeste. Un uomo alto e maestoso, molto snello, con un viso colorito, due occhi verdi e capelli castani tirati all’indietro, si avvicinò.
Flegias, percepita la sua presenza, si voltò verso il Cavaliere cambiando completamente tono e salutandolo con garbo.
"Nobile Eridano! Che piacere!"
Il giovane si fermò, inginocchiandosi per rendergli omaggio.
"Salute a te, Flegias, Figlio di Ares!" – Esclamò.
"Oh, alzati amico mio! Non curarti in mia presenza delle regole di corte!" – Ridacchiò Flegias, facendo cenno di alzarsi. – "Un Cavaliere del tuo rango non deve certo abbassarsi a simili sottigliezze! Piuttosto.." – Riprese, con voce suadente. – "Mi permetto di farti notare una cosa che mi ha molto costernato!"
"Che cosa?" – Domandò il Cavaliere dell’Eridano.
"I vostri Cavalieri Celesti non sono poi così imbattibili! Ho notato un discreto livello di impreparazione nel combattimento, e questo proprio non si addice ai Difensori dell’Olimpo!"
"Mi dispiace molto sentirglielo dire, mio Signore!" – Esclamò il Cavaliere dell’Eridano, visibilmente costernato. – "Ma.. si riferisce per caso al fallito assalto al Santuario?"
Flegias udì Issione esplodere in una risatina dietro la tenda. Non se ne curò e continuò a parlare con il Capitano dell’Olimpo.
"Esatto, mio caro! Esatto! Due Cavalieri Celesti facilmente abbattuti da due Cavalieri di basso rango! E Sterope, uno dei tre Comandanti, che non riesce a portare a termine una missione!" – Esclamò Flegias, con aria di rimprovero.
"Mi rincresce, mio Signore! Ma sono sicuro che c’è un buon motivo per spiegare il fallimento della missione di Sterope! Non si dimentichi che è uno del tre Comandanti dell’Olimpo, insieme a Bronte e ad Arge!"
"Beh, forse la prossima volta porterò loro con me!" – Ironizzò Flegias.
"Come crede, mio Signore! Ma se le trattative andranno per il meglio sarà possibile evitare una guerra con Atene!" – Concluse il discorso il Cavaliere.
"Trattative?!" – Flegias si trovò spiazzato. – "A cosa ti riferisci?"
"Certamente! Non ha sentito? Zeus in persona ha inviato Hermes al Santuario in qualità di Ambasciatore dell’Olimpo! Se Athena e Zeus troveranno un accordo non ci sarà alcun bisogno di combattere!"
Flegias rimase ammutolito, incapace di parlare. Il Cavaliere dell’Eridano notò la preoccupazione sul volto del figlio di Ares e gentilmente intervenne.
"Qualcosa non va mio Signore? Forse è stanco per il combattimento di oggi? Vuole che chiami un servitore?"
"Cosa?! No, no, sto bene! Non preoccuparti!" – Concluse in fretta Flegias, salutando il Cavaliere dell’Eridano.
Dopo che questi se ne andò, Flegias si avvicinò nuovamente alla tenda, rabbioso più che mai.
"Si può sapere che sta succedendo? Che intenzioni ha il nostro alleato?"
"Non ne ho idea!" – Rispose Issione. – "Non mi ha detto niente!"
"Un accordo?!? Ma stiamo scherzando?! Non ci sarà nessun accordo, soltanto la Guerra!" – Esclamò irato. – "Andrò a parlarne direttamente con lui! Tu, nel frattempo, elimina i Cavalieri di Bronzo!"
"D’accordo! Fammi sapere appena puoi!" – Rispose Issione.
Flegias si allontanò dalla tenda e si diresse rapidamente lungo il corridoio del Palazzo di Zeus. "Non ci contare!" Pensò tra sé. "Non so cosa sia questa storia del negoziato, ma sono certo che fallirà! E quando Athena sarà morta, non avrò più bisogno di nessuno! Né di te, né di Zeus, né di questi cialtroni di Cavalieri! Ahahah!" Rise diabolicamente, dando libero sfogo ai suoi progetti dominio.
Un paio d’ore dopo, mentre in Grecia Isabel e i suoi Cavalieri sprofondavano in un sonno inquieto, in Cina il sole era appena sorto, illuminando con i suoi raggi mattutini la bella vallata dei Cinque Picchi.
Sirio, un tempo Cavaliere del Dragone, si era stabilito là, nella casa del Vecchio Maestro, dopo aver abbandonato, a sua insaputa, il ruolo di Cavaliere. Fiore di Luna, la sua più vecchia e cara amica, fedele sostenitrice del ragazzo durante tutto il suo allenamento, era con lui, felice come non mai di poter trascorrere lunghi periodi insieme, senza lo spettro della morte in battaglia aleggiante su di lei. Aveva quasi benedetto Isabel il giorno in cui Sirio bevette la Pozione della Dimenticanza!
Quella mattina, Sirio si era alzato presto, come d’abitudine, e stava arando un terreno dietro casa, quando un fragoroso boato attirò la sua attenzione.
Corse davanti alla casa, giusto in tempo per vedere uno spettacolo impressionante. Una raffica di fulmini stava colpendo ripetutamente la cascata dei Cinque Picchi. Fiore di Luna era appoggiata ad un albero, poco distante, con una mano sul cuore per lo spavento.
"Cosa succede?" – Gridò Sirio, raggiungendo la ragazza impaurita.
"Oh no! Vai via! Vai via!" – Lo intimò la ragazza.
Un nuovo boato scosse entrambi, mentre la terra sotto di loro tremò per un momento. Un fulmine si schiantò sul terreno vicino a Sirio e a Fiore di Luna e dal niente apparve una figura, che si avvicinò loro, fermandosi in cima alla stretta fascia di terra che correva davanti alla casa, proprio dove, notò la ragazza, il Vecchio Maestro era stato solito sedersi per tantissimi anni.
Sirio lo guardò da cima a fondo, stralunato come non mai.
Davanti a lui c’era un uomo, con indosso una luminosa corazza celeste, dai limpidi riflessi argentei, con uno sventolante mantello bianco fissato dietro. Era alto, più di lui, e molto muscoloso, con ampie spalle e braccia possenti. Aveva un viso elegante, con mossi capelli scuri striati di grigio, che spuntavano dall’elmo della sua armatura. Un elmo su cui era impresso il simbolo del fulmine.
"Sei tu Sirio il Dragone?" – Domandò l’uomo, con voce autoritaria.
"Mi chiamo Sirio, io!" – Rispose il giovane, ponendosi di fronte a Fiore di Luna per proteggerla. – "Chi sei tu? E cosa vuoi?"
"Sono qua per prendere la tua vita!" – Fu la pacata risposta dell’uomo. – "In quanto a chi sono… non credo avrebbe importanza per un condannato a morte!"
E nel dir questo tirò fuori una spada luminosa, che portava appesa alla cintura dell’armatura, in precedenza nascosta dal mantello bianco. Senza aggiungere altro piantò la spada in terra, sollevandola poi di scatto.
Sirio fu stupito nel vedere che il gesto dell’uomo aveva creato un abbagliante fascio di luce che si stava dirigendo verso di lui, scavando nel terreno a velocità impressionante e distruggendo tutto quello che trovava.
"Scappaaa!" – Urlò a Fiore di Luna, spingendola lontano, nel bosco, aldilà della linea che il fascio di luce dell’uomo stava creando nel terreno.
Ma Sirio non fece in tempo a seguire il proprio consiglio. Il solco lo raggiunse, tagliando la terra davanti a lui e continuando la sua corsa fino a raggiungere la vecchia abitazione dove vivevano, e tutto ciò che rimase alla destra del solco franò rovinosamente a valle, nelle turbolente acque del lago sotto la cascata. Terra, alberi, pezzi di casa, e Sirio stesso, che non fece in tempo ad afferrarsi al bordo del terreno, precipitando nel lago.
"Addio, Cavaliere del Drago!" – Esclamò l’uomo, osservando il ragazzo scomparire tra i flutti.