CAPITOLO QUINTO. RITORNO AL PASSATO.

Seiya stava correndo lungo un viale alberato della città di Nuova Luxor. Adorava correre di mattina, libero e felice, sentire il fresco tocco dell’aria sul suo viso, che lo risvegliava e lo preparava per la giornata. Era un’abitudine che aveva preso negli ultimi mesi, da quando, anche se non poteva saperlo, era tornato a vivere in città, insieme alla sorella.

Patricia correva accanto a lui, ridendo e scherzando in allegria, come facevano ogni mattina. Si erano ritrovati pochi mesi prima, dopo anni di separazione, ma Pegasus questo non lo ricordava. L’immagine di sua sorella, che gli aveva fatto da madre da bambino, era talmente fissata nella sua mente, che anche la lontananza non l’aveva intaccata.

Correndo correndo i due fratelli giunsero fino a Villa Thule, a quella che Pegasus riteneva fosse l’abitazione di un suo ricco amico, Shun.

Il ragazzo dai capelli verdi era fuori in giardino, a fare stretching tra gli alberi della villa, avvolto nella sua colorata tuta da ginnastica.

Patricia rise a sua volta, cercando di apparire il più naturale possibile. Ma quando Seiya stava con Shun si sentiva a disagio. Non per gelosia, tutt’altro, Shun era un caro amico e un ragazzo di compagnia. Patricia aveva semplicemente paura, come Fiore di Luna per Sirio, che Seiya recuperasse la memoria, nonostante lo zaffiro che portava al collo, e ritornasse a combattere. Mai come quella mattina le sue paure erano fondate.

In quel momento uscì fuori Mylock, il maggiordomo della villa. I tre amici si voltarono e lo videro brontolare al telefono con qualcuno.

Ma Patricia non rise, preoccupata dall’eccessiva agitazione dell’uomo. Lo guardò con attenzione, mentre si avvicinava, e vide che Mylock non era soltanto inquieto, era anche molto triste ed angosciato. Il maggiordomo chiuse bruscamente la comunicazione, e la ragazza non udì niente, ma colse soltanto un nome, che la fece rabbrividire. Tisifone.

Ma Shun non fece in tempo a rispondere che l’attenzione di tutti fu attirata da un singolare evento. Un vero e proprio fulmine a ciel sereno.

Anzi, tre fulmini consecutivi caddero nel giardino, poco distanti da loro, bruciando gli alberi e la vegetazione.

Patricia tirò un urlo spaventata, mettendosi dietro Seiya, anch’egli, come Shun, stupefatto dal fenomeno.

Ma il loro stupore aumentò ulteriormente quando videro che dalle fiamme apparve una figura, piuttosto singolare.

Alto e robusto, con un viso maschile e massiccio, barbetta incolta, occhi azzurri e capelli mossi, un uomo che poteva avere una trentina d’anni, ma anche un tempo indefinito, completamente ricoperto da una scintillante armatura celeste, dai riflessi violacei si incamminò verso di loro, fermandosi a pochi metri.

Seiya e Shun sgranarono gli occhi stupefatti, mentre un gran mal di testa li colpì improvvisamente.

Senza perdere tempo, l’uomo puntò l’indice destro contro la ragazza, e un attimo dopo Patricia si trovò spinta indietro, a sbattere violentemente contro un albero.

Seiya e Shun non avevano avuto il tempo di vedere niente, solo una piccola luce sulla cima dell’indice. Un colpo portato alla velocità della luce che aveva spinto la ragazza indietro, tramortendola.

Ma Seiya gli corse incontro, pieno di rabbia. Non sapeva chi fosse quell’uomo, né perché gli provocasse un così grande dolore alla testa. Sapeva soltanto che aveva ferito sua sorella, e gliel’avrebbe fatta pagare.

Si buttò avanti, cercando di colpirlo con un pugno, ma l’uomo neppure si mosse. Con una mossa fulminea afferrò il braccio di Seiya, sollevandolo e lanciandolo indietro, fino a farlo schiantare contro un albero.

Un lampo di energia saettò dal suo dito verso il ragazzo, pronto per colpirlo, ma qualcosa glielo impedì.

Una ragazza, coperta in parte da un’armatura grigia, si buttò contro Shun, spingendolo di lato e venendo colpita al posto suo e scagliata lontano, contro un muro di Villa Thule.

Quando Shun si rialzò, poté vedere con orrore il corpo di una donna che conosceva rialzarsi a fatica dalle macerie.

"Non vedo il suo volto, ma la conosco! La sento!" Pensò, ma non ricordò il suo nome. Né perché fosse vestita in quel modo bizzarro. Un’armatura di bronzo, capace di coprire soltanto alcune parti del corpo, e una frusta legata alla vita. Una maschera sul volto, che lasciava trasparire soltanto i capelli, mossi e biondi.

Fece invece per incamminarsi verso Shun, a terra, per eliminarlo.

Ma Nemes fu svelta a balzare avanti, sfoderando la sua frusta e lanciandola contro l’uomo. Questi però non si fece sorprendere, afferrando la frusta e tirandola a sé.

Nemes fu travolta dalla forza di quell’uomo, a cui cadde quasi addosso, mentre il suo braccio destro gli sfondava il pettorale dell’armatura, facendole sputare sangue, e spingendola indietro, nuovamente contro la casa.

E nel dir questo concentrò una sfera di energia cosmica sulla mano destra, pronto per scagliarla contro di lui.

Era Seiya, che si era lanciato e aveva iniziato a lanciare grossi sassi contro l’uomo.

Questi infatti si voltò di scatto, facendo esplodere la sfera contro Seiya. I sassi si disintegrarono all’istante e lo spostamento d’aria travolse Seiya spingendolo nuovamente contro un albero, mentre tutto il terreno subì notevoli scombussolamenti.

Per un attimo Seiya rivide se stesso sprigionare una simile luce.

Fu un attimo, prima di essere distratto da un nuovo attacco dell’uomo.

Nemes si era infatti rialzata, lanciandosi nuovamente avanti con la sua frusta, nonostante il petto in fiamme e le ferite riportate. L’uomo lasciò che la frusta si arrotolasse intorno al suo braccio, per usarla nuovamente come arma per sollevare la ragazza. La lanciò in alto, colpendola con una sfera di energia incandescente.

Nemes ricadde a terra, tra i frammenti della sua armatura distrutta. Era ferita ovunque, e sangue scorreva copioso sul suo corpo e sul viso. La maschera che portava sul volto era distrutta, rivelando il suo bel viso. Un viso che Shun aveva sicuramente già visto.

E si preparò per l’ultimo colpo, quello con cui avrebbe ucciso Seiya e Shun.

Il ragazzo dai capelli verdi era corso dall’amico, per aiutarlo a riprendersi, e l’uomo gliel’aveva ovviamente lasciato fare. Cosa potevano fare due ragazzi, senza poteri, contro l’emissario di un Dio?!

Prima che potesse muoversi, la voce angosciata di Patricia risuonò nell’aria.

Ma Patricia non si rivolgeva a lui. Bensì a Nemes, la donna, ancora a terra in una pozza di sangue, che arrancava per sollevare il mento.

Al pensiero che qualcuno potesse far del male a sua sorella, qualcosa scattò dentro Seiya. Si lanciò avanti, veloce come una gazzella, e spinse avanti il pugno, pronunciando parole che gli uscirono dalla bocca senza neppure averle pensate.

E immediatamente decine e decine di sfere luminose partirono dal suo pugno destro dirette verso l’uomo che, nonostante la sorpresa, non ebbe difficoltà ad evitarle tutte.

Non ci riuscì e ricadde a terra, sanguinante.

E cadde a terra, svenuta.

"I Cavalieri di Athena?" Mormorò Seiya, riflettendo su quelle parole che, improvvisamente, tanto oscure non gli sembrarono.

La furia devastante dell’uomo quella volta non la risparmiò. Un lampo del suo dito la sollevò da terra, scaraventandola lontano, contro la grande vetrata della casa. La distrusse, precipitando rovinosamente al suo interno, mentre frammenti di vetro le penetrarono ovunque, divorandole il corpo.

Seiya lo fissò, e con le lacrime agli occhi annuì.

Insieme gettarono via le pietre che avevano al collo. Uno zaffiro e un topazio.

Ma non accadde niente. Qualunque cosa avessero immaginato, le loro attese risultarono deluse.

I due amici si separarono, scattando di lato nella speranza di evitare la sfera, ma questa esplose travolgendoli e scaraventandoli lontano, facendo crollare rami e alberi interi sopra di loro.

"Ben fatto!" Si disse l’uomo, osservando il risultato del proprio lavoro. E si mosse per andarsene, credendo che i due ragazzi fossero rimasti morti, travolti dall’esplosione.

 

Non fece in tempo a fare qualche passo che sentì due energie cosmiche liberarsi repentinamente nel grande giardino di Villa Thule. Si voltò e vide comparire in cielo due scintillanti armature: bianca la prima, con rifiniture azzurre, e violetto la seconda. Queste si scomposero all’istante, andando a ricoprire perfettamente i corpi dei due ragazzi, in piedi nel giardino devastato.

Seiya e Shun aveva indossato le loro vecchie armature di bronzo.

 

L’uomo fu piuttosto sorpreso di questo avvenimento, ma non si fece per niente intimorire.

"In fin dei conti!" Pensò. "Restano pur sempre dei Cavalieri di Bronzo! Nonostante abbiano sconfitto delle Divinità!" E bruciò, per la prima volta, il suo cosmo, vasto come il cielo.

Seiya non disse altro, in pena per le sorti della sorella. Scattò avanti, bruciando il proprio cosmo luminoso e scagliando il colpo delle stelle cadenti.

Questi però non si mosse di un centimetro, evitando tutti i colpi di Seiya.

Pegasus fu travolto dall’impeto dell’attacco dell’uomo, sollevato da una grande tempesta cosmica. Anche Shun, dietro di lui, venne sospinto in aria, senza il tempo di reagire. Caddero parecchi metri indietro, sbattendo violentemente a terra, feriti e sanguinanti. Seiya perse addirittura l’elmo della sua armatura, la stessa che aveva indosso durante la Guerra Sacra contro Ades.

Shun fu il primo a rialzarsi, rendendosi conto che il loro nemico si stava avvicinando. Srotolò la propria catena, disponendola a cerchi concentrici intorno a loro.

Ma questi non si scompose minimamente, iniziando a camminare su di essa, per avvicinarsi a loro.

Ma non ebbe il tempo di riflettere molto che dovette fronteggiare un nuovo assalto del Cavaliere Celeste. Andromeda richiamò la sua catena che iniziò a roteare vorticosamente intorno a lui e all’amico, per impedire ai colpi energetici di Bronte di raggiungerli.

I due amici furono sollevati da terra, e il tentativo di Andromeda di usare la catena come ancora fallì miseramente, venendo addirittura spezzata in più punti.

Ricaddero a terra parecchi metri addietro, doloranti e seriamente preoccupati.

Shun aveva ricordato. Bronte era il nome di uno tre Ciclopi mitologici, figli di Urano e di Gea; imprigionati sottoterra, furono liberati da Zeus, a cui diedero in dono il fulmine.

Pegasus e Andromeda non sapevano se si trattasse di uno di loro o di una sua reincarnazione, ma la forza che Bronte aveva finora dimostrato loro era certamente all’altezza della sua mitologica fama.