CAPITOLO PRIMO. CERCANDO UN PO’ DI PACE.

Erano trascorsi due giorni dalla fine della guerra sull’Olimpo e i lavori di ricostruzione procedevano a passo spedito. Zeus, Signore Supremo degli Dei, era determinato a riportare il Sacro Monte agli antichi splendori, ricreando quella mitica atmosfera che aveva permeato la sua esistenza, e quella degli altri abitanti, per millenni.

Grazie al suo potere divino, la Reggia Olimpica era stata ricostruita, ed al suo interno erano alloggiati tutti i Cavalieri Celesti sopravvissuti, nonché i Cavalieri di sua figlia, Athena, Dea della Giustizia, uscita fortemente provata e indebolita dalla tortura a cui era stata sottoposta da Crono, stritolata dalle folgori divine nella Bianca Torre del Fulmine.

La Dea era stata ricoverata nelle stanze di Asclepio, Dio della Medicina, una delle poche Divinità scampate alla furia assassina dei figli di Ares, non trovandosi quella notte sull’Olimpo, bensì in viaggio, per motivi di ricerca, in località note a lui soltanto. Zeus in persona aveva ordinato al Sommo Guaritore di curare urgentemente sua figlia, medicando anche, appena possibile, i feriti Cavalieri.

In tutti quei due giorni, Athena era rimasta distesa su un morbido letto, sotto l’attento sguardo del Dio della Medicina, e del Padre degli Dei, che continuamente si era recato a farle visita, per quanto i suoi impegni fossero tremendamente abbondanti.

E al capezzale della Dea non mancavano i suoi Cavalieri, gli undici Cavalieri sopravvissuti alla Guerra Sacra e alla Scalata dell’Olimpo, Pegasus in primis.

Il ragazzo dagli occhi marroni non si era staccato un attimo dal letto della propria Dea, osservandola continuamente, divorato dall’angoscia, nella speranza di vederla aprire gli occhi quanto prima. Neppure l’insistenza di Sirio e Andromeda, a cercare di distrarre i suoi pensieri, era servita per staccarlo da quell’attesa piena di agonia.

Neppure l’annuncio della partenza di Cristal.

"E dove va?" – Chiese Pegasus, ascoltando le notizie che Sirio gli aveva portato.

"Ad Asgard!" –Rispose l’amico. –"Vuole accompagnare Ilda personalmente, per ringraziare il Dio Odino del prezioso aiuto fornitoci durante la guerra!"

"Capisco…" -Commentò il ragazzo, con lo sguardo stanco.

"In realtà, credo che voglia anche rivedere Flare!" –Aggiunse Sirio, comprendendo il desiderio dell’amico.

"E chi non lo vorrebbe?" –Commentò Pegasus, con una certa amarezza. –"Chi non vorrebbe trascorrere del tempo con la persona amata, per quanto difficile possa essere una relazione?! Per quanto impossibile possa essere tale amore?!"

"Pegasus.." –Sospirò Sirio, ma non trovò la forza per dire altro.

Il verde ciuffo di Andromeda entrò poco dopo nella stanza, salutando gli amici e chiedendo notizie su Lady Isabel, le cui condizioni, per quanto migliorate, erano ancora poco promettenti. La Dea si trovava in uno stato di semicoscienza, quasi di coma, incapace di vedere e parlare, e di accorgersi di chi le stava intorno.

"Non preoccuparti!" –Disse Andromeda a Pegasus. –"Anche se Milady non può vederci, sono sicuro che lei sa che siamo qua! Sa che le siamo vicini anche stavolta, in questa battaglia che sicuramente vincerà! Sente il nostro cosmo, e quello le darà fiducia e calore!"

Pegasus sorrise, ringraziando l’amico, e quello fu il primo sorriso sincero che spuntò sul suo volto dopo due malinconici giorni. Ma rifiutò comunque l’invito a fare una passeggiata insieme a lui e Sirio, preferendo rimanere al capezzale di Isabel.

"Voglio esserci quando si sveglierà!" –Affermò Pegasus, con gli occhi lucidi. –"Perché lei si sveglierà! Ne sono sicuro!"

"Certamente.." –Commentò Sirio, prima di allontanarsi con Andromeda.

Usciti fuori dalle stanze di Asclepio, i due ragazzi parlarono sommessamente tra loro, preoccupati per il coinvolgimento emotivo dell’amico.

"Sono due giorni che è così!" –Commentò Andromeda.

"Non mangia, non dorme! Ha persino rifiutato di farsi medicare le ferite, per non perdere tempo!" –Incalzò Sirio, augurandosi che Isabel si risvegliasse al più presto, prima che Pegasus si trasformi in un vegetale.

Camminando, i due amici arrivarono nella sala anteriore della Reggia di Zeus, dove incontrarono Ikki e Tisifone, indossanti i loro normali abiti.

"Tisifone!" –La salutarono cordialmente. –"Come stai?"

"Bene, grazie! Le mie ferite si stanno rimarginando!" –Commentò la donna, il cui corpo era stato messo a dura prova durante la Scalata dell’Olimpo.

"Dov’è Cristal?" –Domandò Andromeda al fratello.

"Sta ultimando i preparativi! Lui e Ilda partiranno tra poco! Portando con loro le salme di Mizar e Alcor!" –Rispose Phoenix.

Ed entrambi non poterono fare a meno di ripensare ai due fratelli di Asgard, così diversi, così simili tra loro, alla loro tragica storia, e a come il loro rapporto si fosse evoluto in quell’anno trascorso insieme, al punto da diventare un’affiatata coppia di Guerrieri, abili in combattimento. Una coppia di Guerrieri che aveva saputo tenere testa ad un temibile avversario, Sterope del Fulmine, Primo tra i Ciclopi Celesti, perdendo però la vita, sacrificandola affinché la giustizia potesse trionfare e tornare a splendere come una stella sull’intera Terra.

Anche Ilda, la Celebrante di Odino, aveva rischiato di seguire i suoi Guerrieri, gravemente indebolita dall’esplosione di luce di cui il suo corpo si era fatto carico, per abbattere la barriera energetica creata dai cosmi delle Divinità defunte. Ma forse il destino aveva scelto una strada diversa per lei.

"Forse.." –Aveva commentato Ilda, riaprendo gli occhi, di fronte allo sguardo esterrefatto di Cristal e degli altri Cavalieri. – "Forse Urd, Werdandi e Skuld, le Norne, hanno deciso un altro destino per me!"

"Odino ha ancora bisogno di te, Ilda!" –Le aveva sorriso Cristal. –"E tua sorella altrettanto!"

Ilda ebbe quindi la possibilità di incontrare il Sommo Zeus, Signore Supremo dell’Olimpo, di fronte al quale si inginocchiò con umiltà, chiedendo perdono per aver levato la mano contro sua figlia e i suoi Cavalieri l’anno precedente, posseduta dal malefico Anello del Nibelungo.

Ma Zeus, stupendo e magnanimo come sempre, l’aveva pregata di alzarsi e parlare con lui senza abbassare lo sguardo, non ritenendo ve ne fosse alcun bisogno.

"Come non ho alcun bisogno delle tue scuse, Ilda di Polaris! Tutt’altro!" –Aveva esclamato Zeus. –"Grande è il debito nei tuoi confronti, e nei confronti del tuo Dio, Odino, Signore degli Asi! E non sia mai detto che Zeus non sappia essere riconoscente con chi ha volontariamente combattuto per lui!"

"Credo che lavorare insieme per mantenere la pace sulla Terra sia la maggiore responsabilità di cui possiate farvi carico, mio Signore!" –Aveva risposto Ilda. –"Insieme ad Athena, e a Odino!"

"Sicuramente, nobile Celebrante! Tuttavia voglio farti un dono! Chiedi, senza esitazione, ed io esaudirò la tua richiesta! È il minimo che possa fare per ricompensarti, almeno in parte, del dolore e delle perdite subite!"

"Mio Signore, non c’è che una cosa che adesso desidero!" –Aveva commentato Ilda, con voce leggera ma decisa. –"Tornare ad Asgard, nella mia città, tra la mia gente che aspetta la mia opera! E portare con me i corpi dei miei Guerrieri, cosicché io possa dare loro la giusta e degna sepoltura nella loro terra natale!"

"Comprendo in pieno la tua richiesta, Celebrante di Odino! E ti aiuterò nell’impresa, affiancandoti alcuni Cavalieri Celesti che ti scortino fino alle fredde distese nordiche!"

"Non è mia intenzione creare disturbo al Signore degli Dei.."

"Nessun disturbo, si tratta di semplice riconoscenza!" –Aveva commentato Zeus, prima di mandare a chiamare il suo Messaggero.

Pochi istanti più tardi, un uomo alto con mossi capelli grigi, ricoperto dalla sua Armatura Celeste, era entrato nella Sala del Trono, inginocchiandosi di fronte a Zeus: Ermes, il Messaggero degli Dei. A lui Zeus aveva affidato l’incarico di scortare Ilda ad Asgard, insieme ad un paio di Cavalieri Celesti sopravvissuti.

Insieme a loro sarebbe andato anche Cristal, desideroso di tornare ad Asgard e ringraziare Odino, nonché rivedere Flare.

Quel pomeriggio, quando Ilda e Cristal lasciarono l’Olimpo, il Cavaliere del Cigno provò un forte senso di tristezza nel separarsi nuovamente dai suoi compagni, a cui tanto era legato, da un vincolo profondo, capace di trascendere ogni tempo e ogni luogo.

"Forse dovrei restare con voi.."– Commentò Cristal, incontrando gli sguardi sereni di Andromeda, Sirio e Phoenix.

"Athena capirà, Cristal! Non preoccuparti!" –Sorrise Andromeda, prima di abbracciare l’amico.

"Ne sono certo anch’io!" –Aggiunse Sirio, rincuorando il ragazzo.

Pochi minuti dopo Ilda e Cristal iniziarono la discesa dell’Olimpo, seguendo il Messaggero degli Dei, e i Cavalieri Celesti che portavano le salme di Mizar e Alcor, che il Cavaliere del Cigno aveva provveduto a ricoprire con splendide teche di ghiaccio, per mantenere inalterati i loro corpi. In un lampo di luce scomparvero, dirigendo i loro cosmi verso le terre del Nord.

Nel frattempo, nell’armeria della Reggia di Zeus, due ragazzi stavano trafficando, per sistemare tutte le armi ancora in buono stato di utilizzo. Il primo non era molto alto, ed indossava una semplice veste, fermata in vita da una cintura; aveva capelli castani, un po’ ricciuti, e occhi marroni e sembrava un giovinetto di sedici anni, per quanto ne avesse in realtà molti di più, avendo ricevuto in dono da Zeus l’immortalità.

Era Ganimede, il Coppiere degli Dei, ripresosi dalla ferita allo stomaco causatagli da Flegias, il malvagio figlio di Ares.

L’altro era Giasone, il suo più caro amico, valente Cavaliere Celeste al servizio di Zeus, uno dei pochi ancora rimasti in vita. Oltre ai due, e ai Cavalieri inviati ad Asgard, infatti, erano sopravvissuti soltanto Castore e Polluce, grazie al sangue divino che scorreva dentro di loro, per quanto le loro condizioni fossero gravi, e il Luogotenente dell’Olimpo, Phantom dell’Eridano Celeste. Nove su duecento Cavalieri Celesti scesi in campo.

"Dannato Flegias!" –Borbottava Giasone, sistemando le lance. –"Pagherai per tutto questo! Il sangue degli eroi versato sul Monte Sacro non è scorso via invano, ma è il sangue dei martiri che hanno lottato per un mondo migliore! Un mondo in cui il Sommo Zeus saprà portare luce e speranza alle umane genti, e non quella tirannia della Guerra che avresti voluto instaurare!"

Ganimede aiutava l’amico, passandogli le lance e le altre armi, recuperate dalle insanguinate distese dell’Olimpo, tra le lacrime per i compagni caduti.

"Abbi fede, Giasone!" –Commentò infine il Coppiere degli Dei. –"Il Sommo Zeus saprà riportare l’Olimpo agli antichi splendori, magnanimo e giudizioso come sempre!"

"Questo non renderà la vita ai Cavalieri caduti, non cancellerà il sangue che è stato sparso sul Sacro Colle! Sangue fraterno, di Cavalieri valenti che hanno dato la vita per difendere il loro Signore da coloro che reputavano invasori!"

"E invece l’invasione è partita dall’interno!" –Esclamò Ganimede, amareggiato.

"Vorrei avere Flegias tra le mani, quel dannato bastardo!" –Esclamò Giasone, brandendo una spada con rabbia. –"Gli taglierei la testa con la mia spada, e gli aprirei il corpo per vedere se esiste un cuore dentro di lui o se è un corpo vuoto e freddo, incapace di qualsiasi emozione!"

"Comprendo la tua ira, Giasone! Ma cerca di controllarti.. Essa non si addice al candido animo dei Cavalieri Celesti, che dovrebbero essere al di sopra degli umani sentimenti!"

"Sai una cosa, Ganimede?!" –Borbottò Giasone, scocciato che l’amico lo rimproverasse. –"Credo che questa sia tutta un’illusione! Gli Dei, e i Cavalieri preposti alla loro difesa, non possono esimersi dal considerarsi umani, dal provare quegli stessi sentimenti di turbamento e felicità che albergano nell’animo dei mortali!"

"Giasone…"

"Se lo avessimo capito prima, invece di credere di essere superiori e immortali… forse molte cose sarebbero andate diversamente.." –Aggiunse il Cavaliere di Zeus, piantando la Spada in un fodero e sistemandola tra le altre, di fronte agli occhi silenziosi dell’amico, che capì che era meglio non replicare oltre, per non rischiare di discutere ancora con lui.

Non molto distante dai due servitori di Zeus, seduti ad un ampio tavolo di marmo, tre uomini discutevano con preoccupazione degli eventi accaduti di recente.

"Non sono affatto tranquillo!" –Esclamò uno di loro, alzandosi in piedi.

Era alto e ben fatto, con corti capelli castani, un viso maschile, su sui brillavano due occhi verdi, e parlava con decisione, sicuro del fatto proprio. Ma anche angustiato per le sorti di un amico di cui non aveva notizie da quarantotto ore ormai.

"Sono due giorni che non avverto il cosmo di Shaka!" –Affermò Ioria, girando nervosamente intorno al tavolo. – "E questo non è normale!"

"Calmati Ioria! Questo non significa che Shaka sia in pericolo!" –Cercò di tranquillizzarlo un altro uomo, alto quanto lui, ma con capelli mossi e castani, ed un viso più giovanile.

"Dauko ha ragione!" –Concluse il terzo, con voce squillante. – "Shaka dispone di un potere così grande da non temere rivale alcuno, ed inoltre, non dimenticare, può ridurre il suo cosmo al minimo, in modo da renderlo impercettibile, soprattutto alle lunghe distanze! Ed è probabilmente questo ciò che avrà fatto, per timore di essere scoperto da Flegias!"

"Milo, per favore!" –Urlò Ioria. –"Credi davvero che Shaka sia là in giro per il mondo ad inseguire Flegias? Da quarantotto ore?! Non essere illuso! Noi Cavalieri d’Oro ci spostiamo alla velocità della luce, siamo capaci di percorrere in un secondo sette volte e mezza la circonferenza della Terra! Dove credi che siano andati rincorrendosi per due giorni? In un altro universo?! No, è successo qualcosa, Shaka deve essere in pericolo e probabilmente non riesce a mettersi in contatto con noi!"

"Adesso tranquillizzati Ioria!" – Esclamò Dauko, alzandosi a sua volta. – "Sono d’accordo con te sul fatto che non dobbiamo allentare la guardia, né illuderci che la guerra sia finita, ma al tempo stesso non dobbiamo farci prendere da inutili allarmismi! Shaka sa sicuramente il fatto suo, su questo non c’è dubbio, e sono sicuro che se fosse in pericolo, per quanto sia orgoglioso, non avrebbe esitato ad inviarci un messaggio tramite il cosmo!"

"E se non potesse farlo?" –Domandò Ioria.

"Per quale motivo non potrebbe farlo?!" –Intervenne Milo, alzandosi in piedi. –"Nella peggiore delle ipotesi, in cui Flegias lo abbia scoperto, i due avranno iniziato un combattimento, un lungo combattimento dato che Flegias, come abbiamo visto, è un Guerriero forte e malvagio, ma neppure lui può essere così potente da limitare il cosmo del Custode della Porta di Ade, da impedirgli di usare il cosmo per comunicare con noi!"

Ma Ioria non si tranquillizzò affatto.

"Tutto questo tuo nervosismo è fuori luogo!" –Commentò Dauko. – "Ma non credo sia dovuto soltanto a Shaka!"

"Uh?!" –Ioria non rispose, limitandosi a continuare a camminare intorno al tavolo di marmo.

Tirò un fugace sguardo fuori dalla grande finestra e intravide due sagome parlare tra loro, nel fiorito Giardino di Zeus. La Sacerdotessa dell’Aquila, Castalia, e il Luogotenente dell’Olimpo, Phantom dell’Eridano Celeste. E ciò contribuì ad aumentare la sua agitazione.

La mano di Milo, adesso più rilassato, si appoggiò sulla sua spalla, chiedendogli educatamente come si sentisse.

"C’è qualcos’altro che ti turba?" –Domandò il Cavaliere dello Scorpione.

Ma il Leone non rispose, facendo un cenno con il capo e ringraziando l’amico per il pensiero, prima di allontanarsi per uscire dall’armeria.

In quel momento arrivò Mur, Cavaliere d’Oro di Ariete, pregando il ragazzo di rimanere, desiderando mettere al corrente anche lui di una sua recente scoperta.

"Di cosa si tratta?" –Domandò Milo, osservando lo sguardo preoccupato di Mur.

"C’è nebbia intorno all’Olimpo!" –Commentò il Cavaliere di Ariete. –"Una fitta foschia che mi impedisce di usare a pieno i miei poteri mentali!"

"Che vuoi dire?" –Incalzò Milo, mentre Dauko annuiva con il capo, avendola sentita anche lui.

"Ieri sera, preoccupato per Shaka, ho cercato di mettermi in contatto con lui tramite il cosmo, ma non sono riuscito a raggiungerlo!" –Spiegò Mur.

"È ciò che ho tentato di fare anch’io!" –Esclamò Ioria.

"Ma io avrei dovuto riuscirci Ioria!" –Puntualizzò Mur. –"Avendo dedicato anni al perfezionamento dei miei poteri psichici, sono rimasto sorpreso nel notare, nonostante il crollo dello Scudo di Ares, una nebbia che mi impediva di andare oltre! Non soltanto alla ricerca di Shaka, ma mi è stato difficile arrivare persino al Santuario, e cercare Kiki, che avevo inviato ad Atene ieri pomeriggio, per portare ad Asher e agli altri Cavalieri di Bronzo la notizia della nostra vittoria!"

"Incredibile!" –Commentò Milo, iniziando ad essere preoccupato a sua volta.

"Una misteriosa tenebra continua ad avvolgere l’Olimpo, e credo che lo Scudo di Flegias non fosse che una delle frecce al suo arco!" –Rifletté Dauko.

"Credi che ci sia ancora lui dietro tutto questo?" –Chiese Scorpio.

"Io mi chiederei un’altra cosa… se c’è solamente lui dietro tutto questo!" –Commentò amaramente Mur, incontrando lo sguardo preoccupato di Ioria e Dauko.

Mentre i quattro Cavalieri d’Oro discutevano tra loro nell’Armeria, e Cristal e Ilda venivano accompagnati da Ermes ad Asgard, Pegasus continuava a sedere sul letto accanto ad Isabel, sperando di vederla aprire gli occhi quanto prima.

La Dea della Giustizia aveva messo duramente alla prova la sua fisicità nella guerra contro Crono, combattendo per un’intera giornata contro le folgori mortali che tentavano di privarla della vita.

"Non soltanto!" –Aveva commentato Zeus, ascoltando il cosmo della figlia. –"Le folgori di Crono erano come lo Scudo di Ares, non si sono limitate a ferire il suo corpo, ma anche ad indebolire il suo spirito, il suo cosmo, succhiando la sua energia, svuotandola della sua preziosa linfa!"

"Puoi guarirla?" – Le aveva chiesto Pegasus, con le lacrime agli occhi.

"Posso provarci!" –Aveva risposto Zeus, donando alla figlia un po’ del suo cosmo. –"Ma sua soltanto è la volontà di reagire, di ritrovare quel cosmo perduto che il figlio di Ares le ha portato via!"

Isabel! Mormorò Pegasus, sfiorando un braccio della donna, ed immaginando di vederla sollevarsi e sorridergli. Sospirò, chiedendosi cosa stesse accadendo nell’animo della sua Dea.

Isabel stava immaginando di essere ancora una bambina spensierata, che passava le giornate inseguendo farfalle e aspettando la sera, per sedere sulle gambe del nonno e ascoltare le fiabe e le leggende che il vecchio Alman di Thule amava raccontarle.

Da sempre studioso e affascinato dalla mitologia, classica o celtica, o di qualunque cultura fosse, Alman adorava condividere con l’acquisita nipotina tali leggende. Una sera viaggiavano con Giasone, alla ricerca del Vello d’Oro nella sperduta Colchide, un’altra erano quindi troiani, impegnati a difendersi dal possente assedio messo in atto dai greci. Un’altra infine erano angeli, in volo verso paradisi lontani, alla ricerca di un po’ di pace. Una pace che, Isabel pensava, tardava purtroppo ad arrivare.

Improvvisamente la visione dei suoi sogni cambiò, sfuocando e venendo completamente divorata da un oceano di guizzanti fiamme, che fagocitavano tutto ciò che incontravano sul loro cammino. Isabel tentò di urlare, ma le grida le morirono in gola, sopraffatta dalla paura e dal terrore.

Sinistre risate echeggiarono nella sua mente, e in quel turbine infuocato che parve risucchiarla al suo interno, in una lenta ma inesorabile discesa verso il basso, verso l’oscurità profonda e senza fine.

D’un tratto però, un dolce suono riecheggiò nell’aria, prima leggero, come un fischio da lontano, poi si fece sempre più incalzante, giungendo a sovrastare le maligne risate provenienti dalle fiamme. Una melodia soave, fatale, un incantesimo suadente che Isabel ricordò di aver già sentito, quando era imprigionata all’interno del Sostegno Principale nel Regno Sottomarino di Poseidone.


Un cosmo, affatto ostile, parlò alla sua anima, sulla scia della musica da lui stesso creata.

"Dea Athena!" –Esclamò una soave voce.

"Questa melodia.. tu sei.." –Commentò Isabel, riconoscendo il musico. – "Syria della Sirena, uno dei sette Generali di Poseidone!"

"Proprio così… Sono lieto che abbiate riconosciuto la mia voce, Dea Athena, e spero di farvi cosa gradita con quest’ultimo mio canto.." –Commentò il Generale, mentre dolci note suonavano nell’aere.

Intrappolata in quello sconosciuto limbo, Isabel cercava di capire cosa stesse accadendo, mentre le note di Syria la avvolgevano, liberandola dalla morsa delle mortifere fiamme malvagie.

"Non ho mai avuto l’occasione di ringraziarvi, e forse è pretestuoso farlo adesso, in punto di morte! Ma ho tanto bisogno di farlo, Dea della Giustizia! Ho tanto bisogno di aprire il mio cuore e ringraziarvi per la luce che portaste nel mio animo, quel giorno, molti mesi fa, quando combattevo contro Andromeda alla Colonna dell’Atlantico del Sud! Il vostro canto, splendido e soave, giunse alle mie orecchie, anzi no, giunse al mio cuore, mondandolo dai dubbi e mostrandomi quale fosse la via per la salvezza, per la giustizia! Grazie a voi ho saputo mettere i miei poteri al servizio del prossimo, portando ristoro con la mia musica ai bambini di mezzo mondo, felice nel produrre gioia nel loro animo!"

"Syria!" –Lo richiamò Athena improvvisamente, quasi si risvegliasse da un sonno profondo. –"Cosa succede? Perché questo tono?"

"Sto morendo, Dea Athena!" –Confessò il Generale. –"Flegias, figlio di Ares, non ha gradito il mio precedente tentativo di oppormi alla sua volontà, ostacolando il recupero del Vaso di Poseidone, ed ha espresso così la sua vendetta, inviando un esercito di Guerrieri scarlatti nel Regno Sottomarino, con il compito di distruggere ogni cosa!"

"Terribile…" -Commentò Athena.

"Dono a voi quel che resta del mio cosmo, Dea Athena, e della mia musica! A voi che mi avete salvato! Permettetemi, adesso, di ricambiare il favore!" –Sorrise Syria, mentre un caldo cosmo avvolgeva lo stanco corpo di Isabel.

"Generale.. ti prego.. non andare.." –Pianse Athena.

"State in guardia, Dea della Giustizia! La Guerra non è finita.. e presto dovrete nuovamente difendere questo splendido mondo…" -Commentò Syria, mentre la musica che accompagnava la sua voce salì d’intensità, fino all’ultima nota.

Quindi si chetò e il musico scomparve, cedendo ad Athena le sue ultime forze e guidandola, con la sua musica, verso la luce.

Mezzo minuto dopo, Isabel aprì gli occhi, ritrovandosi su un candido letto nella Reggia di Zeus, di fronte agli occhi attoniti, ma felici, di Pegasus, seduto vicino a lei.

La donna sorrise, ritrovando il volto del ragazzo a cui tanto aveva pensato nei mesi precedenti, fin da quando era terminata la Guerra Sacra; ma non ebbe il tempo di dirgli niente che l’intero Olimpo fu scosso da un violentissimo cosmo.


Superando tutte le ripristinate difese, una feroce emanazione cosmica invase il Sacro Monte, liberando, al suo passaggio, incandescenti lingue di fuoco che tutto invasero, che tutto divorarono, sopraffacendo gli stessi Cavalieri Celesti e di Athena.

In un lampo di luce rossastra, i Cavalieri d’Oro e di Bronzo e i difensori Olimpici, accorsi alla Reggia di Zeus per capire cosa stesse accadendo, furono travolti e abbattuti, mentre le vampe di fuoco si schiantavano contro il grande portone della Sala del Trono, facendolo crollare poco dopo.

Zeus, seduto sul trono, a colloquio con sua moglie, Era, Regina degli Dei, si mise immediatamente in piedi, puntando il fulmine dorato contro il crudele invasore, il cui cosmo aveva riconosciuto immediatamente.

"Sanguinario, assetato di guerra e di violenza, al punto da farne il perno della tua esistenza, funesto ai mortali e alle Divinità tuoi familiari, Dio senza misericordia, che ti nutri di odio e di aggressività, sei dunque tornato, Ares, Dio della Guerra?!" –Esclamò Zeus, mentre Era si stringeva a lui preoccupata.