CAPITOLO TERZO. PIANIFICANDO LA GUERRA.
Ares aveva ordinato ai suoi bersekers di prendere possesso del Grande Tempio di Athena, eliminando gli ultimi difensori, ed occupandolo con le proprie armate. Un esercito numeroso e ben equipaggiato, le cui corazze erano state ricreate e potenziate grazie al simpatico espediente a cui Flegias era ricorso durante la battaglia sull’Olimpo.
Raccogliendo infatti il sangue delle Divinità e delle Celesti Creature uccise sul Sacro Monte, era stato possibile carpire anche il nascosto potere che risiedeva in esso, oltre che usare la loro energia, diretta e convogliata nella Pietra Nera.
"Sire!" –Aveva ardito chiedere un Guerriero, mentre il Dio dava le proprie disposizioni. –"A che pro occupare il Tempio di Athena, se già disponevamo di uno?" –Domandò, riferendosi all’infernale Tempio dell’Apocalisse.
"Perché è più semplice e meno dispendioso, in termini di tempo e di energia, sfruttare una casa già fatta, che non doverne ricostruire una!" –Aveva commentato il Dio, con un sogghigno malefico, dovuto allo smacco che era riuscito a infierire alla sua eterna rivale, Athena.
E intanto, con la mente, vagò indietro, ripensando al suo maestoso, quanto lugubre, Santuario, il Tempio dell’Apocalisse, qualche centinaia di chilometri a nordovest di Atene, nascosto tra le nebbie del monte Othrys, dove il Dio aveva imperato per millenni, dirigendo le sanguinarie campagne militari dei suoi Guerrieri, i ferocissimi bersekers, orgoglio e vanto del Dio della Guerra, che in essi trasmetteva una parte di se stesso, la parte più crudele, più assetata di sangue, che riusciva a divorare il loro organismo e ad avvelenare il loro corrotto animo, facendone una spietata macchina da guerra nelle sue sapienti mani.
Questa era l’unica utilità, secondo Ares, del suo esercito. Niente di più. Non gli importava altro di loro, né chi fossero né da dove venissero. Sapeva che erano al suo servizio e che avrebbero combattuto per lui, anche a prezzo della vita, e quella era l’unica cosa che gli interessava.
Che altra utilità potrei trovare in loro? Si chiedeva il Dio della Guerra Violenta. Se non considerarli strumenti per raggiungere il potere supremo?! Sono sbandati, delinquenti, oscure figure dall’animo inquieto e malato, che si rifugiano da me, volontariamente, per prestare servizio nelle mie armate, dimenticando il loro triste e ramingo passato e trovando finalmente un senso alla vita, uno scopo per cui valga la pena vivere e lottare: la Guerra, Suprema Madre del Mondo.
Essa, con il suo ardore, con le sue prospettive di gloria e di impero, attira gli uomini, corrode la loro fede nella pace e nella libertà, facendone schiavi disperati che non esiterebbero a tagliare la gola al loro fratello, pur di raggiungere le supreme vette del potere!
Estremo esempio del disinteresse che Ares aveva nei confronti dei suoi Guerrieri era il fatto stesso che non li conoscesse, che essi non avessero un nome, semplicemente un sostantivo che li indicava. Dimentichi delle proprie origini, quegli uomini sporchi e bastardi erano chiamati con epiteti, spesso dispregiativi, riferiti al loro aspetto fisico o, molto più frequentemente, all’arma che erano soliti maneggiare. Scure, Balestra e Falcetto non erano che un esempio di questa triste consuetudine diffusa all’interno della grande armata dei Bersekers di Ares.
Solamente i Guerrieri di alto livello, spesso figli bastardi di Ares, potevano vantare un nome proprio, e maggiore considerazione da parte dello stesso Dio della Guerra, per quanto comunque Egli non provasse per loro altri sentimenti di interesse, che non lo stesso disprezzo che manifestava per tutti gli altri.
"Un po’ spoglia questa sala, non trovi, Padre?" –Esclamò Flegias, rubando Ares ai suoi pensieri.
Il Dio della Guerra si trovava alla Tredicesima Casa del Grande Tempio di Athena, nelle stanze che erano state del Sacerdote della Dea, Sion prima e Gemini dopo, proprio nel grande salone dove Pegasus e Saga avevano combattuto l’anno prima.
"Sobria, la definirei!" –Commentò il Dio, prima di esplodere in una grassa risata.
"Sempre meglio delle catacombe in cui sei stato costretto a vivere ultimamente!" –Ironizzò Flegias, ricordando gli oscuri sotterranei del Tempio dell’Apocalisse, dove Ares si era nascosto, riunendovi poi i suoi Guerrieri.
"Un gesto resosi necessario dalle circostanze!" –Rispose il Dio. – "In questo modo ho potuto evitare di essere scoperto, e grazie al potere della Pietra Nera, che ha raccolto le energie liberate sul Monte Olimpo, ho potuto richiamare a me i miei Guerrieri, armandoli di nuove vestigia, temprate nel Divino Sangue degli Dei caduti, e di una nuova determinazione!" –E detto questo si lasciò cadere sul trono in velluto rosso, al centro della Sala. –"L’ora della mia vendetta è giunta! Crono è stato un illuso, se ha creduto davvero che tu lo avessi liberato per permettergli di dominare il mondo, con i suoi fratelli Titani! Ma aveva un’ottima meta finale, la stessa, se pur in forma maggiore, che ho io! Distruggere l’Olimpo ed estirpare la bastarda razza dei Cavalieri, sostituendoli con Guerrieri a me fedeli, che porteranno la mia parola, il credo della Guerra e delle Fiamme, in tutto il mondo!"
"E grazie a me questo progetto, che coltivi nel cuore da millenni, diverrà realtà!" –Commentò Flegias, avvicinandosi al Dio.
"E sia, lo ammetto, sei stato abile! Abile e scaltro!" –Rispose Ares. –"Hai saputo sfruttare gli antichi contrasti tra le Divinità per orchestrare questo piano che ha permesso la mia rinascita in quest’epoca, e mi ha offerto la possibilità, unica nel suo genere, di fare a pezzi gli avanzi delle armate Celesti e di Athena, e di sedere sul Trono Olimpico!"
"Non sottovalutare comunque i Cavalieri di Athena!" –Esclamò Flegias. –"Altrimenti rischieremmo di cadere nell’errore di Issione e di Crono, che pensavano di poterli escludere dai loro progetti!"
"Non è mia intenzione farlo, Flegias! E non ho bisogno che tu mi ricordi come comandare!" –Tuonò Ares, espandendo il suo fiammeggiante cosmo nell’intera sala.
Flegias fu piegato dall’oscuro potere del Dio della Guerra, schiacciato a terra da una poderosa energia cosmica che sentì entrare dentro di lui, dilaniandone anche lo spirito.
"Pur tuttavia mi hai liberato dal Sigillo di Athena!" –Esclamò Ares, lasciando infine libero il mitologico figlio. –"E sei un abile combattente, sarebbe un peccato ucciderti così! Ma sia chiaro che non tollero altri rimproveri od osservazioni, neppure da te!"
"Come desideri!" –Affermò Flegias, ansimante, inginocchiandosi di fronte al Dio.
"E adesso và! Assicurati che tutto sia pronto per ricevere i nostri ospiti!" –Gli ordinò Ares. – "Phobos e Deimos saranno qua a momenti, per aiutarti!"
"E che ne è del prigioniero?" –Domandò Flegias, stupito nell’udire parole simili.
"Ooh.." –Sogghignò Ares, accarezzandosi lo scuro pizzetto. –"Ho fatto in modo che non possa più nuocere a nessuno! Ah ah ah!" –Ed esplose in una sadica risata, mentre il Rosso Fuoco si allontanava, uscendo dalle Stanze del Grande Sacerdote.
Ares, rimasto solo in quella che un tempo era la reggia di Athena, smise improvvisamente di ridere, riflettendo, quasi con preoccupazione, sulla strana fedeltà che il figlio sembrava mostrare nei suoi confronti. E si augurò, per il bene del Rosso Fuoco, che non stesse facendo il doppiogioco.
Altrimenti… Commentò il Dio, accarezzando la sua lunga spada infuocata. Saprò prendere misure adeguate! Ah ah ah!
Flegias uscì in fretta dalla Tredicesima Casa, spuntando sul piazzale antistante in un nuvoloso pomeriggio di maggio. Sentiva le grida sboccate dei Guerrieri di Ares risuonare per l’intero Grande Tempio, impegnati in allenamenti o nell’allestimento dell’accoglienza per i Cavalieri di Athena. Ma la cosa che maggiormente percepiva nell’aria era il violento e ardente cosmo di Ares impregnare ogni cosa, dall’animo del Guerriero più blando, alle mura delle Dodici Case dello Zodiaco.
Questo, si disse Flegias, non è più il Santuario di Athena! Adesso è diventato il luogo dove periranno i suoi Cavalieri, in una morte violenta e sanguinaria, senza organi che suoneranno marce funebri, né fiori sui loro corpi martoriati!
Sogghignò, arditamente fiero del suo successo. Aveva usato tutti, tessendo la tela del suo diabolico piano in maniera abilissima, al punto che, se Loky avesse saputo di essere stato usato a sua volta, avrebbe potuto fregiarsi del titolo di Dio dell’Inganno.
Fin da quando era stato risvegliato, Flegias aveva dedicato tutti i suoi sforzi e le sue energie a portare il Caos nel mondo, il disordine completo, scardinando tutti gli equilibri preesistenti, approfittando di antipatie reciproche e ansie di infinito mai sopite, che le corrotte anime degli Dei e dei Guerrieri avevano dentro.
Aveva risvegliato Crono, liberandolo dai Divini Sigilli in cui il suo cosmo era bloccato, allettandolo facilmente, con la prospettiva di una facile vittoria sull’Olimpo, e gli aveva donato una Pietra Nera, nella quale, a sentir lui, sarebbe convogliata tutta l’energia scaturita dal violento conflitto che si sarebbe combattuto sul Sacro Monte. Un conflitto voluto, fortissimamente voluto, dal Rosso Fuoco.
Sostituito Zeus e messo Crono sull’Olimpico Trono, Flegias era passato a cercare alleati, in quel folle piano di dominio, e aveva trovato in Issione, figlio del suo Divino Padre, un ottimo braccio destro, per quanto egli non fosse a conoscenza del complotto, ma semplicemente desideroso di emergere e di occupare un posto nel nuovo ordine che Zeus, dal suo punto di vista, avrebbe portato nel mondo.
Issione era un Guerriero in gamba! Ma aveva un solo difetto… Pensava in piccolo!!! Per quale motivo accontentarsi di dominare l’Olimpo, quando si può conquistare l’Universo intero?!?
L’altro alleato fu Loky, il Dio nordico dell’Inganno. Un alleato di vecchia data! Commentò Flegias, ricordando l’intrigante figura della Divinità. A lui, e a sua figlia Hel, fu affidato il compito di recuperare i Cavalieri d’Oro, permettendo a Cristal di ricevere i messaggi che Shaka della Vergine stava inviando, e consentendogli di raggiungere Helgaror e liberarli, proprio come Flegias voleva.
Sì, li voleva sull’Olimpo a combattere contro i Cavalieri Celesti, in una devastante esplosione di energia che egli avrebbe raccolto, grazie allo Scudo di Ares, nascosto dalle nuvole, e convogliato nella Pietra Nera, la vera Pietra Nera, quella che portava al collo, non certamente quella che aveva donato a Crono.
Quella era soltanto una copia, una rozza e volgare copia che altro non mostrava al Dio che non una minima parte dell’energia raccolta, mentre la rimanente veniva destinata da Flegias a risvegliare il suo Signore, Ares, Dio della Guerra, e i suoi bersekers, infondendo in essi un nuovo cosmo carico di odio.
Issione era entrato nel piano, convinto realmente che Zeus volesse distruggere Athena, e Flegias se ne era servito, facendone un ottimo comandante al suo servizio, ordinandogli di uccidere i Cavalieri di Bronzo, sicuro che, in caso di un attacco estremo, come quello portato dai Ciclopi Celesti, essi avrebbero ricordato, correndo presto a combattere sull’Olimpo, fornendo ulteriore energia alla Pietra Nera. Se poi non avessero ricordato, o qualcuno di loro fosse caduto in seguito, magari uccidendosi a vicenda con qualche Cavaliere Celeste, non sarebbe affatto stata una sciagura per Flegias! Tutt’altro!
Tra poco saranno qua, lo sento nell’aria! Commentò, socchiudendo gli occhi. Perfetto, ed io sarò pronto ad accoglierli… prima di proseguire, quindi, nella mia ricerca! Non aggiunse altro, ma scivolò via, lungo la bianca scalinata di marmo delle Dodici Case.
Nel frattempo, sull’Olimpo, Zeus aveva convocato uno straordinario Consiglio di Sicurezza nella Sala del Trono, per deliberare una strategia comune per fronteggiare la minaccia di Ares, al quale aveva invitato le Divinità sopravvissute all’eccidio operato da Flegias, Phobos e Deimos, e i suoi due Cavalieri Celesti, Giasone e Phantom, oltre che a Dauko della Bilancia, il più anziano tra i Cavalieri di Athena e l’uomo dotato di maggiore esperienza.
Era sedeva a fianco del Dio dell’Olimpo, su un altro trono, più basso di quello di Zeus, ma ugualmente splendente, ricoperta da un candido abito di seta chiara, che le Sacerdotesse dell’isola di Samo, su cui la leggenda voleva che la Dea fosse nata, avevano tessuto per lei millenni prima.
In piedi, alla base della scalinata celeste, c’erano Artemide, Dea della Caccia, ricoperta dalla sua scintillante Veste Divina, Athena, con ancora indosso il suo tradizionale abito bianco, e Demetra, Dea delle Coltivazioni, scampata miracolosamente al massacro, essendosi mutata in albero. Oltre che Phantom, Giasone e Dauko.
"La minaccia rappresentata da Ares è molto consistente!" –Esclamò Artemide, risoluta e battagliera, e determinata a vendicare i suoi Cacciatori sterminati dai figli di Ares. –"Cosa conti di fare, Dio dell’Olimpo?"
"Reagire! Questo è d’obbligo!" –Rispose il Dio, dall’alto dell’Olimpico Trono. –"Ma ponderare le nostre mosse, per non cadere in facili allarmismi!"
"Pegasus e i suoi compagni avranno certamente bisogno di aiuto!" –Intervenne Giasone. –"Da soli contro le centinaia di bersekers di Ares è una follia!"
"Non sono tanto i bersekers a preoccuparmi!" –Commentò Artemide. – "Ma il Dio stesso, con il suo infuocato e malvagio potere, e i suoi sanguinari figli, Phobos, Deimos e Flegias, capaci di uccidere persino delle Divinità!"
Athena sospirò per un momento, prima di sentire il delicato tocco della Dea delle Coltivazioni sfiorarle il braccio, per confortarla con un sorriso.
"Mio Signore…" -Intervenne Phantom, inginocchiandosi alla fine della scalinata. –"La prego, consenta a me e a Giasone di affiancare Pegasus e gli altri! Grande è il mio desiderio di prestare loro aiuto, e difendere la libertà sulla Terra!"
"Avrai modo di scendere in campo, Cavaliere dell’Eridano Celeste!" –Esclamò Zeus. –"Ma non a fianco di Pegasus, non al Santuario!"
"Come sarebbe?"
"Ho un’importante missione da affidarti, Phantom! Presta orecchio alle mie parole!" –Spiegò il Dio. –"Voi tutti pensate che i Cavalieri Celesti siano stati sconfitti e che, a parte i presenti e i Dioscuri, miei figli, non ci siano altri difensori dell’Olimpo!"
"Non è forse così, Sommo Zeus?" –Chiese Artemide, non capendo a cosa si riferisse il Dio.
"Non completamente, Dea della Caccia! Un buon stratega deve saper scegliere la migliore soluzione, non solo in attacco ma anche in difesa!" –Commentò Zeus. –"Per questo motivo scelsi di dividere il mio esercito, nascondendo una parte in un luogo segreto!"
"Che cosa?!" –Sgranarono gli occhi Giasone e tutti gli altri. – "Ci sono altri Cavalieri Celesti?!"
"Esattamente! Un’intera legione per l’esattezza, l’ultima!" –Rispose il Dio, alzandosi in piedi. –"Phantom, tu sarai il mio Messaggero quest’oggi, surrogando momentaneamente alle funzioni di Ermes, impegnato ad Asgard! Ti recherai a Glastonbury, per risvegliare la legione dormiente, e condurla qua, sul Divino Monte, affinché possa ruggire ancora il battagliero spirito assopito dentro di essa!"
"A Glastonbury, mio Signore?!" –Balbettò Phantom per un momento.
"Proprio così, Luogotenente! A Glastonbury, in Inghilterra! Là, molti secoli addietro, druidi e Sacerdotesse del popolo fatato, in riconoscenza dell’aiuto prestato loro durante una sanguinosa battaglia, mi concessero di nascondere parte del mio esercito, in modo da mantenerlo fuori dai conflitti minori e sempre efficiente… pronto per l’ultima guerra!"
"Ma mio Signore, se esisteva questa nascosta armata, perché non è intervenuta prima, quando avevamo bisogno di loro?" –Chiese Artemide.
"Perché essa ha ricevuto da me il divino ordine di non muoversi mai, fino al giorno in cui io stesso, Signore Supremo dell’Olimpo, l’unico a conoscenza della sua esistenza, non l’avessi richiamata a me!" –Spiegò il Dio, indicando a Phantom dove recarsi. –"Usa i tuoi poteri ragazzo, una volta che sei fuori dall’Olimpo! I bersekers di Ares riescono ad arrivare ovunque, purtroppo, e non vorrei tu cadessi in qualche imboscata!"
"Abbia fiducia in me, Dio dell’Olimpo, e non la deluderò!" –Esclamò Phantom, fissando il Dio negli occhi.
"Ne sono convinto!" –Sorrise Zeus, prima di incitarlo a partire. –"E adesso va’, più veloce della luce, raggiungi l’ultima legione e conduci qua i miei Cavalieri!"
Detto questo, Phantom salutò le Divinità e i Cavalieri presenti e si accomiatò, partendo subito per l’Inghilterra.
Zeus discese qualche gradino, prima di posare lo sguardo sul Cavaliere di Libra.
"Sarai contento, immagino, Dauko…" -Disse in tono pacato. –"..di rivedere il tuo vecchio allievo!"
"Co.. come?!" –Balbettò Dauko, non capendo.
"L’uomo che guida le mie truppe, l’uomo al quale affidai il compito di addestrare e mantenere in efficienza l’ultima legione, è il tuo vecchio allievo, allenato da te fino alla calda estate del ‘73!"
"Ascanio?!" –Domandò Dauko, sorpreso, ma al tempo stesso felice di sapere che il suo discepolo stava bene.
"Esattamente!" – Rispose Zeus.
Per un momento la mente di Dauko volò via, oltre quelle quattro mura, ricordando il giovane ragazzo dagli occhi scuri che aveva allenato fino a quattordici anni prima. Uno dei tanti discepoli che aveva avuto e a cui aveva insegnato a prendere confidenza con il cosmo dentro sé. Uno di quelli a cui era maggiormente affezionato, quasi quanto lo era a Sirio.
Un’ombra passò improvvisa sul suo cuore, velando il sorriso al pensiero di rivederlo. Un’ombra che gli ricordò il compagno di Ascanio, valente e generoso come lui, cui il destino fu però impietoso nei suoi confronti.
La voce decisa di Zeus pregò Dauko e Giasone di allontanarsi, affidando al secondo il compito di organizzare la difesa dell’Olimpo, facendosi aiutare anche dai Cavalieri di Athena, mentre le Divinità rimanevano riunite a conclave nella Sala del Trono.
Dauko salutò Giasone, raggiungendo i Cavalieri d’Oro suoi compagni, trovandoli tutti quanti nell’armeria, Mur, Milo e lo sfuggente Ioria, che non aveva assistito neppure all’arrivo di Asher sull’Olimpo, impegnato a conversare con una persona.
"Sono pronto a partire!" –Esclamò Milo, rivolgendosi al compagno.
"Siete davvero sicuri?" –Domandò Mur, preoccupato per loro.
"Dobbiamo farlo, Mur! Per Pegasus e i Cavalieri di Bronzo!" –Spiegò Scorpio. –"Dobbiamo controllare cos’è realmente accaduto in Cina e in Giappone, se Fiore di Luna e Patricia sono davvero state rapite dai Guerrieri di Ares!"
"E in tal caso ci metteremo sulle loro tracce, per liberarle!" –Concluse Dauko, prima di fare un cenno a Milo per partire.
I due Cavalieri d’Oro si avviarono verso l’uscita, prima che la maschile voce di Ioria li richiamasse.
"State sprecando il vostro tempo! E, così facendo, danneggiate noi che rimaniamo qua, a cercare un modo per attaccare l’infame carogna di Ares!"
"Ioria!" –Lo rimproverò Mur.
"Cosa c’è, Mur? Vuoi zittirmi ancora come quando cercasti di impedirmi di intervenire contro Poseidone?" –Esclamò il Leone. –"Ma anche quella volta furono Pegasus e gli altri a rischiare la vita, combattendo anche per noi!"
"Ioria, è proprio per Pegasus e gli altri che noi partiamo! Per salvare, se necessario, le persone che loro hanno care!" –Spiegò Dauko, cercando di mantenere un tono tranquillo. –"Non c’è nessuno che hai caro, tu?" –Domandò, diretto. –"E non vorresti saperlo in salvo?"
"Io vorrei solo andare a cercare Shaka!" –Rispose Ioria, deviando il discorso di Libra. –"Ma la mia corazza non è ancora pronta!" –Urlò, tirando un pugno sul tavolo di marmo.
"Abbi pazienza, Ioria, la sto riparando!" –Commentò Mur. – "Le Armature d’Oro richiedono maggior tempo e precisione, e.."
"È quello che mi hai detto stamani quando riparavi la corazza di Libra! E sono stanco di sentirtelo dire!" –Brontolò Ioria. –"Perché non hai aggiustato prima la mia?"
"L’ho fatto deliberatamente, Ioria!" –Precisò Mur. –"Credevo che tu avessi qualche questione in sospeso da affrontare, sul Monte Olimpo, che non prevedesse l’uso dell’Armatura!"
Ioria rimase un attimo ammutolito, incapace di rispondere qualcosa a Mur, mentre i volti preoccupati di Milo e Dauko restarono fissi su di lui, osservandolo con attenzione.
"Non ci sono altre questioni da affrontare, Mur!" –Rispose Ioria infine, moderando il tono. –"Ti prego di sbrigarti! Non appena la mia Armatura sarà pronta partirò alla ricerca di Shaka!"
Milo e Dauko non dissero altro, limitandosi a salutare i compagni e a lasciare l’Olimpo, dirigendosi verso Oriente, per scoprire se realmente era accaduto qualcosa ai Cinque Picchi e a Nuova Luxor.
Perdonami Ioria, se ho ritardato nelle mie consegne! Commentò Mur, rimettendosi al lavoro. Ma non è stato solo il sincero credere che tu avessi bisogno di parlare con qualcuno, con qualcuno di particolare, qua sull’Olimpo!
Mur cercò di scacciar via quei negasti pensieri, ma essi, come avvoltoi, tornarono a ghermire la sua mente, mentre Kiki lo aiutava, porgendogli il materiale necessario per riparare le Vestigia di Leo. C’era un altro motivo per cui Ariete non avrebbe voluto lasciar partire Ioria, una visione che era apparsa nei suoi sogni ultimamente: l’immagine di una grande luce che divora un’isola in un mare di fiamme, un’isola su cui si stagliano agonizzanti i corpi di Ioria e di Shaka.