CAPITOLO VENTICINQUESIMO. TIFONE E GIASONE.

Tifone, l’essere più mostruoso che il mondo avesse mai conosciuto, era stato risvegliato dal potere della Pietra Nera di Flegias, e spinto ad attaccare nuovamente l’Olimpo, come sua madre lo aveva incitato secoli addietro. Terrore degli Dei e delle genti, fu cantato persino da Esiodo nella Teogonia, in un ritratto rimasto celebre, poco distante dal vero: Tifone fortissimo: aveva cento gagliarde mani, disposte ad ogni opera, e cento infaticabili piedi di Nume gagliardo; e di serpe aveva cento capi, d'orribile drago, e vibrava cento livide lingue da tutte le orribili teste, sotto le sopracciglia di fuoco: brillavano gli occhi, ardevan fiamme, quando guardava, da tutte le teste. E avevan tutte quante favella le orribili teste, voci emettevan meravigliose, di tutte le specie. Ora parlavan sí da intenderle i Numi: muggiti alti mandavan poi di tauro, d'immenso vigore, di fiera voce; poi di leone dall'animo crudo; poscia sembravan guaiti di cuccioli, e a udirli stupivi: eran boati poi, n'echeggiavano l'Alpi sublimi.

Tifone apparve quel giorno sull’Olimpo fra urla e sibili, in tutta la sua mostruosa enormità, circondato da torrenti di fuoco che sgorgavano dalle cento bocche delle sue teste di drago, terrorizzando persino il cielo stesso. A nulla valsero la difesa degli ultimi Giganti di Pietra, né il patetico tentativo di Demetra di fermare le orride gambe con i suoi alberi: tutti furono spazzati via.

I berseker di Ares, nel frattempo, erano stati fermati davanti al Tempio della Guerra, proprio lungo la Via Principale che conduceva alla Reggia di Zeus, dai tre Ecatonchiri risvegliati da Zeus: Cotto, Gige e Briareo, le creature ancestrali che, liberate millenni prima dal Signore dell’Olimpo dalla prigionia del Tartaro, gli avevano offerto il loro onesto aiuto.

Spuntati dal terreno, i tre Ecatonchiri si erano avventati immediatamente contro i guerrieri di Ares, afferrandoli con le loro cento braccia, schiacciandoli a terra con il loro immensi piedi e con le clave e le rozze armi che brandivano, incuranti della pioggia di frecce e dei violenti raggi energetici che i berseker dirigevano loro contro.

"Coraggio!" –Esclamò un uomo, ritto sul suo carro. –"Non arretrate! Per la gloria e per la guerra! Per il nostro Signore e Padrone, Ares il distruttore!!! Ares il brutale!!! Berseker, avanzate!!!"

Costui era Enomao del Carro Furioso, un uomo di mezza età, dal volto bianco e i capelli grigi, consumato dall’odio e dallo spirito di suo padre, che gli aveva donato i cavalli alati che guidavano il suo carro. Era uno dei tanti figli illegittimi che Ares aveva avuto da donne mortali, come Tereo e Driante, come Cicno il Brigante, come Eveno, Molo, Pilo e Testio. Tutti crudeli, feroci, bastardi, riflesso indistinto dell’inquinato animo di un uomo che mai li aveva amati né conosciuti, solamente usati. Come carne da cannone. Per incitare gli altri soldati a seguirli in guerra, contando sulla loro volontà di emergere, e sulla loro rivalità.

Ma per quanto corrosi dal demoniaco cosmo di Ares, i berseker procedevano con maggiore cautela, facendosi timidamente avanti, demoralizzati e spaventati dalle immense figure degli Ecatonchiri che torreggiavano sopra di loro, facendo strage dei loro compagni d'armi.

L’arrivo di Tifone rincuorò l’animo dei figli di Ares, che ordinarono a tutti i berseker di avanzare, come Phobos e Deimos avevano in precedenza intimato loro.

"Fino alla Reggia di Zeus!!!" –Gridò Enomao, sbattendo le briglie del proprio carro, e facendo nitrire selvaggiamente i neri cavalli alati.

"Sììì!!!" –Tuonarono gli altri figli di Ares, sollevando le armi. –"Fino alla Reggia di Zeus!!!"

Ma in molti berseker, per quanto avanzassero ferocemente, l’arrivo di Tifone aveva provocato una reazione inversa, di terrore allo stato puro piuttosto che di felicità, ed era proprio il panico, la paura di quell’immonda bestia, a spingerli avanti, sempre più vicini all’obiettivo finale ma anche sempre più distanti dall’infernale creatura.

Vampate incandescenti circondarono l’avvento di Tifone, che rase al suolo tutti gli alberi del basso versante dell’Olimpo, calpestandoli, schiacciandoli come mosche, mentre le vipere annidate nel suo corpo uscivano fuori, sibilando orribilmente, avvolte in lingue di fuoco. Persino Enomao e gli altri figli di Ares dovettero trattenere il fiato, ammutoliti, quando l’immonda sagoma del figlio di Gea comparve su di loro, più orribile di qualunque idea si fossero fatti su di esso.

Con ferocia, Tifone si abbatté sugli Ecatonchiri, ingaggiando con loro un mostruoso combattimento corpo a corpo sul medio versante del Sacro Monte, facendone un immenso campo di battaglia. Grida mostruose lacerarono l’aria, mentre il cosmo di Ares infiammava nuovamente l’animo dei berseker, che si lanciarono lungo la via, tra gli alberi, tra le gambe degli Ecatonchiri, per allontanarsi quanto prima dai deformi contendenti. Non tutti però riuscirono a passare oltre, travolti e coinvolti nello scontro titanico che avvampò sull’Olimpo; alcuni furono schiacciati da Tifone e dagli Ecatonchiri, altri caddero nelle faglie che distrussero il terreno, e l’intera retrovia fu massacrata da una violenta ed improvvisa esplosione di luce.

"Aaargh…" –Gridarono i berseker, mentre una bomba di energia esplodeva dietro di loro.

Quelli che sopravvissero, quando si rialzarono e voltarono, videro un giovane avanzare verso di loro, ricoperto da una scintillante Armatura Celeste, con raffinate striature argentate, che copriva interamente il corpo ben fatto, dotata di uno scudo rotondo sul braccio sinistro e di una spada fissata alla cintura. Il Cavaliere non era molto alto, ma robusto, e aveva un viso maschile, reso ancora più virile da una vistosa cicatrice sulla guancia destra proprio sotto l’occhio, scuro e brillante.

"Giasone!!!" –Esclamarono alcuni berseker, riconoscendo l’uomo.

"Fatevi sotto, canaglie di Ares! Come già vi dissi al Bianco Cancello, la vostra sorte è segnata!" –Gridò Giasone della Colchide, sollevando lo scudo luminoso.

"Sbruffonee!!!" –Replicarono i berseker, lanciandosi contro di lui.

Un buon numero di spade e di lance si abbatté sul Cavaliere Celeste, che dovette usare tutta la sua abilità per evitare di essere ferito. Giasone sapeva muoversi alla velocità della luce, parando con il proprio robusto scudo gli affondi dei nemici, mentre con la mano destra brandiva la lucente lama. Ma anch’egli, per quanto periodicamente spazzasse via un buon numero di guerrieri usando il proprio cosmo, presto si trovò in difficoltà, da solo, contro decine e decine di avversari violenti e sanguinari, interessati a nient’altro che non affondare le loro lame dentro il suo corpo.

"Scudo della Colchide!!!" –Gridò l’argonauta, mentre una violenta esplosione di luce travolgeva un gruppetto di berseker. Ma per ogni nemico che cadeva subito un altro ne arrivava, con una spada insanguinata, una lancia o una picca, impedendo al Cavaliere Celeste qualsiasi riflessione strategica.

"Iiiiikk!!!" –Uno stridulo suono riecheggiò nell’aere, così acuto da spaccare i timpani di qualsiasi essere umano, così carico di odio e violenza da far rabbrividire il sangue anche ad un morto.

Numerosi berseker si tapparono le orecchie per lo spavento, gettandosi a terra con la testa tra le mani, ed anche Giasone, per quanto desiderasse non lasciarsi abbattere, fu stordito da quel lacerante grido che sentì echeggiare fino nel profondo della sua anima. Sollevò lo sguardo al cielo, osservando l’immonda sagoma infuocata di Tifone sovrastare su di loro, impegnato ad affrontare i tre Ecatonchiri risvegliati da Zeus.

Gige era stato abbattuto, crollando sull’Olimpo tra le grida delle sue cinquanta teste, schiacciando templi ed alberi, e devastando ulteriormente la morfologia del Sacro Monte. Ma Cotto e soprattutto Briareo erano determinati a non cedere, per quanto orribile e spaventosa fosse l’orrida figura che avevano di fronte. Coraggio Briareo! Mormorò Giasone, stringendo i pugni. Sei l’unico che può fermare Tifone! L’unico che può proteggere il nostro Signore Zeus e l’Olimpo da quell’orrida bestia! Un secco colpo di sciabola si abbatté sul suo scudo, obbligando Giasone ad interrompere i suoi pensieri e a concentrarsi sulla battaglia, proprio come Briareo stava facendo.

Briareo, il più fedele a Zeus dei tre Centimani, apparteneva alla Prima Generazione Cosmica, proprio come Tifone, essendo figlio di Urano e di Gea, ma a differenza del fratellastro egli aveva sempre posseduto uno spiccato senso dell’onore, che lo aveva portato ad ammirare il Signore dell’Olimpo, colui che lo aveva liberato dalle oscure prigionie di Tartaro. Aegaenon lo chiamavano gli uomini, era noto non soltanto per la sua grandezza, che da molti fu giudicata superbia, ma anche per la generosità del suo animo, per la riconoscenza che provava per il suo liberatore Zeus. Fu citato da Esiodo nella Teogonia, da Virgilio nell’Eneide, e persino nella Commedia Dantesca, come essere smisurato, insieme ad altri giganti mitici. Col tempo il suo nome si perse nel mito, diventando indistinta leggenda, e poche rimasero le gesta non opacizzate che si cantavano su di lui. I più lo ricordavano come un gigante deforme, e solamente in pochi, Zeus ed i più valenti ed aperti di mente tra i Cavalieri Celesti, conoscevano il suo vero valore, la profondità del suo animo incorrotto.

"Accetterei la sua deformità, se potessi avere un decimo del suo spirito puro e incrollabile!" –Amava ripetere Giasone. E anche Phantom dell’Eridano Celeste la pensava come lui, rimembrando le leggende che sua madre Elena gli aveva cantato da giovane, prima di addormentarsi, alcune proprio su Briareo.

"Non cedere!!!" –Gli urlò Giasone dal basso, incitando l’Ecatonchiro a non mollare, per quanto terribile e tremendo fosse lo sforzo a cui era sottoposto.

Le vipere infuocate delle gambe di Tifone si allungarono, attorcigliandosi intorno alle braccia di Briareo e del fratello Cotto, mordendoli con violenza, sbranando le loro carni, mentre getti di fuoco sgorgavano dalle molteplici teste di drago del mostro. Gli Ecatonchiri, più piccoli come dimensioni, cercavano di resistere, brandendo clave e mazze, colpendo Tifone ripetutamente, tentando di evitare le vampe infuocate e le velenose zannate delle vipere, ma presto si resero conto di non avere la forza per contrastarlo completamente, sorretto com’era dal malefico cosmo di Ares, potenziato ulteriormente da un misterioso potere oscuro, che accendeva letali istinti nell’orrida bestia.

"Briareo!!!" –Intervenne improvvisamente una voce, parlando all’animo dell’Ecatonchiro, che subito la riconobbe. –"Ho fiducia in te! Come l’ho sempre avuta, fin da quando ti liberai dall’orrida prigionia del Tartaro, concedendoti la libertà, per quanto molte altre Divinità, della mia celeste famiglia, mi consigliassero di fare diversamente! Ho fiducia in te, e sono certo che mi aiuterai, combattendo insieme a me questa dura battaglia!"

Dopo poco il cosmo di Zeus scomparve, entrando nell’Ecatonchiro, donandogli nuovo slancio e vigore, approfittando anche di una momentanea, quanto improvvisa, diminuzione dell’ardente cosmo di Ares, che parve a Zeus, e alle altre Divinità, farsi leggermente più distante. Rapide e violente botte di clava colpirono Tifone, facendolo infuriare sempre di più, mentre stridule grida laceravano l’aria, precedendo le infuocate vampate delle teste di drago. Grida udibili su tutto l’Olimpo, compresa la Reggia di Zeus, ultimo baluardo a difesa del libero mondo degli uomini.

"Fratello…" –Mormorò Kiki, impegnato, insieme a Mur, a riparare la corazza di Asher nell’armeria. –"Lo fermeranno gli Ecatonchiri, non è vero?"

Ma il Grande Mur non rispose, continuando a lavorare all’Armatura dell’Unicorno, potenziandola con Polvere di Stelle e Gamanion, ancestrali elementi di cui aveva imparato a servirsi grazie agli insegnamenti del suo maestro, Shin dell’Ariete. Sospirò, poggiando lo scalpello su un tavolo, prima di alzarsi e raggiungere una vetrata che dava proprio sul giardino antistante la Reggia di Zeus, poche centinaia di metri sopra il terreno su cui si stava consumando l’infuocato combattimento.

"Non è semplicemente uno scontro tra due deformi creature ancestrali, tra Ares e Zeus, ma un vero e proprio conflitto tra mondi diversi, tra prospettive di vita differenti, di guerra e di pace, di ombra e di luce, di fuoco distruttore e di verdi campi consolatori!" –Esclamò Mur, poggiando una mano sulla spalla del preoccupato fratellino. –"La sconfitta di Briareo e degli Ecatonchiri non soltanto ci lascerebbe inermi di fronte a Tifone e ad Ares, ma rappresenterebbe la fine di un sogno!"

"Dici il vero, Cavaliere di Ariete!" –Esclamò una voce maschile, entrando nell’armeria. –"Ed ammiro la tua perspicacia!" –Un giovane dai mossi capelli castani, con viso candido ed etereo, su cui spiccavano due profondi occhi grigi, ispiranti saggezza e antichità, entrò nella stanza, camminando a fatica, aiutato da Asher dell’Unicorno: Euro, Vento dell’Est, figlio della Dea Eos.

"Briareo non rappresenta soltanto la possanza olimpica, la determinata capacità di resistenza del nostro Signore…" –Aggiunse il Dio, parlando con voce gentile ed armonica. –"Egli riproduce gli Olimpici Fasti, il perduto splendore di purezza e tenacia che un tempo caratterizzava il Sacro Monte, e che, ahimè, è andato scomparendo col passare dei secoli. Gli Dei si sono fatti sempre più superbi, sempre più avari dispensatori di aiuti verso gli esseri umani, e questi, a loro volta, sentendosi sempre più succubi di un destino ingrato a cui non riuscivano a sottrarsi, e privi dell’aiuto necessario in cui tanto avevano confidato, hanno cessato di venerarli, sostituendoli con nuovi idoli, per compensare quell’ansia di assoluto che portano dentro! Ma Briareo non è cambiato, mai! In tutti questi secoli è rimasto lo stesso, eterno, grato e riconoscente al mio Signore, l’unico, tutt’oggi, in grado di ricordare al Sommo Zeus i veri motivi di questa guerra, i valori supremi di onestà e fede capaci di svecchiare gli Dei dell’Olimpo e rinfrescare il loro assopito animo!"

Nuove grida lancinanti sferzarono l’aria dell’Olimpo, mentre il cielo fosco si andò oscurando sempre di più, promettendo una violenta tempesta.

"Arrivano!" –Mormorò Mur, sentendo, proprio come Euro, numerosi cosmi ostili dirigersi verso la Reggia di Zeus, probabilmente i berseker che gli Ecatonchiri e Giasone non erano riusciti a fermare.

Euro non disse altro, ringraziando Asher per il sostegno e incamminandosi verso l’uscita, mentre la scintillante Veste Divina del Vento dell’Est, celeste con grandi ali colorate fissate sulla schiena, si disponeva sopra di lui.

"Non combatterai da solo questa guerra, figlio di Eos!" –Esclamò Mur, seguendolo. –"Mur dell’Ariete sarà con te!"

"Ed anche Asher non si tirerà indietro!" –Affermò Unicorno con decisione, mentre Kiki gli mostrava l’armatura, riparata dal fratello col suo aiuto.

"Nobili cuori impetuosi i vostri, Cavalieri di Atena!" –Sorrise Euro, prima di allontanarsi. –"Per quanto il mio cuore appartenga alla mia caverna della Tracia, sarebbe un onore essere sepolto al vostro fianco, qua o nel cimitero di Atene. A fianco di uomini coraggiosi che non hanno indietreggiato di fronte a morte certa, come gli eroi del Mondo Antico, che con le loro azioni cercavano di trionfare sull’ineluttabilità del tempo, che tutto travolge e tutto porta a dimenticare!"

Mur e Asher si scambiarono un’eloquente occhiata, ma prima che potessero dire qualsiasi cosa nuove grida demoniache risuonarono sull’intero Olimpo, mentre immonde vampate di fuoco facevano strage di alberi sacri.

Tifone aveva afferrato Cotto, il secondo Ecatonchiro, e lo stava stritolando con le maledette vipere, mentre lingue di fuoco dilaniavano le sue carni e le zanne dei draghi affondavano nelle sue braccia, distruggendo la corazza protettiva. Nonostante l’atroce dolore Cotto non si lasciò cadere, difendendosi con determinazione, brandendo decine di clave, con le sue numerose braccia, e lanciando violenti colpi contro Tifone.

Ai suoi piedi Giasone, impegnato ad affrontare alcuni berseker di fronte a quel che restava del crollato Tempio di Ares, tirò un urlo nel vedere le mostruose vipere annodarsi intorno alle braccia di Cotto, sibilando perversamente, accompagnate dalle loro vampe infernali.

"Non distrarti Cavaliere! La morte arriverà anche per te!" –Gridò un berseker, puntando una lancia contro Giasone.

Ma il Cavaliere Celeste fu abile ad evitarla, spaccandola con un secco colpo di spada, prima di travolgere il guerriero di Ares e piantargli la lama in gola, sempre più stanco. Da un’ora ormai stava affrontando berseker in continuazione, e la sua forza si era notevolmente ridotta, appesantita anche dall’indemoniato cosmo di Tifone, il cui greve alone aleggiava su tutto l’Olimpo, provocando inquietudine e sgomento nell’animo di tutti i presenti. Pensò a Castore e Polluce, desiderando essere insieme a loro a combattere, e si augurò che fossero usciti indenni dallo scontro: aveva sentito infatti i loro cosmi avvampare poc’anzi, e immaginava avessero ingaggiato combattimento contro altri guerrieri di Ares.

Improvvisamente un sibilo proveniente da dietro la sua nuca lo distrasse, spingendolo a voltarsi e a scansarsi di lato, giusto in tempo per evitare che un’acuminata lancia lo ferisse in pieno collo.

"Ma... cosa?!" –Gridò Giasone, osservando i suoi nuovi nemici.

Vennero dall’alto, trasportati da una nave volante, grande e robusta, sulle cui vele spiegate erano intessuti mostruosi animali, e sul cui ponte stavano almeno un centinaio di feroci berseker, armati di tutto punto dalle fiammeggianti armi del loro signore. In mezzo alla massa di soldati semplici, l’argonauta percepì anche qualche cosmo vasto e pericolosamente ostile, contro cui non avrebbe avuto facile vittoria come contro i guerrieri di basso rango che aveva decimato finora.

"Giasone!!!" –Frusciò una voce, proveniente dalla nave volante, ma il Cavaliere Celeste inizialmente non la riconobbe. Fissò con attenzione il grosso vascello, mentre decine e decine di berseker si buttavano giù, scendendo dalle scalette di corda appena calate o semplicemente gettandosi verso terra, e d’un tratto la riconobbe. Ed ebbe un brivido.

"Argo…" –Mormorò Giasone, identificando la nave che lo aveva condotto, secoli addietro, alla ricerca del Vello d’Oro, nella leggendaria Colchide.

Per un momento la sua mente abbandonò la battaglia, l’insanguinato scontro olimpico, e volò indietro, trasportata dal vento della memoria. E Giasone si ritrovò là, nel porto di Pagase, dove Argo, uno dei suoi compagni, gli aveva mostrato con orgoglio la nave che aveva costruito, utilizzando il legno dei boschi del Monte Pelio, battezzandola proprio con il suo nome. Atena inoltre aveva aggiunto alla prua dell’imbarcazione una trave proveniente dal bosco di Dodona, antica città dell’Epiro dove risiedeva un tempio dedicato a Zeus; tale trave aveva poteri divinatori ed era in grado di rincuorare gli animi, e si rivelò infatti molto utile in quel lungo e periglioso viaggio, per evitare inutili sommosse a bordo e angosciose preoccupazioni dell’ignoto.

"Argo!" –Aveva ripetuto con orgoglio Giasone, quel lontano giorno, presentando ai compagni l’immenso vascello. –"La nave che ci condurrà nella Colchide a prendere il Vello d’Oro!"

Pochi giorni dopo aveva riunito i suoi compagni, i cinquantacinque Argonauti, ed era salpato alla volta del Mar Nero, alla ricerca del Vello dell’Ariete d’Oro. Tra di essi vi erano anche Castore e Polluce.

"E adesso è qua! Fluttuante nel cielo di fronte a me!" –Mormorò, osservando la tozza sagoma della nave oscillare sopra di lui. –"Perché?" –Si chiese, ricordando il destino della nave, da lui stesso fatta incagliare a Corinto, offrendola in dono a Nettuno.

Ma non ebbe il tempo di abbandonarsi a nuovi perché, che dovette fronteggiare un’impetuosa carica dei berseker, i quali, riunitisi tra loro, si erano lanciati avanti, puntando le loro aguzze picche contro il Cavaliere Celeste, che si trovò costretto a sollevare ancora il proprio scudo, liberando la scintillante energia del suo cosmo. La luce della Colchide travolse i berseker, ma non tutti ne furono abbagliati; quando infatti Giasone abbassò lo scudo, trovò due guerrieri, ricoperti da oscure vestigia, in piedi di fronte a lui, appena sbarcati dalla nave di Argo, che loro stessi avevano condotto sull’Olimpo.

"Finalmente ci rivediamo, Giasone!" –Esclamò uno dei due, con profonda voce maschile.

"E non sarà un incontro di piacere!" –Gli fece eco l’altro, la cui voce era più stridula.

Giasone rimase per un momento immobile, a fissare i due guerrieri di fronte a lui, i cui cosmi, lo sentiva, aveva già incontrato secoli addietro, vivendo insieme a loro la straordinaria epopea degli Argonauti.

Il primo che aveva parlato era alto e robusto, con muscolose braccia che reggevano un mazzafrusto, un viso maschile con folta barba nera, irsute sopracciglia e mossi capelli scuri sfilacciati; indossava un’armatura dallo stile nordico, dal colore ocra, con accese sfumature rossastre, mentre il secondo era più magro, e snello, ricoperto da un’armatura violacea, dagli inquietanti contorni color mogano, che rappresentava un enorme serpente dotato di due teste, ciascuna simboleggiata dai coprispalla, dotati persino degli infuocati occhi del rettile; il suo viso era simile a quello del compagno, seppure più scavato e con radi capelli scuri, e questo fece ricordare Giasone.

"Ma voi... siete…" -Mormorò, incredulo di trovarsi di fronte ai suoi vecchi compagni. –"Ascalafo e Ialmeno!!!"

"In persona!" –Rispose Ascalafo.

"Cosa fate qua? E perché indossate le armature scarlatte dei…?" –Domandò ingenuamente Giasone, ma la risposta di Ialmeno gli tolse ogni dubbio.

"Hai forse dimenticato di chi siamo figli?! Del Sommo Ares in persona, che ci ha riportato a nuova vita, per combattere nel suo esercito, affidandoci la guida di un intero battaglione!"

"Ascalafo! Ialmeno! Ma voi non potete servire Ares! Non potete! Io vi conosco, abbiamo combattuto insieme, navigato per il Mediterraneo fino alla lontana Colchide, e so che il vostro cuore è puro! Voi siete onesti, generosi, leali.. come potete esservi asserviti ad Ares?!"

"Non siamo qua per udire una predica da parte tua, Giasone!" –Lo zittì Ascalafo. –"Ma per prendere la tua vita se oserai fermare la nostra avanzata e quella dei nostri soldati!"

"Ma che stupidaggini vai dicendo, Ascalafo?! Sai bene che non permetterò a nessuno di raggiungere la Reggia di Zeus!"

"Questa era la risposta che attendevamo…" –Mormorò Ialmeno, sollevando il braccio destro, con la mano aperta, mentre bruciava il proprio cosmo concentrandolo sulle dita. –"Artigli del male, ghermite!" –Immediatamente le unghie della mano si allungarono, caricandosi di energia cosmica, che sfrecciò verso il Cavaliere Celeste sotto forma di acuminati e inquietanti artigli violacei.

Giasone, per difendersi, sollevò lo scudo avanti a sé, costringendosi a ridurre in parte la propria visuale, per non essere raggiunto dagli acuminati artigli di Ialmeno, che fendevano l’aria, piantandosi nel terreno e sbattendo con forza contro lo Scudo della Colchide. Così facendo però non fu in grado di prevenire l’assalto di Ascalafo, il quale balzò avanti, roteando le palle chiodate del proprio mazzafrusto ed abbattendole con forza contro lo scudo, spingendo Giasone indietro, mentre gli Artigli del Male lo travolgevano, penetrando la sua corazza in più punti.

Contrariamente alle speranze dei due fratelli, Giasone si rimise immediatamente in piedi, ansimando e sputando sangue, ma deciso a fermare la loro avanzata.

"Non ci lascerà passare!" –Commentò Ascalafo, quasi dispiaciuto.

"Poco importa!" –Lo zittì Ialmeno. –"Allora lo uccideremo!"

"Provaci!!!" –Sibilò Giasone, sollevando lo scudo, che immediatamente sprigionò un’abbagliante ventaglio di energia che travolse i due fratelli spingendoli indietro.

"Maledizione!" –Ghignò Ascalafo. Ma Ialmeno resistette alla potenza dello Scudo della Colchide, sogghignando diabolicamente, prima di vedere Giasone accasciarsi a terra, sulle proprie ginocchia, mentre sangue sgorgava dalle ferite che i suoi artigli gli avevano procurato.

"Cough... Cough…" –Tossiva violentemente il Cavaliere Celeste, sputando sangue e sudando a dismisura, mentre il suo respiro si faceva sempre più difficoltoso.

"Cosa gli hai fatto?!" –Domandò Ascalafo, incamminandosi verso Giasone a fianco del fratello.

"Gli Artigli del Male sono intrisi del veleno dell’Anfesibena, il simbolo del mio potere!" –Sogghignò Ialmeno, portandosi di fronte a Giasone. –"Veleno, ovviamente, mortale!"

E nel dir questo sollevò nuovamente il braccio destro, aprendo il palmo e caricando le proprie unghie di tossica energia cosmica, che calò subito verso il basso; ma Giasone sollevò in fretta lo scudo, senza avere la forza per rialzarsi, riuscendo a parare gli affondi velenosi di Ialmeno.

"Stupido!" –Lo derise Ascalafo, colpendolo con un violento calcio al petto, che Giasone non poté evitare, in quanto occupato a proteggersi dagli Artigli del Male. La botta spinse l’argonauta indietro, facendolo rotolare sul terreno, in una pozza di sangue.

"Non hai la forza per opporti ai figli di Ares! Lasciaci prendere la nostra vendetta, il nostro momento di gloria che troppo a lungo ci hai negato!"

"Che... vi ho negato?!" –Balbettò Giasone, rimettendosi in piedi a fatica. –"Ma cosa stai dicendo?"

"Tu ci hai oscurato fin dall’inizio, Giasone!" –Lo accusò Ialmeno, con tono più aggressivo del fratello. –"Prendendo tutti i meriti e tutta la gloria e lasciando noi nel baratro della dimenticanza!"

"Questo non è vero, Ialmeno!" –Si difese Giasone. –"Eravamo una squadra, cinquantacinque compagni che hanno sfidato la collera divina e le intemperie dei mari burrascosi per giungere nella Colchide! Le nostre imprese sono rimaste per secoli e secoli, per millenni, nella memoria delle genti e degli Dei! Nessuno ci ha dimenticato!"

"Nessuno ti ha dimenticato!" –Precisò Ascalafo. –"Tu soltanto hai avuto gloria e onori! Tu soltanto sei stato celebrato per averci condotto alla ricerca del Vello d’Oro! Tu hai ottenuto le lodi, l’amore di una donna che hai rifiutato ed infine l’immortalità! Mentre a noi…"

"A noi non è rimasto niente, se non la morte in battaglia, di fronte alle mura di Troia, durante la grande guerra!" –Continuò Ialmeno, pieno di rabbia. –"Ma adesso è giunto il momento che tu paghi per le tue mancanze, che anche noi conquistiamo il posto al sole di cui hai beneficiato per secoli! E lo faremo sconfiggendo te, che sei stato la nostra maledizione, la nostra croce!"

E nel dir questo espanse nuovamente il proprio cosmo violaceo, caricando i lunghi artigli delle sue braccia di velenosa energia cosmica, mentre il fratello, al suo fianco, roteava con forza il mazzafrusto, pronto per lanciarsi contro Giasone, il quale, suo malgrado, sollevò nuovamente lo Scudo della Colchide, pronto per affrontare i suoi vecchi compagni.

Medea! Pensò infine il Cavaliere Celeste, ricordando la donna che aveva amato e sposato, tra mille peripezie. Questa è la tua maledizione! Che mi perseguita da secoli, impedendomi di essere felice! Pagherò mai le mie colpe, se può un uomo avere avuto colpe che il tempo non abbia cancellato?!