CAPITOLO VENTINOVESIMO: LE LACRIME DI ATHENA.

Mentre nel Grande Tempio ancora vi era battaglia tra i Cavalieri d’Oro di Athena e i Guerrieri Egizi, alla Tredicesima Casa, sulla grande terrazza panoramica ai piedi della statua della Dea Guerriera, un’altra guerra era in corso. Una guerra interiore che stava massacrando l’animo del Cavaliere d’Oro di Gemini. Luce ed ombra si stavano scontrando dentro di lui da un paio di giorni, da quando aveva commesso il primo atto malvagio della sua esistenza, per quanto dovuto dalle circostanze esso fosse: aver rinchiuso suo fratello gemello, Kanon, in una prigione solitaria, sulla costa rocciosa di Atene, dove ogni giorno la marea saliva ed ogni giorno rischiava di soffocarlo.

L’incontro con il suo maestro poi, nei sotterranei della Piramide Nera di Tebe, lo aveva completamente spiazzato, quasi sconvolto, al punto da non riuscir più a credere a niente. Se persino l’uomo che l’aveva addestrato, l’uomo che anni addietro lo aveva reso Cavaliere, insegnandogli i rudimenti fondamentali del cosmo e la manipolazione della psiche, era corrotto e dominato dal male, come era pensabile che egli, che era soltanto un ragazzo, giovane ed inesperto, potesse opporsi? Come posso oppormi a così tanto male? Si ripeteva la sua anima, incapace di trovare una via per uscire dal labirinto di oscurità in cui era precipitata. Incapace di risalire la scarpata di dolore che lo separava da ciò che era stato un tempo.

E la Pietra Nera che gli era stata messa al collo, bagnata dall’oscuro sangue del suo maestro, non faceva altro che torturarlo ulteriormente, corrodendo il suo animo, divorando quegli ultimi barlumi di luce che la sua forte personalità stava cercando di mantenere, per far posto all’ombra. Ad un’unica grande ombra che avrebbe dovuto dominarlo e farne un deicida, un uccisore di Dei.

Le parole del suo maestro risuonavano ancora nel suo animo sporco, rimbombando come campane infernali senza dargli tregua.

"Voglio la tua mano, Cavaliere! Essa stringerà il gladio con il quale ucciderai la Dea, liberando il mondo dalla sua dannosa presenza e aprendo la strada alla rinascita dell’oscurità!"

È davvero così che deve andare? Si disse Saga, lasciandosi cadere a terra, con le ginocchia sul pavimento ed il cuore che piangeva lacrime di disperazione. Non ho io la forza per oppormi a tutto questo? Ma non appena i suoi pensieri di pace e giustizia si affacciavano al suo animo, ecco che subito venivano travolti, ecco che subito venivano assorbiti da un’altra entità, più forte e potente, più facilmente corruttibile: la vera essenza del Male, un germe che Saga portava dentro e che Kanon prima ed il suo Maestro poi avevano risvegliato, portandolo ad imperare sul suo spirito.

"Saga!" –Esclamò una voce, rubandolo ai suoi pensieri.

Quasi fosse un automa, Gemini sollevò lo sguardo e con i suoi occhi rossi ed iniettati di sangue vide un uomo, ricoperto da una bianca tunica, con il volto coperto da una maschera montata su un elmo dorato, allungare una mano verso di lui, con un timido sorriso spaventato.

"Saga! Cosa ti succede?" –Ripeté Arles, con ansia crescente.

"Io… io…" –Saga tentò di mormorare qualcosa, di urlare al Sacerdote di allontanarsi, di andarsene via, lontano, dove i demoni annidati nel suo corpo non potessero raggiungerlo. Ma fu tutto inutile, perché ormai l’ombra stava prendendo il sopravvento. –"Muoriii!!!" –Gridò improvvisamente, sollevandosi di scatto e colpendo in pieno petto l’uomo mascherato.

Il pugno di Gemini, lanciato con enorme violenza, sfondò la cassa toracica dell’uomo, penetrando al suo interno, mentre il Sacerdote si accasciava sputando sangue e vomito. Gemini ritirò la mano, sporca di sangue e violenza, mentre colui che credeva il Sacerdote si prostrava ai suoi piedi, tossendo ripetutamente.

"Pe… perché Saga?" –Balbettò Arles, con un filo di voce.

"Sono venuto per te, Grande Sacerdote! Per prendere la tua vita!" –Esclamò Gemini, con voce delirante. –"E per farla mia! Ah ah ah!" –E si chinò su di lui per togliergli l’elmo e vedere sadicamente il suo vecchio viso implorare di risparmiarlo.

Ma quando gli levò l’elmo dorato, Gemini ebbe un sussulto, nell’osservare il volto dell’uomo che aveva ucciso. Il volto di un uomo sui cinquant’anni, non di più, con qualche ruga e fossetta, ma non il volto di un Sacerdote bicentenario.

"Tu non sei il Sacerdote! Mi hai ingannato!" –Esclamò Saga, irato, afferrando Arles e scuotendolo come un cencio. –"Dov’è il Sacerdote? Parla, Arles!"

"Saga…" –Balbettò il Primo Ministro. –"Caccia l’ombra! Cacciala via! So che puoi farlo! Sei un Cavaliere d’Oro! I tuoi poteri sono grandi, tu puoi…" –Ma Gemini non lo fece finire, spaccandogli il cranio con un secco colpo della mano destra.

"I miei poteri sono immensi!" –Precisò, gettando a terra il corpo, come un oggetto usato e di poco conto. –"Non puoi nemmeno rendertene conto, stupido vecchio!" –Ed esplose in una delirante risata isterica.

"Che cosa ho fatto?" –Esclamò improvvisamente, cambiando tono di voce e gettandosi a terra, sul corpo spezzato di Arles, un caro amico, un confidente che lo aveva sempre accolto con simpatia e sincerità. –"Non volevo farlo! Non io ho alzato la mano! Perdonami Arles! Perdonami!" –Pianse Gemini lacrime amare e sincere, prima che un nuovo scatto d’ira lo facesse avvampare.

"E invece sì! Volevo ucciderti, brutto vecchio bastardo!" –E si sollevò, colpendo il cadavere con un calcio. E poi con un altro, ed un altro ancora, sfogando la sua rabbia, la sua ira repressa, sudando disperatamente e continuando a ridere, a sghignazzare follemente, osservando il frutto del suo macabro delitto impossibilitato a reagire. Avrebbe voluto sentirlo gemere, avrebbe voluto sentirlo urlare, pregarlo di smettere, sentirlo supplicare umilmente pietà. E poi lo avrebbe colpito lo stesso, al cuore.

Infine, stanco di giocare, Gemini sollevò il corpo lacerato del Primo Ministro e lo avvolse nella sua tunica imbrattata di sangue, portandolo in fretta alla fine della grande terrazza panoramica, aldilà della Statua di Athena. Balzò sulla ringhiera di marmo, che si affacciava a precipizio su un burrone irto e scosceso, e gettò il corpo del vecchio servitore di sotto, osservandolo precipitare e schiantarsi e finire nella dimenticanza. Non appena lo ebbe fatto, un nuovo nodo lo strinse al cuore, bloccando il suo respiro, facendolo barcollare per un momento, sulla vetusta ringhiera di marmo, e cadere all’interno, sul pavimento dietro la Statua di Athena.

"Sono colpevole!" –Si disse, terrorizzato. E si voltò istintivamente intorno, cercando qualcuno, perlustrando l’intera terrazza con un solo colpo d’occhio, preoccupato che qualcuno lo avesse visto, imbarazzato per il delitto di cui si era appena macchiato.

Ma poi si riprese, rimettendosi in piedi e ripetendo a se stesso di non aver fatto niente di sbagliato. La sua scalata al potere era iniziata ed era ovvio che vi fossero ostacoli durante il tragitto. Egli avrebbe dovuto rimuoverli tutti, senza remore, poiché soltanto così avrebbe potuto regnare incontrastato sul Grande Tempio di Atene, e sul mondo intero. La morte non era più un crimine, se finalizzata a realizzare il suo grandioso progetto, ma uno strumento resosi necessario dalle circostanze e dal bisogno.

Sicuro di sé, si allontanò dalla terrazza panoramica, avviandosi verso le Stanze del Grande Sacerdote, mentre il suo cuore per l’ultima volta urlava di dolore e disperazione, tremante come un bambino. Ma Gemini passò oltre, tirando a dritto, senza ascoltare i tormenti del suo animo, gli ultimi residui di bontà che presto sarebbero stati estirpati. Se lo avesse fatto, avrebbe visto la Statua di Athena piangere lacrime di sangue.

Recuperò l’elmo dorato di Arles, infilando a passo svelto nelle Stanze del Sacerdote, alla ricerca di vestiti da indossare. Sfilò la propria Armatura ed indossò i paramenti tipici dell’Oracolo di Athena, completando il suo travestimento con ornamenti preziosi e con la maschera del Sacerdote, incastonata nell’elmo d’oro. Prima di uscire, e di prendere il suo posto sul trono di Grecia, si osservò in un grande specchio a parete e si trovò splendido, in grado di emanare una solenne dignità regale. Ma poi, fissando l’immagine, essa iniziò a cambiare e al posto dell’elmo dorato e della tunica, dei gioielli e delle collane, comparve la sagoma di un gigantesco demone, un’ombra immensa che oscurò lo splendore regale in cui Saga si era ritrovato poc’anzi.

"Maledettoooo!!!" –Gridò Gemini, colpendo lo specchio con un globo di luce e mandandolo in mille frammenti. Quindi si allontanò, entrando nella Sala del Grande Sacerdote, dove altre volte si era recato per chiedere udienza.

E in quel momento, seduto sul trono in velluto rosso, non poté che pensare a lui, al Grande Sacerdote, l’uomo che doveva uccidere per prendere definitivamente il suo posto.

Dove sei, Grande Sacerdote? Mormorò Gemini, espandendo il proprio cosmo, alla ricerca di quello del suo avversario. Scivolò lungo la Collina della Divinità, lambendo le Dodici Case dello Zodiaco, ma non lo trovò. Continuò a scendere, arrivando all’Arena, all’infermeria, alle residenze dei soldati, all’ippodromo, al muro di confine del Grande Tempio, ma anche qua non trovò tracce di Sion.

Improvvisamente la sua ricerca fu interrotta da un delicato bussare al grande portone. Gemini si scosse, per un momento impaurito che qualcuno potesse riconoscerlo, prima di recuperare il controllo di sé ed osservare l’aggraziata sagoma del Cavaliere d’Oro dei Pesci entrare nel grande salone.

"Cavaliere d’Oro di Fish!" –Lo chiamò, con voce solenne. –"Cosa ti porta alla Tredicesima Casa?"

"Ho cosparso la scalinata tra la Dodicesima Casa e la vostra Residenza di rose rosse, mio Signore, come vi avevo informato in precedenza!" –Spiegò Fish. –"Nessun nemico adesso potrà giungere fino a voi! Il profumo delle rose di sublime bellezza è così intenso da far perdere i sensi e condurre ad una lenta e dolce morte tutti coloro che inalano anche per pochi minuti il loro odore!"

"Ottima mossa! Sono fiero di te, Cavaliere di Fish!" –Esclamò Gemini. –"Puoi tornare al tuo Tempio, adesso!"

"Come?!" –Esclamò Fish, alzandosi in piedi improvvisamente. –"Tornare alla Dodicesima Casa?! Ma mio Signore, e la vostra sicurezza?! Io sono qua per proteggervi, l’ultima difesa in caso di avanzata dei Guerrieri Egizi!"

"E sono certo che saprai difendermi al meglio, Cavaliere di Fish!" –Esclamò Gemini, sperando di convincerlo. –"Ma non voglio, anzi esigo, che alcun nemico metta piede alla Tredicesima Casa! Sarebbe inammissibile, una vera offesa ad Athena, che gli invasori del suo Tempio giungano fino alla Residenza dell’Oracolo da lei scelto! No, Cavaliere di Fish, i Guerrieri Egizi devono essere fermati prima! Questa Casa non diverrà scenario di guerra! Sarebbe una mancanza di rispetto troppo grande nei confronti della Dea!"

"Capisco!" –Mormorò Fish. –"Avete ragione, mio Signore! Il Tempio di Athena non deve essere sporcato da sangue impuro! Tuttavia… temo per voi!"

"Per me?" –Domandò Gemini.

"Sì, per voi! Non so perché, non riesco ad interpretare i pochi segnali confusi che ruotano nella mia mente! Ma se i miei sensi non mi ingannano, sento un grave pericolo incombere su di voi!"

"Apprezzo il tuo interessamento genuino, Cavaliere di Fish, ma ti incito a non preoccuparti! Soltanto la vecchiaia è il pericolo che maggiormente potrebbe incombere su di me!" –Esclamò Gemini, pregando il Cavaliere di prendere posizione alla Dodicesima Casa. –"Mi affido a te, ultimo custode!"

"Ai vostri servizi!" –Si inchinò Fish, allontanandosi.

Uscito dalla stanza, Gemini tirò un sospiro di sollievo. Finalmente si era liberato anche dell’ultimo scocciatore e, con i Guerrieri Egizi che combattevano all’Ottava Casa, era certo che Fish avrebbe avuto qualcosa di cui occuparsi nelle prossime ore. E si sentì soddisfatto per essere riuscito ad ingannarlo. Si alzò nuovamente dal trono, ritirandosi nelle sue stanze, sentendo il corpo stanco e maleodorante. La sabbia del deserto gli era rimasta incollata addosso, così come l’odore del sangue, echeggiando nella sua mente e risvegliando in lui ricordi che voleva tenere sopiti. Per sempre.

Si spogliò, poggiando i vestiti sul letto, ed entrò nella Sala della Purificazione, dove una grande vasca, poco profonda, cullò i propri affanni per una buona mezz’ora. Cercò di rilassarsi, di non pensare a niente, soltanto al potere immenso che presto sarebbe stato nelle sue mani. Ma per realizzare tale progetto doveva uccidere il Sacerdote, l’unico che in quel momento potesse ostacolarlo.

Si distese sul bordo della vasca, lasciandosi lambire da caldi spruzzi di acqua, accarezzando i suoi lunghi capelli grigi. E pensando al luogo in cui il Sacerdote potrebbe essere nascosto. Deve essere un luogo isolato, sicuro, dove i Guerrieri Egizi non lo troverebbero mai! Rifletté, e per un momento lo colse anche il dubbio che forse avesse momentaneamente lasciato la Grecia, trovando rifugio ed ospitalità presso il governo di qualche stato. Ma improvvisamente un’idea guizzò nella sua mente, veloce come un fulmine. E allora Gemini comprese. Che il potere, che tanto aveva cercato, era proprio a portata di mano.

Uscì dalla vasca, correndo nelle sue stanze ed indossando nuovamente la propria Armatura dei Gemelli. Corse fuori, sulla grande terrazza panoramica, tirando uno sguardo verso occidente. Il sole stava lentamente scendendo in mare ed il paesaggio sottostante risplendeva di un acceso color amaranto. Gemini sogghignò, prima di sfrecciare via, in un tramonto che presto si sarebbe tinto di sangue.

Impiegò pochi minuti per raggiungere la Collina delle Stelle, il luogo in cui da tempi immemori i Sacerdoti di Athena si recavano per osservare le stelle e leggere i loro spostamenti. Gemini sapeva che era un luogo riservato, che l’accesso ad esso era riservato soltanto all’Oracolo di Athena, ma egli, che sentiva se stesso come il Messia della sua epoca, non ebbe alcun problema a salire l’irta collina e a raggiungere la sommità. Là, in piedi sulla terrazza, vicino ad un grande telescopio, trovò Sion, il Grande Sacerdote, avvolto nella sua tunica bianca, che svolazzava al vento fresco della sera, per niente stupito di trovarselo di fronte.

"Ho temuto questo giorno, Gemini! E dentro di me ho sperato che non arrivasse mai!" –Esclamò Sion, fissando il Cavaliere d’Oro avanzare verso di lui.

"Hai paura di morire, Grande Sacerdote?" –Ironizzò Gemini, con aria di sfida.

"Non per me temo, Gemini! Ma per te!" –Rispose Sion, con voce triste.

"Per me?! Uah ah ah! Un condannato in punto di morte che si preoccupa per il suo carnefice!" –Sghignazzò Gemini come un folle.

"Getta via quella maschera!" –Ordinò perentoriamente Sion, muovendo il braccio destro al punto da creare un’onda di energia che scaraventò Gemini a terra, sbattendolo sul pietroso suolo della Collina e facendogli perdere l’elmo della sua corazza. –"Getta via la maschera d’ombra che è scesa sul tuo cuore, Gemini! E ritrova te stesso! So che puoi farlo!"

Gemini rimase per un momento paralizzato, quasi ipnotizzato dalle decise parole dell’uomo di fronte a lui, un vecchio di duecento anni che ancora, con il suono della sua voce, poteva comandarlo, poteva comandare al suo spirito. Quella era la vera nobiltà, la vera aura divina che egli aveva creduto di vedere nello specchio. La parte buona del suo animo per un momento riemerse dall’oscuro baratro della sua coscienza, obbligandolo a chiedersi cosa stesse facendo, contro chi stesse per levare la mano. Ma l’ombra, implacabile, calò nuovamente la nera falce sul suo spirito, senza dargli tregua.

"Sono già me stesso, Grande Sacerdote!" –Esclamò Gemini, rimettendosi in piedi. –"Non mi vedi? E presto sarò anche te!"

"Se ti arrendi adesso, se lasci che l’ombra domini il tuo animo, non riuscirai più a cacciarla, non riuscirai più a tornare il Cavaliere di Athena che eri un tempo, il magnanimo, nobile, splendente Cavaliere di Gemini!" –Affermò Sion, ma le sue parole si persero nel vento.

"Guarda, Grande Sacerdote, la mia nobiltà!" –Esclamò Gemini, espandendo il proprio cosmo, forte e possente, prima di scagliare contro Sion il suo colpo segreto. –"Esplosione Galattica!"

Il Grande Sacerdote venne sollevato da terra, sbalzato in aria di parecchi metri, mentre pianeti ed asteroidi esplodevano intorno a lui. L’energia cosmica sprigionata dal colpo segreto di Gemini lo travolse e per un momento sentì il suo corpo cedere, andare in frantumi, come le stelle distrutte intorno a lui. Ricadde a terra qualche metro indietro, perdendo l’elmo e la maschera e rivelando il suo vero viso.

"Potente è l’ombra dentro di te, Cavaliere di Gemini! Potente al punto da oscurare la lucentezza del tuo cosmo e delle stelle, che esplodono buie e solitarie!" –Esclamò Sion, rimettendosi a fatica in piedi, di fronte agli occhi sconvolti di Gemini, che credeva di averlo ucciso. –"Pur tuttavia io credo ancora in te, credo ancora nella purezza del tuo cuore! E so che anche tu lo senti!"

"Sentire cosa?" –Domandò Gemini, indisponente.

"Il richiamo di Athena! Una voce lenta ma profonda, un canto di pace che suona dentro di te, che ti ricorda continuamente chi sei e cosa sei stato, gli ideali in cui hai creduto e per cui sei diventato Cavaliere!" –Rispose Sion, con le lacrime agli occhi. –"Sei un Cavaliere d’Oro, Saga! Il Cavaliere d’Oro di Gemini! Il Cavaliere d’Oro che presiede alla Terza Casa! È nel tuo potere fermare l’ombra, fermare la falce distruttrice della morte che sta facendo a pezzi il tuo spirito! E devi farlo, qui, ora! Con il mio aiuto e quello di Athena!" –Affermò Sion, con voce piena di dignità e potenza.

"Io… io…" –Balbettò Gemini, tenendosi la testa e scuotendola a destra e a sinistra. –"Non posso farlooo!!! Non posso! Non ci riesco! È dentro di me, lo sento, mi sta… mi sta uccidendolo!!!" –Gridò come un pazzo, strappandosi i capelli, che per un momento parvero cambiare colore e ritornare del suo bel blu acceso.

Sion si avvicinò, osservando il Cavaliere contorcersi sul terreno, mentre una violenta psicomachia, una battaglia per l’anima, era in corso dentro di lui, tra la luce e l’ombra, il bene e il male. Espanse il proprio cosmo, caricandolo di tutta l’energia che poteva recepire dalle stelle, e gliene fece dono, per aiutarlo nella difficile lotta, sperando che con il suo aiuto, con la sua guida, potesse ritrovare la strada smarrita.

Ma il contatto con il cosmo di Sion, così carico di amore e di affetti, così pieno di ricordi e di memorie lucenti, fece impazzire quel che rimaneva dello spirito di Gemini. La Pietra Nera liberò tutta la sua possente energia negativa, avvolgendo il Cavaliere d’Oro in una fitta nube di ombra, annientando la luce e il chiarore delle stelle e relegando la vera anima di Gemini, quella che realmente voleva la giustizia, ad una prigionia perpetua.

"Io sono il Messia di quest’epoca, l’uomo adatto per dominare il mondo!" –Esclamò di scatto, sollevandosi in piedi, con occhi infuocati e spettrali. –"E tu, misero uomo, sei soltanto di intralcio ai miei grandiosi progetti!" –Aggiunse, puntando un dito contro Sion, che venne scaraventato indietro da una possente energia cosmica. –"Ucciderò Athena, quella puerile bambina, e lo farò stanotte, prima che il suo cosmo cresca, prima che possa rivelarsi alla cerimonia di iniziazione!"

"Fermati, Gemini, basta! Non sai cosa stai dicendo! Non sai cosa…" –Esclamò Sion, tra le lacrime disperate, prima che Gemini fosse su di lui, afferrandolo per il collo e sollevandolo da terra.

"Aah, guardatemi Dei delle Stelle! Guardate l’uomo più forte di Atene, l’uomo più forte di questo mondo! In questo pugno, in questo misero pugno, stringo il volto dell’ultimo ostacolo ai miei progetti!!" –Esclamò Gemini febbricitante, prima di fissare Sion con i suoi occhi rossastri e dargli l’ultimo addio. –"Hai adempiuto bene al tuo compito, Grande Sacerdote! Hai preparato bene il mio esercito per la guerra! Adesso puoi anche morire!" –E lo scagliò in alto, travolto da una violenta energia cosmica che fece esplodere il suo stanco corpo, privandolo della vita.

Sion ricadde a terra, sul piccolo piazzale antistante all’osservatorio, ma non riuscì più a rialzarsi, privo ormai di forze. Le poche che gli erano rimaste le aveva usate per salvare Gemini, ma aveva fallito. E di questo si crucciò.

Gemini si avvicinò all’uomo, chinandosi su di lui, per assicurarsi che fosse morto, ma quando voltò il suo corpo, ebbe timore del suo viso. Sion stava piangendo, rattristato per non essere stato in grado di aiutarlo a cacciare via l’ombra, a cacciare via il demone dall’animo del Cavaliere d’Oro. Debolmente, Sion gli afferrò una mano e lo fissò per l’ultima volta negli occhi.

"Lasciati guidare da Athena!" –Mormorò. –"Lei ti perdonerà! E lo stesso.. ho fatto io!" –E spirò così, l’ultimo Grande Sacerdote di Atene.

In quello stesso momento, molte migliaia di chilometri ad est, nella Cina Meridionale, il Vecchio Maestro di Libra ebbe un mancamento e crollò disteso lungo il terreno pietroso del picco di fronte alla cascata dei Cinque Picchi. Quando riuscì a riprendersi, e a sollevare nuovamente lo sguardo, trovò un enorme cielo oscuro che lo sovrastava. Perse lo sguardo nell’infinito sopra di lui, cercando le flebili stelle che ancora brillavano in lontananza. Ma si accorse, con timore, che una si era ormai spenta. E capì.

Addio Sion! Mormorò Dauko, tornando a sedere di fronte alla cascata dei Cinque Picchi. Addio amico mio! Aggiunse, mentre lacrime scendevano sul suo viso rugoso.

Anche Mur, Cavaliere di Ariete, percepì lo spegnersi del cosmo del suo maestro. Non riuscì a comprendere come fosse accaduto, troppo giovane ed inesperto per aver ancora controllo su tale materia, ma sentì chiaramente che Sion, il buon maestro che, seppure in tarda età, lo aveva addestrato, aveva lasciato il suo mondo. Si alzò dal letto in cui riposava ed uscì fuori sulla terrazza, ad ammirare il cielo e si augurò che il vento potesse portare a Sion il suo ultimo saluto. Il suo ultimo abbraccio.

"C’è qualcosa che ti turba, Mur?" –Esclamò una voce di donna, apparendo dietro di lui.

Mur si voltò e trovò il volto sorridente, ma preoccupato, di sua madre fissarlo con curiosità. Le sorrise, pregandola di non stare in pena per lui.

"Avevo soltanto bisogno di prendere aria!" –Rispose, rientrando in casa. –"E di inviare un saluto al mio Maestro, ringraziandolo per avermi addestrato e avermi fatto diventare uomo!" –Aggiunse tra sé.

Sua madre era seduta in cucina, vicino ad un pentolino di acqua calda che aveva messo a bollire. Mur le si avvicinò, prendendole le mani tra le proprie. Le era molto affezionato ed aveva sofferto quando sei anni prima avevano dovuto separarsi, quando aveva raggiunto la Grecia, dove Sion lo aveva allenato. Pochi giorni prima, quando il Grande Sacerdote gli aveva chiesto di portare una lettera a Libra, in Cina, Mur aveva chiesto un permesso speciale, anche soltanto di un giorno, per recarsi a fare visita a sua madre, che non vedeva da troppo tempo e di cui sentiva la necessità.

La donna viveva in Jamir, in un’alta regione montuosa tra l’India e la Cina, dove l’aria era così rarefatta da rendere difficoltosa la respirazione per coloro che non vi erano abituati. Là, in quell’ostile e riparata regione, ben protetta da valli e montagne, e da sentieri inaccessibili, una colonia di discendenti dell’antica civiltà di Mu, il continente perduto del Pacifico, si era stabilita millenni prima, dando vita a piccoli centri culturali, come monasteri o villaggi di alta quota. Ma, con il trascorrere del tempo, isolati nella loro beatitudine, i discendenti di Mu erano diminuiti e Mur era l’ultimo, il più giovane della sua famiglia.

"Ti senti solo?" –Domandò sua madre, vedendo la tristezza della solitudine negli occhi del figlio.

"Mi sento vuoto!" –Rispose Mur, raccontando ciò che aveva sentito.

La madre si dispiacque, poiché anch’ella aveva sentito parlare di Sion, per quanto non l’avesse mai incontrato, discendente anch’egli dell’antico popolo di Mu.

"Hai grandi responsabilità adesso!" –Esclamò la madre. –"Per adesso sei l’ultimo discendente di Mu, a meno che non ti nasca un fratellino nel prossimo futuro! L’ultimo superstite della nostra civiltà! A te affidiamo il compito di diffondere la nostra cultura, unica nel suo genere!"

"Non so se sarò in grado di farlo!" –Rispose Mur. –"Ho trascorso molto tempo lontano da casa, perso nei miei addestramenti in terra di Grecia, ed ho dimenticato molti usi e costumi del nostro popolo!"

"Se Sion ti ha addestrato bene, io credo che molte tradizioni tu già le conosca! Prima tra tutte l’arte di riparare le Armature, un’arte sublime e delicata, che fa di te un maestro nella lavorazione dei metalli!" –Esclamò sua madre, preparando una calda tisana di erbe. –"Inoltre qua, nella nostra biblioteca, ci sono migliaia di volumi, di erboristeria, scienza medica, anatomia, ingegneria pratica, a disposizione di una mente aperta ed elastica come la tua! Adesso che sei diventato Cavaliere, e che hai terminato l’addestramento, potrai dedicare più tempo a te stesso, ai tuoi studi! E forse anche alla tua famiglia!" –Aggiunse sua madre, ma Mur preferì lasciar cadere il discorso, essendo troppo confuso riguardo al suo futuro e triste e amareggiato per la morte di Sion.

Uscì nuovamente fuori, sulla terrazza dello strano edificio in cui viveva con sua madre, sulla cima di una sporgenza rocciosa, e cercò di mettere insieme le idee. Il suo Maestro era morto ed era suo dovere tornare al Grande Tempio, per presenziare ai suoi funerali e per assistere alla scelta del successore. Chissà chi diverrà Grande Sacerdote? Si chiese. Chissà se Sion aveva già qualcosa in mente? Probabilmente sì, non era uomo da lasciare tutto al caso, soprattutto un fardello simile!

"Non tornare al Grande Tempio, Cavaliere di Ariete!" –Parlò improvvisamente una voce al suo cosmo. –"Non è più luogo sicuro, adesso che l’ombra vi ha steso un opprimente velo di tenebra!"

"Ve.. Venerabile Maestro di Libra!" –Balbettò Mur, riconoscendo il cosmo dell’anziano maestro. –"Cosa volete dire? Non dovrei tornare?"

"No, se ti è cara la vita e la salvezza di Athena!" –Rispose Libra. –"Raggiungimi ai Cinque Picchi! Prima possibile! Abbiamo molte cose di cui parlare!" –Ed il suo cosmo scomparve, lasciando Mur da solo, esposto al vento freddo di quella notte oscura.

Il Cavaliere di Ariete sospirò, voltandosi nuovamente verso l’interno, e sorrise a sua madre che si era addormentata sul bancone della cucina. Ripensò a ciò che gli aveva detto il Vecchio Maestro, a ciò che apprendeva dalle sue sensazioni, e rientrò in casa, piuttosto incerto sul suo futuro. L’unica certezza che aveva è che sarebbero trascorsi molti anni prima di un suo ritorno in Grecia.