CAPITOLO TRENTATREESIMO. FOLLE LOTTA.

Andromeda seguì Pan, Dio delle Greggi e delle Selve, che lo aveva afferrato per mano e trascinato nel cuore del bosco, continuando a suonare il suo flauto di canne, saltellando allegramente. Il Dio caprino lo aveva pregato di andargli dietro, essendo desiderio del suo Signore incontrarsi con lui.

"Chi è il tuo Signore?" –Aveva domandato Andromeda, lasciandosi trascinare da Pan. – "Zeus?"

"Oh no! Zeus è il Signore di tutto, qua sull’Olimpo! Ma il Dio a cui appartengo e a cui sono devoto è un altro, uno dei figli che Zeus ebbe dalle diverse spose divine!" –Aveva commentato Pan, zufolando con brio. – "Beh, per la verità il suo parto fu molto, molto particolare!" – Aveva ridacchiato, continuando a trascinare Andromeda.

La strana coppia si era lasciata alle spalle la Foresta di Artemide, costeggiando un ampio bosco di lauri che correva alla loro destra, descritto da Pan come il bosco dietro al Tempio del Sole, antica residenza del Dio Apollo.

Ci stiamo allontanando dalla Via Principale! Commentò Andromeda, cercando di orientarsi alla meno peggio.

Ed infatti il luogo in cui Pan stava conducendo il ragazzo si trovava al limite occidentale dell’Olimpo, proprio a ridosso di un ampio rilievo che costituiva la vera cima del Sacro Monte, sulla quale sorgeva la Reggia di Zeus.

Ben presto il bosco iniziò a diradare, lasciando il posto ad ampi filari di vite, lavorati abilmente e con grande sistematicità, al punto da stupire Andromeda per la grandezza di quelle coltivazioni, che sembravano immensi archi che puntavano verso il cielo grigio. In mezzo ai filari di vite trottavano allegramente strani esseri simili a Pan, dall’aspetto semicaprino; alcuni di loro coglievano l’uva matura, mentre altri si sollazzavano al suolo, rotolandosi sul terreno e gustandosi i frutti appena raccolti, in compagnia di prosperose fanciulle seminude, vestite soltanto con pelli di animali e cinte di edera.

"Quelle sono le baccanti, le donne che praticano il culto di Dioniso!" – Le presentò Pan, salutando qualcuna di loro, che risposero con un gran sorriso gaio. – "Mentre i mezz’uomini in loro compagnia, se così possiamo definirci, sono i satiri!"

"Dioniso!" –Mormorò Andromeda, realizzando chi fosse la misteriosa Divinità che aveva chiesto di incontrarlo. E si ricordò della leggenda relativa al suo parto.

Figlio di Zeus e di Semele, Dioniso nacque estratto dal Dio stesso dal corpo della ragazza, morta consumata dal fuoco divino, per l’inganno tessuto da Era, gelosa del tradimento del marito!

"Lo vedrai tra poco! Guarda!" – Esclamò Pan, indicando avanti.

Il terreno digradava leggermente, fino a condurre i due di fronte ad un ampio bacino di acqua lacustre, dove alcune menadi si bagnavano nude, scherzando tra loro sotto la scrosciante acqua che cadeva dalla roccia sopra di loro, una piccola cascata naturale che contribuiva a potenziare l’atmosfera mitica di quel luogo senza tempo.

Incredibile! Commentò Andromeda, guardandosi intorno sconvolto. Sembra che qua il tempo non scorra, che non abbia importanza! Vendemmia in primavera! Uomini e donne sempre giovani, che si sollazzano spensierati tra i vigneti! Un vero paradiso terrestre!

"Pan! Finalmente sei tornato!" – Esclamò una decisa voce maschile.

Andromeda si voltò e finalmente si trovò di fronte al virgulto Dio della Natura Selvaggia, del Vino e dell’Ebbrezza, Dioniso.

Il Dio si presentò di fronte a loro indossando una leggera, quanto semplice, tunica biancastra, fermata in vita da una cintura di foglie di vite, la quale era molto larga e lunga, al punto da strusciare in terra. Fisicamente non era molto alto, di aspetto tozzo e paffuto, con un viso tondo e guance rosse, al centro del quale spuntavano due occhi verdastri, come la natura rigogliosa che lo circondava. Spettinati capelli marroni spuntavano dalla corona vegetale che portava sul capo, formata intrecciando foglie di vite e grappoli di uva.

Dietro di lui venivano una decina di baccanti e di satiri, che tenevano disordinatamente il lungo mantello rossastro del Dio, e canticchiavano strofe di qualche poema sconcio.

"Tacete, voi!" – Li zittì Dioniso, prima di incamminarsi verso il suo trono.

Un panchetto ricoperto di velluto sul quale il Dio si distese poco dopo, mentre alcune baccanti gli porgevano profumati grappoli di uva appena colta.

"Dunque sei tu il Cavaliere di Andromeda!" – Commentò infine il Dio, rivolgendosi al ragazzo, sempre più straniato nel trovarsi in una situazione simile. –"L’uomo che è riuscito a rigettare Ades dal suo corpo, grazie all’aiuto divino di Athena!"

"Sì, Dio dell’Ebbrezza, sono io, Shun di Andromeda!"

"Bravo, bravo ragazzo!" – Si complimentò il Dio, mordicchiando gli acini di un grappolo d’uva. –"Hai fatto bene, sai? Ades non mi è mai piaciuto tanto… Per quanto sia il fratello del Sommo Zeus, nonché del mio creatore, Ades mi riesce veramente difficile capirlo! Distruggere la Terra, isterilendola, creando un secondo Inferno?! Follie!!!" –Tuonò il Dio, cambiando l’espressione del suo volto, che adesso si fece irata, prima di rabbonirsi nuovamente. – "Distruggere i verdeggianti campi coltivati, capaci di offrire molto più di quanto un Dio possa creare?! Follia! E ti assicuro che di follia me ne intendo!" –Aggiunse scherzando.

Andromeda ascoltava con interesse il Dio del Vino, ma anche con un certo timore, preoccupato per quei suoi continui sbalzi di umore, sperando che si rivelasse un alleato o comunque non un ostacolo nella sua Scalata all’Olimpo.

"Pensa che nelle ore in cui Ades scatenò la Grande Eclissi, i miei raccolti hanno rischiato di non produrre le abbondanti messi che invece mi hanno offerto! Tutto merito del mio Divino Cosmo!" – Commentò Dioniso.

"Divino Dioniso!" –Si fece coraggio Andromeda. –"Sapete che Athena è stata imprigionata da Zeus nella Torre Bianca, non è così?"

"Certamente! Chi non è stato informato di tale evento?!" –Ironizzò il Dio, continuando a mordicchiare un grappolo di uva, senza mostrare tropo interesse o soddisfazione per un tale fatto.

"Come suo Cavaliere, è mio preciso compito arrivare da Zeus e salvarla!" –Esclamò Shun, con decisione. –"Vi prego quindi di non opporre resistenza, in modo da permettermi di proseguire!"

"Resistenza?!" –Esclamò infine Dioniso, mettendosi a sedere compostamente. –"Ho forse manifestato io resistenza?!? Non ho forse inviato il mio fido Pan a recuperarti, salvandoti dalle pericolose insidie della Foresta di Artemide?"

"Non era mia intenzione offenderla, Divino Dioniso.. semplicemente…"

"Semplicemente?!" –Chiese Dioniso, osservandolo di sottecchi, mentre Pan, in piedi accanto a loro, non osava fiatare.

"Semplicemente ho fretta.. Mi preme salvare Athena quanto prima…" -Confessò il ragazzo, manifestando la sua impazienza.

"Ahahahah!" –Dioniso esplose in una folle risata. –"Se è solo questa la tua preoccupazione, caro ragazzo, allora considerala già risolta! Svelti…!" –Esclamò, rivolgendosi ad alcune baccanti. –"Portate cibo e acqua per questo giovane! Che si rifocilli all’istante!"

"Non è il caso, Dio del Vino.. Devo raggiungere la Reggia di Zeus quanto prima!"

"E la raggiungerai! Ma non in queste condizioni! Sei stanco e affamato, e devi nutrire il tuo corpo, o verrai sconfitto dai Cavalieri Celesti!"

Immediatamente un gruppetto di baccanti imbandì un’elegante tavola nell’erba intorno a loro, ponendovi invitanti piatti dall’aspetto ammaliante e brocche di acqua fresca e di vino, appena prodotto, mentre altre gettavano foglie di vite al vento, diffondendo un dolce profumo.

"Tieni!" –Esclamò Dioniso, porgendo una coppa dorata al giovane, e tenendone una per sé. –"Brinda con me, ragazzo! C’è un tempo per tutto, e verrà anche quello per salvare la tua Dea!"

Andromeda afferrò la coppa con una certa titubanza, e qualcosa in fondo al cuore gli disse che non avrebbe dovuto bere. Ma quel profumo era così intrigante, quell’odore era così invitante, che il ragazzo ne restò inebriato, quasi drogato, sotto effetto anche di quei misteriosi, ma ammalianti, aromi di cui l’aria era intrisa.

Ne bastò un sorso, di quel vino drogato, per far barcollare Andromeda e farlo accasciare al suolo, davanti allo sguardo follemente soddisfatto del Dio del Vino.

"C’è un tempo per tutto, ragazzo!" –Commentò Dioniso, scolando con un solo sorso la sua coppa dorata, e gettandola poi via. –"Anche per morire!"

Subitamente un gruppo di satiri circondò il corpo inerme di Andromeda, spogliandolo delle Divine vestigia che lo ricoprivano. Qualcuno di loro esclamò estasiato, desiderando possedere quel nobile metallo, quella corazza brillante e resistente, ma qualcun altro preferì possedere il corpo del giovane, vedendolo così naturale nella sua provocante nudità.

"Portatelo nel vigneto! Che il rito abbia inizio!" –Tuonò Dioniso, alzandosi in piedi.

I satiri sollevarono il corpo di Andromeda, caricandolo sulle loro spalle e portandolo via, al centro del Vigneto Divino, dove un cerchio di donne e satiri li stava attendendo. Pan affiancò Dioniso, continuando a zufolare con il suo flauto a canne, ma il Dio, che non aveva voglia di scherzare, lo colpì con forza sulla bocca, spaccandogli il labbro e spingendolo a terra.

Improvvisamente il cerchio si aprì, lasciando entrare una processione di donne semi-nude, il cui volto era coperto da una maschera, e che reggevano in mano il tirso, un bastone ricoperto da pelli di animali, in cima al quale spiccava una maschera, coronata da edera e pampini.

"Ooh, mie menadi! Mie invasate!" –Urlò Dioniso, follemente attratto da quel rito, da quel culto in cui veniva fatto oggetto di venerazione, in un’ebbrezza infinita, a tratti mortale. –"Ecco Dioniso, ecco il Dio, prendetelo, e assaporatelo!"

Detto questo, ordinò ai satiri di lanciare il corpo inerme di Andromeda al centro dello spiazzo, mentre le menadi battevano con forza i loro bastoni a terra, prima di sollevarli al cielo, cantando inni di adorazione al Dio. In breve, Shun fu circondato da un buon numero di donne, in delirio dionisiaco, che si avvinghiarono con forza al suo corpo, per farlo proprio, come volevano che il Dio fosse per loro.

E tutto intorno, nel vigneto e allo stagno, e nei boschi circostanti, satiri e menadi si univano tra di loro, in orgiastici riti in onore al Dio a cui la loro esistenza era votata.

Le mani confuse delle donne, travolte da un’irrefrenabile pazzia, correvano sul corpo di Shun, graffiandolo, stringendolo a sé, contendendoselo tra di loro, anche con la forza. Soprattutto con la forza.

Una donna morse il braccio di un’altra, prima di venir tirata indietro per i capelli e percossa, mentre Dioniso sogghignava ardentemente, continuando a sorseggiare il delizioso nettare che gli veniva offerto, senza prestare troppa importanza ad un leggero vento che aveva iniziato a soffiare, smuovendo i tralci di vite.

Riscosso dal torpore in cui era precipitato, Shun riprese lentamente i sensi, cercando di comprendere cosa stesse accadendo, ma era ancora troppo drogato per reagire.

"Aaa.. Athena.." –Mormorò il ragazzo, provando a liberarsi dall’avvolgente presa delle donne intorno a lui.

Il vento si fece più impetuoso, smuovendo con forza i tralci di vite, e facendo svolazzare gli abiti del Dio del Vino, che dovette appoggiarsi a un satiro per non cadere. Questo fu abbastanza per risvegliare completamente Shun.

Per quanto debole fosse, il ragazzo si sforzò di reagire, scansando le donne invasate, senza far loro del male, non volendo ferirle, ma si accorse presto di non riuscire a liberarsene. Più le scansava infatti, più queste tornavano da lui, in una delirante caccia dei sensi. Shun capì allora che c’era un solo modo per allontanarle.

Concentrò tutti i suoi sensi, prima di far esplodere il proprio cosmo, scaraventandole lontano, mentre le Divine Vestigia di Andromeda apparvero sopra di lui, ricoprendolo poco dopo.

"Come osi?" – Tuonò il Dio del Vino, offeso per il rifiuto del giovane di prendere parte al culto sacro. –"Pagherai con la vita per questa insolenza!"

E scagliò un violento fascio energetico contro Shun che fu travolto e spinto indietro, fino a schiantarsi contro dei sostegni che reggevano la vigna, facendoli crollare. Le menadi e i satiri, spaventati e confusi, iniziarono a scappare urlando, nonostante il Dio dell’Ebbrezza ordinasse loro di non allontanarsi.

"Se le donne che ti ho inviato, per procurarti piacere, non sono state di tuo gradimento… forse lo saranno questi uomini!" –Urlò Dioniso, mentre una quindicina di uomini raggiungeva il cerchio.

Costoro erano alti e ben fatti, rivestiti soltanto da una cintura di pelle animale che copriva loro il basso bacino, ed avevano il volto coperto da una maschera scura, alla quale erano fissate delle corna caprine, da cui il nome con cui Dioniso li aveva battezzati, i suoi Guerrieri Caprini.

Mentre Shun si rimetteva in piedi, ancora frastornato, vide arrivare il mucchio di Guerrieri contro di lui, alcuni brandendo lame, altri delle fruste, ma tutti intenzionati a ucciderlo. Il ragazzo evitò un paio di affondi e poi, resosi conto che il loro agire era completamente manovrato dall’ebbrezza di Dioniso, decise di reagire, seppur a malincuore.

Liberò la Catena di Andromeda e la lanciò avanti, disarmando la maggioranza dei Guerrieri Caprini e travolgendo gli altri, che caddero a terra feriti.

"Rialzatevi!" –Tuonò Dioniso, delirante. –"Rialzatevi e uccidete l’uomo che ha offeso il nostro culto!"

Quasi spinti da un’arcana forza interiore, gli uomini si rimisero in piedi, avventandosi nuovamente contro Shun, il quale ancora una volta si difese con la propria Catena, scagliandoli indietro. Ma ogni volta che li vedeva rialzarsi, nudi e grondanti sangue, provava un immenso dispiacere nel doverli colpire.

"Dioniso!" –Mormorò il ragazzo. – "Devo arrivare a lui! È lui che ha ubriacato l’anima di costoro!"

Evitando l’affondo della lama di un Guerriero Caprino, Shun balzò in alto, usando la Catena come una liana e arrotolandola ai sostegni del vigneto ancora rimasti. Con rapida velocità scavalcò i Guerrieri Caprini, venendo solo colpito alle gambe, di struscio, e si buttò su Dioniso, che lo fissava compiaciuto.

Ma non riuscì a raggiungerlo, in quanto il Dio afferrò una manciata di menadi e se le mise davanti, usandole come scudo umano, ed osservando, senza dispiacere alcuno, la Catena di Andromeda lacerare i loro corpi.

"Maledizione!" –Urlò Shun, atterrando di fronte al Dio, mentre i corpi sanguinanti delle menadi si accasciavano al suolo. –"Dioniso! Combatti con me!"

"Mai!" –Tuonò il Dio, concentrando il proprio cosmo sulla mano destra e spingendolo avanti, sopraffacendo le difese di Shun.

Il ragazzo ricadde nuovamente a terra, mentre mucchi confusi di Guerrieri Caprini e di menadi si buttarono su di lui, sospinti dalla Divina Ebbrezza di Dioniso, il quale, convinto ormai della vittoria, voltò loro le spalle e si incamminò, sbronzo, verso lo stagno.

In quel momento una nuova folata di vento soffiò impetuosamente, agitando le calme acque del laghetto, e sollevando la veste biancastra del Dio, che fu costretto ad appoggiarsi a un traliccio per non cadere. Una seconda folata, dalla forza simile a quella di una tromba d’aria, si abbatté quindi su di lui, travolgendolo e scaraventandolo in alto, fino a farlo precipitare nelle acque dello stagno.

Shun si liberò dei Guerrieri Caprini e delle menadi facendo esplodere il proprio cosmo, mentre le veloci rotazioni della Catena di Andromeda, disposta intorno a lui a forma circolare, impedivano agli invasati uomini di avvicinarsi nuovamente.

Ma anche a me di uscire! Commentò Shun, riflettendo con preoccupazione. Non lo avrebbero lasciato passare, quello era chiaro! Per quanto la loro volontà fosse annebbiata dai vapori dell’alcol, e dal Divino Cosmo di Dioniso, quei Guerrieri e quelle donne sarebbero morti pur di trattenere il Cavaliere di Athena.

Improvvisamente furono tutti spazzati via, da una violenta bufera che si abbatté sul vigneto, risparmiando incredibilmente Shun, che si trovava al centro dello spiazzo. Indebolito e in parte drogato, il ragazzo fu quasi sul punto di lasciarsi cadere a terra, quando gli parve di vedere una mano, ricoperta da una scintillante armatura celeste, avvicinarsi al suo viso, incitandolo ad aggrapparsi ad essa.

Non capì neppure lui come accadde, ma pochi istanti dopo Shun si trovò in volo, sopra lo stagno, sopra i vigneti inebrianti di Dioniso, stretto al corpo di un Cavaliere il cui cosmo gli evocava sensazioni conosciute.

"Eccoci a terra!" –Esclamò una decisa voce maschile, depositando il corpo di Shun in mezzo a un gruppo di alberi, un paio di chilometri a est delle terre stagnanti di Dioniso.

Shun tentò di rialzarsi, ma ancora troppo debole ricadde a terra, osservando la figura di fronte a sé. Un uomo alto e snello, con un bellissimo viso che emanava un’aura di antica saggezza, gli sorrideva con due occhi grigi, profondi come l’universo. Indossava un’Armatura Celeste, molto accattivante, sulla schiena della quale erano fissate due grandi ali azzurre, le stesse che gli avevano permesso di piombare dall’alto e salvarlo.

"Io.. ti conosco… tu sei… Euro, figlio dell’Aurora!" –Balbettò Shun.

"E tu, se la mia memoria non fa scherzi, dovresti essere Shun di Andromeda, Cavaliere di Athena!" –Sorrise il figlio di Eos.

"Cosa fai qua? E perché mi hai salvato?" –Domandò Shun, stordito dal suo comportamento.

"Avresti preferito rimanere prigioniero di quel pazzo di Dioniso?" –Ironizzò il ragazzo, mentre Shun si rimetteva in piedi. – "Sono rimasto finora con Titone, per consolare il suo cuore addolorato dalla morte di mia madre! Povero vecchio.." –Commentò con un sospiro. –"Per quanto sia sempre stato cosciente dell’abisso che c’era tra di loro, un mortale e una Dea, quell’uomo l’ha sempre amata, per tutti questi millenni, come la prima volta in cui lei l’aveva visto a Troia! Credo che il suo vecchio cuore non resisterà a lungo, e se anche fosse risparmiato da questa guerra, la morte lo coglierà comunque!"

"Credevo fosse immortale.." –Mormorò Shun.

"E lo è, fisicamente! Ma cosa resta dell’anima di un uomo quando la donna che ha dato un senso alla sua intera esistenza se n’è andata?" –Commentò Euro, con un velo di tristezza. – "Titone è morto con lei!"

Dopo un momento di pausa, Shun chiese a Euro se non temesse la collera di Zeus.

"Non ho motivo di temerla!" –Commentò il Vento dell’Est. –"Stavo lasciando l’Olimpo in questo momento, quando ho sentito un cosmo in difficoltà nel Vigneto di Dioniso e, giunto sull’altura sovrastante, ti ho riconosciuto, in difficoltà contro i suoi Guerrieri Caprini! Adesso continuerò il mio viaggio.. tornerò in Tracia, dove deporrò la salma di mia madre dando degna sepoltura al suo vecchio, ma sempre splendido, corpo!"

"Non combatterai dunque?" –Chiese Andromeda.

"Questa guerra non mi appartiene!" –Rispose Euro, spalancando le azzurre ali della sua Veste Divina. –"E, in tutta onestà, credo che non appartenga neppure a Zeus!"

Sbatté le sue ali e si sollevò da terra, mentre il suo attraente corpo veniva ricoperto da una celeste aura. Un’aura che, Shun poté percepirlo, aveva la stessa intensità di quella di sua madre, la Dea dell’Aurora.

"Inoltre.." –Aggiunse, ironicamente. –"Di cosa dovrebbe accusarmi? Di averti salvato la vita?! Ah ah!" –Ridacchiò Euro, ma a Shun parve di cogliere una vena di malinconia nella sua voce. –"Dai retta a me; non credo che vivrai ancora a lungo, se continuerai questa Scalata!"

"Ma devo farlo!" –Strinse i pugni Andromeda. –"Per salvare Athena! E garantire la libertà agli uomini della Terra!"

Euro, in volo sopra di lui, osservò Shun dritto negli occhi per qualche interminabile secondo. E dentro sé si convinse di aver fatto la scelta giusta.

Sì! Commentò, ricordando la prima impressione che aveva avuto su di lui e su Pegasus. Esistono ancora eroi disposti a combattere per i propri ideali!

"Che le stelle ti assistano, giovane Cavaliere di Athena!" –Sorrise Euro, prima che lo scintillante bagliore del proprio cosmo illuminasse l’intero spiazzo, obbligando Shun a tapparsi gli occhi con una mano.

Quando il ragazzo risollevò lo sguardo, Euro era scomparso, lasciandolo solo, ai margini settentrionali del bosco.

Grazie! Sorrise Andromeda, prima di incitarsi a proseguire. Sentiva cosmi ardere non molto lontano da lui, cosmi che, per quanto gli sembrava impossibile, riteneva di aver già incontrato. Erano quelli dei Cavalieri d’Oro.

 

Mur, Milo e Shaka, dopo essere riemersi dalle rovine del Tempio dell’Amore, ed aver sconfitto a fatica il suo custode, Eros, figlio di Afrodite, si erano incamminati lungo la strada principale verso la Reggia di Zeus, giungendo fino al Tempio dei Mercanti.

Fuori da esso avevano ritrovato Dauko, impegnato a combattere contro Ermes, che li aveva incitati a procedere oltre, verso il Cancello del Fulmine, l’ultima cintura difensiva prima di entrare nel giardino di Zeus. Là si sarebbe combattuta la battaglia finale, contro l’ultimo gruppo di Cavalieri Celesti posti a difesa del Signore dell’Olimpo.

Quando i tre Cavalieri d’Oro arrivarono di fronte al Cancello del Fulmine, trovarono i loro nemici già pronti per combattere, disposti in fila, uno accanto all’altro, ricoperti dalle loro scintillanti corazze divine, armati di spade, scudi e lance affilate.

Un uomo si fece loro incontro, ed essi intuirono fosse il loro comandante. Era alto, ma non quanto un Ciclope Celeste, e robusto, con un viso maschile, corti capelli neri e occhi scuri, che spuntavano su un viso abbronzato e segnato da una cicatrice sotto l’occhio destro, segno inequivocabile della sua lunga carriera di soldato. Indossava un’Armatura Celeste molto semplice, ma ben rifinita, con uno scudo rotondo fissato al braccio sinistro, di dimensioni inferiori a quello di Libra, e portava una spada fissata alla sua cintura, mentre la schiena era ricoperta da un bianco mantello.

Giasone il mio nome celeste, Cavaliere di Zeus!" –Esclamò l’uomo, mentre Mur, Milo e Shaka si fermavano di fronte a lui, quasi incantati da quella figura mitica. – "Fermatevi, qua, e tornate indietro! È l’unico modo che avete per evitare la battaglia, e la vostra morte!"

"Cavaliere Celeste.." –Affermò Milo, per nulla intimorito dalle parole di Giasone. –"Sai bene anche tu che non è possibile! Abbiamo una missione da compiere, salvare Athena, e non rinunceremo certamente adesso, ad un passo dalle stanze di Zeus!"

"Era questa la risposta che temevo!" –Sussurrò Giasone, prima di sollevare il braccio destro. –"E allora sia… Guerraaaa!!!" –Urlò.

Al suo cenno, decine di Cavalieri Celesti spuntarono dagli alberi intorno, da dietro il Cancello e dalla cima del muro di cinta che correva intorno al grande giardino, incoccando archi e scagliando dardi luminosi contro i tre Cavalieri d’Oro.

"Kaan!" –Urlò Shaka, con una determinazione tale da spaventare qualche nemico, che fece addirittura un passo indietro nel vedere l’esplosione di luce con la quale Shaka materializzò la sua dorata cupola difensiva.

All’interno della cupola di energia, Mur e Milo bruciarono i propri cosmi, il primo per aiutare Shaka a reggere quella barriera, il secondo per attaccare i nemici.

"Non possiamo più indietreggiare!" –Commentò il Cavaliere di Scorpio. –"Anche se le forze fisiche ci stanno abbandonando.. c’è ancora bisogno di noi!" –Tuonò Milo, balzando fuori dalla cupola protettiva con il cosmo concentrato sull’indice destro.

"Milooo!" –Urlarono Mur e Shaka, preoccupati per il compagno.

"Cuspide Scarlatta!" –Esclamò Milo, sprigionando il suo deciso raggio energetico che diresse contro le incandescenti frecce dei Cavalieri Celesti.

I dardi furono distrutti e respinti, e qualche Cavaliere fu colpito di striscio, ma anche Milo presto si trovò esposto ai colpi energetici dei difensori dell’Olimpo, venendo travolto in fretta e spinto indietro.

Mentre un gruppo di Cavalieri Celesti stava per avventarsi su di lui, Mur e Shaka si fecero avanti, scagliando lo Stardust Revolution e l’Abbandono dell’Oriente, che travolsero gli avventori, ma subito ne arrivarono di nuovi, in un continuo accanimento che presto tinse di sangue l’intero piazzale antistante il Cancello del Fulmine.

Giasone incoccò una lancia e scattò avanti, caricandola dell’energia del suo cosmo, prima di scagliarla contro Milo, che riuscì ad evitarla per un soffio, mentre essa si piantava tra le sue gambe facendo esplodere il terreno. Il contraccolpo spinse il Cavaliere di Scorpio indietro, esponendolo nuovamente all’assalto dei suoi nemici.

Ma Milo non si arrese, concentrando il cosmo sotto forma di sfera incandescente tra le mani e scagliandola avanti, contro Giasone stesso.

"Cometa di Antares!" –Urlò Milo, liberando la rossa sfera.

"Difendimi, Scudo della Colchide!" –Esclamò Giasone, mentre il suo scudo rotondo si caricava di energia cosmica.

La Cometa di Antares si infranse su di esso, spingendo indietro il Cavaliere, mentre i suoi piedi scavavano solchi nel terreno, ma resistette senza rompersi, forte dell’antico potere che lo sorreggeva.

"Adesso è il mio turno!" –Esclamò Giasone.

Ma non riuscì a lanciare il proprio attacco che fu costretto a saltare indietro, per evitare di essere travolto da saettanti catene che guizzarono improvvisamente contro di lui.

"Chi altri?!" –Domandò, osservando un Cavaliere dai capelli verdi, ricoperto da un’Armatura Divina, arrivare in soccorso ai tre Cavalieri d’Oro.

"Shun di Andromeda!" –Esclamò il ragazzo, roteando con forza le sue Catene, a creare una barriera contro cui si infransero le frecce dei Cavalieri Celesti.

"Andromeda!!!" –Sorrisero i Cavalieri d’Oro.

"Dovrete spiegarmi molte cose, voi! Prima tra tutte, cosa fate qua?!" –Esclamò il ragazzo, con le lacrime agli occhi all’idea di vederli vivi e vegeti.

"Che ne dici di rimandare a dopo?" –Ironizzò Milo, caricando un nuovo assalto. –"Il tempo di eliminare questi insetti fastidiosi!"

"Vedi di non fare loro troppo male!" –Commentò Mur. –"In fondo stanno solo facendo il loro dovere!"

In quel momento Giasone sentì cosmi avvampare nel Giardino dei Sogni, dietro la residenza di Morfeo, a pochi passi dalla Reggia del Dio dell’Olimpo.

Com’è possibile? Si chiese il nobile Comandante. Chi può combattere laggiù, così vicino al Sommo Zeus? Nessuno ha oltrepassato il Cancello del Fulmine!! E strinse i denti con preoccupazione, sentendo cosmi di vasta entità scontrarsi tra di loro.

Maledizione! Devo andare a controllare! Rifletté, ordinando ai suoi Cavalieri Celesti di intensificare l’assalto.

"Piegate questi invasori!" –Urlò loro, dando le direttive finali, prima di saltare il Cancello del Fulmine e iniziare a correre lungo il sentiero, diretto verso il Giardino dei Sogni.