CAPITOLO TREDICESIMO: VOLENTI O NOLENTI.

Tanto fitta era l’oscurità in cui si ritrovò, che Jonathan non riuscì inizialmente a capire dove fosse finito, se il portale lo avesse trasferito in uno dei nove mondi o se, molto semplicemente, era morto e presto sarebbe stato avvolto dal manto di tenebra che lambiva il suo giovane corpo.

Camminò a tentoni nel buio, con i sensi all’erta per captare una qualsiasi presenza, sentendo un terreno duro e roccioso sotto di sé e una corrente d’aria fredda lambirgli le braccia, nei pochi punti lasciati scoperti dall’armatura. Decise di seguire la brezza, cercando di capire da dove provenisse, per trovare un’uscita da quel vuoto in cui pareva essere precipitato, ma non riusciva a orientarsi, continuando a incespicare contro sassi o sporgenze del terreno, senza alcun punto di riferimento.

Brontolando per la situazione di stallo, decise di arrischiarsi ad illuminare un poco l’ambiente usando il cosmo, quel minimo che gli potesse essere utile per comprendere, attento a non rivelare la propria presenza a eventuali padroni di casa poco ospitali. Ma bastò che dal suo corpo nascesse una fioca luce perché una voce lo chiamasse.

"Pegasus?!"

Jonathan si fermò, muovendo lo sguardo nella direzione da cui la voce proveniva, l’estremità di quello che a prima vista pareva un corridoio scavato nella roccia. O sotto terra? Si disse, osservando qualche radice sporgente dal soffitto e grumi di terriccio che sporcavano le pareti laterali.

Di fronte a lui, a non più di una decina di metri, c’era un uomo rivestito di un’armatura. Non poteva vederlo in volto, a causa della distanza e della scarsa luminosità, ma la snella silhouette dell’elmo e dei coprispalla della corazza erano evidenti, come pure il leggero movimento del mantello che indossava.

"Sei tu, Cavaliere di Pegasus?!" –Ripeté l’uomo che, a quanto pareva, doveva conoscere i Cavalieri di Atena e forse attendersi la loro venuta.

"Non sono Pegasus, ma un suo alleato e compagno in questa guerra che imperversa ad Asgard!" –Rispose allora Jonathan, muovendosi in avanti.

"Se non sei Pegasus allora non tentare un passo di più! Potrei non essere così festoso nei tuoi confronti!"

"Chi sei?!" –Esclamò allora Jonathan, spazientito, aumentando l’intensità del cosmo, con cui riuscì a illuminare l’intero corridoio, investendo il volto dell’uomo dalla nera corazza.

"Dovresti essere tu a presentarti, non credi, Cavaliere? È buona norma dichiararsi quando si entra, non invitati, in casa d’altri!"

"Umpf, siete tutti così sostenuti nelle terre del nord? Anche con chi combatte al vostro fianco? Sempre se tu, Cavaliere nero, per Odino combatta e non contro di lui!"

Jonathan, che si aspettava una risposta a tono, dovette invece spostarsi di lato in tutta fretta, per evitare l’affondo con cui il suo imprevisto avversario aveva mirato alla sua gola, scattando contro di lui alla velocità della luce. Agile come una tigre, silenzioso come un’ombra. Probabilmente per questo, si disse, non era riuscito a percepirne la presenza fino all’ultimo istante.

Mimetismo cosmico, aggiunse, ricordando le lezioni di Andrei e di Avalon. Specialità nella quale il Comandante Ascanio è maestro.

"Che accoglienza è mai questa?!" –Esclamò, voltandosi verso il Cavaliere di Asgard che, avvolto nel suo cosmo glaciale, stava già preparandosi per caricare di nuovo.

"L’accoglienza che riservo a coloro che si fanno beffe degli Einherjar, i Guerrieri Unici di Odino, mai come adesso pronti a lottare per lui persino oltre la morte!"

"E sarà al mio fianco che lotterai, Cavaliere facilmente alterabile, se mi darai modo di spiegarmi! Poiché sono dalla tua stessa parte! È questo il motivo che ha spinto il Signore dell’Isola Sacra ha inviarmi qua!" –Affermò il ragazzo dai capelli biondo cenere, sollevando lo scettro che stringeva in mano e lasciando che la sua luce rischiarasse il corridoio come fosse giorno.

"Non sei un Cavaliere di Atena, né ti ho visto sull’Olimpo al servizio di Zeus, perciò chi sei?" –Incalzò l’uomo dalla corazza nera, soppesando le parole dello sconosciuto.

"Sono Jonathan di Dinasty, Cavaliere delle Stelle fedele ad Avalon e alleato dei Cavalieri dello Zodiaco!"

"Avalon?! La mistica isola perduta nelle nebbie di Britannia?! Ne ho sentito parlare soltanto nelle leggende! Non credevo esistesse realmente!"

"Tutte le leggende contengono un fondo di verità, non lo sai, guerriero del nord? E la mia presenza qua, come suo rappresentante, mi pare una prova sufficiente!"

"Che non dimostra però la tua fedeltà alla causa di Odino! Come posso crederti così, a partito preso? Potresti essere uno dei servi di Loki, o forse il Dio dell’Inganno in uno dei suoi abili travestimenti! No, Cavaliere ammantato di luce, il tuo bel visino e i tuoi aurei riflessi non bastano per convincermi!"

"Sei un tipo difficile, ma da un gatto nero non mi aspetto certo una dimostrazione d’affetto!" –Ironizzò Jonathan, mentre l’altro scattava contro di lui, sguainando artigli intrisi di fredda energia cosmica. –"Ma non resterò immobile ad aspettare che tu giochi con me come fossi un topolino! Non ho rischiato la vita, viaggiando attraverso un portale di cui la tua bella Regina non sapeva neppure garantire il funzionamento, solo per farmi graffiare dalle tue unghie di cristallo!" –E nel dir questo si mosse di lato, mentre un reticolato di luce azzurra strideva sul fianco della sua corazza, senza scalfirla, prima di muovere con rapidità lo scettro e sbatterlo sulla schiena del suo nemico, spingendolo bruscamente in avanti.

Il servitore di Odino fu abile comunque a eseguire una perfetta capriola e a rimettersi in piedi pochi metri più in là, senza danni apparenti, ma mentre ancora si stava voltando, pronto per scattare di nuovo, venne raggiunto da un fascio di energia dorata che lo schiantò a terra, scheggiando la sua corazza e facendogli perdere persino l’elmo a forma di muso di tigre.

"Se non vuoi credere alle mie parole, presta ascolto almeno al mio cosmo, di ombra non intriso, bensì della volontà di lottare affinché il trionfo della luce non resti un sogno ma realtà! La stessa luce che alberga nel talismano che custodisco, lo Scettro d’Oro!" –Esclamò Jonathan, mentre l’altro si rimetteva in piedi.

"Ne percepisco la potenza segreta…" –Mormorò tra sé. –"Come un sole in procinto di sorgere, pronto a scatenare la sua onda di luce! Un cosmo così luminoso, così carico di riflessi ancestrali, non può appartenere al Signore dell’Inganno! Neppure lui sarebbe capace di imitarne lo splendore!"

"Ti sei convinto, adesso? Inoltre, per quel che ne so, Loki già dovrebbe essere ad Asgard, luogo che dovremmo raggiungere quanto prima per riunirci ai rispettivi compagni, sempre che non vi ci troviamo adesso!"

"No, non siamo ad Asgard, ma a Svartálfaheimr, la terra degli Elfi Scuri e dei Nani!"

"Ecco spiegato l’arredamento… spartano!" –Ironizzò Jonathan, sollevando lo scettro per osservare meglio il corridoio in cui si trovavano, ben più largo di quanto gli era sembrato all’inizio. Sempre grazie alla maggior luminosità, notò anche che le pareti non proseguivano continue ma erano spesso intervallate da grandi cavità, ove iniziavano nuovi tunnel laterali, scavati e lavorati con la stessa meticolosità di quello in cui aveva appena affrontato il Cavaliere di Odino.

Proprio da uno di quei corridoi si affacciarono due paia di occhi penetranti, di un color giallo scuro striato di oro, piccole pepite che appartenevano a due rappresentanti del popolo che in quel mondo dimorava.

"Ehi!" –Esclamò Jonathan, guardandosi attorno e notando che il numero di occhi stava aumentando precipitosamente. Pareva che ovunque posasse lo sguardo spuntasse un nano ad osservarlo. –"Ma quanti sono?!"

"I nani sono un popolo semplice ma onesto, un po’ pauroso all’inizio, diffidente con gli sconosciuti, da cui temono inganni e vessazioni! Probabilmente per questo si sono nascosti, dopo che li avevo avvertiti che qualcuno sarebbe potuto arrivare tramite l’antico portale, da loro mai utilizzato, poco propensi a lasciare le profondità delle montagne o le viscere della terra, dove si trovano a loro agio, sicuri e protetti!" –Spiegò il seguace di Odino, avvicinandosi al ragazzo. –"Sono Mizar di Asgard, Cavaliere della Tigre Nera. Perdona il mio atteggiamento aggressivo ma, proprio come i nani, anch’io ho avuto qualche remora nell’accettarti! Non viviamo proprio in tempi in cui ci si possa permettere il lusso di dare fiducia alla persona sbagliata!"

"Scuse accettate. Avrei fatto la stessa cosa se tu avessi messo piede ad Avalon con quella tetra corazza!" –Mormorò l’allievo di Andrei, mentre un gruppo di nani si faceva loro incontro.

"Ehm… Ehm…" –Bofonchiò uno di loro, schiarendosi la voce, mentre un altro gli sistemava la folta barba grigia, quasi come a renderlo più presentabile. –"Il popolo Dvergr ti dà il benvenuto, Cavaliere ammantato di luce! L’emissario di Odino ci aveva informato del tuo arrivo, così ci siamo permessi di venirti incontro per porgerti il nostro saluto! Io sono Durin, uno dei sette capi di questo mondo, e questi è mio fratello Dvalin!"

"Sono lieto di fare la vostra conoscenza, ammiro la costanza e dedizione che mettete nel vostro lavoro!" –Esclamò Jonathan, inchinandosi, sia in segno di rispetto, sia per poter essere all’altezza con Durin e Dvalin.

"Invero siamo una stirpe unica!" –Affermò fiero il primo, battendosi la mano sul petto, solido come una roccia. –"I perforatori, veniamo spesso chiamati, perché siamo in grado di costruire un’abitazione anche nel fianco più inospitale di una montagna, sapendoci adattare ad ogni condizione, persino la più disagevole!"

"Ne sono certo!" –Commentò Jonathan.

"Per non parlare della nostra maestria nel lavorare i metalli! Siamo dei fabbri eccezionali, ragazzo, degli artigiani provetti, depositari dei segreti della creazione fin dai tempi più remoti!" –Continuò Durin, sollevando il mento, con fare impettito, e strappando un sorriso divertito al Cavaliere delle Stelle. –"Tu sei giovane e non puoi sapere quante opere hanno visto la luce proprio qua, nelle fucine delle nostre montagne! Opere pregevoli, di valore, mica come le creazioni moderne, destinate alla rovina nel giro di qualche secolo!"

"All’inizio sono un po’ timidi… ma sciolto il ghiaccio sono dei grandi oratori…" –Bisbigliò Mizar, nell’orecchio di Jonathan, che gli rispose con una smorfia.

"Oratori non è la parola adatta… Che te ne pare di chiacchieroni?! Soporiferi?!"

"La spada di Balmunk per esempio, che Odino sventola in battaglia come un fazzoletto, l’abbiamo forgiata noi, eh! Che esemplare unico quello, perfetto esempio di solidità e leggerezza al tempo stesso! Chi saprebbe rifarlo? Solo noi! E il monile di Frigg, con quel raffinato intarsio d’oro? Da dove credete che vengano opere di simile fattura?! Ma dalle mani del popolo Dvergr ovviamente! Uh uh uh!" –Rise Durin, carezzandosi il bel panciotto rotondo.

"Vorrei ben vedere!" –Intervenne Dvalin. –"Abbiamo usato il nostro unico frammento di stella per realizzare quella spada!"

Jonathan si mosse per chiedere loro se potessero accompagnarli all’uscita del regno, quando il capo dei nani sgranò gli occhi, presto seguito da Dvalin e da altri, avvicinandosi con passo circospetto al Cavaliere delle Stelle, senza staccare lo sguardo dalla lunga asta che reggeva in mano.

"Quale capolavoro!!!" –Mormorò estasiato, gli occhi che parevano brillare alla luce dello Scettro d’Oro. –"Un lavoro del genere… degno di noi… anzi no, forse persino superiore alle nostre abilità!"

"Conoscete il Talismano che custodisco, sovrano dei Nani?" –Domandò Jonathan incuriosito.

"Non l’avevo mai visto prima, ma avrei tanto desiderato forgiarlo io! È quanto di più armonico esista nell’universo! Contiene l’essenza della creazione! Elegante e slanciato, resistente e leggero! C’è solo un materiale che può garantire una simile qualità!" –Disse Durin, avvicinando le dita all’asta e sollevando lo sguardo verso il ragazzo, quasi a chiedergli il permesso di poter sfiorare un simile oggetto sacro. Ottenutone l’assenso, il re dei nani vi batté due volte un dito, per sentire il leggiadro tintinnio che ben conosceva.

"Mithril!" –Mormorò, voltandosi verso i suoi compagni, che risposero con un coro di "Ooh!". Entusiasti, e al tempo stesso invasi da un profondo timore reverenziale.

"Manufatti interamente composti del frammento di stella sono rari! Rarissimi! Noi stessi non ne possediamo più! E tu… indossi un’armatura interamente realizzata con il mithril! Per la barba dei sette re! Tu sei il figlio del cielo!!!"

Jonathan sorrise, ripensando alle storie e leggende che conosceva sui nani, soprattutto a quelle relative alla loro suggestionabilità. E se mai fino ad allora aveva pensato che sarebbe giunto ad incontrarne uno, di punto in bianco si ritrovò con una compagine di nani inginocchiati ai suoi piedi, venerato come fosse un Dio.

"Buon re, mi mettete in imbarazzo!" –Esclamò il giovane. –"Non sono certo unico! Reis, la mia compagna, che come me ha varcato uno dei portali, indossa una corazza di identica fattura!"

A quelle parole il mormorio diffuso tra il popolo Dvegr divenne entusiasmo allo stato puro e molti dovettero trattenersi dal gridare la loro contentezza, il loro desiderio di ammirare quanto prima un altro capolavoro simile. Così, dopo essersi brevemente consultati, si inginocchiarono di nuovo ai piedi di Jonathan, porgendogli le asce con entrambe le mani.

"Avevamo già deciso di scendere in guerra! Per quanto amiamo la tranquilla solitudine delle nostre caverne, odiamo altrettanto la distruzione che l’Ingannatore vuole portare ovunque! Inoltre nessuno di noi lo ha in simpatia, avendo egli sempre cercato di carpire con raggiri i nostri segreti! Pur tuttavia stavamo esitando, radunati nelle nostre caverne, indecisi su quale, dei sette re, dovesse guidare il nostro esercito! Ma adesso sei arrivato tu, figlio del cielo, a risolvere i nostri problemi!"

"Io?!" –Balbettò Jonathan.

"Sarai il nostro condottiero e noi ti seguiremo! Il rifulgere della tua corazza abbaglierà i nemici e ci guiderà verso la vittoria finale! Noi, popolo Dvegr, affidiamo a te, Cavaliere mithril, la nostra esistenza!" –Esclamò fiero Durin, rialzandosi e sollevando l’ascia verso il soffitto, subito imitato da tutti i suoi compagni. –"Per il Cavaliere mithril!!!"

Jonathan rimase senza parole e cercò con lo sguardo l’aiuto di Mizar, anch’egli preso piuttosto alla sprovvista. Ma poi, ritenendo che non avrebbe potuto offendere la loro fiducia, fece quel che aveva voluto fare fin da quando era arrivato a Svartálfaheimr.

"Andiamo ad Asgard! E in fretta! Odino ha bisogno di noi!" –Li incitò, scattando avanti, subito affiancato da Mizar e seguito dal resto del popolo dei nani.

"Se, come mi hai detto, Loki ha già raggiunto la Città degli Dei, Odino avrà bisogno di quanto più aiuto possibile! Che ne è dei Cavalieri di Atena? Hanno varcato i portali come il mio Signore si aspettava?" –Chiese Mizar, guidando il ragazzo nei labirintici tunnel scavati nella montagna.

"Sì! Pegasus, Sirio, Cristal e Andromeda sono entrati in uno dei nove mondi, assieme a Reis, un Cavaliere delle Stelle mio pari! Spero solo che non abbia ricevuto la mia stessa accoglienza!" –Ironizzò Jonathan.

"Volevo solo prepararti a quello che ti aspetta!" –Commentò Mizar, giungendo infine in una grande caverna dall’alto soffitto da cui spuntavano grosse e nodose radici. Proprio quelle dell’albero che Jonathan stava cercando. –"La fine del mondo!"

***

Non appena Andromeda uscì dal portale si ritrovò in una foresta di alti alberi, dalle cui fronde filtrava un sole tiepido ma sufficiente per permettergli di individuare una sagoma in piedi nell’erba davanti a sé.

Più bassa di lui di una decina di centimetri, un’esile figura, rivestita di abiti verdi con rifiniture in oro e una corona di foglie in testa, gli sorrideva amabilmente, come se lo aspettasse. Aveva lisci capelli biondi e un viso dalla pelle chiara e delicata, su cui spiccavano occhi piccoli ma penetranti.

Andromeda la osservò per qualche istante, stranito, finché non comprese dove era giunto.

"Ad Álfaheimr sei il benvenuto, Andromeda!" –Esclamò la figura, confermando la sua supposizione. –"Possa la luminescenza degli Elfi Chiari scendere su di te e alleviare il peso dei fardelli di giustizia e speranza di cui ti sei fatto portatore!"

"Sapete molte cose…" –Balbettò il Cavaliere di Atena, mentre l’elfo si avvicinava.

"Arvedui, puoi chiamarmi così!" –Affermò, accennando un inchino. –"E sì, sapevo che sarebbe arrivato qualcuno, ma fino a pochi attimi fa non sapevo che saresti stato tu, il Cavaliere che non ama combattere, forse il più simile a un elfo di tutti i tuoi compagni!"

"Mi conoscete?"

"In un certo senso…" –Disse Arvedui, prendendo il ragazzo a braccetto e incamminandosi all’interno della rigogliosa foresta. –"Ti dirò qualcosa su di noi, Andromeda, il popolo fatato che dai più viene considerato una leggenda, essendo trascorso davvero molto tempo dall’ultima volta in cui abbiamo fatto parlare di noi, per lo meno in modo ufficiale! Noi elfi siamo un popolo pacifico, che amiamo la spensieratezza e le belle cose, esaltiamo la gioia di vivere, dando e ricevendo affetti e attenzioni, e soprattutto godendo a pieno di ogni attimo! Nessuno vorrebbe vivere una vita piena di rimpianti e, essendo noi immortali, sarebbe davvero una lunga tortura, te lo assicuro! Ho millesettecentododici anni, per quanto non si direbbe, vero? Sembro ancora un giovinetto!"

"Li portate davvero bene, nobile Arvedui!" –Si limitò a commentare Andromeda, procedendo a fianco dell’elfo nella fitta vegetazione, un luogo che, per quanto ignoto, non gli suscitava alcun timore, invaso com’era da una lucentezza che non aveva riscontrato in nessun altro luogo. Nemmeno sull’Olimpo.

"Grazie, grazie! E anche tu potresti arrivare alla mia età, sai, ragazzo? So che non ami la guerra, e allora perché combatti, mi chiedo? Perché rischiare di gettar via la propria vita quando basterebbe togliersi questa fastidiosa armatura e assaporare le gioie dell’esistenza? Hai diritto anche tu alla felicità, Andromeda!"

Il Cavaliere sospirò nel sentire parole così oneste, pronunciate con voce splendida e chiara, quasi fossero scandite a ritmo di musica. E una parte di sé, quella più giovanile e per certi aspetti più idealista, avrebbe davvero voluto vivere in quel modo. Senza guerre né morti, soltanto un’infinita pace.

"Ma la pace non esisterà finché la guerra continuerà a imperversare nei mondi!" –Parlò infine, rispondendo più a se stesso che all’elfo. –"Come posso rimanere inerme o abbandonare la battaglia, quando gli amici che amo, le persone che contano davvero per me, e senza le quali la vita non avrebbe senso, stanno rischiando di morire? Non potrei continuare a vivere sapendo di non aver fatto abbastanza per aiutarli, di non aver fatto quel che era in mio potere fare per migliorare questo mondo e impedire che sprofondi nel caos! Sarebbe un peso che non riuscirei a sopportare!"

"Giovane cuore! Non mi stupisci affatto! Sapevo che sarebbe stata questa la tua risposta!" –Commentò Arvedui, fermandosi e fissando il ragazzo negli occhi.

"Davvero?! Siete dunque un telepate?"

"Non esattamente! Non ho bisogno di leggere nella mente di una persona per sapere cosa mi dirà poiché l’ho già sentito. Pochi attimi prima, nella mia mente!"

"Precognizione! È questo il vostro potere?!" –Sgranò gli occhi Andromeda.

"Non è forse anche il tuo?" –Lo fissò Arvedui di sbieco, per non perdersi l’espressione sorpresa del Cavaliere. –"Non è il dono che hai di recente ricevuto, da una delle più ancestrali creature del mondo?!"

"Ancestrali?! A Biliku vi riferite?! In realtà… non ho mai capito cosa sia successo nel suo antro… credo che la Donna-Ragno abbia cercato di trasmettermi qualcosa…"

"Precisamente! Un frammento di conoscenza, questo ti ha dato! E la conoscenza, in un mondo in continua mutazione, è tutto, Andromeda!" –Spiegò Arvedui. –"Tu non sai padroneggiare i tuoi poteri perché non ne sei pienamente consapevole, ma hai tutte le capacità per dominarli! Devi imparare a usarli, a controllarli, a impedire che diventino visioni per te scioccanti, bensì un aiuto per muoverti meglio! Ricorda il tuo addestramento, Cavaliere, e torna alle basi, al giorno in cui il tuo maestro certamente ti disse che vi erano altri sensi oltre ai canonici cinque!"

"Intendete… ma certo, il sesto senso o intuizione!" –Esclamò Andromeda, che stava iniziando a comprendere.

"Sei acuto di mente, Cavaliere! E se sarai in grado di espandere il tuo sesto senso, facendo buon uso di quel che Biliku ti ha lasciato, riuscirai a percepire alcune cose prima ancora che accadano! Proprio come noi elfi siamo in grado di fare! Non è poi così difficile, né un potere così raro come si crede! Anche Frigg, sposa di Odino, ne dispone! Ma dovrai avere la mente sufficientemente sgombra da pensieri e preoccupazioni! Per questo ti ho invitato ad unirti a noi! L’edonismo gaudente della nostra gente è l’ideale per il genere di attività mentale che vuoi praticare!"

"Apprezzo tantissimo la vostra offerta, nobile Arvedui, ma come già vi ho detto non posso accettarla! Forse lo avrei fatto un anno e mezzo fa, ma adesso sono cresciuto e ho capito di avere delle responsabilità, che mi derivano dai poteri acquisiti in anni di duro addestramento! Sarebbe un’offesa, oltre che uno spreco, verso il mio maestro prima di tutti, ma anche verso me stesso, non usare questi poteri per aiutare gli altri e il mondo in cui vivo!"

"Morirai da altruista, allora…" –Commentò l’elfo con una risata, prima di riprendere a camminare, in quel modo leggiadro che era una prerogativa del suo popolo, mentre nell’aria si diffondevano le dolci note di una melodia. –"Come è nella tua natura!"

"Anche questo avete visto grazie ai vostri poteri?"

"In verità questo mi è stato raccontato! Da un amico comune che ti sta aspettando!" –Aggiunse Arvedui, prima di giungere in una radura in mezzo alla foresta dove, seduto sul tronco caduto di un albero millenario, un uomo dai capelli arancioni pizzicava la sua cetra.

"Mime!!!" –Esclamò Andromeda, correndo incontro al musico di Asgard.

"La tua nobiltà d’animo non è cambiata, Cavaliere! Alberga ancora nel tuo cuore gentile! E di questo non posso che essere contento!" –Rispose il servitore di Odino, cessando di suonare il suo strumento e alzandosi in piedi. –"Avevo timore che le battaglie che sei stato costretto ad affrontare dopo il nostro incontro ti avessero cambiato, irrigidendoti, ma poi mi son dato dello sciocco solo per averlo pensato. La bontà della tua anima è un sole che non si spegnerà mai!"

"Ho desiderato tanto rivederti!" –Lo abbracciò Andromeda. –"Ma cosa ci fai qua?"

"Odino ha inviato cinque Einherjar per i vari mondi al fine di scortarvi all’Albero Cosmico, per guadagnare tempo, ed io ho scelto di scendere nella Terra degli Elfi, luogo splendido e pervaso da una tranquillità senza limiti! Qua sono giunto spesso, in questi mesi, per suonare la mia cetra in libertà o anche solo per passeggiare, respirando il miraggio di un mondo libero da guerre e da affanni, un mondo che a entrambi immagino piacerebbe!"

Andromeda non disse niente, limitandosi ad annuire, prima di voltarsi verso l’elfo, rimasto a qualche passo di distanza, per non intromettersi nella ritrovata intimità dei due Cavalieri. –"Nobile Arvedui! Voi che possedete il dono della preveggenza, cosa vedete per il vostro mondo?"

"Co…come?!" –Balbettò questi. E anche Mime rimase sorpreso dalla domanda pungente del Cavaliere di Atena.

"Quale futuro vedete per questa terra piena di luce? Credete davvero che, restando qua, la fiumana della guerra vi risparmierà? Credete davvero che i vostri canti, la vostra gioia e l’allegria perenne del vostro animo possano impedire a Loki di prendersi anche questo mondo, oscurandolo al pari degli altri?!"

"Álfaheimr non interessa al Burlone Divino, che mira alle ricchezze di Asgard e a vendicarsi di Odino! Noi elfi non l’abbiamo mai disturbato, né da lui abbiamo ricevuto offesa! Non vi è motivo per cui si debba scendere in battaglia! Non vi è motivo per cui debba autorizzare la morte del mio popolo in una guerra che non è nostra! In una guerra che non ci riguarda!" –Rispose Arvedui, con tono solenne.

"Temo invece che la guerra riguardi il vostro mondo al pari del nostro! Perché se Loki è come gli altri nemici che abbiamo affrontato finora, non si accontenterà certo di una fetta di torta, quando può averla per intero!"

"Non disturbarti! Ne ho già parlato con lui in precedenza, cercando di convincerlo ad aiutare Asgard, e conosco la posizione del suo popolo! Odino dovrà fare a meno degli elfi per fronteggiare il Ragnarök!" –Intervenne allora Mime, prima di inchinarsi di fronte ad Arvedui e fare cenno ad Andromeda di seguirlo.

L’immenso frassino si ergeva poco distante.

Il Cavaliere di Atena si voltò un’ultima volta verso il re degli elfi e gli sorrise, parlando con voce chiara.

"Capisco la vostra posizione, rappresenta un mondo ideale che anch’io vorrei! Ma gli ideali non fermeranno il fuoco e la distruzione che travolgeranno tutti i mondi! Vi consiglio di armarvi, nobile Arvedui, e tenervi pronti! Se non volete combattere per Odino, o per Asgard, presto dovrete farlo per voi stessi! Addio, e grazie!"