CAPITOLO VENTESIMO: UNA RAGIONE PER VIVERE.

Un vento freddo spazzava la propaggine occidentale del deserto del Gobi, in Asia Centrale, meglio noto come deserto di Taklamakan, nella parte più interna della Repubblica Popolare Cinese. Il clima, di per sé già rigido, si stava facendo sempre più freddo e Marins non ebbe bisogno di controllare il termometro del campo base per capire che probabilmente erano già scesi al di sotto di zero gradi celsius.

Il gelo, lui, lo detestava. Lo aveva odiato fin da piccolo, quando suo padre lo portava a caccia sulle Green Mountains, nell’interno del Vermont. E lo aveva odiato anche in seguito, dopo averlo visto morire ucciso per errore da un cacciatore davanti ai suoi occhi. E aveva continuato a odiarlo anche quando si era trasferito a New York City, per seguire le orme del suo idolo, Joe DiMaggio. E anche adesso, anni più tardi, vite più tardi, continuava ad essere coerente con se stesso, e a detestare il freddo.

Starnutì, tirando su la cerniera del giaccone a vento, e poi rientrò all’interno della tenda principale, ove alcuni generatori di energia garantivano una temperatura più confortevole. Attorno al tavolo Febo e l’archeologa responsabile degli scavi nella zona stavano concordando le nuove linee che avrebbero seguito, per quanto la donna fosse piuttosto timorosa riguardo alle condizioni di lavoro. E Marins, pur se captando solo parte della conversazione, non poteva darle comunque torto.

Era una bella donna, dal viso giovanile, che dimostrava meno dei quarant’anni che aveva, reclutata da Avalon in virtù delle ottime conoscenze storiche e culturali e dell’abilità dimostrata nel corso della sua carriera, fin da quando, vent’anni prima, aveva iniziato i suoi scavi presso Assuan, in Egitto. Ma non era certo l’unico motivo per cui il Signore dell’Isola Sacra l’aveva assoldata. Essenzialmente perché era una persona discreta, dote che ad Avalon, in un frangente simile, risultava molto gradita.

"Con un tempo come questo, e l’arrivo di una perturbazione dalla Siberia, è molto rischioso spingersi oltre!" –Stava dicendo l’archeologa. –"I miei assistenti sono ben addestrati, sopportano bene il caldo egiziano e il freddo dell’Artico, ma non posso comunque permettere loro di rischiare la vita!"

"Comprendiamo le sue ragioni, Dottoressa Hasegawa, ma non possiamo indugiare! Il nostro… finanziatore… si aspetta risultati concreti! E li vuole adesso!" –Incalzò Febo, attirando l’attenzione di Marins, che allora si avvicinò al tavolo, ove era distesa una mappa della regione dello Xinjiang, in cui si trovavano loro, dalle montagne Kunlun a sud fino alla catena del Tien Shan a nord.

"Immagino…" –Si limitò a commentare l’archeologa, togliendosi gli occhiali da lettura e pulendoli con un fazzoletto che tirò fuori dal taschino della giacca. –"Dev’essere un tipo strano, questo vostro finanziatore! Impaziente, e molto potente! Non è da tutti metter su una spedizione di questo tipo in pochi giorni, ottenendo persino il nulla osta dal governo cinese! Ma, come vi dissi la scorsa settimana quando firmai il contratto, non vi farò domande! Del resto anch’io, quand’ero giovane, ho avuto i miei segreti! Chi non ne ha?"

Febo accennò un sorriso tirato, mentre la studiosa si incamminava fuori dalla tenda, lasciando i due Cavalieri delle Stelle da soli, di fronte alla mappa del Taklimakan, ove si trovavano da ben cinque giorni e dove sarebbero dovuti restare finché non avessero trovato quel che cercavano.

"Bel lavoro…" –Ironizzò Marins, ricordando il tono divertito del Signore dell’Isola Sacra quando aveva proposto loro un viaggio in Asia.

"Di turismo e cultura!" –Aveva esclamato, prima di farsi serio e fissare entrambi con occhi penetranti. –"Trovate il tempio! La localizzazione del nemico è essenziale in una guerra! Soprattutto in questa che, come sappiamo, sarà l’ultima!"

Febo e Marins avevano obbedito, come a ogni richiesta di Avalon, che aveva allestito in poche ore una spedizione straordinaria, mettendo a loro disposizione mezzi di ricerca per sondare il terreno e cinquantadue assistenti, oltre ad un’archeologa professionista. È strano, si disse il Cavaliere dei Mari Azzurri, come quell’uomo, che trascorre la vita in cima a un’isola avvolta da nebbie perenni, sappia tutto di tutti, veda fin dove l’occhio può spaziare e senta tutto quel che il vento gli può portare.

Nonostante fossero sedici anni che si allenava sotto la sua guida attenta, da quando aveva lasciato gli Stati Uniti, dove non era mai diventato il giocatore di baseball che avrebbe voluto essere da bambino, Marins sapeva di non conoscere affatto il suo maestro, come non lo conoscevano Febo e gli altri Cavalieri delle Stelle. Di lui sapevano solo ciò che egli voleva che sapessero, ciò che era importante ai fini della missione di tutti quanti loro. Garantire l’equilibrio. E con esso la loro sopravvivenza.

"Ci mancano ancora dodici settori da controllare!" –Commentò Febo, riportando lo sguardo di Marins sulla mappa. –"Sempre che non ci sia sfuggito qualcosa in quelli che abbiamo già passato al setaccio! Ma ne dubito, un tempio di una simile ampiezza non dovrebbe passare inosservato!"

Per praticità avevano suddiviso l’area delle ricerche in sedici quadranti, ma Marins sapeva bene che, considerando l’estensione di ogni singolo settore, pari a circa diciassettemila chilometri quadrati, l’entusiasmo di Febo era solo di facciata. Poiché anch’egli stava iniziando a sentirsi stanco e disperava di trovare davvero qualcosa in quella terra di sabbia e pietre, in quel deserto freddo che ogni giorno diveniva sempre più simile al Polo Nord.

"Avessimo almeno notizie più sicure! Una zona in cui restringere le ricerche!" –Sbottò, tirando un pugno sul tavolo e facendo tremolare la lampada posata su di esso. –"Per gli Dei! Se anche si trova qua, questo fantomatico tempo primordiale, non lo troveremo in questo modo, portandoci dietro un caravan di ligi scienziati!"

"No!" –Sospirò Febo, spostandosi i lisci capelli biondi dietro l’orecchio. –"Per questo credo che dovremmo passare al piano B!"

"Abbiamo un piano B?!" –Ironizzò Marins, prima che Febo spostasse un telo dietro al quale erano ammucchiati un paio di scatoloni con la scritta "Fragile" appiccicata. Non ebbe bisogno di chiederlo al compagno che intuì cosa vi fosse all’interno.

Dieci minuti dopo, nel calar della sera, Marins e Febo sfrecciavano nelle desertiche lande del Taklamakan rivestiti dalle Armature delle Stelle, azzurra e dorata quella di Marins, simile alle corazze di scaglie dei seguaci di Nettuno, e di color oro e rosso quella di Febo, intrisa del potere del sole.

"Sai cosa significa Taklamakan in lingua uigura?!" –Chiese Febo all’amico, continuando a correre al suo fianco e alzando, al passaggio, onde di sabbia.

"Intanto spiegami cos’è questa lingua uigura…"

"Sei il solito yankee materialista e ignorante!" –Ironizzò Febo. –"È la lingua di origine turca parlata in questa regione! A lei dobbiamo il simpatico nomignolo di questo deserto, che significa terra del non ritorno! Ovvero: se ci vai, non ne esci più!"

"Confortante…"

"Forse è davvero così… Forse i lontani antenati degli Uiguri sapevano quel che un tempo, agli albori della civiltà, sorgeva qua, e scelsero questo nome efficace!" –Mormorò il figlio di Amon Ra e della Sacerdotessa di Apollo.

"Ma se non vogliamo che le loro profezie si avverino, dobbiamo trovare il tempio!" –Cercò di confortarlo Marins, prima di scattare avanti e perdersi nella notte.

***

Pegasus giaceva su un letto a Fensalir, debole e febbricitante, sotto l’attento sguardo di Eir, Asinna della Medicina, che si era presa cura di lui fin da quando gli Einherjar, su ordine di Balder, lo avevano condotto nella residenza della Signora del Cielo.

Era stato proprio il figlio di Odino a spogliare il Cavaliere di Atena della sua armatura, ammirandone al qual tempo l’ottima fattura, di matrice certamente divina. Poi, aiutato da Eir, lo aveva disteso su un letto, in una delle tante camere disponibili, affinché la Guaritrice potesse medicare le sue ferite.

"Quanto meno quelle esteriori!" –Aveva commentato lei, sfiorando con le dita i lividi e i tagli che costellavano il corpo ben curato del ragazzo, soprattutto sul volto e sulle braccia, e lasciando che il suo cosmo divino fluisse dentro di lui. Ad ogni carezza il Cavaliere pareva sussultare, come penetrato in profondità da spilli acuminati, e più volte la Guaritrice dovette fermarsi, temendo di provocargli più dolore che ristoro.

Fu Balder a insistere affinché proseguisse, cercando di non udire i lamenti del ragazzo, che spesso si spingeva persino a gridare e ad afferrare con le mani pezzi di lenzuolo, in uno stato di incoscienza apparente, vittima delle sostanze venefiche che aveva respirato durante lo scontro con Jormungandr.

Un uomo normale sarebbe già morto! Commentò il figlio di Odino, osservando le mani esperte di Eir cicatrizzare le ferite di Pegasus e continuando a sondare il suo animo, tramite il cosmo. Anche molti Einherjar non sarebbero sopravvissuti. Eppure tu, Cavaliere di Atena, ancora ti appigli alla vita, ancora non vuoi abbandonare le tue spoglie mortali per ottenere il riposo eterno, sebbene, questo mi pare ovvio, la tua esistenza terrena non sia scevra dal dolore e dall’inquietudine. Perché? Cos’è che così tanto ti preme, al punto da spingerti a sopportare intenso e immeritato dolore? Quale colpa ritieni di dover espiare per meritare tutto questo?

Balder sospirò, mentre Eir si alzava dal letto, dopo aver bagnato le labbra del ragazzo con un infuso di erbe medicinali da lei preparato.

"Io ho finito!" –Commentò. –"Nonostante gli elogi che Odino spesso mi ha riservato, non sono in grado di resuscitare i morti, posso soltanto alleviare i tormenti dei feriti, ma trovare o meno la forza di reagire e di continuare a vivere sta soltanto a loro!"

"Hai fatto il possibile e te ne sono grato, Guaritrice degli Dei! Aiuterò io adesso il Cavaliere di Pegasus a ritrovare la retta via!" –Mormorò Balder, espandendo il proprio cosmo, che brillò luminoso, rischiarando l’intera magione della Signora del Cielo, confortando tutti i presenti e avvolgendo Pegasus in un tenero abbraccio. –"Che il sole di Asgard possa illuminare il tuo cammino, Cavaliere della Speranza! Che possa essere per te un faro, una guida per ritornare alla vita!" –Nient’altro aggiunse, sedendo vicino a lui e prendendogli una mano, continuando a infondergli il calore del cosmo e scandagliando al qual tempo i suoi ricordi per trovare la fonte della sua inquietudine. Mille immagini si accavallarono nella mente del figlio di Odino, istantanee delle battaglie affrontate da Pegasus in nome della giustizia. Da solo o assieme ai propri amici, sempre sorretto da ideali nobili, sempre protetto da una forza antica come il mondo che Balder non ebbe difficoltà a riconoscere.

Era la Divinità a cui Pegasus era devoto, la Vergine dallo sguardo scintillante che gli ateniesi indicavano con due semplici parole. He thea. La Dea. Un epiteto antico per la figlia di Zeus. Pallade Atena.

"Sebbene la protezione della Dea Guerriera ricada indiscriminatamente su tutti i suoi Cavalieri, fin dal Mondo Antico, vi è un legame particolare che la unisce al suo Primo Cavaliere, a colui che indossa l’armatura della costellazione di Pegasus!" –Rifletté Balder, cercando di ricomporre la trama di un rapporto che pareva trascendere il tempo e andare oltre, fino alle origini. Al primo incontro tra Pegasus e Atena avvenuto molti secoli addietro, millenni persino, quando il mondo era giovane e gli Dei credevano di potersi gloriare dell’appellativo di eterni.

Colui che per primo indossò la corazza di Pegasus, forgiata dagli alchimisti di Mu utilizzando il Gamanion, l’Oricalco e la Polvere di Stelle, visse infatti all’epoca della Prima Guerra Sacra che oppose le schiere di Atena Promachos a quelle del Signore dei Mari, obbligando la Dea a dotare i propri combattenti di armature speciali, che potessero proteggerli dai devastanti attacchi nemici. Fu proprio lei a disegnarne le forme, ispirandosi alle costellazioni celesti, e quella di Pegasus fu la prima ad essere realizzata, perché traeva origine da una storia che la riguardava in prima persona.

Tempo addietro, quando Perseo, figlio di Zeus, aveva affrontato Medusa, una delle Gorgoni, dal suo sangue era nato un cavallo alato, espressione della vitalità e della forza pulsante unita al desiderio e alla capacità di liberarsi da qualsiasi legame e volare in alto. Quel destriero, cui Atena aveva donato delle briglie d’oro, fu chiamato Pegaso e rimase per sempre simbolo di ciò che gli uomini potevano ottenere se lo avessero voluto, di ciò che la Dea si aspettava che gli uomini raggiungessero. La possibilità di superare i loro stessi limiti, innalzandosi verso il cielo ad ali spiegate.

Ed è quello che fece il primo Cavaliere che indossò tale corazza, Bellerofonte di Pegasus, e tutti coloro che gli succedettero, passando per Seiya, il giovane che riuscì a ferire Ade durante la Prima Guerra Sacra contro l’Imperatore dell’Oltretomba, e giungendo infine a lui, ultimo discendente di una stirpe di eroi.

A questo pensava Atena in quel momento, seduta sotto un ulivo sul retro della Reggia di Zeus.

Aveva lasciato i suoi pari a discutere gli ultimi dettagli relativi alla rinascita di Nettuno, dopo che Ermes aveva abbandonato l’Olimpo, portando con sé il Vaso di Atena, e si era incamminata nel giardino sacro, bisognosa di un momento per se stessa. Non solo per riflettere sulla pericolosità della decisione presa da Zeus, ma anche per ristabilire un contatto con i suoi Cavalieri, un contatto di cui sentiva la necessità, per infondere loro forza, nella continua lotta contro le forze del male, ma anche per prenderne a sua volta.

Era così che funzionava il loro rapporto, basato su un equilibrio perfetto di emozioni. Un equilibrio che aveva permesso loro di riportare tutte le vittorie che costellavano il loro cammino, il percorso comune intrapreso quel giorno, tra le rovine del Palazzo dei Tornei, quando aveva rivelato la sua vera natura e lo scopo del loro addestramento. Per questo siamo stati chiamati! Aveva detto Isabel quel giorno.

Ma non ce l’avremmo fatta ad arrivare fin qua se non ci fossimo sorretti l’un l’altro, ali silenziose in grado di rimetterci in piedi quando non siamo stati più in grado di camminare da soli! Aggiunse adesso la Dea. Voi siete stati la mia forza, per tutto questo tempo, ciò che mi ha spinto a non arrendermi mai, in nessuno dei martìri che ho patito. La speranza silenziosa dell’umanità. Lasciate che anch’io vi rinfranchi! E nel dir questo espanse il cosmo, socchiudendo gli occhi e lasciando che il vento lo portasse via, lontano, fino a raggiungere le terre eterne di Asgard.

Lambì il corpo di Sirio, donando al drago la forza per tornare a ruggire, spezzando i legami che lo tenevano prigioniero. Infiammò il cosmo di Phoenix, appena sceso sul campo di battaglia, dandogli la sua benedizione. Ristorò Cristal, provato per lo scontro con Beli, e sostenne Andromeda in quella che, agli occhi del ragazzo, sembrò una nuova prova del suo infinito addestramento.

Infine raggiunse Pegasus, naufragando tra i ricordi assieme a lui.

"Isabel…" –Mormorò il giovane.

Atena sobbalzò, prima di capire che non era a lei che si riferiva, ma alla bambina viziata che amava trascorrere le notti ad ascoltare i racconti di suo nonno e i giorni a rendere la vita un inferno agli orfani che l’anziano aveva riunito presso la sua casa.

"Non sono il tuo cavallino, né mai lo sarò!" –Esclamò il bambino, strappandole la frusta dalle mani e gettandola via.

"Come osi?" –Si accalorò la piccola Isabel, schiaffeggiandolo e spingendolo indietro.

Scontri del genere, alla Grande Fondazione, erano all’epoca frequenti e si risolvevano sempre con l’intervento di Asher, che mellifluo acconsentiva ad eseguire ogni richiesta della capricciosa bambina, anche al punto di umiliare se stesso.

"Mentre tu… non l’hai mai fatto!" –Sospirò Isabel, rattristata dai propri infantili atteggiamenti, mentre il vento del ricordo smuoveva le fronde dell’ulivo. –"No! Sei sempre stato uomo a sufficienza! Per entrambi!"

E ricordò il giorno in cui si erano rivisti, dopo i sei anni di addestramento, e la guerra di sentimenti scatenatasi nel cuore del ragazzo, dominato prima dall’ansia e dalla felicità di ritrovare sua sorella, poi dal dolore nell’apprendere della sua scomparsa.

"Per quello sei diventato Cavaliere! Per quel motivo hai stretto i denti e sopportato anni di allenamento intensivo e scontri massacranti! Non per inseguire i sogni di pace di chissà quale Divinità il cui nome è stato a lungo un sospiro nel vento!" –Mormorò Atena, a cui parve di vedere le labbra sofferenti del Cavaliere contrarsi in un silenzioso cenno d’assenso.

"A volte ho pensato di smettere!" –Parlò Pegasus per la prima volta, stupendo la Dea che non immaginava che il ragazzo avrebbe potuto percepire la sua presenza dentro di lui. –"Soprattutto dopo aver ritrovato colei che avevo perduto! ‘Il cerchio si è chiuso!’ dissi a Lamia poche settimane fa, dopo la sconfitta di Flegias sull’Isola delle Ombre. Quel che dovevo fare l’ho fatto, e adesso posso essere in pace con me stesso, senza più rimproverarmi niente!"

"Non avresti mai dovuto rimproverarti alcunché!" –Fu la risposta di Isabel.

"Non avrei potuto vivere sapendo di non aver fatto abbastanza per ritrovarla! Lei, in fondo, è stata la mia famiglia per anni, l’unica che si è presa cura di me, tenendomi per mano e correndo assieme a me a caccia di farfalle! Mi ha fatto da sorella, ma anche da madre e da amica! E per un momento, credendo che le guerre fossero finite e che gli Dei sanguinari fossero stati sconfitti, Apollo, Nettuno, Ade e Ares, ho accarezzato l’idea di avere una vita normale, quella che i ragazzi della mia età vivono quotidianamente! Quell’esistenza che io, Sirio, Andromeda, Cristal e Phoenix abbiamo soltanto sfiorato, nei rari momenti di quiete che ci sono stati concessi!"

"È la vita che anch’io vorrei per voi!" –Confessò Atena. –"Per questo vi feci dono del Talismano della Dimenticanza! Per darvi quell’opportunità che meritate!"

"E cosa faresti, Isabel, se anche tu potessi goderne, di quell’opportunità?"

Atena sorrise, alla genuina innocenza di quella domanda e al piacere di sentire il suo nome pronunciato proprio da lui. –"Non credo che in questa vita potrò goderne, Pegasus!"

"Neppure io lo credo! Ma a volte è bello pensarlo! Sognare il futuro!" –Mormorò lui. –"Immaginare un mondo senza più guerre, dove potrei smettere i panni dell’eroe, in cui mi sono sempre trovato stretto, e indossare quelli di un diciottenne come tanti, desideroso di vivere la vita fino in fondo! In quel mondo fantastico, vorrei viverla con te. Passeggiare insieme sulla spiaggia di Luxor, osservando i tramonti succedersi e il nostro amore rimanere. Oppure sedere sul molo della Darsena, a rimirare le stelle, unendole in modo da disegnare quel che la fantasia e i nostri sogni ci vedrebbero!"

"Sarebbe bello…" –Confessò lei.

"Sì, lo sarebbe! Questa è la vita che ho a lungo sognato per entrambi, e per cui ho combattuto negli ultimi anni, da quando è diventato chiaro, a me stesso, il motivo per cui stavo davvero lottando! Non più ritrovare mia sorella, non soltanto!"

"Pegasus… Ti prego…" –Lo fermò Atena, che non poteva sopportare oltre. Era una Dea, e aveva dei doveri nei confronti dell’umanità, anche se a volte le faceva male ricordarlo, perché esserlo significava precludersi quella felicità che come donna avrebbe voluto. –"Sono risorta in quest’epoca per una missione!"

"Lo so! E a volte anch’io credo di essere nato per questo! Per continuare quel che le nostre anime hanno iniziato millenni addietro, agli albori del mondo, e rimanere insieme per l’eternità! Dannati nei nostri sentimenti! Vicini sempre, pur senza raggiungerci mai!"

La Dea non aggiunse altro, consapevole che Pegasus aveva colto nel segno. Quel che volevano entrambi era qualcosa che non avrebbero mai avuto. Che lo accettassero o meno, dovevano andare avanti e fare quel che ci si aspettava da loro, combattere per la giustizia e la difesa dell’umanità. Anche a costo di bruciare la loro stessa felicità.

Cos’è in fondo la felicità di un uomo di fronte alla sofferenza di un mondo? Si ripeteva Atena, nei momenti che riusciva a dedicare a se stessa. Ma, per quanto conoscesse la risposta, a volte le pesava ammetterla.

"Sto morendo!" –Disse infine Pegasus, e la Dea poté percepire lo spegnersi del suo cosmo. Quella fiamma che finora aveva sentito nel cuore, adesso stava sbiadendo, perdendosi in un’ombra lontana.

"Devi reagire!!!" –Lo incitò, dall’alto dell’Olimpo.

"Le mie forze non bastano più! Il veleno di Jormungandr…"

"Puoi vincerlo! Il mio cosmo ti aiuterà! Come vincemmo la Spada di Ade!"

"Conservalo per i giorni che verranno! Ne avrai bisogno anche tu, per affrontare l’ombra!" –Le disse Pegasus, rifiutando il suo aiuto. E alla figlia di Zeus parve di sentire un muro sorgere tra loro, un muro che, pur se distante, le impediva di donare il suo cosmo a colui che amava.

"Pegasus… Tu non puoi morire, sei l’unica speranza per tutti coloro che vivono in quest’epoca!"

"No! Io sono soltanto un Cavaliere devoto come tanti, che ha lottato ed è caduto per la sua Dea! Sei tu la speranza degli uomini! Tu, che hai sopportato e sopporterai ancora il peso di ogni perdita, di ogni rinuncia!"

"Sai quanti Cavalieri hanno indossato l’armatura di Pegasus prima di te? Numerose decine. E quanti hanno indossato le altre ottantasette corazze? Numerose centinaia. E tutti, tutti quanti, hanno combattuto sorretti da autentica fede, tutti hanno lottato per la giustizia, per difendere la Terra, per proteggere gli uomini o una persona che avevano cara, fosse un amico o un fratello! Tutti hanno trovato la morte sotto i vessilli di Atena, ma tu, tu soltanto, hai lottato per me! Non per la Dea, ma per Isabel! Unico, di tutte le migliaia di eroi che la storia ha conosciuto!"

"Tu sei la Dea, per me!" –Commentò Pegasus.

"E per me dovrai vivere, allora!" –Sentenziò Isabel. –"È una ragione sufficiente?!"

Pegasus non rispose e la Dea perse ogni collegamento con il ragazzo, risvegliandosi di scatto dal trance in cui era apparentemente precipitata. Demetra, in piedi di fronte a lei, la osservava con aria preoccupata, mentre rivoli di sudore le colavano sul volto.

Anche Balder perse ogni contatto con la mente del Cavaliere, e per un attimo credette davvero che l’ombra lo avesse vinto, trascinandolo verso l’abisso. Poi, lenta ma persistente, la fiamma del suo cosmo risplendette di nuovo e il figlio di Odino sorrise, osservando Pegasus riaprire gli occhi e guardarsi intorno, stordito e un po’ dolorante.

"Ben svegliato, Cavaliere di Atena!" –Esclamò il Sole di Asgard con un gran sorriso. –"È nel tuo destino, nel tuo sangue, correre in aiuto di Atena!"

***

Erik si stava proprio divertendo. Come non accadeva da tempo.

La sua corazza era sporca, di terriccio e di sangue nemico. La sua scure era intrisa della materia cerebrale di tutti coloro a cui aveva sfondato il cranio. Il suo ego traboccava smisurato, pregustando già lo scranno su cui Loki lo avrebbe fatto sedere al termine di quello scontro, che si sarebbe concluso con il loro trionfo.

Di questo, Erik non aveva dubbi. Non fosse stato altro per il nome che portavano, che aveva applaudito quando l’Ingannatore lo aveva assegnato loro. Gli Dei di Vittoria.

"E in quale altro modo dovremmo chiamarci?!" –Aveva ironizzato quel giorno, nelle caverne di Járnviðr. –"Dei di Sconfitta non sarebbe altrettanto stimolante, non credi?"

Loki non gli aveva dato ascolto, rifugiandosi nelle profondità assieme a Managarmr, l’unico, dei cinque, a condividere con il Dio una certa intimità, per quanto al ragazzo sembrasse un comportamento dovuto nei confronti di colui che considerava un padre.

"Se Loki gli ordinasse di gettarsi nudo tra le fiamme, quello non esiterebbe una volta, senza neanche chiedersi perché!" –Aveva sentenziato Bjuga, addentando con voracità il cosciotto di lepre appena tolto dal fuoco.

Drepa e Hræsvelgr non avevano aggiunto altro, per niente interessati ad una conversazione con i loro parigrado, nessuno dei quali li considerava tali.

"Hanno tutti sbagliato!" –Sogghignò Erik, roteando la propria arma e staccando la testa di un Einheri con un colpo solo, scagliandola a molti metri di distanza. –"L’unico degno guerriero sono io! Ahr ahr! Un bersekir allo stato puro!"

Modhgudhr, alle sue spalle, rimaneva in silenzio, limitandosi a proteggere il Sigtýr con una barriera di energia psichica, impedendo agli attacchi avversi di raggiungerlo. Tutte le frecce che gli erano piovute contro erano state annientate al solo contatto con tale protezione, permettendogli un margine d’azione che nessun’altro guerriero aveva.

Forte di quel vantaggio, Erik aveva massacrato persino Ullr, il Cacciatore degli Asi, legando la sua testa alla cintura, come monito per coloro che avessero osato sfidarlo.

Proprio in quel momento Loki gli parlò, tramite il cosmo, pregandolo di raggiungerlo ai margini inferiori della piana. Con amarezza, per doversi sottrarre al bagno di sangue, Erik obbedì, facendo cenno alla fanciulla dal volto emaciato di seguirlo.

"Salute a te, Gran Fabbricatore di Inganni! Accetta questo mio umile dono, come prova della mia indiscussa fedeltà alla causa!" –Esordì il Rosso, gettando la testa di Ullr ai piedi di Loki, che mosse un passo indietro, disgustato da quella sozza visione. –"Non sarai diventato schizzinoso?! Ahr ahr!"

"Al momento sono piuttosto irritato, in verità!" –Esordì il Dio. –"Dai Cavalieri di Atena, per essere preciso! E quando sono irritato mi prude la pelle! Ero convinto che il crollo di Bifrost li avrebbe tenuti lontani, invece sono giunti fin qua, passando da non so quale strada! La loro presenza è nociva al completamento dei piani!"

"Sei turbato da dei ragazzini? Quanti Einherjar abbiamo già massacrato quest’oggi? A settantadue ho perso il conto! Ahr ahr!" –Rise Erik, ma poi, vedendo lo sguardo irato, e preoccupato, che Loki gli rivolse, si chetò. Le cicatrici violacee che il nume solitamente nascondeva tramite il cosmo erano adesso evidenti, così come il tic nervoso che lo portava a grattarsi con frequenza.

"Jormungandr è caduto! Ho sentito la sua aura spegnersi, sconfitto indubbiamente da un Cavaliere di Atena, credo Pegasus! Un altro è qua, a Vígridhr, e ho inviato Fenrir ad occuparsene! Un terzo è a Himinbjörg e, dal momento che viaggiano sempre in cinque, immagino che anche gli altri due non siano lontani, magari intenti a ritardare l’avanzata dei Giganti di Gelo dal Niflheimr? Inoltre vi sono altri due cosmi che non riesco a riconoscere, ma che mi sono apertamente ostili!"

"Ti preoccupi troppo! A qualunque divinità siano devoti, i nostri nemici cadranno tutti! Un collo è sempre un collo!" –Commentò Erik, sollevando la scure.

"Ciononostante intendo fargliela pagare! Un versetto della Bibbia giudaico-cristiana recita: Occhio per occhio, dente per dente, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita! Io aggiungerei: scure per scure!" –Sogghignò Loki, ritrovando la sua perfida determinazione. –"Dal momento che i Cavalieri di Atena non si sono fatti scrupolo alcuno nell’intromettersi in affari che non li riguardavano, non avranno da lamentarsi se anche noi faremo altrettanto, non credi?!" –E spiegò a Erik ciò che lui e Modhgudhr avrebbero dovuto fare.

La vendetta dell’Ingannatore si sarebbe presto abbattuta su Atene.