CAPITOLO SEDICESIMO: DEMONI CONTRO DEI

Dominante nella zona del Medio Oriente, l'odierno Iraq, che un tempo i figli di Elleno avevano denominato Mesopotamia ossia "terra tra i due fiumi", si estendeva tra il fiume Tigri e l’Eufrate. Era la parte più florida della cosiddetta "mezzaluna fertile", sede delle più antiche civiltà, e luogo macchiato dal sangue di migliaia di uomini, che si danno eternamente battaglia per la conquista di quel grande territorio. Da secoli, ormai, questa regione non trovava più pace.

Negli ultimi giorni, poi, le rivalità e gli scontri sembravano essersi accentuati, e a livello locale s’era diffusa un’insolita notizia: presso la valle dell’Eufrate, molti dicevano di aver visto la terra muoversi e rocce spostarsi da sole. Alcuni ritenevano, addirittura, di aver avvistato un’immensa città, di antica origine.

Ciò poteva sembrare strana come cosa, ma si avvicinava moltissimo alla realtà: infatti l’oscuro cosmo di Lucifero aveva riedificato l’antica città di Babilonia, scelta tra tutte le antiche città come sua nuova base in terra. La cosa però non era passata inosservata agli occhi di chi tutto può: dalla cima dell’Olimpo, infatti, la Triade divina, formata da Apollo, Ares ed Ercole, aveva visto tutto ciò e stava pensando a come contrastare quel nemico, nel contempo in cui approntava la prossima mossa per attaccare Atena e i suoi divini alleati.

I tre però non erano sicuro di come attaccare quel nemico, sia per il fatto di non conoscere quei luoghi angusti ed aridi, sia per il fatto di nono conoscere la reale potenza del nemico. Però, da varie ore, i messaggeri divini portavano loro notizie a dir poco allarmanti: da ogni parte del mondo, stavano confluendo a Babilonia, orde ed orde di demoni. Un flusso migratorio a dir poco sospetto, e poi conoscendo la fama di Lucifero come Principe dei Demoni, la Triade aveva deciso che un numero ingente di saint e soldati divini fossero inviati ad eliminare lui e i suoi seguaci.

Era da poco calata la notte ed in cielo la Luna Piena risplendeva come non mai; l’esercito dell’Olimpo partì poco prima dell’una di notte, ed in breve tempo, nell’arco di un’ora e mezza fu nella piana irachena. Nonostante di mattina quel luogo sembrasse un Inferno in terra, in quanto la temperatura era molto alta e raggiungeva i 30/35 °C, durante la notte avveniva una notevole escursione termica che portava la temperatura sotto zero: quella notte c’erano addirittura 10 °C sotto zero!

 

L’esercito divino d’assalto era ben assestato, perfettamente schierato, segno del grande ingegno dei due capi Ercole ed Ares, due abili strateghi di guerra: volando, i Messaggeri di Ermes e gli Angels di Artemis erano pronti a sorprendere i loro nemici e raggiungere presto il loro obbiettivo, mentre a terra, le restanti truppe d’attacco potevano distruggere un intero paese con pochi colpi, quindi dar fastidio a qualsiasi avversario

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"Avanti uomini, siamo addestrati a non provare il caldo, ma ora sforzatevi a sconfiggere il freddo. Il nostro maestro Efesto, Dio del Fuoco e Fabbro degli Dei ci ha insegnato a controllare la temperatura corporea, non ricordate?", disse un giovane uomo, dalla rossa armatura e con una fascia bianca tra i capelli.

"Sì, Sommo Cadminus. Ordinerò alle truppe di non fermarsi per nessun motivo, penso che tra qualche decina di minuti arriveremo nei pressi di Babilonia!", rispose un uomo, a lui vicino, probabilmente il suo sottotenente.

Colui che era stato chiamato Cadminus, era un giovane ragazzo, dai lunghi capelli castani e dai dolci occhi blu. Il suo statuario fisico dava ad intendere, per chi non lo conoscesse, che fosse sia un amante dell’esteriorità sia un deciso guerriero. La sua corazza, come già detto, era un trionfo di colori dalla tonalità rossa; era, inoltre, caratterizzata dal lucente diadema verde che dominava la scena sul suo elmo, e da un falcetto che era riposto sulla scena, nel lato destro.

"Forza uomini, che la forza dell’Olimpo illumini questa desertica zona!", urlò ancora il vice di Cadminus, incitando i suoi compagni, che presi dall’euforia aumentarono la velocità a cui si muovevano, raggiungendo quasi quella della luce.

 

Ciò diede modo loro di arrivare dopo poco tempo all’entrata frontale di Babilonia; i anticipo, rispetto agli altri Guerrieri Olimpici, le truppe di Efesto si fermarono sotto una parete rocciosa, aspettando l’arrivo degli altri. Costoro, però, non tardarono ad arrivare, e tra tutti i nuovi giunti, alcuni guerrieri si staccarono dalla propria squadra, per riunirsi in cerchio.

Tra di loro, prese la parola un muscoloso uomo, dagli occhi fiammeggianti, -"Io, Flegias la Tempesta Nera, figlio di Ares! Sono stato incaricato personalmente da mio padre, Dio della Guerra, di condurre questa spedizione di conquista e distruzione contro il Signore degli Inferi, Lucifero.

Ho già ideato un piano di conquista, molto facile. Le cose stanno così: voi Messaggeri ed Angels attaccherete logicamente dall’alto, attenti a non farvi scoprire! Nel contempo, noi da terra ci muoveremo separatamente in gruppi, da tutti e quattro i lati della città. So già che ci stanno aspettando, e per di più non conosciamo per niente chi ci troviamo davanti.

Sono molti a difendere la città, dovreste averlo capito. Per cui niente esitazioni, uccidete chiunque e distruggete tutto!", spiegò secco il figlio di Ares, "E quasi mi dimenticavo, voi altri Comandanti dei rispettivi eserciti, spiegate ai vostri sottoposti, di lasciar i soldati semplici sul campo, nel caso fossero feriti! Non perdere tempo a curare persone prive di cosmo!", continuò, inneggiando poi alla vittoria dell’Olimpo, e subito dopo come una meteora tutti si divisero e partirono alla volta dei numerosi sentieri della città.

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Mentre i vari eserciti olimpici si dividevano, all’interno di Babilonia, seduto sul suo trono, il Principe dei Demoni e Signore degli Inferi, Lucifero aspettava l’arrivo dei nemici, che gli avevano appena dichiarato guerra.

"Sapevo che gli scontri tra i Seima Tenshi e gli Heroes avrebbero portato delle conseguenze! Sono stato fortunato a richiamare a me tutti i demoni sulla Terra!", pensò Lucifero, dinnanzi al quale stavano inginocchiati i suoi quattro massimi generali.

"Seima Tenshi! Schierate le vostre armate ad ogni lato della città, non devono assolutamente arrivare qui da me!", ordinò l’Angelo Maledetto, "Se serve morite per eliminarli, non tollererò defezioni o mancanze di coraggio. Le considererò alto tradimento!", così che i quattro andarono via da lì in un lampo, pronti alla battaglia.

Mentre i suoi generali andavano a combattere, il Signore degli Inferi si alzò dal suo trono e si avvicinò ad uno specchio. Lucifero guardò fisso lo specchio, nel quale comparve una figura, ammantata di nero. –"Devo dire che avevi ragione sul fatto che ci attaccassero! Chissà come avrai fatto….", esclamò l’Angelo.

"Conosco il modo di pensare di tutti loro! Millenni fa, solo l’aiuto di Atena riuscì a frenare la mia ascesa al potere", replicò l’immagine nello specchio, quella dell’alleato di Lucifero, ossia Tifone, "E’ vero che è di lei che mi voglio vendicare maggiormente, ma anche l’Olimpo subirà la mia ira, soprattutto quel maledetto Ercole, che condannò alla disfatta i miei seguaci Giganti!".

"Non ti preoccupare, quando assalteremo l’Olimpo, ti lascerò Ercole in modo che tu possa eliminarlo personalmente! Certo che poi in caso di vittoria ci dovremmo spartir bene il mondo!", gli assicurò il Signore degli Inferi, concludendo il discorso col suo alleato, che scomparve dallo specchio.

"Povero sciocco, il Principe dei Demoni non aiuta nessuno. Al momento opportuno avrai ciò che meriti!", pensò un secondo dopo Lucifero, scoppiando a ridere sadicamente, ritornandosi a sedere sul suo diabolico trono.

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Nella parte est della città, Flegias conduceva il suo gruppo di fedeli lungo una via stretta della città: Babilonia, in fatti era costruita simile ad un labirinto ma di spropositate proporzioni e di varia conformazione, le cui diverse vie confluivano al nuovo Tempio di Satana, nel centro della città, dove si trovava anche la famosa Torre di Babele, la mitica torre di cui si parla nel primo libro della Bibbia.

"Altro che città, questo è un vero labirinto! Che tutte le città di questa regione siano così?", si chiese il figlio di Ares. D’un tratto fermò l’avanzata dei suoi, avendo avvertito una strana sensazione; ordinò ai suoi di mettersi in posa di battaglia, ed inviò due dei suoi soldati a vedere cosa ci fosse, col risultato che videro una dolce fanciulla, appoggiata ad un muro, la quale li chiamò a sé.

I due furono ammaliati dalla sua bellezza, così lei fu portata dinnanzi Flegias, incurante però del fascino del suo fascino, mentre tutti gli altri o quasi sembravano estasiati da tale visione celestiale. Una donna bellissima era costei, dai lunghi capelli biondi e dagli splendidi occhi azzurri; un fisico che farebbe invidia persino ad Afrodite, Dea della Bellezza e sposa di Ares.

"E tu, chi sei?", chiese la Tempesta Nera alla donna; -"Cosa posso essere se non una donna!", replicò lei, camminando verso il gruppo di soldati, ed accarezzandoli tutti.

Al minimo tocco, come per incanto, essi ricaddero al suolo, assopiti ed a poco a poco la loro pelle iniziò a mutare, tanto che in pochi secondo si ritrovarono come se avessero ottant’anni. Soltanto Flegias ed un altro suo guerriero rimasero svegli, all’ertati dalla caduta dei loro soldati.

"Chi sei in realtà?", continuò ad urlarle contro Flegias, lanciando subito una sfera d’energia, che la donna riuscì ad evitare, seppur provenisse da dietro, "Non pensare che essendo tu una donna, io non ti attacchi…"

"Una donna io….", disse a bassa voce la ragazza, e voltandosi, "…no, io sono la vostra rovina!", rivelò il suo vero volto, ossia quello di un orribile demone dalla faccia rossa, come le fiamme delle Inferno.

"Come molti sapranno, io Flegias la Tempesta Nera, me ne infischio delle regole della cavallerie, e non esiterei ad eliminarti in un batter d’occhio, ma se vuoi farci l’onore di presentarti!", replicò Flegias, supportato dall’ultimo guerriero rimastogli.

"Noi demoni siamo tutti uguali, almeno questo chi vi manda poteva dirvelo. Ma se vuoi saperlo, io sono Gremory il Duca Infernale, appartenente ai Thamiel di Moloch, Seima Tenshi della Quiete!", si presentò il demone.

"Bene, invece io sono Flegias, figlio di Ares, mentre a fianco a me v’è mio fratello Cicno il Furore, maestro nello sterminio degli uomini!", esclamò il capo della spedizione, presentando lui e il suo compagno.

Il demone, allora scoppiò in una grassa risata, "Finalmente dopo millenni posso provare ancora la mia forza….", ribatté il demone, finendo di ridere, ed unendo le mani in alto e convogliando la propria energia su di esse, "….disintegrali, Dark Energy Trap!", generando una gabbia d’energia nera, che bloccò i due Bersekers.

"Maledizione!", esclamò Flegias, guardandosi intorno, prendendo a calci la gabbia, da cui ricevette solo delle forti scariche elettriche di bassa intensità, "Se vuoi giocare forte, adesso ti faccio vedere di cosa siamo capaci noi, figli di Ares!.

Gremory si compiaceva nel vedere che i suoi nemici erano bloccati definitivamente in quella gabbia, e pregustava il momento in cui il suo comandante Moloch l’avrebbe premiato per aver catturato, addirittura, due importanti nemici.

"Finirò nella gloria eterna….", commentò il demone, ma ripensò attenatamente alle parole di Flegias, ed in quel momento due grandi cosmi esplosero nella zona, generando un muro di polvere, che dopo essersi diradata, rivelò allo sfortunato demone che i suoi nemici, Flegias e Cicno, s’erano liberati da soli, pronti a continuare il loro scontro.

"Ci pensi tu o me ne occupo io di questo pollo?", chiese la Tempesta Nera al fratello Cicno, guardandolo in faccia con aria divertita, deridendo il demone, -"Uhm vediamo…lo elimino io! Tanto lo sanno tutti che sei più forte di me, quindi riserva l’energie! Di certo non sono tutti scarsi come questo qua!", rispose l’altro figlio di Ares, portandosi faccia a faccia con Gremory, infastidito da tali parole denigratorie.

Seppur lo guardasse con aria di sfida, Gremory non era molto spaventato dal suo avversario, e ciò fu utile a Cicno che scovò un particolare che poteva essergli d’aiuto per concludere il match, in maniere sorprendente. –"L’epiteto di <<Duca Infernale>> te lo sei dato da solo, o ti è stato affibbiato? Perché se la seconda ipotesi è giusta, significa che basteremo solo io e Flegias per farvi fuori tutti….", affermò sorridendo il figlio di Ares, pronto alla lotta.

"Ma come ti permetti!", urlò arrabbiato Gremory, tentando di stendere Cicno con un destro, che andò a vuoto, e il Berseker replicò con un duro affondo allo stomaco, facendo inginocchiare il Duca Infernale, che sputò sangue dalla bocca.

"Senti Duca o come ti chiami, se te ne vai ti lascio vivere, altrimenti…", disse Cicno, ma il demone furioso per la proposta, che lo feriva nell’orgoglio, tentò nuovamente di attaccarlo, finendo però nella trappola del Berseker.

"Soluzione sbagliata!", esclamò il figlio di Ares, illuminando la propria mano che divenne incandescente e trapassò di parte in parte l’addome di Gremory, che crollò a terra, morto sventrato.

Soddisfatto molto del fratello, Flegias fece un cenno con la testa a Cicno, e costui prese il corpo di Gremory e gli impresse sopra un simbolo, quello di suo padre, tirando fuori dalla cintura un piccolo pugnale, nel quale fu convogliata l’anima del demone, il cui corpo svuotato svanì come polvere di stelle.

Conclusa l’opera di estrazione dell’anima, Cicno s’avvicinò a Flegias, porgendogli il pugnale, "Chissà nostro padre cosa vuol farsene di tutti questi demoni. Dev’esserci un buon motivo se ha dotato tutti noi Bersekers di questa tecnica d’estrazione!", affermò Cicno, e l’altro gli fece capire di non potergli rivelar nulla di quanto sapeva circa quel pugnale, "Evidentemente, ci sarà una buona ragione!".

"Sinceramente non me ne frega nulla di cosa vuole farci, a me basta solo rispettare la sua volontà ed uccidere qualcuno. Tutto qui! Certo che però l’idea che ha avuto mi ha allettato moltissimo!", replicò con tono duro Flegias, "Se sei pronto, riprendiamo la corsa verso la meta finale!", continuò il figlio di Ares, guardando insieme a Cicno, l’immensa torre che si stagliava nella città.

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Il Comandante Cadminus ed il suo gruppo di spedizione era penetrata frontalmente nella città, ritrovandola stranamente vuota e senza protezioni. Sospettoso della cosa, aveva ordinato la massima allerta, soprattutto nel momento in cui, pochi minuti prima, aveva sentito dei cosmi alleati esplodere di colpo.

"Degli uomini inviati da Ares, soltanto il comandante Flegias e Cicno potrebbero raggiungere tanta potenza!", commentò Cadminus, notando poi che il cosmo di Cicno s’era innalzato ancora improvvisamente per poi abbassarsi, mentre un altro scompariva dalla zona in cui si stava tenendo lo scontro.

"Se due come loro, a me pari, sono dovuti scendere in campo, questi demoni sono degli ossi durissimi. O possibile che abbiano soltanto aumentato la propria energia per il desiderio di umiliare il proprio nemico?", pensò poi il generale, guardando il suo vice Andros dei Cabiri, anche lui stupito dal fatto avvenuto.

Dopo pochi minuti, si ritrovarono di fronte ad un bivio, così che Cadminus dovette fare una difficile scelta, "So che uniti siamo imbattibili, ma i pericoli sono molti in questa città! Non sappiamo queste due vie dove ci porteranno, per questo ho deciso che ci divideremo in due parti", esclamò il capo dei Cavalieri di Efesto, "Una la comanderò io logicamente, mentre l’altra sarà gestita da Andros, mio fedele secondo!".

I Cavalieri di Efesto furono d’accordo con tale scelta, e così si crearono due gruppi, di tre Cavalieri ciascuno più i due capitani e il resto dei soldati semplici, ed ognuno andò per la propria strada: per molti di loro, quella scelta sarà la diretta via verso la gloria eterna.

Il gruppo di Andros proseguì verso una via rocciosa, circondata ai lati da un’immensa foresta; -"Incredibile, chi l’avrebbe mai detto che in una città antica, per lo più in mezzo al deserto, si trovi una così ricca foresta!", guardando la notevole quantità di querce e pini ai lati della strada, affascinato dalla bellezza e diversità di quel luogo, rispetto a dove era cresciuto, in Grecia.

"Chissà quali altre notizie scopriremo su questa zona!", pensò poi il vice-comandante, avvertendo poi i suoi uomini di stare sempre in allerta, perché i pericoli, secondo lui, non finivano mai, almeno fino alla disfatta di quei demoni.

Proseguendo, Andros ed i suoi arrivarono ad un’oasi, ove i suoi poterono abbeverarsi con l’acqua di quel luogo; lui invece si sedette su una grande roccia, per rifiatare un attimo dopo non essersi mai fermato, da quando erano partiti dalla Grecia, neanche per un secondo, tranne nel momento in cui si doveva scegliere da dove attaccare la città e, poco dopo, quale percorso seguire.

"Fa un freddo da pazzi, qui!", disse ridendo Andros, mentre parlava con uno dei suoi uomini, Erik della Fornace, un ragazzo tedesco con una maschera sopra i suoi occhi.

All’improvviso, Andros ed Erik furono richiamati da un urlo d’aiuto, provenienti da alcuni suoi uomini. Essi condussero i due verso la sorgente, vicino alla quale c’erano i corpi morti di alcuni soldati, mentre altri erano feriti gravemente, ma si reggevano ancora in piedi; -"Che cosa diavolo è successo qui?", chiese Erik, soccorrendo un soldato, -"Qualcosa ci ha attaccato mentre stavamo bevendo, non siamo riusciti neanche a rispondere all’assalto, non riuscivamo a vederlo!", replicò l’uomo sanguinante.

"Che rabbia! Cavalieri, disponetevi in posizione di battaglia!", urlò Andros, ordinando ai suoi tre guerrieri di star ancor più attenti. Ciò servì molto perché attimi dopo l’ombra che aveva sterminato i soldati ritornò all’attacco contro i Cavalieri di Efesto, che lo bloccarono, unendo i loro cosmi in una barriera, in modo da far fallire l’attacco.

L’ombra capì che fosse inutile tentar di rompere la barriera, quindi si fermò dinnanzi a loro: costui era molto alto, circa sul metro e ottanta, superiore ai quattro Cavalieri che raggiungevano di poco il metro e sessanta; nei suoi occhi neri si celava una grande rabbia e il suo sorriso beffardo non era nulla di buono. Non aveva una propria armatura come i Cavalieri di Efesto, ma soltanto un semplice corazza nera, coprente soprattutto frontalmente mentre dietro era aperta e lasciava libera la schiena.

"Per buon costume, ci si presenta prima di lottare!", affermò Andros dei Cabiri, presentandosi poi al suo avversario. Stessa cosa fecero i suoi compagni, Erik, Erittonio del Fuoco Nero e Niso dell’Incudine.

"E perché dovrei dire il mio nome a gente inferiore a me….", esclamò l’essere; -"Ammetto di aver incontrato avversari ottusi, ma tu li superi tutti!", replicò Erik della Fornace, cercando di provocarlo.

"E sia, il mio nome è Dumuzi! Ora che sapete il mio nome….potete anche morire!", replicò colui che aveva massacrato i Soldati di Efesto. Egli smaterializzò la sua figura, quasi come un’illusione, e si portò in un secondo vicino ai Cavalieri Divini, stendendoli con alcuni pugni e calci, e lanciandoli verso delle rocce, distrutte dall’impeto dei pugni.

"Cosa diavolo?! E’ troppo forte per esser un demone!", commentò Andros, rialzandosi dopo i colpi subiti. –"Ma io non sono un Demone, sono un Dio!", ribatté sorridendo Dumuzi, i cui occhi divennero di color rosso fuoco, e con un pugno d’energia travolse Niso dell’Incudine, da poco rialzatosi, e scagliandolo lontano, danneggiando parte della sua corazza, soltanto sulla parte estrema dei coprispalla.

Erittonio ed Erik non fecero aspettare il loro nemico e piombarono su di lui, usando un attacco combinato dei loro fuochi, che si unirono in uno solo e colpirono Dumuzi, ustionandolo su varie parti del suo corpo, lasciando intatta la sua corazza divina.

"E’ inutile, non potrete mai battermi! Non è scritto nel destino che siate voi i miei carnefici…", affermò il Dio, lanciando ancora delle raffiche energetiche che stesero i due Cavalieri di Efesto, costretti al suolo.

"Muoriiiiii! Anvil of Destiny!", gridò una voce, ossia quella di Niso dell’Incudine, il quale usò uno dei suoi colpi, l’Anvil of Destiny: questa tecnica creò un incudine energetica, che si posizionò su Dumuzi, che non s’accorse di esso e fu colpito, crollando a terra, dolorante.

Mentre Niso aiutava Erittonio ed Erik a rialzarsi, Andros capì di non poter perder tempo con lui, anche se era un Dio, dovevano finirlo presto. E chi meglio di lui, Tenente dei Cavalieri di Efesto; -"Presto, distraetelo per un po’. Portate il duello per le lunghe, ho una strategia vincente!", disse compiaciuto il Cavaliere, a cui i sottoposti risposero di far tutto ciò che serve pur di vincere.

Per questo, Niso, Erittonio ed Erik circondarono Dumuzi, che si rialzò furioso, con un braccio spezzato dalla tecnica. –"Come può un Dio come me elevarsi a sconfiggere dei miseri briganti. La profezia non diceva che contro di voi dovevo morire….", pensò il Dio.

I tre Cavalieri decisero di prender tempo, per dar modo al loro capo Andros di usare la tecnica con cui secondo lui avrebbero vinto. "Essere demoniaco, se ti ritieni un Dio perché sei al servizio di uno come Lucifero? Dovresti essergli superiore, in fondo è solo un demone….", esclamò il Cavaliere del Fuoco Nero

Dumuzi sorrise amaramente, pensando alla domanda rivoltagli, "Sarebbe logico che fosse così, essendo io un Dio, ma c’è qualcosa che non sapete. La mia storia risale al tempo di quella che voi Greci chiamate Età Classica; allora risiedevo sereno, qui in Mesopotamia, nel mio Tempio di Uruk.

La mia vita allora era felice, non avevo bisogno di un’armatura o di saper combattere, e stavo tutto il tempo insieme alla mia amata Inanna, vivendo sereni alla giornata.

Un giorno però lei fu barbaramente uccisa da un mostro chiamato Galatur, ed inoltre mi fu predetto che sarei stato eliminato da un gruppo di ladri, per questo non potete eliminarmi. In seguito, presi posto come custode di Kur, l’Inferno mesopotamico, finchè in una delle sue avventure in Terra, fui sconfitto proprio da un eroe greco, il mitico Ercole.

Più che la morte è l’oblio della sconfitta che mi fa rabbia, per questo essendo un Dio Infernale, ho scelto di seguire Lucifero, Principe dei Demoni, che ho avuto ben modo di conoscere al tempo in cui gli Esseri Divini spadroneggiavano sulla Terra, prima di voi stolti uomini. E qui si conclude la mia storia, ora sparite!", disse il Dio, travolgendoli ancora con i suoi fasci d’energia, stendendoli.

Deridendo l’umana sciocchezza, Dumuzi s’avvicinò a Niso, l’unico che l’aveva ferito seriamente, con lo scopo di eliminarlo, -"Quasi mi dispiace doverti eliminare, ma sei l’unico che ha intaccato il mio divino corpo!", esclamò il Dio, le cui unghie delle mani si allungarono, pronte ad essere affondati nelle carni dell’olimpico.

"Amico, non per noi, ma per te è arrivata la fine!", urlò una voce, quella di Andros dei Cabiri, il quale tempestò il Dio nemico con una scarica di colpi, fino a lanciarlo nel lago lì vicino. Dumuzi si rimise in piedi, ma si sentì bloccato da qualcosa: due dei suoi nemici, Erik ed Erittonio, lo stavano bloccando con dei fili ardenti.

"I nostri due simboli sono talmente simili, da poter usare un colpo combinato, il Blazing Cage!", commentarono in coro i due, mentre distante da loro, Andros aveva concluso il lungo caricamento del suo colpo.

"Scusate amici, ma per raggiungere una temperatura così alta, ci ho messo un bel po’ di tempo! Ma ve l’avevo assicurato, il nostro avversario verrà eliminato!", esclamò il Cavaliere dei Cabiri, lanciando una corona di fuoco che andò a finire nel lago dove stava Dumuzi.

Il Dio fu sorpreso dal non esser stato colpito direttamente, ma subito dopo s’accorse che l’acqua divenne estremamente calda, e quindi la sua corazza iniziò a fondere, lasciando però il corpo intatto. "Non posso essere eliminato da voi, solo dei ladri potevano uccidermi…", balbettò il Dio, al quale replicò seccamente il capo del gruppo dei Cavalieri di Efesto.

"Non avresti dovuto prendere alla lettera la predizione, l’hai detto stesso tu che eravamo dei miseri briganti…", rispose Andros, spaventando il Dio mesopotamico. A quel punto, nel lago si generò un geyser, causato dall’acqua calda generatasi, che trasportò in alto il corpo di Dumuzi, che fu distrutto dalla grande quantità di vapore.

Andros, Niso, Erittonio ed Erik si riunirono e complimentarono per la grande battaglia, senza aver subito neanche troppi danni. –"Presto andiamo via, prima che magari venga qualcuno a dargli una mano!", disse Erik, continuando insieme ai compagni, la corsa verso Lucifero.