CAPITOLO II

Rodorio

Zenas e i suoi allievi lasciarono il centro dell'arena per dirigersi verso Rodorio, proprio mentre stavano giungendo allo stadio alcuni Cavalieri di Bronzo, pronti per iniziare un leggero allenamento fisico. I giovani eletti passarono per l'atrio interno dell'arena a recuperare alcune tuniche che avevano lasciato lì prima del loro incontro con Sion. Dalla piccola sala si udivano distintamente i colpi che i Cavalieri stavano scambiandosi all'esterno, cosa che incuriosì molto alcuni di loro.

"Maestro Zenas..." fece d'un tratto Milo "...possiamo assistere alla lotta che si sta svolgendo nell'arena?"

"Mi dispiace ragazzini, ma avete sentito anche voi le parole del Grande Micene: i vostri alloggi a Rodorio vi attendono. Ma già da domani, probabilmente, l'arena sarà tutta vostra" rispose il vecchio addestratore in tono bonario.

"Andrò io stesso a chiedere a mio fratello il permesso di restare" aggiunse prontamente Ioria.

"Dove credi di andare tu? Ancora a dar fastidio, eh? E poi chi vuoi che creda alla favola che tu sia il fratello di Micene" rispose indispettito Zenas, fermando l'esuberante giovane.

"E va bene, non andrò maestro Zenas...ma sappiate che Micene del Sagittario è mio fratello!" fece Ioria, portandosi le mani ai fianchi e imbronciando.

Zenas, senza dare troppa importanza alle parole, diede fretta agli allievi, che si incamminarono, seguendolo. Lungo la via che li avrebbe condotti a Rodorio, i giovani ebbero modo di godersi il bel clima mediterraneo, osservando ora il mare poco lontano, ora il Grande Tempio in lontananza. Aldebaran si avvicinò a Ioria e gli sussurrò simpaticamente qualcosa, attirando istintivamente l'attenzione del resto del gruppo:

"Sembra che tu e maestro Zenas non smetterete mai di litigare, eh?"

Ioria fingendo di essere offeso con il maestro, rispose:

"Già...ma voi mi credete, vero? Io sono fratello di Micene!"

Dopo queste parole, ricevette una spinta da DeathMask che, con aria dispettosa, gli rivolse la parola:

"Va bene, ma ora basta!"

La burla strappò un sorriso allo stesso Ioria, orgoglioso di aver convinto i suoi compagni che Micene fosse davvero suo fratello, nonostante poco prima, all'arena, il Cavaliere d'Oro non avesse abbozzato ad alcun cenno d'intesa, in risposta al suo saluto.

"Silenzio marmocchi, siamo quasi a destinazione" disse l'addestratore, senza voltarsi, probabilmente non avendo nemmeno compreso il perché di quel vivace brusio.

Dopo pochi minuti, il gruppo entrò nel piccolo centro di Rodorio, il villaggio ai piedi del Grande Tempio, abitato da gente umile e grata ad Atena per la protezione che nei secoli aveva ricevuto da parte del Santuario e dei suoi Cavalieri. In realtà, la vicinanza al quartier generale dell'esercito terreno della dea, poneva il centro abitato in una posizione strategicamente sfavorevole, potenzialmente attaccabile, da terra e da mare, da eventuali incursioni di truppe ostili inviate dagli dei storicamente ostili al Santuario, come Poseidone e Ade, ma questo rischio era stato ben accolto nel corso dei secoli dalle generazioni che vi avevano abitato, profondamente devote alla causa del Tempio da accettare qualsiasi evenienza, sicuri anche della protezione che il cosmo della dea emanava periodicamente per avvolgere l'intera regione in una coltre invisibile ma estremamente efficace per sviare i malintenzionati e occultare la loro presenza agli occhi del mondo.

Uno dei primi edifici del villaggio, provenendo dall'arena, era l'emporio di un caro amico di Zenas il quale, approfittando dell'occasione, si fermò per un cordiale saluto:

"Gerione, vecchio mio, come stai? E' da un po' che non ci vediamo. Purtroppo sono impegnato con questi giovanotti e non posso trattenermi molto..."

"Amico, vieni qui fatti abbracciare" rispose il mercante, allargando le braccia.

"Ti trovo bene Gerione, come vanno gli affari? Immagino egregiamente, non potrebbe essere altrimenti per un mercante abile come te...Fermati maledetto!"

L'elogio all'amico si interruppe quando Zenas notò che DeathMask stava mangiando delle mele prese di nascosto dalle casse dell'emporio:

"...Ma come osi maledetto? Gerione perdonami!"

Il mercante, divertito dai modi di fare dell'amico, sorrise.

"Che c'è?..." disse il giovane, imbronciando, come se non avesse fatto nulla di male "...un futuro Cavaliere d'Oro non può godere nemmeno di questi privilegi?"

"Che parole sono queste? Insolente e sgarbata è la tua lingua! Non sarai mai Cavaliere d'Oro se andrai in giro rubando dalle bancarelle della gente onesta!" rispose furente Zenas.

"Futuri Cavalieri d'Oro? Vuoi dire che questi fanciulli sono i nuovi arrivati? I pupilli del Grande Sacerdote?" chiese Gerione stupito, sgranando gli occhi.

"Sì, per quanto possa sembrare strano, vista la loro impertinenza!" rispose seccato l'amico, volgendo lo sguardo inferocito ai suoi allievi.

"Ma se le cose stanno così, non posso che essere onorato di fare la vostra conoscenza, sei perdonato ragazzino per il tuo gesto: la gioia per questo incontro vale molto più di qualche mela".

"Visto?" disse un soddisfatto DeathMask rivolgendosi al maestro, prima di dare un altro morso alla mela che aveva in mano.

"E' meglio andare ora, Gerione tornerò a trovarti quando non avrò più questi qui tra i piedi" fece Zenas, evidentemente infastidito dal comportamento del dispettoso allievo.

"Va' pure amico! Arrivederci fanciulli, Atena vi benedica!" li salutò il buon Gerione, alzando la mano e sorridendo, tornando poi al suo lavoro a cuor leggero.

Arrivati davanti ad un grande edificio, diverso sia per dimensione che per stile architettonico da quelli che lo circondavano, Zenas bussò alla porta con due colpi decisi della mano:

"Siamo arrivati", aggiunse.

La porta si aprì e apparve una donna dal volto coperto da una maschera decorata.

"Zenas benvenuto, ti stavamo aspettando. Puoi lasciare i fanciulli sotto il mio controllo, ora va' pure e torna a casa, sei stato molto utile finora" disse in modo pacato e gentile.

"Vi ringrazio nobile Agape, sono al servizio del Grande Tempio e faccio ciò che posso..." rispose sommessamente, poi, rivolgendosi ai giovani, aggiunse "...Bene marmocchi è giunto il momento di salutarci, non dimenticatevi di me e venite a farmi visita ogni tanto, abito qui vicino..." sospirò "...Atena sia con voi, miei cari!"

"Arrivederci maestro Zenas" risposero.

"Bene entrate pure ragazzi, accomodatevi" disse Agape, Sacerdotessa del Tempio dagli ondulati capelli corvini che le arrivavano alle spalle, nota per la sua gentilezza ed il suo altruismo. Altruismo che qualche anno prima le costò caro: era in palio l'Armatura d'Argento della Costellazione della Vela e il Grande Sion indisse un torneo per decretarne la nuova posseditrice. Agape partecipò al torneo e, nonostante fossero in molte ad ambire al trofeo, veniva considerata come una delle favorite, grazie alle sue spiccate abilità combattive e ad un cosmo notevole. Vinse molti scontri e giunse facilmente in semifinale. Durante un allenamento all'arena, che precedeva la prima semifinale, si accorse che la sua avversaria, che stava prendendo parte ad un intenso allenamento con le sue amiche, si trovò in difficoltà quando dovette parare in rapida successione dei massi scagliati da alcune addestratrici con le loro capacità cosmiche. La ragazza, venendo meno al suo obiettivo, schivò un masso invece di pararlo, perché esausta, ma così facendo la pietra colpì violentemente la base di una colonna, destabilizzandola. Il pilastro crollò rovinosamente, rischiando di colpire la sfortunata guerriera, in ginocchio a terra, che stava riprendendo fiato.

"Attenta Kassandra!" urlarono tutte ma Agape, resasi conto in tempo del pericolo, si avvicinò velocemente e la spinse via con una forte spallata ma, sfortunatamente, venne colpita ad una gamba, subendo una profonda ferita e una frattura alla tibia destra. Contorcendosi dal dolore, venne prontamente curata dalle Sacerdotesse presenti, ma ci volle molto tempo prima che Agape si riprendesse, cosa che purtroppo le costò la probabile nomina a Sacerdotessa guerriera della Vela.

Questo infausto evento portò però alla nascita di una profonda e sincera amicizia tra Agape e Kassandra, con quest'ultima che rinunciò al torneo per stare vicino alla compagna durante la convalescenza. Il Grande Sion, ammirando la generosità delle due pretendenti, fu clemente con entrambe e concesse loro di entrare a far parte dell'ordine delle Sacerdotesse, pur non potendo essere considerate Sacerdotesse guerriere, il rango più alto a cui una donna potesse ambire al Santuario. Decisero di loro spontanea volontà di indossare le maschere tradizionali e da quel giorno furono legate l'una all'altra. Il ricordo di quell'evento era una grossa cicatrice sulla coscia destra della nobile Agape.

"Gentile Agape, cos'è questo luogo?" chiese Aphrodite, rivolgendosi alla Sacerdotessa, dopo che tutti ebbero osservato incuriositi le massicce pareti dell'edificio, impreziosite da una serie di coppie di semicolonne lisce sulle quali poggiavano eleganti costoloni che formavano ampie volte a crociera a quattro vele.

"E' l'Accademia del Tempio, luogo in cui voi giovani allievi alloggerete fino al giorno della vostra probabile elezione a Cavalieri. Sono certa che riuscirete a raggiungere agevolmente il vostro obiettivo, percepisco in voi un grande cosmo."

"Agape, sono dunque questi i nuovi arrivati?" chiese una voce che sembrava provenire dal grande cortile centrale, ricco di fiori, piante, alberi e una grande fontana.

"Sì Kassandra, hai indovinato" rispose gioiosa l'amica.

"Bene, gli alloggi e la sala da pranzo sono pronti, immagino che i nostri giovani ospiti siano affamati, conducili pure, io vi raggiungerò a breve."

Nell'ampia sala da pranzo un grande tavolo era stato riservato ai nuovi ospiti, mentre altri due erano per Sacerdotesse e Cavalieri d'Argento e Bronzo. Alcuni di loro, gli stessi che precedentemente combattevano all'arena, giunsero affamati e si accomodarono a tavola in attesa che i cuochi dell'Accademia, uomini e donne di Rodorio, preparassero il pranzo.

"Ehilà ragazzini, voi chi siete?" chiese un simpatico Cavaliere di Bronzo ai nuovi arrivati.

"Noi siamo gli allievi arrivati poco tempo fa al Tempio e affronteremo le prove che il Gran Sacerdote vorrà assegnarci per diventare futuri Cavalieri d'Oro" rispose orgogliosamente Shura.

"Cosa? Dunque siete voi! E' un onore per me. Sapete mi sento un po' a disagio: avere a che fare con ragazzini più giovani, ma destinati a diventare più grandi di me...beh...certo, pur essendo un semplice Cavaliere di Bronzo, ora che faccio attenzione, percepisco chiaramente i vostri cosmi. Ma permettete di presentarmi, piacere di conoscervi io sono Hermann della Costellazione del Tucano".

"Non sei greco vero?" chiese Camus.

"No, infatti. Il nome è un chiaro riferimento alle mie origini svizzere. E voi?"

"Veniamo un po' da tutte le parti del mondo a dire il vero, ma alcuni di noi, come me del resto, sono greci" sorrise Milo.

Il pranzo trascorse in modo sereno, con i Cavalieri incuriositi dai nuovi presenti, su cui aleggiava tanto fascino: dei novizi appena arrivati erano già diventati gli allievi più famosi di Rodorio, e non poteva essere altrimenti d'altronde.

Nel pomeriggio, i giovani allievi vennero lasciati liberi e trascorsero del tempo nel grazioso e ampio cortile dell'Accademia, circondato da un massiccio porticato rettangolare in tufo grigio: Shaka era in meditazione all'ombra di un grande albero, con Mur al suo fianco che osservava Ioria e Aldebaran che si stavano cimentando in alcune prove di forza, quasi volessero iniziare fin da subito con l'addestramento vero e proprio; Milo, Camus e Aphrodite discutevano tranquilli su una panca, con quest'ultimo piacevolmente attratto dalla bellezza di alcune orchidee piantate nell'aiuola adiacente, Shura era disteso sotto un albero, poco distante da quello di Mur e Shaka, fissando il cielo che a poco a poco si tingeva di rosso a causa del sole sempre più basso, con le mani dietro la nuca che si poggiavano al ruvido fusto della pianta. Erano apparentemente tutti molto sereni, tranne uno: DeathMask era in disparte, inaspettatamente serio e pensieroso, a dispetto della sua proverbiale esuberanza. Tracciava distrattamente col dito delle linee nella morbida terra e sembrava evitare volontariamente qualsiasi sguardo. Mur si accorse dello strano comportamento del compagno e gli si avvicinò; col suo consueto tono pacato si rivolse a DeathMask che si accorse della presenza, pur fingendo il contrario,:

"Cosa fai? E' da un po' che sei qui da solo, qualcosa non va?". Sorrise, ma DeathMask non ricambiò e si limitò a rispondere in modo seccato:

"Lasciami stare".

Mur rimase sorpreso, avvertiva chiaramente un cambiamento nel suo compagno, ma decise di accontentarlo, allontanandosi.

"Riprenditi, qualsiasi cosa tu abbia" aggiunse, prima di voltarsi.

Calò la notte ed uno splendido cielo stellato avvolse il Grande Tempio. Silenzio e luci sparse facevano intendere che la serata nelle abitazioni di Rodorio proseguisse tranquilla; anche le sale del Grande Tempio erano illuminate, probabilmente il grande Sion era ancora impegnato in chissà quale faccenda.

Una sala molto grande fu adibita a camera da letto comune per i giovani allievi i quali, probabilmente eccitati della giornata appena trascorsa, non avevano la minima intenzione di chiudere occhio. Il sempre solare Aldebaran si rivolse a DeathMask:

"Ancora non ti sei ripreso?" disse, ma non ricevette risposta.

"Antipatico. Sì, stavolta sei tu l'antipatico caro mio!" aggiunse ridacchiando.

In modo apparentemente involontario i discorsi tra i giovani novizi iniziarono a diventare più seri e riflessivi, come se a parlare non fossero più dei fanciulli. Discussero dell'imminente addestramento, dei Cavalieri d'Oro, del ruolo di Atena, ma soprattutto del ruolo che essi avrebbero avuto in futuro. Discorsi da veri Cavalieri insomma, e veri Cavalieri sembravano essere sia nei modi che nelle parole: gli scherzi e gli schiamazzi della giornata appena trascorsa furono abbandonati, come se non avessero mai fatto parte del loro modo di essere.

"Sarà un onore! Una vita al servizio di Atena, ci pensate? Un giorno non molto lontano saremo orgogliosi possessori delle Armature d'Oro e proteggeremo il mondo intero, al fianco del Cavaliere dei Gemelli e di mio fratello Micene!" disse un convinto Ioria a pugni chiusi.

"Sì...davvero magnifico!" rispose con scherno DeathMask, ancora in disparte.

Tutti si volsero verso di lui con volto sorpreso e quasi indignato.

"Cosa?" chiese Shura.

DeathMask, che reggeva il capo con una mano e aveva lo sguardo perso nel vuoto, aggiunse quasi sconsolato:

"Al servizio di Atena...come se la dea non fosse una delle tante entità che si combattono da secoli in questo mondo, che pare abbiano scambiato inconsciamente per il loro campo dei divertimenti. Cosa c'è di diverso in Atena, rispetto alle altre divinità che dai tempi del mito non fanno altro che costringere l'uomo a combattere per chissà quale alto ideale?"

"Non dire eresie..." proruppe Ioria furioso, mostrando il pugno in segno di sfida"...Atena è dea di giustizia e pace, difende da millenni l'umanità intera e noi non possiamo che esserle grati per la sua intercessione verso di noi. Ci ha concesso di diventare Cavalieri d'Oro..." ma non riuscì a concludere la frase che il compagno, con rinnovato spirito irriverente, si rivolse con ilarità:

"Ma davvero? Tu sarai anche greco Ioria, ma io vengo da una terra che dalla Grecia è stata molto influenzata e posso dirti che conosco molto bene il mito..." poi facendosi più serio:" ...Atena, Poseidone, Ade, Zeus, Ares...dei spesso in guerra l'uno contro l'altro, tanto da dimenticarsi delle sventure umane. Cosa facevano gli dei quando gli uomini si uccidevano sotto le mura di Troia, se non dividere due popoli? O dov'erano gli dei quando i Persiani invasero l'Ellade? Al costo di quante vite può dirsi giusto un ideale? Ditemelo! Fortunati voi, che non percepite il dolore degli spiriti, che non...che non potete ascoltare i loro sussurri, le loro tragiche storie: non immaginate neanche cosa sia il vero dolore".

"Cosa intendi dire?" chiese un incuriosito Camus, accigliandosi.

"Io ormai c'ho fatto l'abitudine. A dirla tutta, in verità, sto quasi diventando indifferente al continuo lamento delle anime che riesco a percepire...e voi siete esaltati da Atena e dal Sacerdote? Forse un giorno, con l'abitudine, sarò così sordo alle loro voci che il mio cuore diverrà di pietra."

"Riesci a percepire la presenza degli spiriti dei defunti?" sobbalzò Aphrodite, insieme agli altri.

DeathMask, scuro in volto, con gli occhi sbarrati e i denti digrignati, quasi in lacrime, non rispose.

Shaka, che fino ad allora era rimasto in silenzio, prese la parola e con tono convinto si rivolse ai presenti:

"La verità è che vita e morte sono un ciclo e l'intervento divino può essere benevolo o malefico a seconda delle situazioni, contingenti o metafisiche che siano. Non possiamo che essere grati alla dea per il suo sincero amore, noi che aspiriamo a diventare Cavalieri potremo accedere ad un livello superiore di coscienza, ma resteremo sempre sottoposti al suo volere, senza il quale il male avrebbe di certo il sopravvento..." poi, rivolgendosi direttamente a DeathMask, continuò con tono quasi di rimprovero "...Tu affermi di provenire da una terra legata al mito greco delle origini. Ebbene io vengo da una terra lontanissima, sfiorata una sola volta nella storia da un uomo proveniente da quel mondo ellenico ormai svanito, quell'uomo che voi oggi ricordate col nome di Alessandro, eppure la leggendaria benevolenza di Atena è giunta a noi millenni fa: è l'unica divinità greca che si erge a difesa di noi mortali, l'unica che combatte la volontà oscura di dei affetti, sempre più spesso, da troppi vizi e ambizioni..." chiuse gli occhi e continuò "...La vita è come una scacchiera: Atena è la nostra regina, il Grande Sacerdote il nostro re e spetta a noi decidere se essere pedone, cavallo, torre o alfiere e difendere le nostre uniche ancore di salvezza: Atena e il suo vicario."

Silenzio: nessuno si aspettava che quel giovane compagno indiano potesse essere così affabile ed incisivo.

"Eppure, in parte ha ragione DeathMask..." disse Aphrodite, tentennando "...le persone muoiono per questo. Persone innocenti, vittime inconsapevoli. Che mondo è quello in cui gli innocenti perdono la vita?"

"Ma non capite? E' per questo che esistono i Cavalieri di Atena: difendere l'umanità, farsi carico dello stesso onere della dea! Dobbiamo ergerci a difesa del prossimo, ella confida in noi!" intervenne Milo, balzando in piedi.

"Convinti voi...io vedo che nei secoli le cose non siano mai cambiate" rispose DeathMask, ripresosi.

"Ma sarai anche tu Cavaliere d'Atena e darai il tuo contributo. Perchè mai siamo qui allora? Dobbiamo prendere il posto dei nostri illustri predecessori per scongiurare ogni pericolo".

"Sono stati loro a portarmi qui, Ioria..."rispose DeathMask, riferendosi ai Cavalieri d'Argento "...non è stata una mia scelta!"

"Come puoi dire questo, non credi anche tu nella pace e nella giustizia?" fece stupito Mur.

"E dove sono la pace e la giustizia? Forse solo qui, al Tempio! Io voglio la pace, ma non l'ho mai vista in questo mondo!..." urlò il giovane italiano, che poi aggiunse: "...Probabilmente dovremmo trovare un altro modo per ricercarla. Che Atena non sia in grado da sola? Che ci voglia una figura più forte e decisa, al suo fianco o, magari, al suo posto? Una figura che dia stabilità e ordine, grazie alla quale forse, un giorno, le persone potranno vivere davvero in pace ed io...riuscirò a liberarmi finalmente dal mio tormento".

"E dimmi..." disse Shaka "...questo demiurgo che tu immagini non sarebbe una soluzione ancor peggiore? Preferisco morire per la giustizia piuttosto che seguire un tiranno. Il Grande Sacerdote ci guiderà come fa da secoli. Mi fido delle sue parole, perché è Atena che parla attraverso la sua bocca".

"A dire il vero ora non so bene cosa sia meglio, così come non so cosa sia giusto e cosa sbagliato, ma sono certo che ci possa essere un modo migliore per giungere alla vera pace. Ma magari la nostra permanenza qui ci farà bene, potrà aprire la nostra mente, potrà darci delle risposte..." rispose DeathMask in modo retorico, senza sforzarsi minimamente di celare l'ironia che riempiva le sue parole.

"Spiegati meglio, non credo di aver colto bene le tue insinuazioni. Cosa pensi tu di tutto questo? Vuoi saperne più del Sacerdote e della dea? Cosa ne sai tu di come si conduce un ministero divino?" chiese Milo, ribattendo con decisione alle allusioni del compagno. DeathMask sorrise, poi aggiunse:

"Non ho voglia di discuterne ancora con voi".

Ioria, offeso più di ogni altro da quelle parole, che evidentemente facevano riferimento anche allo stile di vita condotto dai Cavalieri, tra le cui fila c'era proprio suo fratello Micene, era più che mai deciso a dar voce alle mani, più che alla lingua, ma venne fermato da Camus che, saggiamente, placò con un cenno di dissenso del capo l'irruenza del compagno, aggiungendo in modo salomonico:

"Ora calmatevi tutti, evitate di combinare guai. Io mi metto a letto...e dovreste farlo anche voi!"

Quelle parole sembrarono far presa sui compagni e la tensione si allentò, ma nel cuore di molti si insinuò il dubbio che la questione non fosse affatto terminata.