Aiolos.

 

 

Le esequie del giovane Admeto videro tutto il villaggio unito nel dare conforto alla vedova ed al figlioletto, straziati dal dolore. Il cielo era ritornato sereno, da quel terribile giorno non più vento né pioggia caddero sul mare. La vita era ripresa, lentamente era tornato tutto come prima. Anche Ioannis era tornato in mare con gli altri, sebbene il vuoto al suo fianco fosse difficile da sopportare. Non mancava mai, il nerboruto e gigantesco Ioannis di andare a trovare il piccolo Aiolos, ogni sera dopo che aveva terminato con il suo lavoro era sempre a casa di Alcesti. Così come la moglie Sofia, sempre più preoccupata per lo stato in cui versava la giovane. Alcesti si era ripromessa, aveva promesso all'amato sposo, che avrebbe resistito fino alla fine, fino a che l'altro fanciullo non fosse venuto al mondo. Ma per quanto cercasse di non lasciarsi andare al dolore, le sue membra delicate non le rispondevano con lo stesso vigore dell'animo. Per questo Sofia non dovette pregarla di stare a riposo, ma la stessa Alcesti non riusciva a levarsi dal letto se non per pochi minuti al giorno. Il piccolo Aiolos faceva di tutto per alleviare la sofferenza della madre, nascondendole la sua come meglio poteva. Le era sempre accanto, non la lasciava mai sola, le leggeva quei libri che il padre aveva letto a lui e la donna lo ascoltava in silenzio rivolgendogli ogni tanto flebili sorrisi. Ma sinceri. Che Aiolos riceveva con gioia, sperando fortemente che fossero segnali di buon auspicio per la sua ripresa.

Il piccolo pensava che con la nascita del fratellino la giovane madre avrebbe ritrovato la forza per vivere, anche senza l'amato Admeto. Sofia visitava la giovane anche più volte al giorno, il parto era ormai prossimo, solo questioni di ore, e l'esperta levatrice temeva che la debolezza nel fisico e nell'animo della madre potesse causare problemi durante il travaglio.

Anche quella sera Sofia era andata ad accertarsi delle condizioni di Alcesti, e con lei come sempre il buon vecchio Ioannis. Mentre la levatrice visitava la donna, Aiolos e Ioannis se ne stavano in cucina, in silenzio. Il piccolo era alla finestra, le braccia conserte sopra al davanzale e lo sguardo rivolto agli astri che costellavano il manto blu del cielo. Ioannis seduto al tavolo, i gomiti appoggiati sul legno e le mani a sostenere il viso. Fissava il libro che era rimasto lì dalla notte in cui l'amico Admeto ve l'aveva poggiato. D'un tratto Ioannis ricordò di come il giovane fosse entusiasta della passione e della curiosità che il figlio dimostrava per quelle letture che insieme facevano. L'Odissea ancora lì sul tavolo era il libro preferito di Aiolos e Admeto non faceva altro che raccontare al caro vecchio amico quanto il figlio amasse sentire quelle storie mitiche alla sera, prima di addormentarsi. Non riuscì a trattenere l'emozione, il gigante Ioannis, che cercò di soffocare il pianto per non intristire il piccolo.

Aiolos però l'aveva sentito.

"Zio, non piangere" disse, gli occhi ancora puntati al celo stellato, per poi lasciare quella muta contemplazione e dirigersi verso l'uomo in lacrime.

"Non è stata colpa tua, zio..." lo consolò, sfiorando con le manine le braccia muscolose dell'uomo "...mio padre ha vissuto con onore ed è ora nella gloria degli dèi. Il suo destino si è compiuto affinché anche il nostro si possa realizzare. Non piangere, zio, ma ricorda la nobiltà di Admeto, mio padre."

Ioannis, nell'udire quelle parole, mostrò il viso prima nascosto dalle grosse mani callose, spalancò gli occhi scuri e bagnati di lacrime, incredulo. E di fronte a sé trovò un bambino di neanche sette anni, dagli occhi grandi e verdi e dal sorriso già maturo.

"C'è qualcosa in lui di diverso" pensò fra sé l'uomo.

"Nei suoi occhi è limpida quella stessa nobiltà che aveva lo sguardo Admeto, appena giunto al villaggio."

L'arrivo di Sofia nella stanza distolse l'uomo dai suoi pensieri.

"Per ora è tutto apposto" disse la donna, chiudendo dietro di sé la porta della camera da letto.

"E' meglio lasciarla tranquilla a riposare."

Ioannis si asciugò con i palmi rugosi delle mani le lacrime ancora sul suo volto, poi si alzò dal tavolo.

"Aiolos, figliolo, per qualunque cosa non esitare a chiamarci, va bene?" disse rivolta al piccolo, la levatrice.

"A qualsiasi ora capito! Anche solo se hai bisogno di compagnia, intesi?" le fece eco la poderosa voce di Ioannis. Il piccolo Aiolos sorrise, ringraziando entrambi per tutto l'aiuto offerto a lui e alla madre.

Quando i due ebbero lasciato la casa, Aiolos si diresse nella stanza da letto, dove la madre riposava. Aprì piano piano la porta, il tanto che gli bastava per sbirciare da fuori. La giovane era sdraiata con la schiena su due morbidi cuscini, premuti contro la spalliera del letto grande. Non dormiva, ma fissava un punto indistinto oltre la finestra aperta, dalla quale un piacevolissimo venticello giungeva a rinfrescare quella notte calda di Agosto. Accortasi degli occhietti che la scrutavano da dietro la porta, Alcesti distese le belle labbra tristi in un momentaneo sorriso, ma sincero, per poi far cenno al bambino con la mano di raggiungerla. Aiolos spalancò la porta e avanzò a grandi passi verso il letto sul quale la madre lo invitò a salire. Il piccolo si distese accanto alla giovane, poggiando la testa sul grembo rumoroso che come sempre abbracciò, anche se non gli riusciva mai di circondarlo del tutto con le braccia corte.

"Anche tu non riesci a dormire" sussurrò Aiolos alla creatura che scalciava. Alcesti, che accarezzava con la mano stanca i riccioli dorati del bambino, col cuore colmo d’infinita gioia ed infinita tristezza, rise alle parole del figlio. Non si meravigliava più del fatto che suo figlio Aiolos sapesse. E non aveva più paura di affrontare il suo destino, la sola presenza di Aiolos le infondeva coraggio. E dentro di lei un fanciullo altrettanto speciale era ormai impaziente di venire alla luce.

Aiolos si era addormentato accanto alla madre che invece non riusciva a prendere sonno. Il figlio non ancora nato era piuttosto irrequieto, quella sera, e continuava a scalciare nel grembo della giovane. Ma dopo un po' quelli che sembravano scalpiccii diventarono fitte dolorose, sempre più frequenti e intense. Alcesti comprese, l'istinto e l'esperienza le dicevano che il momento era giunto. Una fitta più forte delle altre la convinse del tutto e la giovane svegliò il piccolo Aiolos, disteso tranquillo accanto a lei. Il bambino si destò di soprassalto, quando incrociò lo sguardo provato della madre, subito capì.

"Vado a chiamare la zia!" e corse via, senza neanche indossare i sandali.

Non passarono che degli istanti e subito la levatrice era in casa di Alcesti, accompagnata anche quella volta dal compagno Ioannis. La donna aveva con sé tutto il necessario per affrontare il parto, anche gli strumenti che potevano servire in caso di complicazioni. Chiese al marito di preparare dell'acqua calda.

"Tu Aiolos resta qui con lo zio" disse rivolta al piccolo che la guardava dal basso preoccupato per la madre.

"Non temere, andrà tutto bene" lo rassicurò la donna.

Aiolos annuì, più per incoraggiare la cara Sofia che per una vera convinzione. La levatrice si chiuse in camera di Alcesti che non riusciva, per quanto volesse, ad evitare di lanciare urli di dolore e fatica. Aiolos da dietro alla porta sentiva Sofia incoraggiare la madre "Coraggio cara, devi farti forza!" il tono della voce era ansioso e agitato. Il piccolo fece per entrare ma Ioannis lo fermò.

"Resta qui, Aiolos" disse poggiando entrambe le grandi mani possenti sulle fragili e tremanti spalle del bambino.

"Abbi fiducia, tutto andrà bene!"

Ma Aiolos sapeva che non era così. Qualcosa in lui gli diceva che non sarebbe andato tutto bene e che il suo posto era accanto alla giovane madre. Quando Sofia aprì la porta per farsi portare l'acqua calda, il bambino sgattaiolò dentro la stanza da letto. Alcesti era distesa sulla schiena, le gambe leggermente divaricate, il bel volto imperlato di sudore, i lunghi capelli sciolti e lasciati cadere disordinatamente sui cuscini.

La donna si accorse subito della presenza del figlio, si girò verso di lui, le iridi azzurre accese e lucide "Aiolos...va via da qui.. torna di là.." disse con un filo di voce. Ma il bambino scuotendo vigorosamente la testa invece si avvicinò al letto, con la mano scostò una ciocca di capelli finita sul volto della madre.

"Io resto con te, mamma" disse semplicemente il piccolo, il faccino illuminato da un mesto sorriso.

Un'altra contrazione molto forte fece urlare la giovane, Sofia accorse con una bacinella piena, fino a quasi l'orlo, di acqua calda e fumante. La levatrice vide Aiolos accanto alla madre, e non chiese al piccolo di andare via. In qualche modo sperava che la presenza del figlio donasse ad Alcesti la forza necessaria per mettere al mondo l'altra sua creatura. Ma la situazione era più grave di quanto Sofia potesse pensare. Il bambino non riusciva a venir fuori per la debolezza della donna. "Coraggio, Alcesti manca poco! Un ultimo sforzo!" implorò la levatrice, temendo di dover ricorrere ad un taglio cesareo se la giovane non ce l'avesse fatta da sola. Alcesti era allo stremo, per quanto non s'arrendesse le forze sembravano averla del tutto abbandonata.

Poi Aiolos le prese la mano. Stringendola fra le sue. Com’era già accaduto, a quel tocco la giovane donna si riebbe.

"Admeto..." chiamò la donna, volgendo non senza sforzo il capo in direzione del figlio. Il calore delle manine di Aiolos era identico a quello della grande e forte mano dell'amato sposo. Gli occhi di Alcesti appannati dal sudore e dalla fatica si posarono sul figlio, e intorno alla minuta figura di Aiolos la donna vide una luce circondarlo completamente.

"La sua luce è ancora senza riflessi ma è in lui!"

Le parole dello sposo le tornarono in mente proprio in quell'istante "Aiolos...la tua luce...il tuo cosmo ha riflessi d'oro..." disse rivolta al figlio, che la osservava senza comprendere a fondo il senso di quelle parole. La giovane distese le belle labbra sottili e rosee in un dolcissimo sorriso, tutto rivolto al figlio che le teneva stretta la mano. Aiolos annuì col capo, il bambino era in lacrime ma non smise di infondere la sua luce nel cuore della madre.

Un'ultima spinta, ed il concitato vagito di un neonato riempì la stanza.

"E' nato, Alcesti! E' nato! Ce l'hai fatta cara!" esultò la levatrice mentre prendeva fra le braccia la fragile creatura.

Alcesti, stremata, alzò leggermente il capo dal cuscino per vedere il figlio appena nato, ma tutto ciò che poté scorgere furono le minuscole braccia protese in avanti ad accompagnare il pianto acuto.

"Mamma..." chiamò Aiolos e la donna si volse verso il figlio.

"Figliolo… perdonami se non posso…restare.." disse la giovane con un filo di voce "...abbi cura di te e di tuo fratello, Aiolos".

Il piccolo annuì fra le lacrime che ormai inondavano il suo volto. La presa della mano materna s’indebolì e l'arto scivolò sul letto. Alcesti chiuse lentamente i begli occhi azzurri velati dal pianto, sulle labbra le rimase un tenero sorriso. Aiolos non poté fare altro se non abbandonarsi al dolore, piangendo sul petto ancora caldo della giovane madre che si era addormentata per sempre. La levatrice non si era ancora accorta di nulla, intenta com'era ad avere cura del bambino appena nato che sembrava non voler smettere di piangere, nonostante la donna lo cullasse amorevolmente, quasi sapesse anche lui, che appena nato aveva già perso la madre. Sofia si fece vicina al letto, vide la giovane e credé che avesse perso conoscenza, ma il pianto disperato del figlio le fece scorrere un sinistro brivido lungo la schiena, e la donna comprese.

"E' un maschietto..." disse fra le lacrime "...è un bel maschietto, sano e dalla vocina squillante."

Aiolos si allontanò di poco dalla madre, non era certo sorpreso dalle parole di Sofia. Già da tempo sapeva che il fratellino sarebbe nato. Asciugandosi il viso con le mani, Aiolos avanzò verso la donna che piangeva stringendo a sé il neonato. Il bambino allungò le braccia verso Sofia e questa gli porse il piccolo, avvolto in una morbida fasciatura di lino bianco.

La levatrice non ebbe bisogno di spiegare ad Aiolos come tenere un neonato, il bambino, infatti, prese fra le braccia sicure l'infante, avendo cura di sostenere con delicatezza la testolina e di sorreggere le tenere membra con l'altro braccio. Non appena fu tra le braccia di Aiolos, che ormai ben conosceva, il piccolo si acquietò all'istante e il suo pianto si tramutò in un lieve miagolio.

"Bisognerà dargli un nome..." disse Sofia, stupita dalla naturalezza con cui il bambino cullava il fanciullo appena dato alla luce.

"Aiolia..." chiamò Aiolos, mentre nella camera faceva il suo ingresso anche Ioannis "...il suo nome è Aiolia."

L'uomo lanciò un'occhiata alla giovane Alcesti, il corpo esanime riposava sul letto come se la donna stesse semplicemente dormendo.

"E' un bellissimo nome..." disse fra i singhiozzi il caro vecchio Ioannis.

Aiolia, gli occhietti scuri semichiusi in due strette fessure, agitava le manine andando più volte a sfiorare il viso del fratello, che gli sorrideva.

"Io sono Aiolos..." gli sussurrò il bambino "...sono tuo fratello maggiore, e da oggi mi prenderò cura io di te."

 

E così fu. Da quel giorno il piccolo Aiolos ebbe cura del fratello.

La giovane Tia, da poco puerpera, si offrì di allattare l'infante, ed Aiolos per ringraziarla propose a lei ed al compagno di andare a vivere con la figlioletta nella casa che fu di Admeto e Alcesti. Sofia e Ioannis pur nell'immenso dolore per la perdita dei due fraterni amici, erano felici per la nascita di Aiolia, che alleviò la sofferenza di tutti. Aiolos si occupava del fratellino come non avesse fatto altro nella sua giovane vita, non lo lasciava mai se non per sbrigare brevi commissioni per conto della giovane Tia, o degli zii. Era il suo modo per ripagarli di tutto il sostegno ed il conforto, che mai facevano mancare ai due fratelli.

Il bambino si recava alla tomba dei genitori quasi ogni giorno, andava lì e si sedeva davanti alle lapidi di pietra liscia su cui erano stati incisi i nomi dei due giovani sfortunati, e raccontava al padre e alla madre di tutti i piccoli cambiamenti che quotidianamente osservava nel fratello. Aiolos descriveva ai genitori il piccino, di come i ciuffetti neri che ricoprivano il capo si andavano schiarendo e anche gli occhi sembravano ora tingersi di un blu intenso, come quelli della madre.

Circa tre mesi dopo la nascita di Aiolia, in una mattina fredda di Novembre, il bambino si recò come sempre a salutare i genitori e quando arrivò al piccolo cimitero, trovò davanti alle povere tombe un gruppetto di cinque persone mai viste prima d'allora. Due giovani ricoperti da semplici armature di bronzo, di quelle che i soldati di rango inferiore vestono per montare la guardia, e due fanciulle vestite in candidi pepli circondavano un uomo inginocchiato di fronte alle lapidi. L'uomo indossava dei paramenti sacerdotali non sfarzosi ma comunque preziosi, quello che, però colpì il bambino era la maschera che questi indossava. Una maschera che gli ricopriva quasi tutto il capo e che ne impediva il riconoscimento del volto, nascosto per intero. Quando questi si alzò, al piccolo parve che fosse più alto dello stesso gigantesco Ioannis. L'uomo era imponente e maestoso, Aiolos non avrebbe di certo potuto immaginare che quello che si ergeva ritto e austero davanti alla tomba dei suoi genitori fosse un uomo di più di duecento anni.

Il bambino si avvicinò con passi leggeri, e quando fu d'innanzi al gruppetto di sconosciuti i due giovani e le fanciulle si misero ai lati dell'uomo vestito da sacerdote. Il sommo Shion, vegliardo e saggio, aveva visto nelle stelle che gli avvenimenti predetti anni prima si erano compiuti, gli astri divini lo avevano avvertito della nascita del piccolo Aiolia e subito il Pontefice, voce di Atena, volle andare a prendere i due fratelli.

"Tu devi essere Aiolos" la sua voce roca e metallica risuonò nel silenzio del piccolo cimitero.

Il bambino annuì ed istintivamente si mise in ginocchio sulla terra bruna e umida.

"La stavo aspettando, signore" disse con tono riverente.

"Mi aspettavi?" chiese stupito, il venerato Sacerdote di Atena.

"Si. La dea mi sta chiamando. Chiama me e mio fratello. Per questo la stavo aspettando, signore."

Shion sorrise, dietro la maschera di bronzo, le sue labbra si distesero in un lungo e compiaciuto sorriso.

"Non c'è dunque bisogno che io ti spieghi, piccolo Aiolos. La dea vi attende nel suo Santuario. Tu ed Aiolia diverrete suoi paladini e difensori" concluse solenne il Pontefice.

Aiolos alzò gli occhi verdi e sicuri verso l'imponente figura del Sacerdote "Ho solo una richiesta da avanzare, se mi è concesso, mio signore".

Shion un po’ stupito acconsentì annuendo col capo, ed il bambino proseguì.

"Farò tutto ciò che mi chiederete, metterò la mia vita nelle mani della dolce Atena, ma voglio essere io ad avere cura di Aiolia" e voltandosi verso le lapidi scorse i nomi dei genitori "L'ho promesso a mio padre ed a mia madre."

I giovani ai lati del Sacerdote si scambiarono sguardi disorientati, in pochi si permettevano di chiedere alcunché al sommo Shion, Pontefice della dea, ma questi non era affatto infastidito dall'atteggiamento del bambino. Shion osservando il fanciullo genuflesso davanti a lui poté scorgere, oltre la minuta sagoma di Aiolos, due splendide ali dorate e nel suo sguardo limpido una luce di rettitudine e nobiltà come in pochi ne aveva viste.

"Vergine Atena, dagli occhi lucenti d'azzurro, ecco il tuo arciere d'oro. In lui sarà la tua salvezza" invocò col suo cosmo il Pontefice, la dolce Atena dalle candide braccia e dall'egida miracolosa, che dal Santuario rispose al richiamo sfiorando col suo divino sguardo il bambino dal futuro radioso.

Aiolos, accompagnato dal Pontefice e dagli aiutanti di questi, si recò a casa a prendere il fratellino e lo stretto necessario da portare con sé al Santuario. Shion chiese al bambino di raccontargli come avevano vissuto lui e i due giovani genitori ed Aiolos fu ben lieto di ricordare i suoi primi sette anni di vita accanto ad Admeto ed Alcesti.

Giunti a casa Aiolos spiegò la sua scelta di lasciare il villaggio per seguire Shion, per intraprendere la strada che insieme al fratello l'avrebbe condotto alla dea Atena. Ioannis e Sofia non furono, però, sorpresi dell'improvvisa decisione del bambino. In cuor loro sapevano che Aiolos sarebbe andato via, destinato ad altra vita. Ma il distacco fu doloroso, sia per il bambino sia per i suoi due adorati zii.

"Grazie di tutto" continuava a ripetere Aiolos, stretto negli abbracci poderosi di Ioannis.

Aiolia sonnecchiava nella culla accanto alla figlioletta di Tia, quando Aiolos lo prese fra le braccia il piccolo si svegliò stiracchiandosi come un gattino sulle spalle del fratello. Una delle giovani aiutanti del Pontefice si fece avanti e si offrì di portare l'infante.

"Non si preoccupi..." disse con tono educato Aiolos "...è un cucciolo leggero" e allora la giovane si preoccupò di prendere le poche cose che il bambino aveva raccolto per il viaggio.

Quando varcò la soglia della porta, per uscire da quella piccola casa, Aiolos non poté fare a meno di voltarsi indietro. Erano tutti lì, Ioannis consolava la cara Sofia senza però riuscire a nascondere la propria tristezza, la giovane Tia con la sua piccola in braccio.

Aiolos si fermò e rivolto al fratello che si era riaddormentato sulle sue spalle, promise ad entrambi "Un giorno ti riporterò a casa, Aiolia."

E camminando al fianco del sommo Shion, Aiolos si avviò verso la sua nuova vita, verso Atena.