CAPITOLO 2 - NUOVA VITA VECCHI INCONTRI

L’alba la scoprì già sveglia anche se lei non ricordava di essersi addormentata, con i primi cinguettii decise di fare colazione sulla veranda di legno.

La nonna aveva già raccolto rose fresche da mettere di fronte alle fotografie del nonno sparse un po’ dappertutto nella casa. Le fronde dell’albero centenario stormivano delle parole della brezza che lì soffiava sempre, tutto l’anno ed in qualsiasi stagione.

E Alexandra si sentiva piccina di fronte a tutto questo, anche il suo personalissimo dolore si confondeva nel giardino e nei muri della casa del vento insieme a quello di tanti altri che erano passati di lì ed avevano soggiornato nelle stanze antiche ed avevano pregato nel tempio.

E questo era quello che lei aveva sperato di trovare una volta arrivata, silenzioso conforto e comprensione, l’illusione di aver messo qualcosa di buono nel suo cofanetto della vita, non un licenziamento, una separazione ed il tradimento continuo di suo marito.

Carezzò assente il cagnolone Kuro, i primi clienti sarebbero arrivati da lì a una settimana, doveva darsi da fare se voleva aiutare concretamente Kaede; si alzò sorridente e corse a preparasi per il resto della giornata.

Non le mancò il tempo per meravigliarsi di come la nonna facesse a completare le sue numerose faccende senza impazzire seriamente. Stava faticosamente trascinandosi fino al piccolo negozio all’angolo della strada dove la nonna l'aveva spedita per comprare le ultime necessità, erano solo le sette e mezza, il tramonto appena accennato, la sua vita a Tokyo sarebbe appena cominciata, ma lì Alexandra era già ridotta ad uno straccio. Fortunatamente nel pomeriggio erano arrivate le due ragazze addette alle pulizie ed alla cucina, altrimenti, pensava, non avrebbe più recuperato l'uso delle braccia.

Appena aperta la porta ed avvertito il familiare suono delle barre di metallo dello scaccia spiriti fu avvolta dall’abbraccio rilassante delle fragranze più disparate, che in un lampo la portò indietro di anni a quando gli unici pensieri che aveva erano i giochi e le merende in compagnia dei suoi più cari amici.

Dietro al bancone c’era un uomo sulla quarantina, un po' di pancetta, lo sguardo comprensivo di chi ha ripetutamente a che fare con le più disparate tipologie di persone, capelli nerissimi, la pelle dorata dal primo sole. Se non fosse stata così stanca si sarebbe accorta che era il ragazzo che aiutava il padre quando lei era ancora una bambina, ma ora come ora, aveva solo bisogno di una doccia e di un buon sonno.

Stava servendo, non senza uno sguardo di rimprovero, un ragazzo alto, capelli corvini, pelle abbronzata, una stecca di sigarette e due bottiglie di birra. Alexandra resistette per un attimo, la sensazione di voltarsi ed uscire da lì sempre più forte.

Poi, di colpo, esplose nella sua testa, come un turbine, fuoco, sangue e lacrime. Lei conosceva bene queste sensazioni, quindi non perse tempo e si andò a nascondere praticamente dentro al banco dei surgelati, chinandosi sempre di più tra le verdure ed il pesce, facendo sì che i capelli escludessero il suo viso agli occhi del giovane avventore.

Si alzò solo quando fu sicura di aver udito il tintinnio dei campanelli all'entrata, e quando il suo cuore riprese a battere ad una velocità umanamente accettabile, segnale inconfutabile che il ragazzo se ne era andato.

Si avvicinò al banco con cautela, come se ci fossero appollaiati una decina di serpenti velenosissimi e tentò uno stentoreo

"Buonasera."

l'uomo robusto la squadrò per un secondo a metà tra il sorpreso ed il divertito, quindi scoppiò in una fragorosa risata… "Alexandra….buonasera a chi? Non mi dire che la lontananza in città ti ha fatto perdere la memoria??!!"

"Senta se ha voglia di prendermi in giro no.."

"Hojo! …Alexandra sono Hojo!"

Tutto il risentimento che era pronta a sputargli addosso d’improvviso svanì travolto dalla gioia negli occhi e dall’abbraccio caloroso che i due si scambiarono.

Hojo era sempre stato "il ragazzo grande" che, ai bambini del quartiere, dispensava a buon prezzo i gelati invenduti a fine stagione, che allungava loro qualche caramella in più, che offriva consigli o interveniva a risolvere situazioni. Uno scambio di parole frettoloso, l'annuncio della nascita imminente del terzo figlio dalla moglie, Seika, una ragazza di una dolcezza infinita, e poi a passo veloce verso casa, con una borsa di plastica nella mano ed una straripante valigia di pensieri in testa.

Arrivò ai gradini che conducevano al tempio shintoista della nonna proprio nel momento in cui il sole si stava tuffando oltre l'orizzonte, sorrise, da bambina il nonno le raccontava sempre storie su come il letto del sole fosse in fondo al mare e lei lo subissava di domante stupide del tipo: ma come fa allora a non spegnersi?

Il nonno non le rispondeva mai in maniera esaustiva, ma sorrideva con un'espressione di sincero divertimento che gli stirava le labbra e gli faceva socchiudere gli occhi a mandorla.

L'ondata di brividi e caldo che la investì non appena mise piede sul penultimo scalino fu talmente intensa che la borsa le cadde di mano. Vertigini. Il mondo che pareva sdoppiarsi e cambiare colore in un momento. Respirò a fondo, proprio come le aveva insegnato il nonno non appena i primi segnali avevano cominciato a manifestarsi. Respirare e calmarsi, buttare fuori tutta la tensione e ignorare le immagini che si affollavano nella testa. Ce la poteva fare. La nonna non correva alcun pericolo.

Arrivò nel salottino della hall del piccolo albergo preparata alla visione che le si parava davanti, ragion per cui non passò nemmeno l'ombra della sorpresa nei suoi occhi; seduta al tavolino con una tazza di the fumante, nell'ora meno propizia della giornata, perfettamente a suo agio, fluttuante come un salice, graziava della sua presenza Miss Saori Kido alias Miss Spocchia.

Alias, la padrona di tutta la città di Shinjikami e di metà di Tokyo, la ragazzina viziata che girava il mondo con il suo aereo privato e stuoli di bellimbusti che le ronzavano attorno, la sua compagna di scuola per tutto il tempo delle elementari nonché unica compagna femminile di giochi.

La verità era che Saori poteva anche essere una brava persona, non fosse per tutto il codazzo di mezzi e persone che erano pronte a soddisfare qualsiasi sua richiesta sul momento, tale atteggiamento aveva contribuito a dotarla di un ego di sproporzionate dimensioni e le sue risorse illimitate le avevano fin dalla giovane età dato il potere di poter disporre di ogni cosa desiderasse, in barba a tutto il resto.

"Alexandra, buonasera, è da una vita che non ci vediamo, sono passata solo un attimo, so che siete molto impegnate..." allungò una manina bianca ed immacolata verso di lei, i due cicisbei che la accompagnavano la degnarono solo di un'occhiata in tralice.

La ragazza si sforzò di abbozzare un sorriso mentre posava la capiente borsa della spesa, le strinse la mano maledicendo l'universo conosciuto e non.

Saori era bella, di una bellezza scolpita nella roccia, sempre pulita e profumata come appena uscita da un bagno ristoratore, e lei, in cuor suo, si era sempre sentita come un brutto anatroccolo nei suoi confronti. Ora, proprio mentre le stringeva la mano, non poteva fare a meno di notare come fossero diverse, lei, appena tornata dal negozio era sudaticcia e puzzolente, i capelli scuri e riccioluti erano arruffati e sparsi in disordine sulle spalle, attaccati in ciocche distratte alla fronte, la mano segnata dai manici di plastica della pesante borsa, le unghie mangiucchiate, la parte interna dell'indice e del medio sinistri leggermente macchiate dalla nicotina delle sigarette.

<Ti prego inferno apriti ora ed inghiottimi...>

Ma la manina perfetta di Saori non la lasciava, così piccola eppure così forte.

"Sono qui in missione," scherzò "la nonna mi ha comunicato, tempo addietro, che aveva intenzione di chiudere la parte di albergo annessa al tempio, alla fine dell'estate. Lì per lì ho pensato si trattasse di una decisione passeggera, presa a caldo dopo la subitanea morte di tuo nonno, cara so come ci si sente!" appoggiò ancora la stessa manina candida sul braccio di Alexandra con fare consolatorio. La ragazza castana ebbe la subitanea tentazione di staccargliela a morsi e darla da mangiare al cane.

"Tu sai che tuo nonno ed il mio erano molto legati, e ti confesso che spesso abbiamo approfittato delle stanze dell'albergo per gli ospiti che non volevano impegnare villa Kido, la presenza di tuo nonno era un costante insegnamento per loro"

Sì, si ricordava di giovani un po' strampalati che di tanto in tanto affollavano l'albergo e seguivano il nonno per tutto il giorno, decise di prendere la parola

"Saori-san, se mi permette, so che avete provveduto ad ampliare adeguatamente la vostra residenza con una capiente dependance..." grande più o meno come il Vaticano.

La ragazza dagli improbabili capelli viola sorrise divertita

"Alexandra, concedimi, quella è la nuova area per i servitori...e poi, sai, non tutti i miei ospiti si sentono a proprio agio a condividere lo stesso tetto con me, con cui hanno poca confidenza, o con i ragazzi, sarebbe, come dire, una forzatura. Ho pensato, quindi, di ricorrere di nuovo alle cure sapienti di questo piccolo albergo, ancora per questa stagione, almeno."

Si fece pensierosa, portandosi una manina, l'altra, alla bocca e mordicchiandosi l'indice.

"Qui ci sono perfino le terme naturali, quale miglior posto per ritemprarsi?" sembrava parlare più a se stessa che non con nonna e nipote che la fissavano preoccupate.

"E poi, come ultima richiesta, vi prego, non chiudete, ora che sei tornata potresti dare una mano alla nonna, noi, da parte nostra potremmo contribuire alle spese di restauro, o aggiungere manodopera là dove è carente..."

Alexandra passò dal suo tipico colore olivastro ad un preoccupante rosso in meno di un nanosecondo

"Saori-san, io sono un avvocato, non ho la minima idea di dove cominciare con la gestione di un albergo"

"Lo so, Alexandra, e so anche che sei appena stata licenziata" touchè "quindi considera la mia offerta come...una proroga, ecco, sì, una proroga dal tuo lavoro ufficiale, pensaci almeno un po', che ne dici?"

La ragazza sorrise, sconfitta

"Cara Saori, ci penseremo seriamente, d'altronde questo è stato un anno molto duro per entrambe le nostre famiglie, ci concediamo questi mesi per riflettere tutti insieme"

Era stata la nonna a parlare con la sua voce così decisa e calma nonostante l'età, con i suoi occhi scuri e vivaci ed il sorriso aperto.

Anche Saori non poté che rispondere uno strascicato

"Ma certo Kaede-sama, lungi da me mettervi fretta in qualunque maniera, o costringervi a prendere decisioni avventate. Pensateci su, avremo sicuramente occasione di vederci spesso quest'estate, dopo tutto...siamo vicini di casa!" ora era tornata ad essere una ragazza che magari aveva voglia di farsi un bel bagno alle terme e spettegolare con una sua coetanea.

Si salutarono che le prime stelle stavano già brillando nel cielo.

"Vi saluto e scusate la mia inopportuna visita, purtroppo ho avuto tempo solo ora e ci tenevo a parlare con voi il prima possibile" sorrise di rimando ad Alexandra

"Se ti fa piacere, passa domani pomeriggio per un the da me, non ci vediamo da così tanti anni" la sua voce si smorzò un poco, il viso parve perdere un po' della sua innata delicatezza, gli occhi verdi si voltarono un poco a sinistra come per cercare ricordi sfuggenti come la brezza.

"Con piacere" no, grazie.

Doveva risponderle: no grazie, al massimo corredato da un ho tanto da fare, devo aiutare la nonna, da dove era saltato fuori quel con piacere?

La ragazza, Miho, aveva portato in tavola un misto di verdure fresche e pesce alla piastra, lei ed Erii erano le veterane, avevano un paio d'anni meno di lei, ma erano da sempre al servizio del nonno, tutte le estati, lavoravano rispettivamente come cuoca e addetta alle camere, mentre durante l'inverno erano le sorveglianti presso l'orfanotrofio dei Kido.

"Miho, Erii vi fermate a cena anche voi?" loro sorrisero imbarazzate "Non vorremmo disturbarvi"

Questa volta fu nonna Kaede a parlare "Ci fareste piacere, sul serio".

Quando si ritirarono in camera, ancora un po' annebbiate dal sakè, Alexandra non potè fare a meno di reprimere una risata genuina, contagiosa, che presto fece fare singulti anche a Kaede.

"Da quanto tempo non ridevamo più così, insieme" la ragazza scosse i riccioli, abbracciandola.

"E' stato come fare un tuffo nel passato, con Miho ancora innamorata di Seiya." ridacchiò.

"L'epiteto più ripetibile è stato 'mentecatto' se non sbaglio." la nonna represse una serie di singulti "Non ricordarmelo, mi scivola fuori la dentiera".

Andò a letto dopo una sana doccia, ancora con i capelli umidi, una magliettona nera, strappata in più punti ed un paio di shorts come pigiama. Un tuffo nel passato, già, e di tempo ne era passato davvero molto. Stava già scivolando nel sonno quando una sensazione potente di gelo ed una successiva di caldo la pervasero, talmente intense da farle lacrimare gli occhi. Chi poteva essere? Vicino, chiunque fosse era vicino alla residenza.

Saltò giù dal letto come una molla, incurante dei suoi muscoli doloranti, sigarette ed accendino stretti in mano, se doveva uscire, tanto valeva approfittarne. E si diresse nella direzione dalla quale sprigionava quella sensazione, talmente forte da togliere il respiro, talmente fredda da bruciare.

Passò le terme ed il boschetto di bambù, si inoltrò in quello di ciliegi che stavano cominciando a dare le avvisaglie dei loro frutti fino a giungere, al fine, ad una radura nascosta, proprio al confine, che inghiottiva la recinzione metallica che separava la proprietà con i giardini di villa Kido.

Alexandra riconobbe il luogo mano a mano che si avvicinava, quello era il suo posto segreto, il loro piccolo rifugio. Si fece largo tra i cespugli, incurante dei graffi e del suo poco consono abbigliamento, avanzò fino a che non li vide.

Fu un attimo, un angelo ed un diavolo, le sorrisero, e poi non vide più nulla, gli occhi pieni di lacrime, si fermò sui suoi passi, lasciando cadere dalle mani tremanti accendino e sigarette.

I due ragazzi coprirono velocemente i pochi passi che li separavano avvolgendola in un abbraccio.

"Ikki, Hyoga..." respirava gelo e fiamme, con il cuore in gola.

"Ti avevo detto che l'avevo vista al negozio, oggi, anche se questa signorina aveva fatto finta di niente" Ikki aveva sempre usato con lei quel tono da fratello maggiore che non sopportava, avrebbe voluto rispondergli per le rime, ma le parole erano incastrate in gola, e non ne volevano sapere di lasciare la loro postazione.

"Ho sentito Saori dire a Tatsumi che avrebbe avuto compagnia, domani, appena tornata dal tuo albergo, non la vedevo così raggiante da un po', così ho pensato, vuoi vedere che è tornata?" Hyoga, le parole strusciate dalla sua lingua madre, il russo, erano come una doccia fredda.

"Così siamo venuti di persona a salutarti"

"Bentornata"

Li abbracciò nuovamente, uno per volta, i suoi veri amici, cari come fratelli. Ed, in fondo a lei, la sensazione che, in qualche modo, li aveva traditi, andandosene; anche dopo che il nonno l'aveva allontanata dal loro giardino, così senza apparente motivo, ma loro due non l'avevano mai lasciata sola, fino a quando il loro destino li aveva chiamati, quella stessa strada che lei non aveva potuto percorrere.