Capitolo I

EMERGENZA

Grande Tempio di Atena, novembre 1050 d. C.

Il soldato si diresse ad una porta segreta posta sul lato est della montagna che ospitava il Grande Tempio. Era un passaggio noto solo ai Cavalieri d'Oro e alla guardia preposta alla protezione di quei luoghi.

Aprì la porta, che emise un sinistro scricchiolio, ed imboccò la scalinata di pietra che s'inerpicava fino alla tredicesima casa, la residenza del Sommo Sacerdote. La scalinata era semioscura, illuminata qua e là da torce poste in punti chiave per indicare il percorso a chi vi si avventurava. L'uomo, però, ne conosceva a menadito ogni anfratto, ogni svolta, ogni più piccolo dettaglio. Erano anni che la percorreva, ogni volta che un'emergenza, una richiesta d'aiuto giungeva alla dimora terrena di Atena.

Mentre risaliva quella strada di pietra, guardò la pergamena accuratamente ripiegata e sigillata che teneva fra le mani. L'aveva consegnata pochi minuti prima alla guardia di pattuglia ai confini occidentali del territorio del Santuario un uomo incappucciato a cavallo, giunto a nome dell'Imperatore di Bisanzio, Costantino IX Monomaco. Il sigillo che chiudeva il plico recava l'effigie ed il nome dell'Imperatore.

I soldati, vedendo quel sigillo e la premura con cui l'uomo incappucciato aveva chiesto di recapitare la missiva al Sommo Sacerdote, avevano subito inviato qualcuno a consegnarla.

La risalita sembrava interminabile, ma, alla fine, il soldato vide la porta che si apriva sulla tredicesima casa, su un corridoio secondario che immetteva direttamente nell'atrio del palazzo. L'uomo percorse la breve distanza che lo separava dalle stanze del rappresentante di Atena in terra ed arrivò ad un alto portone abbellito da motivi floreali ed intarsiato d'oro, accanto al quale due guardie armate di lance sorvegliavano il corridoio.

"Ho una lettera per il Sommo Alexer, la invia l'Imperatore di Bisanzio. E' urgente!", disse l'uomo, sventolando il plico che aveva in mano. Le guardie, che conoscevano bene quel soldato, aprirono il portone e lo fecero entrare.

La stanza era ampia, arredata da arazzi rossi che impreziosivano le pareti e da un tappeto dello stesso colore che conduceva fino al trono.

Alle spalle del trono, si apriva una lunga scalinata di marmo che giungeva fino alla statua della dea. Ai suoi lati vi erano due corridoi: quello a destra portava agli alloggi privati del Sacerdote, l'altro alla balconata, da cui si poteva ammirare la bellezza e la sobrietà del Grande Tempio.

Il soldato si fermò a pochi passi dagli scalini su cui si ergeva il trono di marmo ed attese che il Sacerdote si facesse vedere. L'attesa non fu lunga, qualche secondo dopo, un uomo alto, con un elmo d'oro, munito di una cresta dello stesso materiale che partiva dalla fronte e si estendeva fino alla nuca, apparve dal corridoio sinistro. Indossava una tunica bianca e coprispalla di cuoio adornati di spuntoni.

"Sei tu, Kaios. Cosa ti porta qui?", disse con voce profonda e sicura l'uomo.

Kaios alzò il capo, che finora aveva tenuto abbassato in segno di rispetto, e rispose: "Mio signore, poco fa alle porte occidentali del Grande Tempio si è presentato un uomo incappucciato che ci ha consegnato questa pergamena da parte dell'Imperatore di Bisanzio, dicendo di recapitarvela subito". Il soldato porse il plico al Sommo Sacerdote e tornò ad abbassare il capo.

"Ti ringrazio, mio buon Kaios. Ora puoi andare", disse Alexer, congedando il soldato che, inchinatosi ancora una volta, se ne andò.

Non appena il soldato si chiuse la porta alle spalle, Alexer fissò il sigillo apposto su quella pergamena, poi lo spezzò e ne lesse il contenuto:

"L'Imperatore di Bisanzio, Costantino IX Monomaco saluta Alexer, Sommo Sacerdote di Atena.

So che in passato fra i nostri regni vi sono state divergenze e incomprensioni, ma è ora di mettere da parte ogni dissapore e di iniziare una proficua collaborazione. Vorrei affidarvi la custodia della nipote di Argiro, mio catapano in Italia, da poco vedova ed in attesa di un figlio. La situazione nei territori italici è preoccupante ed egli vorrebbe tenere al sicuro la ragazza in un luogo neutrale. Se acconsentirete alla mia richiesta, rinuncerò ai miei propositi ostili nei vostri confronti.

In attesa della vostra risposta, vi porgo i miei omaggi".

Dopo aver letto quelle righe, il Sacerdote di Atena s'interrogò sulle intenzioni dell'Imperatore. Il tono umile della lettera e la rinuncia così repentina ai suoi disegni lo impensierivano. Fin da quando era salito al trono, aveva tentato in tutti i modi di abbattere il culto di Atena e la schiera dei Cavalieri, pur sapendo di non avere speranze contro uomini addestrati da secoli a combattere gli dei. Alexer aveva sempre tentato la via della diplomazia, non potendo permettersi di provocare una guerra contro gli uomini che la sua dea difendeva fin dalla notte dei tempi. Costantino, però, sembrava sordo ad ogni proposta di accordo e continuava a cercare un motivo di scontro. Erano passati otto anni e nulla sembrava sopire l'ostilità dell'Imperatore. Ora, però, quella strana lettera sembrava porre le basi di una conciliazione.

Il Sacerdote suonò un campanello d'argento che teneva nascosto in uno scomparto segreto del trono e poco dopo davanti a lui si presentò una guardia che, inchinatasi, chiese al sommo pontefice cosa desiderasse.

"Recati all'undicesima casa e convoca Jorkell di Aquarius. Digli di presentarsi subito al mio cospetto!"

La guardia annuì e scomparve nel corridoio da dove era giunta.

Il giorno era uggioso, il cielo era coperto da pesanti nubi e minacciava tempesta. L'estate era passata in fretta ed i primi freddi iniziavano ad alitare sul santuario della dea della giustizia. Alexer uscì sulla balconata, in attesa di Jorkell, e vide la maestosità del marmo bianco delle dodici case, la meridiana spenta che svettava alta sull'intera zona e in lontananza l'arena e le case dei soldati. Voltandosi dall'altro lato vide l'imponente Altura delle Stelle, sede degli archivi, e la solitaria e triste collina adibita a cimitero, dove riposavano i corpi dei gloriosi Cavalieri del passato ed i suoi compagni di un tempo.

Il messo di Atena respirò l'aria a pieni polmoni. Lo aveva fatto tante volte, prima da Cavaliere, poi da Sacerdote. Mille ricordi gli si affacciarono alla mente: le voci dei compagni, il fragore della battaglia e soprattutto le parole accorate e colme di amore dell'ultima incarnazione di Atena, scomparsa qualche anno dopo la fine della Guerra Sacra.

"Alexer, abbi cura del Grande Tempio e dei miei Cavalieri. Affido a te il comando dei paladini della giustizia fino al mio ritorno!"

Erano state queste le ultime parole della dea prima di svanire per sempre.

All'inizio, quella enorme responsabilità gli era pesata un po': non si sentiva del tutto adeguato al ruolo di capo, ma il supporto dei suoi compagni, col tempo, gli aveva dato la forza necessaria per accettare quella nuova posizione.

D'un tratto, i suoi ricordi furono interrotti dal rumore di passi che si avvicinavano. Era Jorkell, la cui elegante armatura d'oro rifulgeva alla luce delle torce della stanza.

"Sommo Alexer, Jorkell di Aquarius è qui, come avete richiesto", disse l'uomo inchinandosi davanti al trono. Aveva sui trent'anni, la folta chioma bionda si confondeva con l'oro dell'armatura. I suoi occhi blu erano piccoli, ma carichi di espressività. Il naso regolare ed il volto ben disegnato lo rendevano misterioso e affascinante.

Alexer si sedette sul trono e fece cenno al Cavaliere di alzarsi. Poi, mostrandogli la lettera di Costantino, disse:

"Sembra che l'Imperatore di Bisanzio chieda il nostro aiuto. Vorrebbe che accogliessimo fra le nostre mura la nipote del catapano d'Italia e la tenessimo al sicuro; in cambio promette di cessare ogni ostilità verso il Santuario".

A queste parole, Jorkell aggrottò le ciglia e rispose: "Strano che l'uomo che da anni vuole annientare il culto di Atena, tutto d'un tratto ci chieda assistenza. Potrebbe essere una trappola, ci avete pensato?"

L'ambasciatore di Atena in terra rimase impassibile e porse la lettera al custode dell'undicesima casa: "Da' un'occhiata a questo scritto e ti accorgerai che ha un tono ben lontano dagli altisonanti proclami cui è abituato Costantino".

Jorkell prese la pergamena dalle mani del Sacerdote e lesse le parole che vi erano vergate: non aveva mai visto una lettera tanto remissiva e arrendevole. Non sembrava dettata da un re, ma da qualcuno disposto a sacrificare quanto di più prezioso in suo possesso pur di risolvere una questione grave. In passato aveva letto altre missive inviate da Costantino, ma ostentavano orgoglio e superbia, non certo parole di collaborazione e pace.

"Cosa intendete fare, signore?", chiese d'un tratto Jorkell.

"Gli scriverò una lettera di risposta ed invierò un Cavaliere di Bronzo a portargliela e a farci dare ulteriori indicazioni. Non appena le avremo, ti dirigerai in Italia con un paio di Cavalieri. Ho la sensazione che l'Imperatore non ci abbia detto tutto".

"Molto bene, signore. Attendo i vostri ordini". Il Cavaliere fece un inchino e si congedò.

Rimasto solo, Alexer si diresse nei suoi appartamenti privati. Dopo un ampio vestibolo, ornato da due statue della dea, si entrava in un salone rettangolare, su cui si apriva una larga finestra chiusa da grate di ferro che lasciavano trasparire la luce del giorno. Sotto di essa si trovava un piccolo scrittoio di faggio, su cui era poggiato materiale di scrittura: penne, pergamene, calamai. Sulla parete opposta vi erano degli scaffali su cui erano adagiati volumi in greco, in latino, ma anche in arabo e sanscrito. Alcuni erano molto semplici, altri avevano copertine rivestite d'oro o con borchie di bronzo e d'argento. Sulla parete opposta all'entrata si apriva un angusto corridoio, su cui si affacciavano tre porte: una portava ai balnea, l'altra alla camera da letto e l'ultima alla sala di convegno, dove il Sacerdote teneva udienza con la dea o coi dignitari stranieri.

Alexer si sedette allo scrittoio, preparò una pergamena ed intinse la penna nel calamaio. Scrisse all'Imperatore che accettava l'incarico e che avrebbe dovuto dare istruzioni al messaggero che gli avrebbe recapitato la risposta su come, dove e quando prelevare la ragazza. Poi sigillò la lettera con l'effigie della civetta, animale sacro alla dea della giustizia.

Fece chiamare un Cavaliere di Bronzo, lo istruì a dovere sull'incarico che doveva svolgere e gli disse di fare il prima possibile.

Congedato il Cavaliere, la mente di Alexer fu percorsa da un dubbio: perché l'Imperatore era arrivato a chiedere l'intervento dei Cavalieri? Come aveva potuto un uomo tanto orgoglioso e testardo riuscire a mettere da parte la sua vera natura pur di ottenere aiuto? Ci doveva essere dell'altro, ne era sicuro. Sperava che il messaggero gli avrebbe portato informazioni utili a svelare parte del mistero. Al momento, però, non poteva far altro che attendere.

Decise di prendere una boccata d'aria e, attraverso il passaggio segreto da cui era venuto Kaios, giunse ai piedi del Grande Tempio. Vide alcune reclute addestrarsi, guardie armate pattugliare la zona, donne e bambini del vicino villaggio di Rodorio portare vettovaglie. Non appena lo videro, tutti smisero per un attimo le loro faccende e s'inchinarono. Con sguardo gentile e rassicurante, il Sacerdote li fece alzare, si avvicinò ai bambini, un po' intimiditi dall'elmo, e gli carezzò la testa, ebbe parole cortesi per le donne e le guardie, incoraggiò le reclute con tono paterno.

Poi si avviò verso il sentiero che conduceva alla collina del cimitero. Era uno stretto acciottolato, ornato qui e là da ciuffi d'erba, che seguiva le curve naturali della collina. Il sentiero immetteva in un immenso spiazzo pianeggiante coperto d'erba, di anemoni e ciclamini, e fitto di lapidi. Sul versante occidentale, quello che guardava verso Atene, vi erano le tombe più antiche, ormai ridotte a meri ruderi. Nei secoli, se ne erano aggiunte di nuove, fino a quelle dell'ultima Guerra Sacra, combattuta oltre trent'anni prima.

Il vicario di Atena si avvicinò ad una di esse, su cui era inciso in caratteri greci "Himrar, Cavaliere d'Oro". Erano diventati Cavalieri lo stesso giorno ed avevano sempre combattuto fianco a fianco. Poi, però, la guerra li aveva portati su campi di battaglia diversi. Himrar era rimasto a difesa di Rodorio, minacciata da un manipolo di nemici. Alexer, avrebbe voluto aiutarlo, ma gli era stata affidata una missione più importante e delicata. Lo aveva esortato a farsi dare manforte da qualche altro Cavaliere, ma l'amico aveva rifiutato categoricamente.

"Se le stelle hanno decretato che muoia in questa battaglia, sono pronto ad accettare il mio destino. Ma nessun altro dovrà condividere la mia sorte! Himrar di Sagittarius compirà il suo dovere, manterrà il giuramento fatto il giorno dell'investitura e sarà degno del titolo di Cavaliere d'Oro. Tu pensa piuttosto alla tua missione e cerca di non morire, amico mio!"

Erano state queste le ultime parole che gli aveva sentito pronunciare. La missione aveva avuto successo, il nemico era stato sconfitto, ma Himrar aveva riportato ferite troppo gravi. I cerusici della cittadina avevano tentato di curarlo, ma era troppo malridotto per poterlo salvare. Rideva, mentre si spegneva: era felice di aver protetto tante vite e grato alla dea della fiducia che gli aveva accordato. L'ultimo pensiero l'aveva rivolto all'amico:

"Dite ad Alexer che mi mancheranno le nostre chiacchierate. Ditegli che ci rivedremo nel Paradiso dei Cavalieri!"

Quando la sua salma era tornata al Santuario, Alexer aveva trattenuto a stento le lacrime. Il suo corpo era pieno di ferite e l'armatura aveva ceduto in più punti. Dal suo volto, tuttavia, traspariva pace e appagamento. Aveva compiuto il suo dovere e questa era la cosa più importante. Il sacrificio della sua sola vita ne aveva salvate molte altre, solo questo contava. Alexer conosceva perfettamente quell'espressione e il concetto che vi si celava dietro.

"Sono già passati trentasei anni da quando mi hai lasciato. Tuo era il nome di uno dei più gloriosi paladini di Atena, ancora oggi fonte d'ispirazione per tanti aspiranti Cavalieri.

Qualcosa di oscuro si profila all'orizzonte, amico mio. Come vorrei che fossi ancora al mio fianco, ma, ahimè, il destino ha scelto strade diverse per noi due.

Della casta più forte dell'esercito di Atena restano solo due Cavalieri e non siamo in grado di affrontare una nuova minaccia. Sono alla continua ricerca di nuovi candidati, degni di vestire le armature della giustizia. Abbiamo solo soldati semplici, guardie, qualche Cavaliere di Bronzo e qualche aspirante al rango di Cavaliere d'Argento. Spero che la suprema Atena metta sulla mia strada uomini e donne valorosi per aiutarmi nella mia missione di proteggere l'umanità. Sono sicuro che anche tu veglierai sul Grande Tempio dall'alto del Paradiso dei Cavalieri, Himrar!"

Detto questo, volse lo sguardo alle tombe vicine, le sepolture degli altri suoi compagni morti in quella scellerata guerra. Mentre le osservava, alla mente gli riaffioravano volti, voci, gesta, caratteri. Ricordava l'imperturbabilità di Libra, la bonaria arroganza di Leo, la fierezza di Taurus. Tutti loro avevano ormai concluso la loro battaglia, ma il loro esempio e la loro abnegazione erano rimasti vivi nella mente e nel cuore del messo di Atena.

Il fragore d'un fulmine caduto poco lontano lo distolse da questi pensieri. Alzò lo sguardo e una goccia di pioggia gli bagnò il viso. Anche il cielo sembrava commemorare con lacrime l'eroico sacrificio di quegli uomini e quelle donne. D'un tratto, si udì lo stridulo verso di un corvo.

Alexer si accigliò. Il canto del corvo, uccello abitatore dei cimiteri, era ritenuto presagio di morte.

Diede un frettoloso saluto alle tombe e ritornò ai suoi appartamenti. La pioggia si era infittita ed una coltre di nubi nere ammantava l'orizzonte.

Il vicario di Atena si chiedeva come stesse procedendo il colloquio con Costantino e si augurava che il messaggero tornasse presto. L'avvenimento di poco prima lo aveva messo in agitazione: sentiva che qualcosa di oscuro e terribile si stava risvegliando e presto sarebbe stato chiamato ad affrontarlo.

Quel giorno interminabile alla fine passò. Il temporale era cessato e Alexer si concesse un po' di riposo.

Il suo sonno, però, fu di breve durata. Era passata qualche ora, quando un incubo lo svegliò di soprassalto: una fitta tenebra squarciata da grida e lamenti di uomini, due fiumi che si univano e davano vita ad una cascata di sangue, un bambino avvolto di luce e tenebra, una foresta morta in mezzo alla quale si ergeva una sorta di torre ed infine una maschera celata dall'ombra.

Confuso da quelle immagini, Alexer scese dal letto e si avvicinò alla finestra della stanza. Era ancora buio. La pioggia era ricominciata e gettava un alone sinistro sulla dimora di Atena.

"Prima il corvo, ora questo sogno. C'è qualcosa che non va e devo scoprire di cosa si tratta!" Pensò l'uomo, guardando dalla finestra.

Mentre era perso in queste riflessioni, qualcuno bussò alla porta della stanza.

"Avanti!", disse il Sacerdote, voltandosi verso l'ingresso.

Era una guardia del turno di notte. Restando sulla porta, s'inchinò e disse:

"Signore, il Cavaliere che avete mandato a Bisanzio è tornato e chiede udienza".

"Molto bene, grazie. Digli che lo riceverò fra breve e fa chiamare Jorkell di Aquarius".

L'uomo annuì e si precipitò ad eseguire gli ordini.

"Finalmente saprò qualcosa di più di questa storia e spero anche che mi chiarisca quel sogno!", si disse Alexer, preparandosi a ricevere il Cavaliere.

Dieci minuti dopo si presentò nella sala del trono dove lo aspettavano Jorkell ed il messaggero.

Quest'ultimo era un ragazzo sui vent'anni. Aveva occhi e capelli neri, era più basso sia di Jorkell che del Sacerdote, ed indossava un'armatura di colore blu che copriva solo una ridotta percentuale di corpo. L'elmo a casco aveva le forme della testa di un cavallo. I coprispalla erano piccoli, lisci e tondeggianti, il cui bordo tendeva al viola. Una placca metallica munita di due fasce che si agganciavano sulla schiena gli proteggeva il cuore. I bracciali, lunghi fino al gomito, presentavano striature orizzontali ed i coprimani avevano la forma di zoccoli. Un gonnellino a frange gli copriva il bacino e schinieri alti fino alle ginocchia, in tutto simili ai bracciali, concludevano l'armatura.

Non appena i due Cavalieri videro il Sacerdote entrare, s'inginocchiarono. Con voce giovanile e colma di rispetto, il Cavaliere di Bronzo si rivolse al portavoce d'Atena:

"Sommo Alexer, Midra di Equuleus è qui per fare rapporto. Perdonate l'ora, ma ho ritenuto fosse giusto informarvi subito sull'esito del colloquio tenuto con l'Imperatore".

"Hai fatto bene, Midra, continua", rispose Alexer, ansioso di conoscere i dettagli.

"L'Imperatore ha detto che la ragazza si chiama Irene e si trova in una città italica chiamata Bari, nel palazzo dei governatori, che Argiro ha confiscato. La situazione nella penisola inizia a farsi pericolosa e Costantino ha garantito al catapano che avrebbe provveduto un luogo sicuro per la nipote, che è amica d'infanzia della principessa Anastasia. Per non farci trovare ostacoli con la guarnigione stanziata in Italia, mi ha consegnato l'anello con il suo sigillo". Nel dire questo, il ragazzo alzò la mano verso il Sacerdote, la aprì e gli mostrò l'anello. Era un grosso monile d'oro finemente cesellato, al cui centro era incastonato un rubino su cui erano incise due lettere: KM, le iniziali del sovrano.

"C'è altro?", chiese il Sacerdote, sperando in qualche ulteriore informazione.

"No, signore. Ho provato a farmi dare altre informazioni, come mi avevate richiesto, ma l'Imperatore ha detto che le avremo una volta arrivati in Italia", rispose Midra, con una punta di delusione nella voce.

"Hai fatto un ottimo lavoro, Midra, ti ringrazio", lo rassicurò Alexer. Poi si rivolse a Jorkell che fino a quel momento era rimasto in silenzio ad ascoltare:

"Jorkell, alle prime luci dell'alba ti dirigerai a Bari. Porta con te Midra ed un altro Cavaliere di tua scelta. Se procederete alla velocità del suono arriverete in poco tempo. Una volta prelevata la ragazza, tornerete in nave fino a Patrasso, lì troverete un carro e raggiungerete Atene. Se sarete costretti a combattere, la vostra priorità è garantire che la nipote del catapano giunga fin qui sana e salva, ho molte domande da porle".

Il Cavaliere fece un cenno d'assenso e s'inchinò.

"Ora potete andare, domani vi attende un arduo compito, ma mi raccomando, siate prudenti!", disse il Sacerdote, puntando gli occhi soprattutto sul Cavaliere di Aquarius.

I Cavalieri tornarono alle loro dimore, ma le parole e lo sguardo del Sacerdote lasciarono il custode dell'undicesima casa un po' perplesso. Era una missione delicata, ma nessun esercito umano avrebbe potuto tener testa ai paladini della dea della giustizia.

Conosceva bene Alexer e sapeva che le sue parole celavano altro. Doveva tenere gli occhi aperti e, in qualità di Cavaliere d'Oro, era tenuto a preservare non solo la vita degli innocenti, ma anche quella dei suoi compagni. Era pronto ad affrontare qualsiasi sfida e ad onorare il suo grado.

"Non temete, Sommo Alexer. Avete affidato la missione alla persona giusta. Saprò essere degno del titolo di Cavaliere di Atena!", pensò incamminandosi verso la Casa dell'Acquario.

Alle prime luci dell'alba, tre Cavalieri si ritrovarono nei pressi dell'arena del Grande Tempio: erano Jorkell di Aquarius, Midra di Equuleus e Laurion di Leo Minor.

Di poco più vecchio di Midra, Laurion aveva già accompagnato in missione il custode dell'undicesima casa. Aveva i capelli rossi e gli occhi marrone scuro. Le guance erano coperte da una barba corta e ben curata. Era leggermente più basso di Jorkell, ma aveva una corporatura robusta e possente.

"Il nostro obiettivo è portare sana e salva al Grande Tempio la nipote di Argiro. Raggiungeremo Bari alla velocità del suono, preleveremo la ragazza e torneremo qui con mezzi convenzionali. Inoltre, dobbiamo scoprire la verità che si cela dietro questa richiesta d'aiuto. Porteremo con noi anche gli scrigni per le armature. So che non sono pratici, ma non possiamo andare in giro con le nostre corazze. Andiamo, Cavalieri!", disse Jorkell ai due giovani. I ragazzi annuirono, si caricarono gli scrigni sulle spalle e poco dopo tre comete si allontanarono dal Santuario.

In breve tempo raggiunsero la loro meta. La città brulicava di soldati, armati di lance e spade. Agli accessi della città erano appostati arcieri e guardie che controllavano chiunque entrasse o uscisse.

Jorkell, seguito dai Cavalieri di Bronzo, si presentò davanti ad un drappello di guardia alla porta ovest. Vedendoli arrivare, un grasso soldato si avvicinò e con fare arrogante chiese:

"Chi siete? Quali affari vi portano in questa città?"

"Siamo ambasciatori del Grande Tempio di Atene, veniamo da parte dell'Imperatore Costantino IX Monomaco! Dobbiamo parlare col catapano Argiro", disse Jorkell con tono pacato e gentile.

"Bella storia! Avete prove a supporto di quello che dite? Per me potreste essere anche dei luridi sicari assoldati dai Normanni per attentare alla vita del duca o spie venute ad indagare sulle difese della città!", disse l'uomo accigliandosi e puntando la spada alla gola di Jorkell, mentre altri soldati gli si avvicinavano. Con un'occhiata impercettibile, il Cavaliere di Aquarius vide alcuni arcieri sulla cinta muraria prendere la mira.

"Midra, mostra loro l'anello imperiale!", disse imperturbabile il signore delle energie fredde.

Il ragazzo annuì e tirò fuori l'anello consegnatogli il giorno prima dall'Imperatore. Avvicinandosi al soldato, aprì la mano e glielo mostrò. L'uomo lo osservò e restò per qualche secondo in silenzio. Poi sollevò la mano e gli arcieri ritirarono gli archi, chiamò a sé quattro uomini del suo drappello e disse:

"I miei uomini vi scorteranno fino al palazzo del duca", disse, facendo loro segno di proseguire.

Superato il cancello, a poca distanza, vi era una massiccia fortificazione: una possente cinta muraria separava il castello dal resto della città. Sembrava una sorta di città costruita dentro un'altra città. Si vedevano due alte torri svettare al di sopra delle mura e innumerevoli soldati appostati sui camminatoi.

Il gruppo superò un'altra porta e si ritrovò in un ampio spiazzo, pattugliato da guardie pesantemente armate. Al centro di quel piazzale si ergeva un possente palazzo, ai cui lati si stagliavano le alte torri merlate che avevano visto all'esterno. Altre guardie vigilavano all'ingresso.

Uno dei soldati di scorta ai Cavalieri si staccò dal gruppo ed andò a parlare con una delle sentinelle. Tornò dopo poco e fece cenno agli altri di seguirlo.

Soldati e Cavalieri si addentrarono in un lungo corridoio, illuminato qua e là da qualche finestra che si affacciava sulla parte posteriore dello spiazzo e percorso da ancelle e servitù.

Giunsero, finalmente, ad una porta di legno, su cui erano incastonate grosse borchie di ferro. La guardia che controllava l'ingresso intimò al gruppo di fermarsi e chiese il motivo della visita.

Il soldato che aveva parlato con la sentinella alla porta del palazzo salutò e disse:

"Signore, questi sono messi inviati dall'Imperatore. Hanno mostrato l'anello imperiale col sigillo di sire Costantino. Chiedono udienza al duca Argiro".

"D'accordo. Seguitemi!", disse l'uomo.

La porta si aprì. In fondo all'ampia sala si vedevano due scranni poggiati su tre alti scalini di pietra. Un pesante tappeto purpureo conduceva fino alla base di essi. Ai due lati della sala c'erano due file di sedili, quelli più vicini alle pareti erano rialzati da terra grazie ad uno scalino di legno di faggio. Alcuni erano occupati da uomini in abiti eleganti e fastosi. Accanto ai sedili si aprivano altre porte, una per lato. Due bracieri ardevano alla base degli scalini di pietra. Arazzi, scudi, spade e lance pendevano dalle pareti.

Sullo scranno destro sedeva un uomo sui cinquant'anni. Aveva i capelli ricci ed una folta barba sul volto, entrambi brizzolati. Gli occhi nerissimi e carnagione abbronzata. Era un uomo robusto e dal piglio sicuro.

Indossava una sopravveste di lino pregiato lunga fino ai polpacci, legata in vita da una cintura di cuoio, di colore verde scuro e ornata di forme romboidali di un verde pallido, brache bianche lunghe e delle calze dello stesso colore della sopravveste, stivali lunghi fino alle caviglie ed un mantello rosso con bordi bianchi di lana pregiata legato a ganci posti sulle spalline della veste.

La guardia s'inchinò e disse: "Mio signore, gli ambasciatori del Tempio di Atena chiedono udienza".

Argiro fece cenno all'uomo con una mano di alzarsi e di andare via. Poi, sempre con un cenno congedò anche i quattro soldati che avevano scortato i Cavalieri e gli uomini che si trovavano in sala.

Jorkell fece un passo avanti, s'inchinò e disse: "Nobile Argiro, sono Jorkell di Aquarius,Cavaliere d'Oro e custode dell'undicesima casa dello Zodiaco, loro sono due Cavalieri di Bronzo, Laurion di Leo Minor e Midra di Equuleus".

Il duca scese i tre scalini e si avvicinò a Jorkell, guardandolo con una sorta di vaga curiosità.

"Non credevo che l'Imperatore avrebbe acconsentito alla mia richiesta. Sono anni che cerca di annientarvi, anche se non ho mai compreso appieno le sue ragioni. Vi prego di seguirmi!" disse con voce profonda e sorpresa.

Imboccò la porta che si trovava alla sinistra degli scalini, che immetteva in un corridoio illuminato da torce agganciate alle pareti e leggermente più basso di quello preso in precedenza.

Giunsero in un'ampia sala, su cui si aprivano quattro ampi porticati. Al centro c'era un lungo tavolo rettangolare, attorniato da sedici sedie e su cui erano poggiati quattro candelabri d'oro.

Il duca d'Italia invitò i tre Cavalieri a prendere posto. I paladini di Atena si tolsero dalle spalle i pesanti scrigni in cui erano riposte le armature e si sedettero. Jorkell, memore delle parole del Sacerdote, prese la parola, mostrando garbo e rispetto. Voleva a tutti i costi conoscere i motivi che avevano spinto il catapano a chiedere l'intervento di Atene.

"Nobile Argiro, il Sommo Sacerdote Alexer vorrebbe conoscere maggiori dettagli riguardo alla vostra richiesta. L'Imperatore è stato parco d'informazioni, purtroppo, ed ha rimesso a voi il compito di darci spiegazioni ulteriori".

"E' tipico di Costantino!", disse, concedendosi un breve sorriso. "Comunque", continuò, "è stata mia nipote Irene, in realtà, a supplicarmi di chiedere il vostro intervento. Circa due mesi fa venne da me tutta tremante, sembrava aver visto un fantasma, pregandomi di sollecitare l'Imperatore a chiedere asilo per lei presso la corte di Atena. Cercai spiegazioni in merito, ma rimase molto vaga e non volle scendere nei dettagli. All'inizio, non badai molto alla sua richiesta, soprattutto perché conoscevo il pensiero di Costantino su di voi. Poi, tre settimane fa, suo marito, il generale Basilio, è stato ucciso in un agguato, mentre tornava da una missione diplomatica dagli uomini di Drogone. Quest'evento e il silenzio di Irene mi hanno spinto a scrivere a Costantino ed a chiedergli di cessare ogni proposito ostile che aveva nei vostri confronti per acconsentire al desiderio di mia nipote, che era anche cresciuta con la principessa Anastasia. A quanto pare, è riuscito a mettere da parte i suoi piani se oggi voi siete qui".

Stava ancora parlando, quando una serva si presentò e mise in tavola dei calici di terracotta, una brocca di vino locale e scodelle con pane fresco ed olive.

"Dalle vostre parole, arguisco che donna Irene nasconda un segreto", disse Jorkell, non appena il duca finì di parlare.

"Così parrebbe", confermò Argiro. "Ma il problema maggiore è che Irene aspetta un bambino e la situazione qui comincia a scaldarsi. Finora, su ordine di Costantino, ho sempre mantenuto un atteggiamento diplomatico nei confronti dei Normanni, ma, per loro, io non sono credibile come ambasciatore di Bisanzio", aggiunse con velata malinconia.

"Cosa intendete dire?", chiese rispettosamente il Cavaliere delle energie fredde, quasi assecondando un celato desiderio di sfogo del catapano.

"Per anni questa città ha tenuto testa alle ambizioni dei Bizantini. Mio padre, Melo, ha combattuto strenuamente a sua difesa. Ero un bambino quando, dopo la disfatta del suo esercito, fui fatto prigioniero e portato a Bisanzio assieme a mia madre e mia sorella. Lì crebbi fra il disprezzo e la derisione. Le uniche persone che ci aiutarono furono le principesse Zoe e Teodora. Furono loro ad introdurmi a corte. Grazie al loro appoggio fui incaricato di varie missioni nei territori dell'Impero, finché con la morte di Michele IV e la delegittimazione dell'imperatrice Zoe e di sua sorella non mi ribellai e mi schierai coi Macedoni che sostenevano il loro ritorno sul trono. La situazione non cambiò e così appoggiai anche i Longobardi e i Normanni capeggiati da Rainulfo Drengot, che mi elessero duca d'Italia, lo stesso titolo che aveva avuto mio padre.

Alla fine, però, la mia devozione all'imperatrice Zoe ebbe il sopravvento. Quando Costantino la sposò e divenne imperatore, tornai fedele alla corona imperiale e tradii la fiducia di coloro che mi avevano acclamato duca. Fu allora che è iniziata la mia discesa all'inferno: otto mesi fa Costantino mi ha nominato catapano d'Italia. Ho preso possesso di Bari e mi sono messo sulle tracce dei suoi governatori che, alla notizia del mio arrivo con l'esercito imperiale, se la sono data a gambe. Nel frattempo, i Normanni, miei vecchi compagni d'arme, sono diventati più forti, grazie alla guida di Drogone d'Altavilla. Finora ho evitato la guerra corrompendo e comprando quanti più nobili Normanni ho potuto, ma il pugno di ferro di Drogone incute terrore e li tiene stretti a sé. L'assassinio di Basilio è stato solo il preludio di un conflitto che si prefigura lungo e sanguinoso".

Il volto del duca si fece cupo al ricordo del suo passato. Poi, d'improvviso, riprese il suo piglio serio, come se avesse rimosso quelle memorie con un deciso colpo di spugna. "Elis!", gridò d'un tratto.

Dalla sala accanto tornò la serva che prima aveva portato le vivande. Il duca la fissò e le disse: "Chiama mia nipote Irene e dille di presentarsi subito al mio cospetto!" La ragazza annuì e scomparve da dove era venuta.

Poco dopo tornò accompagnata da una ragazza sui 25 anni che indossava una sottoveste di seta bianca lunga fino a terra, una sopravveste azzurra più corta e ricamata con ghirigori floreali intessuti d'oro. Dal rigonfiamento della veste sull'addome si notavano i segni della gravidanza. Un piccolo panno di un azzurro pallido le copriva la piccola testa, sotto cui s'intravedeva una chioma castana chiara. Aveva gli occhi grandi, di colore verde marino, la pelle bianca e le gote rosee, forse colorate con qualche estratto d'erbe. La bocca piccola e regolare, di un rosso spento, e il naso greco le conferivano un aspetto nobile, ma al contempo triste e remissivo.

Argiro si alzò e si avvicinò alla donna che, dopo aver dato un rapido sguardo ai tre sconosciuti, aveva abbassato d'istinto il capo.

"Questi sono i Cavalieri di Atena, ti scorteranno al Santuario della dea. Sembra che l'Imperatore abbia ascoltato le nostre richieste, presto sarai al sicuro". Disse il catapano, facendole un sorriso per rassicurarla e sollevandole delicatamente il volto con la mano.

"Donna Irene, sono Jorkell di Aquarius e loro sono Laurion di Leo Minor e Midra di Equuleus. Non abbiate timore, con noi sarete al sicuro", disse il padrone delle energie fredde inchinandosi assieme ai suoi compagni.

La donna, rassicurata, accennò un sorriso e disse: "Vi ringrazio di essere venuti, prodi Cavalieri. Spero di non essere un fardello per voi".

"Una leggiadra fanciulla non può essere un fardello per chi è avvezzo al dolore e alla furia della battaglia. Ma ditemi, perché avete chiesto con tanta urgenza asilo tra le nostre mura?", rispose Jorkell, tentando di trovare risposta ai dubbi del Sacerdote.

La domanda del Cavaliere turbò la ragazza, il cui volto tornò ad indossare tristezza e paura.

"Mi spiace farvi torto, ma non posso dirvi nulla. Parlerò soltanto col Sommo Sacerdote", disse con voce dura.

Jorkell capì che la donna custodiva gelosamente il suo segreto, ma l'intenzione di aprirsi col Sacerdote lo rincuorava. Accennando un inchino disse:

"Perdonate, se vi ho offesa, donna Irene. Non era mia intenzione!", disse con tono calmo e rassicurante.

La donna annuì. Ci fu un attimo di silenzio, poi Argiro, come a sgomberare le ombre di quella domanda scomoda, disse: "Al porto della città vi attende una nave. L'ho fatta allestire nel caso foste arrivati. Vi farò scortare dai miei uomini fin lì". Poi diede un bacio sulla fronte alla nipote, fece portare il suo bagaglio e ritornarono alla Sala del Consiglio, dove aveva ricevuto i messi. Qui li salutò e li fece scortare all'ingresso del palazzo.

Ad attenderli c'era un carro coperto. Jorkell aiutò Irene a salire e si avviarono verso il porto. Il viaggio era breve, avrebbero raggiunto la meta in poco tempo.

Mentre il carro procedeva, però, i Cavalieri avvertirono qualcosa: un cosmo opprimente era apparso all'improvviso, come portato dal vento.

Per evitare che Irene s'impaurisse, Jorkell comunicò telepaticamente coi suoi compagni:

"Laurion, Midra, portate donna Irene ad Santuario. Io devo scoprire a chi appartiene questo cosmo".

I due giovani annuirono con un impercettibile cenno del capo. Irene, assorta nei suoi pensieri, non si era accorta di nulla. Jorkell scese dal carro ad incredibile velocità e distolse per un attimo la ragazza dal suo mondo privato.

"Dov'è andato messere Jorkell?", chiese un po' inquieta.

"Non preoccupatevi, voleva solo assicurarsi che non ci fossero problemi e poi a lui piace camminare a piedi", sdrammatizzò con un sorriso Laurion.

La donna non parve convinta, ma fece finta di credere alle parole del ragazzo. Voleva incontrare il prima possibile Alexer: non riusciva più a vivere con il dubbio e sperava che il messo di Atena potesse spiegarle ciò che non capiva.

Tornò a vagare nei propri pensieri, cullata dal rumore ritmico degli zoccoli del cavallo e delle ruote del carro.

Il Cavaliere d'Aquarius stava seguendo la traccia di cosmo che aveva percepito. D'un tratto però, essa scomparve. Jorkell era giunto alle porte orientali della città. Continuò a proseguire per un po', tendendo i sensi in cerca di quello strano cosmo, ma nulla; era completamente svanito.

Decise di dirigersi al porto, dove ormai i suoi compagni di viaggio sarebbero già dovuti arrivare. Li trovò, infatti, che stavano smontando dal carro in compagnia del capitano della nave e li raggiunse.

"Perché siete sparito, messere Jorkell?", chiese con malcelata inquietudine la giovane Irene.

Il Cavaliere guardò dapprima i due compagni, come a volerli rimproverare di non aver saputo trovare una scusa che giustificasse il suo allontanamento, poi, con volto sereno, rispose:

"Ho solo perlustrato i dintorni per vedere se ci fossero pericoli, in fondo è nostro compito proteggervi, no?"

La ragazza si calmò e annuì.

Mentre parlavano, il cosmo di prima riapparve. Era vicinissimo, proveniva da una radura poco distante dal porto.

"Salite sulla nave e salpate immediatamente!", ordinò Jorkell ai compagni con voce preoccupata.

Donna Irene rimase confusa da quell'ordine improvviso, ma si limitò a salire sulla nave aiutata da Midra e Laurion e dal capitano del vascello.

Ridisceso a terra, Laurion si avvicinò al Cavaliere d'Oro ed iniziò a parlare, dicendo: "Signore, permettetemi...", ma il Cavaliere dell'undicesima casa lo zittì.

"La nostra priorità è portare incolume donna Irene ad Atene! Il cosmo che si sta avvicinando è potente e oscuro, soltanto io sono in grado di affrontarlo! Andate, e che Atena sia con voi!"

Laurion annuì e masticando amaro risalì sulla nave mentre Jorkell indossava l'armatura.

Le ancore furono issate, gli ormeggi vennero mollati e la nave si abbandonò pian piano alle onde.

Dalla radura partì un potente raggio rossastro, diretto verso l'imbarcazione. Con un gesto fulmineo Jorkell innalzò un muro di ghiaccio a difesa della nave e delle persone all'intorno. Non appena aveva visto la scena, la gente era fuggita in preda al panico e in pochi secondi il porto si era svuotato.

Nell'aria, come portata dal vento, si levò una risata sommessa e sinistra. Poi risuonò una voce fredda e fiera: "Piacere d'incontrarti, Cavaliere di Aquarius. Hai interferito con la mia missione e pagherai per questo. Preparati ad una morte lenta e dolorosa!"

Jorkell non si scosse, ma con un sorriso di sfida, replicò: "Parole colme di superbia, le tue. Ma io non temo chi fa altisonanti proclami senza mostrare il proprio volto o presentarsi".

Una nuova risata si diffuse nell'aria. Fra gli alberi della radura apparve un'ombra. "Chi sei?", gli urlò Jorkell, mentre l'eco della sua voce si propagava all'intorno.

"A che ti giova sapere il nome di chi si prenderà la tua vita?", disse l'ombra. Poi, dopo una breve pausa, riprese: "Ho deciso di essere clemente ed assecondare il tuo vano desiderio, magari ti sarà utile quando raggiungerai le solitarie terre dell'Oltretomba! Sono Umma, demone del vento, e sto per prendermi la tua inutile esistenza!"

Accigliatosi, Jorkell si preparò alla battaglia.