CAPITOLO XIV

La perdita dell’innocenza

I

l giorno dopo il Consiglio, fu, per gli abitanti di Ásgarðr, una giornata come tutte le altre. Uomini e donne si alzarono all’alba per lavorare, sfidando l’aria gelida e il vento freddo.

A palazzo i thraells, alle prime luci del giorno, erano già al lavoro per risistemare le sale, si affaccendavano per eliminare ogni traccia della baldoria, per ripulire tavoli, togliere le pelli e la paglia con cui erano stati coperti i pavimenti. I musicisti, che avevano allietato gli invitati con le loro canzoni e che avevano passato la notte nel salone, furono svegliati e mandati nell’ala del palazzo riservata ai servi, nelle cucine, dove avrebbero potuto riposare ancora un po’ e mangiare qualcosa assieme ai thraells.

Le donne che avevano beneficiato dell’accoglienza dei signori si alzarono verso dagmàl, consumarono un’abbondante colazione in compagnia della sacerdotessa e subito dopo raggiunsero i rispettivi consorti agli accampamenti nella pianura.

Nello spiazzo di fronte al palazzo c’era un gran viavai di persone ed animali e, nonostante fosse ancora molto presto, i bambini, figli dei thraells, erano già impegnati nei loro giochi. I camini delle cucine avevano cominciato a fumare e le lavandaie chiacchieravano con le ceste dei panni sporchi sottobraccio. Arrivarono i soliti contadini che portavano frutti e verdura.

Dall’ala del palazzo destinata alla guardia uscì un drappello d’uomini armati, e dietro di loro il capitano Magni. Parlava concitatamente con il fedele Thorgall e, insieme, guidarono le guardie fuori della cinta interna.

Nel giorno dopo il Consiglio, la vita era ripresa normalmente. Quasi per tutti.

Fulla e Hlin si erano alzate di buonumore. Avevano assistito commosse alla dichiarazione di Leif ed erano impazienti di vedere la loro signora per congratularsi con lei. Vagavano da un angolo all’altro del palazzo spettegolando con le donne e civettando con i thraells più giovani. L’argomento della giornata erano le nozze di Freija.

Le due thírs si affacciarono curiose nel salone dove agli ospiti era appena stato servito il dögurðr, curiose di spiare la loro signora in compagnia di Leif ma furono deluse. Freija non era scesa per la colazione e ne furono alquanto sorprese, sapendola mattiniera e ligia ai suoi doveri di ospite.

C’era invece Hilda, elegante come sempre, seduta a capotavola. Parlava con le donne che le sedevano vicino e scherzava con loro, ma non toccò cibo. Nonostante l’apparente serenità, appariva tesa e stanca.

All’altro capo del lungo tavolo c’era Leif che mangiava di gusto, rideva sguaiatamente e parlava a voce alta. Al contrario della sacerdotessa, era allegro e vivace, quasi una presenza gradevole.

L’insieme delle donne sedute a tavola, con le uniche eccezioni di Freyr e Leif come presenze maschili, sembrava davvero surreale, considerando anche il pessimo umore del principe.

Era seduto in maniera composta al fianco di Gerðr, la ricciuta figlia di Gymir, che era fresca come una rosa e riposata, mentre lui era un po’ pallido per la stanchezza, e inappetente per i postumi della sbronza. Avrebbe voluto scambiare con lei due parole ma non riuscì ad aprire bocca. La sera prima lei non aveva voluto ballare e si era ritirata presto, lasciandolo sulle spine.

Fulla e Hlin non erano soddisfatte di quello che avevano visto, tanto più che mancava anche il Landvarnarmaðr, così decisero che sarebbero andate nelle cucine a fare due chiacchiere con le cuoche mentre aspettavano che la principessa si alzasse.

Hilda s’era costretta ad alzarsi, nonostante il nervosismo che l’agitava e la rendeva insofferente. Aveva dormito poco e, in quelle poche ore di sonno, non si era riposata per niente.

Durante la lunga veglia, poi, il pensiero di Hyoga l’aveva tormentata senza tregua. Aveva tentato di sedurlo quasi per gioco, certa di riuscire col minimo sforzo. A sorpresa, Hyoga non aveva ceduto alle sue lusinghe e lei si era infuriata, non essendo avvezza ai rifiuti. La notte però aveva portato consiglio ed ora si sentiva pronta ad affrontarlo con serenità, cosa che non avrebbe mai fatto per nessun altro. In quel caso però, dovette ammettere di aver commesso un grave errore pensando di poter ottenere ciò che desiderava con un semplice schiocco delle dita. Stavolta doveva chinare il capo davanti alla sconfitta e concentrare la sua attenzione su ben altri problemi, che sapeva avrebbero riguardato il futuro di tutti loro.

Mentre si lavava il viso la sua attenzione si concentrò sulla fasciatura al polso. Gli effetti delle droghe erano passati, lasciandola solo esausta e senz’appetito. Ma non era questo che la preoccupava: la visione non era stata chiara come avrebbe voluto, e non le era servita a molto.

Ero stanca e troppo agitata per vedere chiaramente. Odino mi ha parlato ed è solo colpa mia, se non sono riuscita a comprendere le sue parole!

Avrebbe evitato volentieri di scendere per il dögurðr, perché non era dell’umore giusto per vedere Leif e Freija e perché aveva altri pensieri per la testa. Doveva però fare gli onori di casa perché l’ospitalità non doveva essere in alcun modo influenzata dagli screzi di famiglia.

Arrivò nel salone per prima, poi arrivarono gli ospiti. S’informò se avevano passato bene la notte e le risposte affermative e i complimenti la rincuorarono. Per un attimo si sentì meno tesa, ma si rabbuiò quando vide Leif che le veniva incontro.

‹‹Buongiorno, Hilda!›› disse sorridendo e passandole amichevolmente una mano sulla spalla.

‹‹Buongiorno, Leif!›› rispose lei.

Hilda aveva da tempo inquadrato Leif in quella categoria di persone che sanno dimostrarsi accondiscendenti e servizievoli al momento di chiedere, e arroganti dopo aver ottenuto. Il sorriso stampato sulla faccia di Leif suonava come una provocazione, non era una spontanea manifestazione di felicità. Col suo atteggiamento beffardo, voleva semplicemente vantarsi di ciò che aveva ottenuto e, solo allora, guardandosi attorno, Hilda si accorse che Freija non era presente in sala.

Leif dovette intuire il disappunto di Hilda e non mancò di mostrarsi felice. Il suo sorriso si allargò allorché la sacerdotessa cercò di nuovo il suo sguardo. La preoccupazione di Hilda era ben evidente e Leif gioì di quella debolezza.

‹‹Freija non è ancora scesa…›› mormorò Hilda, corrugando la fronte. Leif si guardò attorno distrattamente, poi alzò le spalle e sorrise.

‹‹Forse era stanca, ieri è stata una giornata faticosa per tutti noi››.

La sacerdotessa lo guardò incredula, stentando a credere che lo jarl avesse mai faticato per qualcosa.

‹‹Naturalmente, una lunga ed estenuante giornata!››.

‹‹A quanto pare, c’è chi ancora dorme della grossa, e può farlo: beati loro! Manca anche il Landvarnarmaðr. Anche tu mi sembri stanca, Hilda. C’è forse qualcosa che ti turba?››.

‹‹Assolutamente, caro, mi sento molto bene››.

Non ti darò mai la soddisfazione di sentirmi dire che non mi sento bene!

Leif alzò ancora le spalle. ‹‹Sarà meglio che vada a sedermi›› disse allontanandosi.

Hilda sbuffò cercando di calmarsi e sedette più lontano che poté da Leif.

Cercò Hyoga e la sua ansia crebbe quando notò che nemmeno lui era presente. Era probabile che stessa ancora dormendo, si riferiva a lui l’infelice precisazione di Leif?, ma il pensiero che avesse evitato di proposito la colazione continuava a tormentarla. In più, era terrorizzata all’idea che lasciasse Ásgarðr senza darle l’opportunità di scusarsi. Decise per il momento di non pensare ad altro che ai suoi ospiti, che avevano già cominciato a mangiare. Avrebbe rimandato a dopo la soluzione dei suoi problemi.

Quella notte Hyoga, nonostante tutto, si era addormentato subito e il sole non era ancora sorto quando si svegliò da un pesante sonno senza sogni. Rimase sotto le coperte, con gli occhi chiusi, cercando di riaddormentarsi ma i suoi sforzi furono vani. Si rigirò da una parte e dall’altra, perché cambiare posizione poteva essergli d’aiuto ma guardò dalla finestra, in lontananza, e vide che il cielo stava schiarendo dietro alle montagne.

Prima ancora d’aprire gli occhi, la sua mente aveva cominciato a tormentarlo con le memorie del giorno appena passato. Non aveva davvero voglia di incontrare nessuno, e rimpianse la solitudine che lo avvolgeva nelle stesse mattinate fredde trascorse in Siberia, quando al suo risveglio, godeva da solo dell’immacolato paesaggio bianco di neve.

Si vestì pesantemente e uscì dalla sua stanza nel corridoio su cui si affacciavano tutte le camere. Si girò di scatto quando udì una porta aprirsi lentamente.

Dalla camera di Freyr uscì di soppiatto una donna e Hyoga riconobbe Gna. La vide infilarsi le scarpe che teneva in mano e affrettarsi lungo il corridoio, dalla parte opposta alla sua, in direzione delle scale che portavano all’ala del palazzo destinata ai servi. Sorrise, ripensando a tutti i bei discorsi sull’amore fatti del principe la sera prima, e si avviò verso le scale.

Quando uscì nel piazzale antistante il palazzo, il cielo stava schiarendo e soffiava un’aria tagliente che stava spazzando via una leggera nebbia mattutina, ma sopra la sua testa poteva vedere ancora le ultime stelle della notte che brillavano. Non c’erano nuvole, nemmeno sulle vette delle montagne: la giornata si sarebbe fatta bella.

Passeggiò per il quartiere nella cinta interna, lanciando occhiate curiose nelle botteghe, dove gli artigiani già lavoravano, e ricambiando i saluti dei soldati che incrociava. Intravide Hadingus che trotterellava fuori della Casa della Guardia e si allontanò, per non essere costretto a fermarsi con lui e gli altri soldati che l’avrebbero coinvolto in qualche violento intrattenimento. S’affrettò verso le scuderie, un po’ correndo, un po’ scivolando sulle lastre di ghiaccio, cercando lo stalliere e lo vide mentre, con una torcia ormai consumata, stava controllando le stalle.

‹‹Jòn?››.

Jòn lo stalliere si grattò la testa con la mano libera e rispose con un filo di voce.

‹‹Sono Jòn, chi mi cerca?›› chiese l’uomo zoppicando verso Hyoga. ‹‹Certo, certo… Landvarnarmaðr! Cosa desideri?››.

‹‹Vorrei uscire a cavallo. Posso averne uno?››.

‹‹Naturale, puoi avere quello che vuoi!›› rise Jòn.

Hyoga fece un sorriso tirato, perché quelle parole gli ricordavano dolorosamente che non poteva avere Freija.

‹‹È davvero molto presto per andarsene in giro››.

‹‹Non avevo più sonno››.

‹‹Ah!›› esclamò Jòn zoppicando davanti a Hyoga. ‹‹Con un freddo così, gli unici che non dormono sono i poveracci che devono lavorare, come me, e gli infelici che hanno dei pensieri tristi. Come te››. Lo stalliere sembrava sapere molte più cose di quanto non lasciasse intuire col suo comportamento distratto e servile. ‹‹Ma tu puoi fare quello che vuoi. Te l’hanno detto, Helgi o Freyr, che adesso puoi fare quello che vuoi?›› chiese di nuovo con un’espressione seria ma sorridente.

‹‹Hm, sì›› balbettò Hyoga colto di sorpresa. ‹‹Mi hanno detto qualcosa che ci assomigliava molto… Comunque, sì, penso d’aver capito cosa vuol dire portare questo…››. Batté più volte l’indice della sinistra sull’anello. Poi si grattò la fronte e gli venne da ridere. ‹‹Quando avrò più tempo e meno cose cui pensare, penso che verrò a chiederti come mai ho l’impressione che tu sappia sul conto di certe persone cose che gli altri sembrano ignorare. Per adesso, ti chiederò solo un cavallo››.

‹‹Per adesso allora, ti darò solo un cavallo›› rise di nuovo Jòn. ‹‹Ma sono soddisfatto perché hai appena dimostrato d’essere in gamba, Landvarnarmaðr. Questo vuol dire che, anche se sono vecchio, riesco ancora a vedere bene nel cuore degli uomini››.

Hyoga seguì lo stalliere zoppo fino alla fila di stalletti coperti. Gli uomini delle scuderie, riconoscendolo mentre passava tra di loro nella crescente luce del giorno, lo salutarono rispettosamente.

‹‹Queste sono le migliori cavalcature che esistano›› spiegò Jòn con soddisfazione. ‹‹Questo è Blóðughófi, (1) il cavallo di Freyr e questa invece è Skinfaxi. (2) Non è meravigliosa? L’ho scelta io stesso per Freija. Bella come lei, vero?››.

Hyoga annuì, non senza notare lo sguardo penetrante dello stalliere, che sembrava indovinare come avrebbe risposta ad ognuna delle domande che gli faceva.

‹‹Davvero bella›› rispose Hyoga. Jòn rise di nuovo.

Lo stalliere continuava ad elencare nomi dei cavalli, ma l’attenzione di Hyoga era attirata dallo stallone che Freyr aveva tentato di montare due giorni prima, lo stallone dal mantello nero come la notte sul quale risaltavano lunghi crini color argento. Jòn passò oltre ma Hyoga lo richiamò.

‹‹Jòn! Che mi dici di Hrìmfaxi?››. Lo stalliere si avvicinò e mosse la testa in un cenno d’approvazione.

‹‹È la migliore bestia che ho avuto mai in scuderia. Questo demonio corre veloce Sleipnir ma è indomabile! Hai visto com’è finita l’altro giorno? Freyr è riuscito a montare in sella, ma il cavallo non gli dà retta, assolutamente. Questa bestiaccia gli è costata parecchio, e Freyr è disperato››.

Hyoga pensò per un attimo a quanto poteva essere veloce Sleipnir, il destriero di Odino. Nel mito si narrava che quello straordinario cavallo avesse quattro paia di zampe e fosse capace di cavalcare nell’aria e sull’acqua.

‹‹Ci vuole pazienza…››.

‹‹Questo è sicuro!›› annuì Jòn.

‹‹…e tempo››.

‹‹Proprio così!››.

‹‹Vot iotlično ! Benissimo!›› (3) esclamò soddisfatto Hyoga accarezzando la fronte di Hrìmfaxi. ‹‹Prendo questo!››.

‹‹Cosa?›› gridò Jòn. ‹‹Non te lo posso permettere, Landvarnarmað. Se ti succedesse qualcosa, la sacerdotessa userà la mia pelle per farsi un nuovo paio di stivali! Dai retta a me, ti consiglierò un altro cavallo, più sicuro››.

Hyoga continuò a scuotere la testa, con un sorriso placido sulle labbra.

‹‹So quello di cui ha bisogno Hrìmfaxi›› disse con estrema sicurezza.

‹‹Sei davvero sicuro?›› chiese lo stalliere con tono incredulo. ‹‹Te lo sconsiglio ancora, potrebbe essere pericoloso…Ha il fuoco nelle vene, non è domato e nemmeno abituato al peso del cavaliere…›› spiegò allarmato Jòn.

‹‹Non ti preoccupare, me la caverò. Puoi sellarlo, per favore?››. Jòn annuì perplesso e fece uscire Hrìmfaxi dal suo stallo, pur continuando a lamentarsi.

Hrìmfaxi non era un cavallo pesante nel vero senso della parola, ma era massiccio, alto almeno un metro e settanta al garrese. La testa era larga, con un profilo diritto e non era necessario chiamarsi esperto per capire che era perfettamente proporzionato in ogni sua parte. Quando lo poté osservare interamente, Hyoga notò che aveva gambe massicce e muscolose, e tre balzane pelose, agli anteriori e al posteriore sinistro, dello stesso colore argentato della criniera e della coda.

Lo stalliere stava fissando il sottopancia alla sella.

‹‹"Balzano da tre, cavallo da re"›› mormorò, quasi parlando a sé stesso.

Hyoga non gli badò, perché sapeva dell’esistenza di centinaia di detti sui cavalli. Eppure, raggranellando qua e là tutte le sue conoscenze in materia equestre, convenne che quello che aveva di fronte era uno stallone straordinario, perché non aveva mai visto, né sentito parlare, di cavalli con quel tipo di mantello. Quando il cavallo fu sellato e pronto, Jòn ancora obiettò sulla pericolosità della scelta.

‹‹Ti romperai l’osso del collo, Landvarnarmaðr… Se succede, cerca di non morire prima d’aver spiegato a Hilda che hai fatto tutto di testa tua e che io ti avevo messo in guardia!››. Hyoga scoppiò a ridere.

‹‹Io e Hrìmfaxi andremo d’accordo, non è vero?›› disse all’indirizzo del cavallo alzandosi dalla balla di fieno su cui si era seduto durante l’attesa.

Il massiccio cavallo alzò di scatto la testa, strappando le redini dalle mani dello stalliere, e si mosse nella direzione di Hyoga, con le orecchie ritte, in segno di saluto. Si fermò davanti al russo, porgendo il lato sinistro, come se volesse invitarlo a salire.

Istintivamente Hyoga passò le redini sulla testa del destriero e le impugnò con la mano sinistra, passandole tra mignolo e anulare. Con la stessa mano afferrò un ciuffo di crini per una maggior presa, leggermente sopra il garrese, e posò la destra sull’arcione della sella. Si piegò sulle gambe, facendo perno sulle braccia tese, si diede una forte spinta verso l’alto e si distese completamente, in bilico sul garrese. Passò velocemente la gamba destra sul dorso del cavallo, facendo bene attenzione a non toccarlo e, rimanendo sollevato sulle mani, infilò le staffe e si sedette. Una volta salito in sella, regolò gli staffili perché ricordava le sfuriate che gli aveva fatto Saori.

‹‹La lunghezza della staffatura varia secondo la specialità›› diceva Saori. ‹‹Una staffatura sbagliata, oltre a dare insicurezza, fa perdere il giusto contatto con il corpo del cavallo e quindi non permette interventi corretti››.

‹‹Siamo pronti!›› esclamò accarezzando il collo muscoloso di Hrìmfaxi. Salutò sorridendo Jòn e si avviò al passo verso le porte della cinta muraria interna, che furono spalancate al suo passaggio.

‹‹Mai visto niente di simile!›› rise lo stalliere scuotendo la testa. ‹‹Al principe gli si rizzeranno i capelli in testa dalla sorpresa quando lo verrà a sapere!››.

Tirò un sospiro di sollievo quando, finalmente, rimase sola. Nel palazzo era tornata la quiete. Nell’androne, Hilda chiuse gli occhi e tese le orecchie. Si sentivano i passi affrettati dei thraells che si occupavano delle loro mansioni, le grida dei soldati, il vociare lontano delle donne attutito dalle pareti delle cucine.

Freija aveva la pessima abitudine, insolita e inconcepibile per una principessa, di fare colazione assieme alle sue serve nelle cucine, e non nel salone come avrebbe dovuto. Il solo pensiero di sorprenderla a mangiare assieme alla servitù, in quella grigia mattinata, la fece infuriare, soprattutto perché aveva dovuto mentire ai suoi ospiti per giustificare la sua assenza al dögurðr.

La sacerdotessa spalancò la porta delle cucine ed entrò. Le cuoche si girarono e la salutarono inchinandosi. Rispose con un minimo cenno della testa e si rivolse direttamente alle due thírs che erano, come aveva immaginato, sedute a parlare e a poltrire. Fulla e Hlin rimasero immobili sotto lo sguardo severo di Hilda.

‹‹Dov’è mia sorella?›› chiese più gentilmente che poté. Fulla e Hlin si guardarono, indecise su chi delle due avrebbe parlato per prima.

‹‹Non l’abbiamo ancora vista, stamattina, signora›› disse Fulla flebilmente.

‹‹Di conseguenza state qui a gozzovigliare!›› sbottò Hilda. Poi, cercò di dominarsi. ‹‹Andate a chiedere se, per caso, non si sente bene o se ha bisogno di qualcosa! Correte!››.

Le thírs corsero via, ubbidendo al suo brusco comando, e Hilda si sentì meglio, perché era sempre soddisfatta quando poteva esercitare la sua autorità.

In Iðavöllr, già a quell’ora, fervevano i preparativi. Gli uomini erano impegnati nello smantellare le tende: toglievano i picchetti che le fissavano, arrotolavano le funi e piegavano le enormi pelli, mentre altri caricavano oltre misura carretti piccoli e grandi. Nella crescente luce dell’alba e tuttavia ancora avvolta nella semioscurità, l’enorme pianura brulicava di scure sagome in movimento, anche se quella che sembrava a prima vista una frenetica e confusa accozzaglia di uomini, cavalli e attrezzature, era in realtà un insieme di squadre organizzatissime che lavoravano seguendo schemi operativi collaudati ed efficaci.

Hyoga attraversò il Bifröst e si fermò ad osservare la pianura, movimentata ma silenziosa, prima di deviare verso le montagne alle sue spalle, costeggiando la cittadella, per poi aggirare la pianura sul lato orientale per evitare di doverla attraversare, e prendere la strada che portava al villaggio di Asabigð.

La strada che conduceva ad Asabigð, la stessa che aveva percorso assieme a Freyr, non era altro che una striscia di terra battuta larga qualche metro, sulla quale non cresceva erba per via del continuo passaggio di pedoni e cavalieri. Il terreno era melmoso, la neve si era sciolta mescolandosi alla terra, e Hrìmfaxi, al suo passaggio, lasciava profonde impronte con gli zoccoli ferrati, che battevano sul terreno con un tonfo sordo che sembrava far tremare il terreno.

Incerto sulla direzione da prendere, Hyoga guidò il cavallo, incredibilmente mansueto ed obbediente, su quel sentiero scuro e fangoso, che per un lungo tratto faceva strada attraverso dolci colline, e dopo una mezz’ora arrivarono ad un incrocio. Davanti a loro si vedevano le poche case sparpagliate che costituivano Asabigð, cui si arrivava seguendo il sentiero che attraversava il villaggio e proseguiva ancora verso nord. Alla destra e alla sinistra si aprivano due diramazioni, una si dirigeva verso terre noiosamente piatte e spoglie, l’altra puntava dritto verso le montagne, scendendo lungo la riva di un placido ruscello e risalendo sulla sponda opposta, per inoltrarsi in un folto boschetto oltre una piccola piana.

Senza esitazione, Hyoga imboccò il sentiero a sinistra e Hrìmfaxi condusse il suo cavaliere oltre il ruscello, verso le montagne dalle alte vette spruzzate di neve.

Avanzarono per molto sul sentiero che, dopo essersi inoltrato nel bosco per un lungo tratto, cominciò a salire, con una pendenza molto lieve. Sostarono in mezzo alla boscaglia, in una macchia colpita dal sole, costeggiata da un esile fiumiciattolo per metà ghiacciato che scorreva su un letto di sassi. L’acqua che lo riforniva, scendendo direttamente dalle vette innevate delle montagne lì attorno, era limpida e fresca e si perdeva nella riva rocciosa della montagna che scendeva a picco verso la pianura sottostante, creando luccicanti sculture di ghiaccio.

Da quel punto, Hyoga poteva osservare tutta Iðavöllr e la cittadella d'Ásgarðr, inserite in un suggestivo panorama che comprendeva anche la catena montuosa alle spalle della cittadella, e oltre la pianura, colline e terre piatte a perdita d’occhio, un mare di neve. Lontano davanti a sé, scorse una macchia di vegetazione più scura, indistinta e cupa, con alberi alti, e riconobbe la Foresta di Eid, la porta per entrare ad Ásgarðr.

E anche per tornare indietro, a casa…

Restò in piedi, con lo sguardo fisso in quella lontana macchia nera, e poi andò a sdraiarsi tra le radici di un vecchio olmo, che sembrava aver protetto una striscia di terra dalla morsa della neve proprio perché Hyoga ne potesse usufruire. Mentre si riposava, osservando pigramente il panorama, aveva lasciato libero Hrìmfaxi.

Il destriero, soddisfatto della lunga passeggiata, stava frugando nella neve, col muso e con le zampe, alla ricerca di qualche filo d’erba, spostandosi spesso ma senza allontanarsi troppo dal suo nuovo compagno. Ogni tanto, sollevava la testa, come volesse controllare se Hyoga fosse ancora sdraiato, e poi si rituffava di nuovo nella sua ricerca.

Hrìmfaxi aveva bisogno di muoversi liberamente, di stancarsi. Era diventato più nervoso e difficile da montare perché, con tutta probabilità, nessuno l’aveva mai portato fuori delle scuderie, ambiente che gli era stretto.

In sella, Hyoga aveva sentito chiaramente la forza e la potenza dell’animale. Hrìmfaxi, nonostante fosse stato montato poche volte da Freyr e senza risultato, aveva obbedito ad ogni suo comando e si era lasciato guidare. Appena possibile però, Hyoga aveva allentato le redini e dato gambe, e si era fatto trasportare dall’impeto del cavallo. Il russo si sentiva affaticato da quella cavalcata, gli doleva pure la schiena, ma era soddisfatto.

La dottoressa Akagi darebbe in escandescenza se sapesse che ho cavalcato così a lungo. Che incosciente, però! Almeno avessi preso con me quelle benedette punture…Morirò di dolore, prima di stasera! Se fossi a casa…

Fin dal momento in cui aveva deciso di partire, s’era reso conto che, indipendentemente dal risultato positivo o negativo, quel viaggio ad Ásgarðr avrebbe rappresentato una tappa fondamentale nella sua vita, la meta cui aveva aspirato per tanto tempo oppure un nuovo punto di partenza.

E così è stato.

Tutto si era deciso in pochi giorni, in poche ore. Aveva trovato l’amicizia sincera di Freyr, aveva rivisto Freija e si era chiarito le idee sui suoi sentimenti, immutati e anzi divenuti più forti col passare del tempo. Ma il suo egoismo era stato punito, perché un altro uomo, più audace forse, sicuramente mostrandosi più deciso e più responsabile, l’aveva conquistata.

Rivederla era stata una folgorazione e lei, anche se era stato breve il tempo che avevano trascorso assieme, gli aveva lasciato dentro una scia di splendore caldo e luminoso, sciogliendo il gelo del suo cuore innamorato e lasciandolo piacevolmente stordito. Si era sentito desideroso di tentare, di rischiare, avrebbe voluto essere audace, ma quella promessa che si erano scambiati la donna dei suoi sogni e l’uomo che era l’incarnazione dei suoi peggiori incubi era stata per lui un colpo al cuore.

Chiuse gli occhi e volle pensare agli avvenimenti della notte passata coma ad un incubo, ma li riaprì subito, fissandoli nel cielo, che stava virando al colore grigio che porta neve, e si disse che, in fondo, la realtà non offriva niente di meglio. Era allibito, anche in quel momento, in quella piccola radura scavata tra le rocce, steso tra le nodose radici di un olmo dal grande tronco.

Il suo primo pensiero era stato quello di fuggire. La sua missione per conto di Lady Saori era riuscita e aveva svolto nel migliore dei modi il suo compito d’ambasciatore. Dopo aver visto con i suoi occhi l’inesorabile sgretolarsi del suo sogno, nonché motivo di spinta iniziale per quel rocambolesco viaggio nel passato, non gli restava altro da fare che andarsene.

Sentiva ancora il cuore battergli per l’emozione, o per l’amore, ma era rimasto senza parole importanti da dire nel momento decisivo e ora che era passata la notte, ora che aveva riposato e riflettuto, che aveva cavalcato nel vento per ossigenare la sua mente stanca, anche ora sentiva di non riuscire ad esprimere con chiarezza che una parte insignificante dei suoi sentimenti.

Shun gli avrebbe consigliato di lasciare da parte ogni timore e incertezza, e di lasciarsi andare e farsi trasportare che le parole da dire sarebbero venute da sole, sincere e meravigliose perché dettate dal cuore e non dalla mente. Hyoga, guardandosi dentro, capì che anche parlando col cuore non sarebbe riuscito a ricucire una situazione che era per lui persa.

Fuggire…Se ci fosse qui Seiya, direbbe che sono un vigliacco. Sì, direbbe che ancora una volta ho dimostrato che non mi è mai importato davvero di nessuno…Ma sarà vero?

Fuggire si sarebbe giudicata un’azione da codardi ma la sua, più che una fuga, si poteva considerare una ritirata decorosa, strategica, per salvare il salvabile del suo animo devastato dalla disperazione.

Non voglio più scappare adesso…sono stanco…

In effetti, si sentiva meglio, anche se una certa angoscia lo asserragliava.

Si guardò le mani e le strinse a pugno, poi le aprì, cercando di risvegliare la sensazione provata nell’abbracciare Hilda. Un brivido lo scosse e in un attimo rivide, davanti a sé, il corpo nudo di lei, invitante e circondato da un fascino prorompente.

Hilda è una donna che fa male al cuore…

Poteva davvero dimenticare Freija tra le sue braccia? Non gli era chiaro il motivo dell’appassionante tentativo di seduzione. Nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, le aveva resistito, convinto dell'inutilità di un rapporto che avrebbe rappresentato un ripiego privo di significato, utile per il piacere del corpo che sarebbe stato breve e insoddisfacente, se non accompagnato da quello dell’anima.

Breve e insoddisfacente… Forse, però, a qualcosa sarebbe servito…se non a dimenticare, perlomeno per tentare di ricominciare…

Steso tra le radici dell’olmo, con le mani incrociate dietro la testa, Hyoga continuava a fissare la cittadella, come se cercasse un segno che gli facesse prendere una decisone definitiva. Aveva trovato, tra quelle mura rosse e sotto quei tetti d’ardesia, troppe cose belle per lasciar andare tutto così facilmente, persone che s’erano impossessate con prepotenza del suo cuore, persone che non voleva assolutamente perdere.

Sono stanco di subire…Ho come l’impressione che se non alzo la testa, non cambierà mai niente nella mia vita. Vorrei saper decidere una buona volta. Ma com’è possibile ch’io sia così… così…Agá! Fin quando non deciderò di andare per la mia strada senza preoccuparmi di quello che potrà succedere, nel bene o nel male, non crescerò mai. L’indecisione sarà la mia morte!

Non era facile ammettere le proprie debolezze, ma Hyoga con grande sforzo riuscì ad analizzare il suo più grande difetto, e si criticò con tanta crudeltà che quasi gli venne da piangere. Si diceva spesso di aver amato veramente una volta sola, eppure le volte in cui la sua volontà l’aveva portato a dubitare di provare grandi sentimenti erano più d’una.

Freija è stata la prima… Saori, Erii…e poi Hilda…

Si contavano sulla punta delle dita le donne che l’avevano coinvolto, che avevano suscitato l’interesse del glaciale russo. Freija l’aveva fatto innamorare, lei era onnipresente nella sua mente e occupava un posto speciale nel suo cuore, proprio come Natassia, sua madre. Quello che provava per lei era un amore capace di resistere per anni, immutato, e anzi di crescere ogni giorno, nutrito col solo pensiero di lei.

Poi c’era stata Erii, due grandi occhi azzurri e tanta energia e vitalità. La vedeva tutti i giorni intenta ad occuparsi degli orfani del Collegio delle Stelle, dove lavorava assieme a Miho. Un pomeriggio d’estate, al riparo dagli sguardi indiscreti dei ragazzi tutti riuniti alla Villa, Hyoga le aveva dato un bacio. Forse Erii aveva sperato in qualcosa di più, ma lui la voleva semplicemente ringraziare per avergli donato un po’ di gioia di vivere.

Infine c’era stata Saori, che l’aveva assorbito e l’aveva dominato, la controparte ideale per una persona insicura e indecisa com’era lui. Lei, di grande carattere, era l’unica con cui avesse avuto un rapporto vero e duraturo. Ancora adesso, pensare al tempo che avevano felicemente trascorso insieme gli faceva dubitare sui confusi sentimenti che provava per lei.

Il primo amore, il primo bacio, la prima amante…E Hilda?

Si coprì la faccia, perché pensare a Hilda lo faceva arrossire. La sacerdotessa l’aveva travolto con la sua grinta, gli aveva mostrato quanto poteva essere debole la volontà di resistere e quanto fosse facile cedere alle tentazioni, eppure lui le aveva resistito.

Sono stato uno stupido…

La sua volontà era debole, perché era sufficiente che una di loro gli fosse vicina per fargli smarrire l’orientamento, perché vacillasse verso una o verso l’altra, a seconda del momento e dell’umore. Restò parecchie ore a riflettere di queste e altre cose e alla fine, quando credette d’aver preso una decisione s’accorse che era già pomeriggio e il suo stomaco gorgogliava e reclamava cibo.

Incurvando le labbra, emise un fischio acuto e subito Hrìmfaxi accorse. Montò in sella e, un po’ galoppando, un po’ trottando, percorse a ritroso il cammino che lo avrebbe riportato alla cittadella.

Freija aprì lentamente gli occhi e sospirò. Si strinse nelle coperte e si girò su se stessa, per cercare una posizione più comoda, che le facesse dimenticare la nauseante sensazione di malessere che l’aveva svegliata. Leif dormiva profondamente, coricato al suo fianco. Quando lo vide, scattò a sedere sul letto, imbarazzata, mentre la sua mente, in un crudele gioco, le mostrava incessantemente immagini che avrebbe voluto scordare. Si avvolse nel lenzuolo, per coprire la nudità della sua anima più di quella del corpo, vide l’anello che portava al dito e sentì gli occhi gonfiarsi di lacrime.

Si mosse per alzarsi, perché non voleva che Leif la vedesse piangere, cercando di ignorare le insolite e sconosciute fitte di dolore, orribile ricordo della notte. Infilò una vestaglia e si chiuse in bagno.

Era nauseata, oppressa da un’angoscia senza fine che era insopportabile. Si lavò bene il volto con l’acqua fresca, nella speranza di sentirsi meglio, ma fu inutile. Quando si guardò allo specchio e si vide pallida e stravolta, un viso quasi sconosciuto, e dagli occhi arrossati cominciarono a scenderle fiumi di lacrime.

Appoggiò la schiena alla parete e si lasciò scivolare a terra, stringendosi le ginocchia al petto. Nascose il viso e cominciò a piangere, cercando di sfogare la rabbia.

Si vergognava della sua ingenuità e, ora che era stata costretta con la forza ad aprire gli occhi, si chiese come avesse potuto vivere nell’illusione e nell’attesa di un grande amore che non era arrivato, e soprattutto come avrebbe potuto vivere con Leif dopo ciò che le aveva fatto.

In una situazione tanto deprimente e sconfortante, riusciva solamente a pensare alla meschinità e all’ipocrisia degli uomini, una condizione che li accomunava tutti, nessuno escluso.

Freyr, il suo amato fratello, non era poi diverso dall’uomo che diceva d’amarla. Freyr usava le donne per il suo diletto, era un misogino ma aveva il buon senso di non promettere amore perché sapeva che non avrebbe potuto tenere fede alla parola data.

Leif le era stato vicino nel momento del bisogno, aveva giurato d’amarla, aveva deciso di sposarla, ma non era stato capace di rispettarla. Non aveva potuto aspettare e l’aveva presa con la forza, come un animale che si avventa sulla sua preda, trasfigurando con la violenza l’atto che li avrebbe dovuto unire.

Ancora di più, aumentava la sua vergogna il fatto d’aver rincorso l’uomo che credeva d’amare veramente, e d’averlo scoperto felicemente avvinto dalle braccia della sorella. Era corsa dietro ad un uomo che l’aveva ingolosita con le sue dolci parole, illudendola d’essere l’oggetto d’un amore eterno e intramontabile.

Hyoga le aveva incrinato il cuore, dimostrandole che era scandalosamente facile corteggiare una donna e cedere alle lusinghe di un’altra. Leif, sconvolgendo il suo desiderio di trovare, alla fine, qualcuno che la proteggesse e si curasse di lei, l’aveva trafitto e ucciso.

Piangeva e il suo petto sussultava per i singhiozzi, mentre la sua innocenza scivolava sul suo viso, giù ad inzuppare la vestaglia, ed era persa per sempre.

Trattenne il respiro quando sentì Leif che si muoveva nel letto. Rabbrividì al ricordo della terrificante sensazione provata al contatto col corpo di lui che la schiacciava e che strisciava come un serpente tra le lenzuola, sibilante e viscido come un serpente.

In una sorta di crescente delirio, accasciata a terra, con gli occhi umidi e sbarrati, ripensò a Hyoga, al casto bacio sulla guancia che lui le dette, quando si erano salutati, al tempo della seconda venuta di Lady Saori e dei suoi guerrieri ad Ásgarðr.

Sentì la guancia bruciare come fosse rovente. Allora aveva sentito una stretta allo stomaco che era stato piacere e Hyoga l’aveva abbracciata forte. Freija era convinta di aver letto negli occhi di Hyoga cose che lui non riusciva ad esprimere con le parole, ma era successo anche con Leif. Anche nei suoi occhi aveva creduto di vedere l’amore, eppure i suoi baci erano stati insistenti e le sue mani volgari l’avevano stretta e toccata senza ritegno.

Perché mi avete fatto questo? …Leif…Hyoga…

Quei profondi occhi blu tentavano disperatamente di comunicarle qualcosa, ma cosa?

Hyoga aveva portato una lettera per Hilda. Era normale che avesse cercato di lei, perché la lettera di Saori era importante. Però erano trascorsi due giorni dal suo arrivo quando alla fine s’erano incontrati. Lui non l’aveva cercata, aveva trascorso due giorni ad Ásgarðr con Hilda e con Freyr. Aveva avuto il tempo di conoscere tutti i capitani, di trascorrere le serata alla Casa della Guardia, di andare ad Asabigð…

Ci siamo incontrati per caso. Ti ho aspettato tanto…ho sperato tanto, e non sei mai venuto…Perché?

L’immagine di quel bacio tra Hyoga e sua sorella la tormentava e la faceva soffrire. Non riusciva a credere che fosse tornato ad Ásgarðr per sua sorella perché, in fondo, voleva a tutti i costi convincersi che poteva ancora sperare nell’amore di lui. Si sentiva confusa, divisa tra l’illusione dell’amore e la consapevolezza della delusione delle sue speranze.

Si rialzò e si sciacquò il viso impiastricciato di lacrime. Al solo pensiero della sorella e della sua innata e perversa volontà di nuocere, sentì crescere la collera. Era riuscita ad adescare anche Hyoga, l’aveva desiderato e l’aveva preso. Non doveva essere stato difficile però, perché sarebbe stato inutile negare l’ardore di quel maledetto bacio. Si specchiò per un po’, poi cominciò a spazzolarsi i capelli con cura. Avevano mentito, tutti. Avevano recitato la parte della brava sorella e dell’eterno indeciso alla perfezione. Anche Leif le aveva detto il falso, perché la luce che aveva visto brillare nei suoi occhi non era amore ma lussuria.

‹‹Ha detto che mi amava ma non era sincero!›› sussurrò guardandosi fissa negli occhi chiari riflessi nello specchio d’argento. ‹‹Non era sincero!››.

‹‹Chi non era sincero?››.

Freija sobbalzò, mentre Leif, dalla porta, la guardava con un sorriso incerto, vestito.

‹‹Stavo pensando…ad alta voce››.

Leif già non l’ascoltava più e Freija seguì il suo sguardo attento fino alla vestaglia, che le si era aperta sul petto lasciando scoperto un seno.

‹‹È meglio che mi vesta…›› disse imbarazzata.

Si coprì il petto, cercò di oltrepassare la porta ma Leif la bloccò contro lo stipite e con decisione le denudò i seni aprendo la vestaglia con un gesto sgarbato.

‹‹Non ti devi coprire quando sei con me, te l’ho già detto!›› la rimproverò. ‹‹Hai un corpo bellissimo, non ti devi coprire. Mi piace guardarti… ›› aggiunse con maggior dolcezza.

Freija sentiva ancora lo sguardo insistente e non volle incrociare gli occhi di Leif. Sentì la mano dell’uomo sfiorarla, per poi salire a stringerle il viso per costringerla a guardarlo.

‹‹Sei timida ma imparerai presto che non ce n’è motivo, perché io ti amo e voglio solo il tuo bene››.

La baciò e la strinse forte. Freija si sentiva violata dalla brutalità di Leif ma non ebbe la forza di reagire. Chiuse gli occhi e si disse che, forse, quello era l’unico modo che egli conosceva per dimostrare il suo amore.

Almeno, Leif, a modo suo, mi ama…

‹‹Sei bellissima›› ripeté accarezzandole i capelli. ‹‹Adesso vestiti, ho fame››.

‹‹Non mi sento bene›› sussurrò timidamente la principessa, ‹‹e non ho molta fame››.

‹‹Allora me ne vado›› disse Leif alzando le spalle.

La salutò e uscì velocemente dalla stanza. Freija rimase per un attimo in piedi, sulla porta del bagno, scuotendo la testa, incredula.

Si buttò sul letto e pianse ancora. Alla fine, stanca, si riaddormentò e fece un sogno strano.

Era nella sua stanza e con lei c’era un uomo. Si sforzò di capire chi fosse ma non riusciva a distinguere i suoi lineamenti. Sembrava che un velo nero gli coprisse il volto impedendole di riconoscerlo, come se la luce si spostasse apposta per nascondere la sua identità. Non capiva perché quell’uomo fosse nella sua stanza e non ricordava di averlo invitato ad entrare. La sua presenza però la rassicurava ed era stranamente familiare. Pensò che potesse essere Leif, lo chiamò per nome ma l’uomo disse di no con la testa, e si mosse per avvicinarsi. Freija sentì il suo cuore accelerare i battiti per l’emozione quando lui le strinse la mano, con dolcezza. Erano ad un passo l’uno dall’altra. Ora poteva vedere gli occhi dell’uomo, con l’iride d’un blu acceso e sottili screziature argentate che zigzagavano attorno alla pupilla. Rimase colpita dalla profondità di quello sguardo: dolce e calmo, riflesso d’un animo puro, ma velato di una tristezza interiore difficile da nascondere. L’uomo l’abbracciò dolcemente e si chinò per baciarla. Freija non oppose alcuna resistenza: desiderava quel bacio da molto tempo.

Sentì bussare alla porta e la scena cambiò improvvisamente. Freija avrebbe voluto correre ad aprire ma non riusciva a liberarsi dalle braccia che la stringevano sempre più forte. Si agitava per liberarsi dalla presa ma era tutto inutile. L’uomo che la baciava e la toccava non era più lo stesso: era violento e la stringeva forte, fino a farle male. Freija era disgustata ma cedette all’insistenza di quelle violente carezze. Si stese sul letto e si lasciò spogliare, impassibile. Chiuse gli occhi quando si sentì schiacciare dal peso del corpo dell’uomo, e si morse le labbra per il dolore. Alla porta bussavano ancora ma Freija non sentiva altro che dolore.

Fulla e Hlin bussarono delicatamente alla porta della principessa e aspettarono una risposta. Al terzo tentativo, decisero di tornare nelle cucine ad aspettare la loro signora che, forse, desiderava dormire ancora. Se le avesse viste ancora in giro, Hilda si sarebbe infuriata, ma concordarono che sarebbe stata più in collera la principessa se l’avessero disturbata senza motivo. Si allontanarono dalla stanza di Freija e si incamminarono verso le scale, chiacchierando tra loro.

Freija si svegliò che era quasi mezzogiorno. Guardò fuori dalla finestra verso il cielo grigio, un cielo che minacciava di nevicare, ma che era aperto in un solo punto, attraverso il quale penetravano i caldi raggi del sole che l’avevano svegliata come dolci baci. Aveva dormito troppo e male, ed era tormentata da un terribile mal di testa.

Sentì bussare alla porta ma non si mosse. Rimase stesa, con lo sguardo fisso alla finestra, mentre ad intervalli regolari le giungeva alle orecchie il fastidioso rumore del bussare alla porta.

Non aveva intenzione di alzarsi per aprire. Quando si era svegliata s’era lasciata prendere dallo sconforto e aveva pianto. Ma al suo secondo risveglio, scoprì l’apatia e non si mosse nemmeno quando sentì che qualcuno apriva la porta ed entrava nella stanza.

‹‹Cosa ti è successo, bambina? Non ti senti bene?››.

Hilda sedette sul bordo del letto, accarezzando i capelli della sorella che non reagì. La sua voce era dolcissima eppure Freija avvertì una leggera inflessione che le fece salire le lacrime agli occhi. Hilda era sinceramente preoccupata per lei. La principessa dimenticò ogni rancore e rivolse il suo sguardo disperato verso la sorella e scoppiò a piangere, lasciandosi abbracciare e coccolare.

Freija era d’un pallore cadaverico, con gli occhi cerchiati. Sul suo volto era sparita la naturale freschezza e luminosità, la gioia di vivere che rallegrava chiunque incrociasse i suoi occhi sempre gioiosi. Hilda avrebbe voluto piangere per liberare il suo cuore dall’angoscia suscitata dalla vista di Freija in quelle condizioni. Mantenne la calma, cercando di consolare la sorella.

Non so immaginare cosa ti abbia ridotto in questo stato…ma ho un brutto presentimento…

‹‹Dimmi cos’hai… ›› chiese infine Hilda quando Freija smise di singhiozzare.

La principessa sospirò e scosse la testa, in un gesto che rivelava la rassegnazione che accompagnava la sua risposta.

‹‹Ho vissuto estraniata dalla realtà, finora, ma se questa è la vera vita… non sono sicura di riuscire ad affrontarla… ››. Hilda corrugò la fronte e si fece seria.

‹‹Non sempre le cose vanno come vorremmo… ma possiamo provare a cambiarle, se non ci piacciono… ›› disse mantenendosi sul vago. Aspettava una spiegazione, ma Freija non sembrava intenzionata a fornirgliela.

‹‹Io non posso più… ›› aggiunse Freija affranta.

Si stropicciò gli occhi e tirò su col naso. Hilda l’osservava con tenerezza e si commosse nel costatare che, in fondo, nonostante Freija stesse per compiere ventuno anni, da un certo punto di vista era ancora una bambina indifesa, bisognosa d’affetto, protezione e comprensione.

Tutto ciò che Leif non può darle…

Cominciò a pensare a Hyoga, involontariamente, e si rattristò considerando che lui aveva vissuto fino allora amando Freija, e l’aveva rincontrata solo per scoprire che era promessa ad un altro.

‹‹In realtà, ›› si lasciò sfuggire Hilda con un sospiro, ‹‹la vita non ci soddisfa quasi mai. Ma è così che vanno le cose, purtroppo!››.

‹‹Tu non devi dirmi niente… ›› chiese Freija con un filo di voce.

‹A che proposito, tesoro?››.

‹‹Ieri sera…››.

Non c’era astio in quelle parole, era una semplice domanda ma Hilda rabbrividì, sentendosi punta sul vivo. Alzò il volto a guardare la finestra, sperando che sua sorella non si accorgesse del rossore che le tingeva le gote. Aveva avuto modo di riflettere e di pentirsi delle sue azioni e l’ultimo suo desiderio era che Freija venisse a conoscenza della sua meschinità. Pensò di colpo a Leif, che aveva agito scavalcando la sua autorità e ignorando i veri sentimenti di Freija. Hilda li conosceva bene, quei sentimenti, ed era sicura di non sbagliare affermando che non era lo jarl ad occupare i pensieri di sua sorella. In quella direzione si sarebbero indirizzati, da quel momento, i suoi sforzi: nel tentativo di unire, finalmente, Hyoga e Freija.

‹‹È stata una bellissima festa, si sono divertiti tutti moltissimo›› disse Hilda. ‹‹Gerðr ti manda i suoi saluti, le è dispiaciuto che tu non sia scesa per il dögurðr, ma non era offesa, non temere. Sono partiti in mattinata e Freyr è andato con loro. Ha detto che Gymir aveva pochi uomini ad accompagnarlo, e tuo fratello li scorterà fino a Timrå››. Fece una pausa riflessiva. ‹‹In realtà, penso che sia rimasto affascinato da Gerðr. Per quanto riguarda noi… la nostra discussione…dimentichiamola, vuoi? Si dicono tante cose senza pensare, ero troppo stanca per badare a quello che dicevo››. Hilda fece un sorriso rassicurante e sincero.

‹‹Io… vi ho visto…›› mormorò Freija coprendosi il volto con le mani. Hilda batté le palpebre, cercando di decifrare l’affermazione di Freija. ‹‹Ti ho visto… con Hyoga… ››. Hilda impallidì. Freija allora sorrise amaramente. ‹‹Io ti conosco, sorella, ma voglio sperare che lo rispetterai, perché non merita di essere bistrattato. È così sensibile e così dolce… ››. Smise di parlare per un attimo e Hilda capì che stava per piangere di nuovo. ‹‹Spero che sarete felici›› aggiunse Freija.

‹‹Stai correndo, tesoro. Hyoga è un caro ragazzo ma…››. Esitò un attimo cercando le parole giuste. ‹‹È troppo giovane!›› esclamò alla fine con un sorriso. Non era una buona scusa, perché era risaputo che preferisse la compagnia di bei giovani più che quella di uomini maturi, che pure non disdegnava, e Freija lo sapeva bene.

‹‹Hilda, ti prego. Sono venuta a cercarti perché volevo scusarmi per la mia insolenza e ho costretto Gna a dirmi dov’eri. Sono stata punita per la mia mancanza di rispetto, perché volevo sapere e mi sono sporta per guardare… ma poi mi sono vergognata così tanto!››.

Freija arrossì. Hilda provò per lei una grande tenerezza, ma non si scoraggiò perché ora sapeva che niente era perduto.

‹‹Gli ho rubato un bacio, approfittando meschinamente della sua momentanea debolezza››. Hilda sospirò, ricordando quel dolce momento, e aggiunse con una nota d’invidia: ‹‹Sei così bella, amore mio, e non te ne rendi conto. Nemmeno operando su di lui il più potente incantesimo riuscirei a conquistarlo, perché la magia con la quale l’hai stregato è insuperabile e non ha antidoto!››.

Freija era tornata tra le sue braccia, una bambina tremante e impaurita, bisognosa d’essere rassicurata. Hilda le accarezzò dolcemente i capelli e capì che, in quel momento, niente l’avrebbe fatta sentire meglio della verità. Faticò a compiere un tale passo ma dovette ammettere ciò che non avrebbe mai voluto.

‹‹È chiaro che ieri sera non hai visto abbastanza, piccola mia, perché se avessi guardato ancora, anziché fuggire come immagino tu abbia fatto, avresti saputo la verità… Che sono stata rifiutata››.

Freija si lasciò sfuggire un’esclamazione di stupore. "Rifiutata…tu?!".

‹‹Hyoga non mi ha voluto. Quasi mi rallegro di non essere riuscita a sedurlo, perché credo l’avrei rimpianto per tutta la vita. Stavamo lì, soli, e io, spudorata, mi sono offerta a lui, e me ne vergogno. Nessuno uomo che ho mai conosciuto si sarebbe tirato indietro eppure lui l’ha fatto. Mi ha rispettato e ha detto parole che non avevo mai sentito pronunciare... Ora penso d’aver capito cosa significhi essere fedeli… ››. Avrebbe voluto ridere ma l’espressione allucinata di Freija la frenò. ‹‹Che ti succede, ora? Ti ho detto tutto questo perché credevo saresti stata felice di sapere che Hyoga ti…››.

‹‹Non parlare, ti supplico!›› gridò Freija scoppiando di nuovo a piangere. ‹‹Sono terribilmente dispiaciuta, invece, perché sono promessa ad un altro uomo!››.

‹‹Ancora niente è detto!›› sbottò Hilda alzando la voce. Era decisa a far valere la sua autorità e non avrebbe permesso a Leif di rendere sua sorella infelice per il resto della sua vita. ‹‹Leif ha agito avventatamente e sono sicura che capirà quando gli dirai che non hai intenzione di sposarlo!››.

Freija impallidì e si aggrappò alla veste della sorella supplicandola di non fare parola con Leif dell’accaduto.

‹‹Ciò che è fatto è fatto, e non si può certo tornare indietro. Lasciamo le cose come stanno e vedrai che si sistemerà tutto…››. Hilda sgranò gli occhi, allibita.

‹‹Che dici? Non vorrai legarti ad un uomo che non ami? No, non cercare di ingannarmi! So che è così e, come ti ho detto, si può ancora rimediare››.

‹‹Non si può più, ormai… ››. Hilda si fece seria.

‹‹Perché?››. Stavolta Freija arrossì e abbassò lo sguardo.

‹‹Se rifiutassi Leif ora… perderei l’onore… e nessun uomo vorrebbe più saperne di me››.

‹‹Non puoi andare in sposa ad un uomo che non ami!››.

Freija avrebbe voluto sfogarsi e rivelare la sua sciagura alla sorella ma temette, a buon ragione, la sua collera e mentì. Inventò su due piedi una scusa plausibile per le occhiaie e le lacrime, una scusa che potesse giustificare il suo stato confusionale e che fosse credibile.

‹‹Io amo Leif, Hilda!›› disse tutto d’un fiato. Hilda guardò sua sorella sconcertata e chiese una spiegazione per il suo comportamento ingiustificato. ‹‹Prometti di mantenere un segreto, sorella… Ieri notte, dopo la festa, noi abbiamo litigato… perché Leif era geloso di Hyoga… ma abbiamo risolto tutto, dopo››.

‹‹Hai pianto tutta la notte per un motivo così banale!››.

‹‹Avevo accumulato un po’ di tensione…››.

Restarono una di fronte all’altra, in silenzio, poi si sorrisero.

‹‹Come vuoi, Freija. Ma come farai con Hyoga?››.

‹‹Io… lo dimenticherò…››.

Note:

  1. Blóðughófi: ‹‹zoccolo insanguinato››.
  2. Skinfaxi: ‹‹criniera splendente››.
  3. Benissimo, ( vot iotlično ).