CAPITOLO XIX

Peccatori senza peccato

 

L

a voce di Leif rimbombava paurosamente nella Válaskjálf, l’Aula dei Prescelti. Era stanco per il viaggio, innervosito dai rimproveri e dalle minacce di Bylistr e dei suoi compagni, e l’ultima cosa che avrebbe voluto sentire erano altre cattive notizie.

‹‹Allora, dov’è andata?››.

‹‹Non ho idea di dove possa essere andata, non l’abbiamo vista nelle scuderie né tantomeno uscire. Eravamo occupati…››.

‹‹So tutto, stolto! Davate la caccia al cavallo liberato da quel vecchio storpio!›› lo interruppe bruscamente Leif, lanciando un’occhiata truce anche a Magni, in piedi lì vicino.

Hadingus cercava di placare la furia di Leif ma a nulla valevano i suoi sforzi. ‹‹Non è stata colpa di nessuno, avremmo dovuto lasciare che lo stalliere cercasse di catturare da solo quel cavallo?››.

‹‹C’era Magni che se ne occupava, no? Perché non sei rimasto al tuo posto sulle mura come ti avevano detto di fare?››. Leif ringhiò di rabbia e strinse i pugni. ‹‹Tutto questo è successo perché quell’incapace ha liberato uno stallone in calore!››.

‹‹Non penso che Jòn l’abbia fatto di proposito, è un brav’uomo››.

‹‹E tu sei un idiota!›› gridò Leif. Era rosso in volto e, ad ogni urlo, gli si gonfiavano sempre più le vene del collo.

Hilda assisteva senza intervenire alla sfuriata dello jarl, godendo intimamente dello smacco che aveva subito, anche se non era entusiasta della sua arroganza. Leif aveva ordinato ad alcuni soldati della sua guardia di controllare Freija, senza consultarla e per di più senza un valido motivo, perché secondo lei la gelosia non poteva essere sufficiente per giustificare un simile gesto. Lo guardava con disprezzo sbraitare come un forsennato contro i suoi soldati. Sorrise vittoriosa, affiancando alla faccia livida di Leif, la scena gioiosa di Hyoga e Freija che cavalcavano felici.

Di tanto in tanto Helgi lanciava sguardi perplessi alla sacerdotessa, facendole intuire che avrebbe voluto far sentire la sua voce per far capire a Leif che doveva stare al suo posto. Egli era tuttavia un uomo saggio e fedele, e non avrebbe mosso un dito senza un preciso ordine di Hilda. Restava vicino allo scranno su cui sedeva Hilda, immobile, con le braccia incrociate sul petto, ad ascoltare e aspettare una reazione di lei.

‹‹Sarebbe questa la tua famigerata guardia, Hilda? Non riescono nemmeno a tenere a bada le scappatelle di tua sorella!››.

‹‹Abbassa la voce, Leif! Ti stai rivolgendo alla Grande Sacerdotessa di Odino, non ad una serva!››. Leif si era rivolto ad Hilda con tanta arroganza da smuovere persino il pacato Helgi.

‹‹Che dimostri il suo potere allora!›› si rivoltò Leif. ‹‹Hilda! Il tuo silenzio vuol significare che approvi il comportamento di Freija? Pensavo tu avessi davvero il polso di ferro, ma immagino che le moine dell’utlänning abbiano incantato anche te, se lo proteggi!››.

‹‹Come ti permetti?›› inveì Helgi muovendosi minaccioso verso Leif.

Fu sufficiente un gesto di Hilda per fermarlo.

‹‹Fate silenzio, tutti quanti!›› tuonò alzandosi dallo scranno.

La sua voce riempì la Válaskjálf e ogni soldato presente chinò la testa. Leif invece sollevò alto il mento, quasi a volerla sfidare ma fu costretto ad imitarli quando incrociò lo sguardo infuocato della sacerdotessa.

‹‹Non giustifico il comportamento di mia sorella ma gradisco che tu discuta con me le tue idee prima di metterle in pratica. Non avresti dovuto mettere sotto sorveglianza Freija, anche se credi che la tua promessa sposa possa in qualche modo disubbidirti! Temi forse che trovi di meglio?›› scherzò Hilda.

Helgi si lasciò scappare un sorriso e non si preoccupò di nasconderlo. Anche le due guardie dietro a Hilda sorrisero, mentre Leif soffiava dalle narici come uno stallone imbizzarrito.

‹‹Voglio ricordarti che non sei ancora padrone della sua vita e che, dunque, Freija è libera di decidere come e con chi passare le sue giornate!›› sentenziò Hilda. ‹‹Comunque sia, Freija ha agito con leggerezza, non mancherò di farglielo notare. Invito i presenti a non fare altrettanto!›› aggiunse girando gli occhi da Leif a Magni, soffermandosi infine sul mortificato Hadingus.

Con quelle parole aveva chiuso la questione e dunque abbandonò la sala, seguita da Helgi e dalle due guardie. Per una frazione di secondo regnò il silenzio assoluto, poi Hadingus tornò alla carica per cercare di scusarsi.

‹‹Mi dispiace che a causa mia Hilda ti abbia rimproverato››.

Leif lo fissò dritto negli occhi. ‹‹Non m’interessano le tue scuse, ormai è tardi! Se è così che mi vuoi aiutare, allora lascia perdere!››.

‹‹No, voglio ancora aiutarti a cacciare l’utlänning! Dammi un’altra possibilità!››.

‹‹Va’ a vedere se sono tornati allora, e torna a darmi notizie. Subito!››. Hadingus si affrettò ad annuire, servizievole, e uscì dalla Sala.

Lo jarl gioì, perché il poter comandare i capitani dell’hirð lo rinvigoriva, anche se in quell’occasione non era sufficiente a fargli dimenticare i gravi problemi da affrontare. Magni, che era stato rimproverato in misura minore, si avvicinò allo jarl.

‹‹Come ci comportiamo con il Landvarnarmaðr?›› chiese a Leif che si stropicciava il viso con una mano mentre rifletteva sul da farsi.

‹‹Spero che non abbia infarcito la testa della principessa con le sue bugie!›› sussurrò, preoccupato. Poi come se avessi percepito allora la domanda di Magni, rispose. ‹‹Non chiamarlo a quel modo, gli dai un’importanza che non merita. È solo un profittatore, un nemico!››.

Magni annuì, e Leif si concentrò sul maledetto ciondolo di Loki, di cui Bylistr gli aveva parlato.

Vorrei riuscire a convincerlo senza usarlo! Se indosserà il ciondolo, obbedirà a Bylistr e alla sua strega, non a me!

‹‹Sono andati via assieme, e dunque assieme torneranno›› ricominciò a dire lo jarl. ‹‹Mi raccomando, però: niente azioni sconsiderate o affrettate, non devono sospettare niente. L’utlänning è furbo e potrebbe insospettirsi. Ha già causato troppi problemi! No, ci comporteremo come niente sia successo, chiaro? Passato oggi, ci restano solo due giorni prima del Þing! Non dobbiamo fare passi falsi!››.

‹‹Faremo com’è stato deciso, Leif, ma ricorda che la principessa non deve soffrire!›› disse Magni.

‹‹Credi che lo vorrei, amico mio?›› rispose Leif con l’ansia dipinta in volto. ‹‹Non le accadrà niente di male, hai la mia parola, e quando l’utlänning sarà sparito dalla circolazione staremo tutti meglio, vedrai!››.

Magni restò assorto, poi fece una precisazione. ‹‹Hilda stima l’utlänning, lo ha nominato protettore d’Ásgarðr. Perché tu sei convinto che sia tanto malvagio?››.

Leif lo guardò stupefatto. ‹‹Cosa dici?››.

‹‹Dico che Hilda sa il fatto suo, e forse non spetta a noi giudicare chi è già stato giudicato da lei››.

‹‹Dimentichi cos’ha fatto? Non vuoi vendicarti? L’utlänning è un assassino, Magni! E sta cercando di plagiare Hilda per asservirla al suo volere! Vogliono conquistare Ásgarðr, lui e i suoi compagni, per questo è venuto. Sta lavorando come un verme dentro una mela, senza farsi notare, e quando Hilda sarà vinta e Freija piegata al loro volere, avranno la strada spianata! Questa è la forza dei servi del Dio bianco: sono subdoli e cercarono d’irretire chi si fida di loro!››.

‹‹Hilda non è un’ingenua, Leif! La stai sottovalutando, e io non lo posso permettere››.

‹‹Al contrario, io la rispetto!›› insistette Leif. ‹‹Mentre l’utlänning si sta prendendo gioco di lei!››.

Magni si lisciò la barba, poi annuì lentamente. ‹‹Andremo avanti com’è stato deciso, allora! Ma tu sai cosa voglio!››.

‹‹Quando sarà tutto finito, io ti darò quello che ti spetta, hai la mia parola!››

In quel momento Hadingus entrò nell’Aula dei Prescelti trafelato e riferì che Freija e Hyoga erano tornati.

Il viaggio di ritorno fu lento e noioso. Hyoga e Freija trottavano l’uno a fianco dell’altra ma restarono in silenzio per la maggior parte del tempo. Freija sentiva Hyoga sospirare, e in più di un’occasione sembrò che mormorasse.

Chissà, forse sta pregando

Freija si voltò a guardarlo. Era rilassato sulla sella e si lasciava cullare dai movimenti del cavallo, gli occhi fissi sulle mani che stringevano saldamente le redini.

Cos’era successo tra loro?

Hyoga si era confidato con lei, avevano parlato tanto, in quegli ultimi giorni. Avevano instaurato uno splendido rapporto, ma non avevano ancora superato lo scoglio dei sentimenti. Freija si sforzava di credere nell’amicizia, più che nell’amore, perché aveva preso una decisione e la voleva rispettare.

Ho deciso di dimenticare, è quello che farò.

Ma Hyoga oscillava continuamente tra la voglia di parlarle e la volontà di rispettare la decisione di lei. Freija si rendeva conto della confusione di lui, ma era più che evidente la sua volontà di non arrendersi.

Pensò, in quel momento, che sua sorella aveva torto. Hilda le aveva sempre detto, dall’alto della sua esperienza, che due amici avrebbero potuto dividere tutto, anche il letto, senza che il loro rapporto venisse in alcun modo compromesso. Due spiriti vicini, soli e bisognosi d’affetto, si sarebbero consolati, scambiandosi amorevoli carezze come amanti durante la notte, per poi tornare compagni di giorno. Freija ora si rendeva conto che quelle erano utopie.

Hyoga, proprio come Leif, l’aveva irretita con le sue parole e lei si era convinta di essere desiderata per altro che non per il suo corpo, ma forse si era sbagliata di nuovo. Era sparito per un tempo lunghissimo e pretendeva di farle credere che niente era cambiato. Aveva cercato di baciarla, le era sembrato, ma lei aveva rifiutato. Avrebbe potuto osare, non l’aveva fatto.

Dovrei essere entusiasta del rispetto che mi porta, eppure non voglio convincermi a cedere…perché?

Poco prima di lasciare frettolosamente la cascata, le era sembrato che volesse tentare ancora, ma si era tirato indietro, come se avesse avuto paura. Lei non aveva voluto aspettare ed era corsa verso il suo cavallo.

Ho fatto quello che era giusto fare!

Aveva provato sulla sua pelle, nella sua unica e infelice esperienza con l’altro sesso, che un uomo poteva agire in diversi modi, nel bene e nel male. Ad ogni modo, qualunque fossero i suoi obiettivi e i mezzi adoperati per raggiungerli, non sempre era mosso dall’amore.

Leif aveva abusato di lei per soddisfare i suoi desideri sessuali e quello per certo non era amore. Lei gli aveva sempre negato persino un casto bacio, e alla fine lui l’aveva presa con la forza, creando da sé un’occasione che, evidentemente, tardava ad arrivare.

Fissò intensamente Hyoga, che era concentrato nelle sue riflessioni, e paurosamente silenzioso.

Dimmi qualcosa, non startene lì senza dire una parola…Starai pur pensando a qualcosa con quell’espressione cupa stampata in faccia! Vorrei tanto dirti che ti odio quando non parli!

Il silenzio prolungato la rese inquieta. Avrebbe voluto parlare lei di qualcosa ma resistette, per orgoglio. Aveva tanto cui pensare, che forse il silenzio avrebbe giovato anche a lei.

Hilda la considerava un’ingenua e aveva predetto che, prima o poi, avrebbe sofferto perché aspettarsi amore da un uomo significava rendersi vulnerabili. Per tutta la vita aveva sognato la felicità e ora subiva le amare conseguenze della sua ceca cocciutaggine. Uno dopo l’altro, gli unici uomini che poteva dire d’aver amato l’avevano ricambiata mettendola di fronte alla realtà, nuda e cruda. Aveva aperto gli occhi troppo tardi e aveva conosciuto d’un colpo vergogna, meschinità e cattiveria.

Hyoga era rimasto un poco dietro e il suo viso, segnato dal travaglio interiore, era ancora basso e corrucciato.

Siamo quasi arrivati…

In lontananza si poteva già vedere la sagoma della cittadella, e Freija sentì crescere l’ansia per quello che sarebbe potuto accaderle al suo rientro. Aveva disobbedito ed era scappata. Quella bellissima giornata, che avrebbe dovuto rinfrancarle lo spirito, era iniziata bene e minacciava di terminare nel peggiore dei modi. Se solo chiudeva gli occhi, nella sua mente si figurava l’espressione inferocita di Leif e quella maliziosa di sua sorella, una miscela esplosiva. L’avrebbero vista rientrare con Hyoga e i pettegolezzi avevano le ali e si spargevano molto più velocemente della verità. L’avrebbero accusata di aver fornicato con Hyoga. Freija avrebbe affermato la verità negando tutte le accuse ma l’ombra del tradimento, per piccola che fosse, avrebbe velato i suoi occhi e fatto tremare la sua voce. Nessuno le avrebbe creduto e Leif l’avrebbe ripudiata e sarebbe stata la sua rovina. Avrebbe voluto piangere perché, disobbedendo a Leif, aveva decretato la sua fine.

Ma no, non ho niente da temere! Fino a questo punto Leif mi ha influenzato? Che temo d’essere accusata anche di peccati che non ho commesso? In realtà, non ho paura delle dicerie, ma di lui…

Freija cominciò a pregare gli dèi perché la proteggessero dalla collera di Leif e, insieme, sperava che Hyoga le dicesse qualcosa per placare il suo animo agitato da mille preoccupazioni. Alla fine le sue richieste furono esaudite perché Hyoga spronò il cavallo e le si affiancò.

‹‹Cosa ti preoccupa, principessa?›› le chiese. Il tono della sua voce era calmo e tranquillo, di un uomo che ha finalmente trovato una soluzione ai suoi problemi.

‹‹Tutto, in realtà, a cominciare da quello che mi aspetta al mio arrivo a palazzo››.

Hyoga si accorse dell’amarezza e del disincanto che accompagnava le parole di Freija e volle immediatamente rimediare. Qualunque cosa fosse accaduta, li avrebbe riguardati entrambi, nel bene e nel male.

‹‹Se dovesse accadere qualcosa al nostro arrivo, non sarai sola a doverlo affrontare›› Parlò con decisione, perché non ci fossero dubbi sulle sue intenzioni.

‹‹Stai cercando di metterti il cuore in pace?››.

Freija cercava di nascondere l’emozione rispondendo seccamente. Era una donna semplice e forse un’illusa, ma aveva il pregio di essere diretta. Hyoga aveva uno strano modo di esprimere le proprie opinioni e, a causa della sua eccessiva timidezza, doveva rifugiarsi dietro superflui giri di parole e inutili circonvoluzioni. Colpito dall’improvvisa crudeltà nella voce di lei, ammutolì.

Freija si innervosì, aumentò l’andatura e ripiegò bruscamente sbarrando la strada a Hyoga che dovette fermarsi.

‹‹Dimmi, una volta per tutte, quello che pensi invece di stare in silenzio!›› sbottò improvvisamente. ‹‹Questo è il momento per parlarci chiaro! Dimostrami, ora che te lo chiedo, che sei diverso da Leif!››.

Hyoga rifletté. Se non fosse stata soddisfatta della sua risposta, l’avrebbe dimenticato e avrebbe scelto Leif? o, in alternativa, avrebbe cacciato Leif per restare accanto a lui? Nel dubbio decise di restare sul vago.

‹‹Cosa vuoi che ti dica?››.

‹‹Voglio la verità›› disse Freija sorridendo malinconicamente. ‹‹Anch’io merito la verità››.

Giunto a quel punto, la via da scegliere era per Hyoga sufficientemente chiara da non lasciare dubbi sulla decisione da prendere. Faccia a faccia, era indispensabile mettere da parte la timidezza e affrontare Freija.

Nessun giro di parole, Hyoga, stavolta voglio la verità.

‹‹La verità è che non ho dubbi sui sentimenti che mi legano a te, ma sono contrariato›› disse lui. ‹‹Sono felici coloro che hanno sofferto pazientemente, ed è quello che ho fatto per tutta la vita. Non sono felice, però, perché desidero una donna che non posso avere! E odio Leif! E soffro, ogni volta che ti vedo con lui mi sento male! E sono tutte cose che ti ho già detto, accidenti! Non so cosa vuoi sapere di più! Dimmi tu qualcosa piuttosto!››.

Freija ascoltò quello sfogo di amore e rabbia, ma nemmeno lei fu felice, perché si pentì d’aver chiesto la verità.

‹‹No, Hyoga…Dimentica quello che ci siamo detti, va bene?››.

‹‹Tu non hai detto proprio niente, ho parlato solo io. Ho parlato tutt’oggi! Dimentica tu se vuoi!››. Era un rimprovero, ed era legittimo.

Hyoga spronò Hrìmfaxi e la superò, dirigendosi al passo verso la cittadella sempre più vicina.

Cosa sto facendo? Perché lo costringo a dirmi cose che poi non voglio sentire?

Arrivarono al ponte Bifröst e cominciarono la traversata. Stava imbrunendo e sulle mura i soldati stavano accendendo le torce.

‹‹Sì›› annuì lei, senza guardarlo. ‹‹È quello che farò! Devo dimenticare…e lo devi fare anche tu!›› ordinò.

‹‹Si può sapere cos’hai in mente, Freija?››. Hyoga si fece raggiungere, le strappò le redini di mano e fermò entrambi i cavalli in cima all’arco del ponte. In quel momento, l’incertezza dei sentimenti li infiammava più del colore rosso del sole all’orizzonte. ‹‹Vuoi la verità, poi non t’interessa più. In questo posto, la massima aspirazione di una donna è far impazzire un uomo? Per voi è tutto un gioco?››.

Freija alzò la testa, stringendo gli occhi. ‹‹Se è quello che ho capito, non mi paragonare a mia sorella!››.

‹‹Perché?›› chiese lui con un mezzo sorriso. ‹‹Non vorresti anche tu essere ammirata e venerata come lei? Non ti piace sapere che c’è qualcuno che pende dalle tue labbra e che farebbe per te qualunque cosa?›› la provocò lui. ‹‹Ce l’hai di fronte, se ancora non l’hai capito! Mi sto sfibrando ad aspettare una tua parola che mi metta il cuore in pace, e ogni volta che mi chiedi la verità, è come se volessi la conferma del fatto che, nonostante tutto, sono ancora qui a strisciare!››. La guardò fisso con occhiate severe con un fondo di disperazione. ‹‹Non ti devo paragonare a Hilda, tu dici? Non l’ho mai fatto, in realtà! Ma mi viene da pensare che stai tenendo il piede in due staffe, perché non sai decidere qual è l’affare migliore!››.

‹‹Credi che non sappia decidere chi è il migliore tra te e Leif? Tu non lo conosci affatto, Hyoga! Hai troppa fiducia nelle tue possibilità, ecco qual è il tuo problema!›› scattò lei offesa. ‹‹Pensi davvero di essere così irresistibile? Non sei più al centro dei miei pensieri, Hyoga, devi rendertene conto! L’hai detto tu stesso: sei arrivato secondo ed è solo colpa tua!››. Lui ammutolì, vergognandosi e pentendosi d’aver detto, ancora una volta, la prima cosa che gli passava per la mente, ma Freija doveva sfogare la sua rabbia. ‹‹Torni ad Ásgarðr e credi ch’io sia disposta ad accoglierti a braccia aperte! Mi dici che non è cambiato niente, ma non metti in conto il male che mi hai fatto sparendo per tutti questi anni! Davvero hai avuto molte difficoltà, ma non pensare che la compassione giovi all’amore! Ciò che è passato è passato››.

‹‹Se era amore, non può passare da un momento all’altro!››.

‹‹Sono passati anni, non momenti!›› gridò lei. ‹‹Ho pianto tanto che pensavo di non avere più lacrime da versare!››.

‹‹Pensi che io non abbia sofferto? Non immagini…››.

‹‹No, non immagino!›› lo zittì lei.

‹‹Allora prova a farlo!›› sbraitò lui.

‹‹Ho cercato bene, Hyoga, ed ecco un altro difetto: la presunzione! Davvero hai sofferto tanto, e starai anche cercando un po’ di felicità per te, ma non è questo il modo per ottenerla!››.

‹‹Mi dispiace…››.

‹‹Non chiedere sempre scusa, sei irritante! Provo a dire qualcosa di diverso, sconvolgimi con una delle tue belle frasi!››.

‹‹Sono geloso›› ammise lui a fatica. Freija si passò una mano sulla fronte, e sospirò un lungo lamento.

‹‹Ne ho abbastanza di gelosia, non è niente di sconvolgente››.

‹‹Non mi vergogno di esserlo…›› insisté Hyoga alzando le spalle.

‹‹Anche questo è un difetto››. Lui annuì svogliatamente e lei cercò di impossessarsi di nuovo delle redini. ‹‹Non ci conosciamo, Hyoga, e forse abbiamo più cose da capire di quante non crediamo. Ci vorrebbe del tempo per noi, per conoscerci meglio…e non abbiamo tempo! Adesso, dammi le redini…››.

‹‹Come debbo comportarmi ora?›› disse Hyoga, stringendo la presa più forte. ‹‹Fingo di non amarti e aspetto, oppure vuoi che lo affronti, apertamente? Se vuoi credermi un presuntuoso, fallo! Ti chiedo solo di credere nelle mie sensazioni… Ho paura…››. Hyoga si trattenne dal parlare perché lei lo fissava con aria interrogativa. Si umettò le labbra, per prendere tempo.

Come reagirebbe se le dicessi che sento un’aura negativa? In questo momento, credo penserebbe che sto gettando fango su quel maledetto…ma mi resta così poco tempo… solo due giorni…

‹‹Non voglio intromettermi nella tua vita, ›› riprese Hyoga, ‹‹ma per le potenzialità che mi sono state concesse, ho avvertito un malessere generale… Forse non riuscirò a rimediare al male che ho fatto, ma Leif ti farà soffrire… No, ascoltami. Anche se poi mi disprezzerai mi devi ascoltare! Freija, qui l’unica che deve chiarire la sua situazione sei tu! Io ho aspettato per anni e aspetto ancora, cosa vuoi che faccia di più?››.

Nessuno apprezza Leif, solo io credo in lui? Anche tu credi che sia un’ingenua, e per il fatto di credere nella bontà delle persone fino in fondo lo sono. Credo ancora che Leif possa dimostrare il suo valore…

Lei si sporse per aprirgli le mani, riprese le redini e si risistemò sulla sella, spronando Skinfaxi verso l’entrata della cittadella.

‹‹Puoi restare ad Ásgarðr quanto vuoi, Hyoga, ma… non sperare più››.

I soldati di guardia all’entrata della cittadella riconobbero i due cavalieri solo quando Freija diede la voce. Heimdallr, sorpreso, si precipitò ad aprire i pesanti battenti a quell’ora già sbarrati. Freija e Hyoga attraversarono le strade del villaggio ed entrarono indisturbati nella cinta interna.

La principessa salutò Hadingus, che stava appostato sulle mura come un falco che aspettava un movimento della sua preda e, seguita da Hyoga, trottò senza indugio verso le scuderie. Non appena sparirono alla vista, il capitano corse verso il palazzo.

‹‹Non ti pare strano che nessuno ci abbia seguito?›› mormorò Hyoga mentre dissellavano i cavalli.

‹‹Non so cosa pensare›› disse lei. ‹‹Forse la situazione è meno grave di quanto avessi creduto, almeno lo spero!››.

Sistemarono i cavalli negli stalletti, evitando di accendere le luci anche quando la visibilità si ridusse al minimo. Hyoga e Freija evitarono di parlarne, ma la cosa che più li preoccupava era l’assenza di Jòn, incredibile e inspiegabile, e il fatto che nessuno si curasse della loro presenza.

‹‹Bene, con questo siamo a posto›› esclamò Freija richiudendo la porta della posta di Skinfaxi. ‹‹Ora vedrò se riesco a sgattaiolare dentro senza farmi notare, così potrò cambiarmi prima di farmi vedere››. Sorrise passandosi le mani sui vestiti sdruciti e sui capelli scarmigliati dal vento. ‹‹Di certo, tutti sapranno o avranno immaginato che siamo insieme ma… fammi un favore, aspetta qualche minuto prima di seguirmi. Leif impazzirebbe se ci vedesse insieme››.

‹‹Non abbiamo niente di cui vergognarci, abbiamo solo cavalcato, e parlato, nient’altro›› disse Hyoga, come se fosse un po’ deluso. ‹‹Non puoi aver paura di quello che non hai fatto››.

‹‹Leif ha una fervida immaginazione›› sussurrò lei con voce angosciata.

‹‹Se fosse in grado di leggermi nel pensiero,›› precisò Hyoga, ‹‹solo in quel caso, potrebbe farsi un’idea sbagliata su noi››. Freija sorrise, ma arrossì, perché lo stesso si poteva dire di lei. ‹‹Mi sentirei più sicuro se potessi accompagnarti, perché temo che ti possa fare del male››.

‹‹Non mi accadrà nulla di male›› lo rassicurò Freija.

La distanza tra loro si era di nuovo annullata, nonostante il piccolo litigio. In quel momento la rabbia era dimenticata, e anche le critiche erano passate in secondo piano. Sembrava che, dopo aver assaporato il piacere di star bene insieme, non vi potessero rinunciare nonostante i piccoli dissidi.

‹‹Tu piuttosto, fa attenzione di non incrociare Leif prima che gli sia passata, sarà inferocito! Potrebbe reagire male e avrebbe ragione, dato che sono sparita senza dirgli una parola›› aggiunse Freija.

‹‹Se fa lo sbaglio di provocarmi, mi sentirò autorizzato a reagire››.

‹‹Non ci mancherebbe che questo!›› esclamò lei. ‹‹Io vado, tu resta nascosto qualche minuto››.

‹‹Stoj !›› (1) insisté lui afferrandola per un braccio. ‹‹Ti suggerisco un altro difetto: sono testardo. Non ti muovi di qui se non vengo con te!››.

Freija cercò di convincerlo a non preoccuparsi per lei, poi dovette desistere.

Quando arrivarono nell’ampio spiazzo antistante il palazzo, Freija intravide Hadingus che si allontanava con tre guardie, e capì che Leif li stava già aspettando. Si guardò attorno freneticamente, cercando Helgi o Hermóðr, ma intercettò solo gli occhi di Magni, che lampeggiavano nell’oscurità e li scrutavano da sotto le folte sopracciglia.

Ho paura…

Hyoga camminava qualche passo dietro di lei, con le mani in tasca e i nervi a fior di pelle, muovendo gli occhi dal viso di Magni, fermo vicino all’ingresso, a quello di Hadingus che camminava verso di loro.

Hadingus superò la principessa, salutandola con un sorriso veloce, ma quando passò vicino a Hyoga, si sentì costretto ad alzare la testa. I capitani stimavano Hilda, e Hilda aveva nominato l’utlänning protettore d’Ásgarðr. E senza volerlo Hadingus si sentiva intimorito da Hyoga. Lo assalirono i sensi di colpa per aver obbedito a Leif, che non aveva nessun diritto di comandarlo, e perché per compiacerlo, e per una piccola vendetta personale per via della ritrosia di Hilda, stava boicottando Hyoga.

Dal canto suo, Hyoga era concentrato su Leif, e non poteva immaginare che due dei capitani lo spalleggiassero nelle sue macchinazioni.

‹‹Salve, Hadingus››.

‹‹Bentornato, Landvarnarmaðr›› salutò cortesemente il capitano.

Freija affrettò il passo, approfittando del fatto che Hadingus stava trattenendo Hyoga. Avrebbe potuto addolcire Leif se l’avesse incontrato prima di Hyoga, anche se sperava di avere il tempo di cambiarsi.

‹‹Leif ti sta aspettando›› riferì Magni senza troppe cerimonie. ‹‹Non sarebbe cortese da parte tua farlo attendere ulteriormente››. Freija lo guardò, alzando la testa fiera.

‹‹Non è cortese, da parte tua, né indice di un intelletto superiore, prendere ordini da qualcuno che non siano i signori d’Ásgarðr, o il Landvarnarmaðr››.

Indicò Hyoga puntando indietro l’indice con decisione. Era la prima volta che imponeva la sua autorità ai soldati della guardia, ma sentì che era arrivato il momento per dimostrare a tutti la sua forza. Il burbero capitano esitò, desideroso di vendicarsi dell’utlänning, ma ancora titubante. Si scusò con la principessa per averle mancato di rispetto e si allontanò, seguito a ruota da Hadingus.

‹‹Eccoti, finalmente!››.

Freija impallidì nel vedere Leif, non si era aspettata di doverlo affrontare subito, e rimase impietrita sulla porta d’ingresso. Hyoga si fermò un attimo sulla soglia, poi entrò e sostenne senza timore le occhiate furiose dello jarl.

‹‹Non avresti dovuto sparire a quel modo, ci siamo preoccupati›› disse Leif rivolgendosi a lei. ‹‹Per fortuna, era solo una paura infondata!›› esclamò abbracciandola dolcemente.

Hyoga volse lo sguardo, per non essere costretto a vederli, e si accorse di Hilda, ferma sulle scale.

La sacerdotessa scese gli ultimi gradini con passi lenti e misurati, abbracciandoli tutti con uno sguardo annoiato che rivelava tutto il suo disappunto nel vedere il finto trasporto nella coppia e la disperazione dell’amante inappagato. Poi parlò con voce atona.

‹‹Siete tornati. Avete giusto il tempo di prepararvi per il nàttverðr››.

Hilda si avvicinò a Hyoga, ma non lo guardò. Sorrise a Freija, invece, e la principessa ricambiò.

‹‹Vatti a cambiare, sorella, non puoi sederti a tavola in quelle condizioni!››.

Il tono di Hilda si fece premuroso, quasi materno, e significava, senz’ombra di dubbio, che non aveva alcuna intenzione di rimproverare Freija. Sorvolare sulla disobbedienza di Freija era il modo con cui intendeva vendicarsi con Leif delle libertà che si era preso senza permesso. In quel modo, Hilda ribadiva, di fronte a Freija e Hyoga, che era ancora lei la massima autorità in Ásgarðr e che nessuno poteva arrogarsi il diritto di comandare i suoi uomini senza la sua autorizzazione.

Leif storse la bocca, impercettibilmente, ma non ebbe il coraggio di ribattere, perché in fondo Hilda lo intimoriva.

Freija si accorse della crescente tensione dello jarl, dell’umiltà con cui Hyoga fissava il pavimento, ad un passo da Hilda, e di come la sacerdotessa, senza la minima difficoltà, li teneva sotto controllo tutti e due.

‹‹Coraggio, Freija!›› ripeté Hilda, sempre col sorriso. ‹‹Corri a cambiarti, o non riuscirai a farti bella per la cena››.

Freija si mosse di un passo, ma il pensiero di lasciare sua sorella sola con Leif e Hyoga la terrorizzò. Era impossibile indovinare cosa si stesse agitando nella mente vulcanica di sua sorella. Aveva il volto sereno, privo di ogni traccia di preoccupazione, eppure Freija sapeva che dietro la maschera d’indulgenza poteva nascondersi la furia più terribile. Ancora di più, si chiese cosa sarebbe successo se Hilda avesse lasciato soli Hyoga e Leif.

‹‹Accompagnami›› disse Freija, stupendoli tutti e tre.

Leif si sentì tirare per una manica, e senza pensare s’incamminò davanti a Freija, che lo seguì senza alzare gli occhi dal pavimento. Le guance di Hyoga fremettero per il dispiacere, e per la rabbia, ma il resto del viso non si mosse.

La sacerdotessa e il Landvarnarmaðr li seguirono con lo sguardo, fin quando non sparirono dietro l’angolo delle scale.

‹‹Sei uno stupido!›› sibilò Hilda, scandendo le parole con tonalità crescente. ‹‹Non so cosa abbiate fatto, né cosa vi siate detti, ma comincia a pregare il tuo Dio, perché se non si muove in lei qualcosa, l’hai persa per sempre!››.

Chiedere a Leif d’accompagnarla fu un grande sbaglio. Lo jarl cominciò il suo sproloquio non appena Freija chiuse la porta della sua stanza.

‹‹Sei una schifosa!››.

‹‹Leif…››.

‹‹Non mi annoiare con le tue lagne!››.

Freija tremò, mentre Leif le girava intorno.

‹‹Non hai niente da dirmi?›› sibilò. Freija tacque, e lo vide stringere i denti e sgranare gli occhi. ‹‹Credevi che non avessi visto come guardavi l’utlänning? Che potevo fare per evitarlo, toglierti gli occhi? Ora però hai esagerato!››.

Freija strinse i pugni. ‹‹È soltanto un amico di famiglia, un amico di vecchia data… Lo ammiro e lo rispetto e ciò deve valere anche per te, che tu lo voglia o meno!››.

Era la prima volta che si sentiva coraggiosa abbastanza da alzare la voce con Leif, ma quella sera avrebbe difeso le sue ragioni fino in fondo e senza paura, si sarebbe ribellata agli insulti dello jarl perché non aveva niente di cui vergognarsi.

‹‹Credi davvero che potrei rispettare un uomo che cerca di rubarmi la donna, svergognandomi agli occhi di tutti?››.

‹‹Non l’ha fatto!›› spiegò Freija. ‹‹Sono uscita perché desideravo cavalcare, cosa che tu non mi permetteresti mai di fare, e Hyoga mi ha accompagnata. Ha cercato di rendermi felice! Ti sembra tanto grave?››.

Leif digrignò i denti e l’afferrò per un braccio prima che Freija riuscisse a spostarsi. ‹‹Ho visto come ammiccavi al tuo amante! E guardati›› disse sprezzante con un ampio gesto della mano, ‹‹ti presenti scarmigliata e scomposta come una serva che si è rotolata nel fieno! È questo che hai fatto, oggi? È così che vai a cavallo? Se solo ti guardo vedo ancora sulla tua faccia i segni della lussuria, puttana infedele!››.

Freija alzò il viso, sdegnata. ‹‹Come osi?›› gridò furente. ‹‹Non permetto a nessuno di parlarmi così!››. Si liberò dalla morsa che le stritolava il braccio con uno strattone, corse verso la madia e afferrò lo specchio d’argento che vi era posato. ‹‹Lui mi ha rispettato invece, non come hai fatto tu!››.

‹‹Ti ho trattato come meritavi!›› rispose Leif con un ghigno muovendosi verso di lei. ‹‹E scommetto che ti è piaciuto!››.

Freija lanciò lo specchio che si schiantò contro il muro quando Leif abbassò la testa per schivarlo.

‹‹Ritira ciò che hai detto, oppure ti giuro che mi ucciderò prima di permetterti di avvicinarti ancora!››. Si tolse l’anello e lo agitò davanti a sé. ‹‹Se sono una puttana, dove sono i doni dei miei amanti? Come puoi vedere porto solo questo maledetto anello che purtroppo è un dono tuo!›› gridò lanciandoglielo. Leif l’afferrò al volo e in un attimo le fu di fronte, imponente e fuori di sé dalla rabbia.

‹‹Taci, puttana!›› urlò colpendola così forte da gettarla a terra.

Freija, impreparata a quella reazione di Leif, cadde senza avere il tempo di buttare avanti le mani, e batté forte la spalla. Rimase un attimo inginocchiata, per riprendersi dalla sorpresa, con la guancia arrossata e un mano leggermente premuta sulla spalla.

‹‹Ora alzati e ricomponiti, invece di agitarti per farmi impazzire. Mostri gli artigli e i denti come una gatta ma quando vuoi sai fingerti docile e mansueta. È così che hai sedotto l’utlänning? Non sei poi diversa da tua sorella: il sangue non mente!››.

Freija si rialzò, incapace di contenere la rabbia accumulata fino allora, e gli si avventò addosso, percuotendogli il viso e lasciandogli con le unghie un profondo segno su un braccio. Leif l’afferrò strettamente e cercò di tenerla immobile. Per quanto lei fosse forte e furente, mossa da un odio e da una rabbia motivati dalla sola presenza di lui, Leif era un uomo vigoroso, e dopo un momento ogni resistenza le apparve inutile e improba.

‹‹T’insegnerò io a guardare un uomo che non sono io!›› le sibilò in un orecchio spingendola verso il letto e strappandole la veste.

‹‹Pensi forse che ti guarderò ancora se non con ribrezzo, schifoso vigliacco?››.

Leif le si buttò addosso ma non riuscì nemmeno a baciarla, perché lei si dibatteva come un ossesso e lo colpiva al viso e cercava di graffiarlo.

‹‹Lasciami andare! Puoi forzarmi ancora alle tue voglie ma sappi, dopo stasera, che mi hai perso per sempre e che niente mai mi potrà far cambiare idea!››.

‹‹Non parlare più!›› tuonò Leif colpendola di nuovo al viso e lasciandola libera. Indietreggiò di qualche passo, e la guardò con disprezzo, mentre Freija, con la testa bassa e nascosta dai capelli sconvolti, stringeva a pugno chiuso le coperte. ‹‹Cosa credi d’incolpare me della tua infelicità adducendo mille scuse?››.

‹‹Credi che mi abbasserei a cercare di darti giustificazioni per il mio comportamento?›› rise Freija voltandosi nonostante il dolore bruciante alla guancia.

Leif indietreggiò ancora con un lampo d’odio negli occhi e le sue labbra si piegarono in una smorfia.

‹‹Mi hai fatto torto›› continuò Freija guardandolo fisso negli occhi con aria di sfida e con voce gelida. ‹‹Non avrai il mio perdono fino a quando non sarà sprofondata la terra e crollato il cielo! È meglio che tu cominci a pensare al modo di rimediare, perché non avrai perdono per le tue colpe quando Hilda verrà a conoscenza di tutto questo. Vorrei solo non averti mai conosciuto!››.

‹‹Puoi fare la preziosa, se ti pare, ma ricordati sempre che non sei più una verginella innocente! In molti si divertirebbero a sapere che nel tuo letto c’è posto per tutti!››.

Freija chiuse gli occhi e si sforzò di non piangere. ‹‹Finora ci sei stato solo tu, se è quello che vuoi sapere! Ma solo un vigliacco può vantarsi di simili azioni!››.

‹‹Taci e copriti!››.

Freija si vergognò per il fatto d’essere nuda fino alla vita e cercò di coprirsi con i brandelli del vestito stracciato.

Leif avvampava di rabbia, ma cercò di ritrovare la calma. Rimbombavano nella sua mente le minacce di Bylistr, e si sentì preso tra due fuochi. Da una parte il desiderio di amarla, dall’altra la paura della collera del guerriero. Le diede le spalle e ripensò a quando aveva incontrato Bylistr e la sua banda. Allora era un ingenuo, un uomo senza futuro.

Bylistr ha visto in me una marionetta per la realizzazione dei suoi piani, ma ha fatto un grosso errore! Non gli lascerò prendere Freija tanto facilmente! Ho faticato per lei, tutto questo tempo, non intendo rinunciare ad averla tutta per me! Quando avranno ucciso Hilda, allora li farò catturare e giustiziare, assieme al maledetto utlänning! No, lui l’ho promesso a Magni, così avrò il suo appoggiò quando farò impiccare Bylistr!

Freija, seduta sul bordo del letto, si stringeva le braccia al petto, e piangeva in silenzio.

Lo jarl vide il segno rosso sulla guancia e si pentì d’averla colpita. Le continue minacce e pressione da parte dei suoi violenti complici lo rendevano nervoso e intrattabile, ma non aveva il diritto di sfogarsi con lei, così innocente e indifesa. Raccattò da terra i frammenti dello specchio e li ammucchiò sulla madia.

‹‹È un peccato che si sia rotto›› disse come parlando a se stesso. ‹‹Te ne regalerò uno nuovo››. Poi recuperò l’anello. Quando si avvicinò al letto, lei fu scossa da un fremito di paura, e si scansò da lui. Le prese la mano e glielo infilò, senza che lei aprisse bocca o si opponesse. ‹‹Non odiare l’anello, ti sta così bene›› commentò osservando la mano affusolata di lei. ‹‹In fondo, non è colpa sua se non riesco a controllare le mie reazioni››.

Freija restò ancora senza parlare, e Leif si sentì disperato, perché l’amava veramente, anche se a modo suo.

‹‹Dimmi almeno una parola, anche un insulto. Non so come chiederti scusa!››.

‹‹A questo punto, non ho molto da dire››.

Avrebbe voluto restare in silenzio, ma il tono disperato della voce di Leif l’aveva mossa a compassione. Leif era violento, ma c’erano momenti, come quello, in cui traspariva una dolcezza che la faceva commuovere e sperare in un futuro diverso.

‹‹Lasciami sola›› singhiozzò.

Leif prese le coperte e gliele posò sulle spalle, con delicatezza. Restò per un momento davanti a lei, senza parlare, ma la principessa non alzò il viso dal petto.

‹‹Allora, buonanotte›› salutò lui.

Solo Hilda e Hyoga scesero a cenare. Mangiarono senza rivolgersi la parola e poi si salutarono, ognuno diretto alla sua stanza.

Quella notte Hyoga pregò nel buio della sua stanza, inginocchiato davanti alla cassapanca, sotto la finestra. Da quando era arrivato ad Ásgarðr, pensò, non l’aveva ancora fatto. Non lo fece per ciò che gli aveva detto Hilda, non per paura, né perché s’era pentito di non aver pregato per molti giorni, ma forse tutte queste cose influirono molto.

Pregò per sua madre, Natassia, perché lei era il primo dei suoi pensieri, prima ancora delle sofferenze e delle pene d’amore. Il ricordo di sua madre l’aveva sempre sostenuto nei momenti difficili, e quello che attraversava non era dei più rosei.

Pregò per Freija, perché trovasse finalmente la felicità.

Freija era per lui un dolce tormento, un’ossessione che lo accompagnava ogni momento, che non gli dava tregua.

Non andar dietro alle passioni e trattieniti di fronte ai desideri. La passione è ardente come fuoco e non si spegne finché non si consuma. Non eccedere nelle smanie della passione perché abbatte la tua forza. La passione sfrenata rovina chi la possiede!

Ogni volta che la guardava sentiva di desiderarla, di volerla per sé. Avrebbe fatto qualunque cosa, se lei gliel’avesse chiesto.

Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.

Ogni volta che cercava di convincersi che non era giusto, un sentimento più forte del senso di colpa gli ricordava che lei non era ancora legata a Leif, se non con le parole.

Non bramare la bellezza della donna altrui nel tuo cuore, e che ella non ti prenda con le sue palpebre. Non rimarrà impunito chi la tocca!

Leif aveva conquistato un gran tesoro, una donna preziosa che non riusciva a rispettare, né a rendere felice. Invidiava lo jarl, per il solo fatto di poterle parlare senza nascondersi, per il fatto di poterle sedere vicino senza timore, per il fatto di poterla guardare senza vergogna. E baciare, forse.

Non invidiare un uomo violento, e non scegliere alcuna delle sue vie.

Leif era geloso di lei, la costringeva a nascondersi dal mondo per proteggerla, perché nessuno potesse mai ammirare la sua bellezza né ascoltare la sua allegra risata. Freija era prigioniera di un uomo che la stava distruggendo. Lei fresca e spontanea, stava appassendo tra le braccia di un uomo inutile.

Strinse forte le mani intrecciate appoggiate alla fronte, finché le dita non divennero rosse e le nocche bianchissime. E continuò ancora a stringere, perché in nessun altro modo poteva esprimere il suo disprezzo e l’odio se col pensiero, e nemmeno con quello.

Chi disprezza il prossimo è povero di senno, l’uomo intelligente invece sa tacere.

Eppure disprezzava Leif, perché non riusciva ad apprezzare la fortuna che gli era capita, e cosa ancor più grave non la rispettava. Le grida che aveva sentito passando davanti alla camera di Freija, le urla rabbiose dello jarl gli martellavano la mente, erano come un soffio insistente nelle orecchie, anche nel silenzio della notte. Aveva avuto l’istinto di entrare, ma per fortuna si era trattenuto, ed era passato oltre.

Freija non aveva risposto, o forse non l’aveva sentita. Sperò con tutto il cuore, che Leif si fosse limitato alle sole parole, perché non avrebbe potuto sopportare di vederla ferita nello spirito e nel corpo da quell’uomo malvagio e senza scrupoli.

Sento che è malvagio! Gli occhi spietati e gli sguardi sprezzanti, il sorriso crudele e le parole sfacciate, le mani assuefatte alla violenza, tutto in lui emana malvagità! Me ne accorgo solo io, e con me Hilda?

Non avrebbe dovuto giudicare Leif, perché non lo conosceva, perché era la gelosia che lo rendeva un demonio ai suoi occhi, perché non era giusto giudicare un altro uomo.

Non consegnare l’anima alla tua donna, perché non svilisca le tue forze.

Questo aveva fatto Hyoga. Era talmente preso dal pensiero di lei, da non riuscire più a ragionare.

Dio, ti prego, aiutami.

Era restato inginocchiato per tanto tempo che quando di alzò sentì fitte di dolore alle ginocchia.

Tutto intorno taceva, si sentiva solo il suo respiro, lento e senz’affanno, nonostante la grande inquietudine. Si svestì e buttò i vestiti sulla cassapanca, ma li recuperò subito e li piegò con precisione.

Guardò a lungo il letto, davvero grande per una persona sola, come lui. Valutò l’alternativa di dormire per terra, avvolto da una coperta, come aveva fatto in quei due lunghi anni passati alla Fondazione. Ricordò di quanto gli fosse sembrata strane l’usanza giapponese di dormire sul pavimento, in un futon , (2) e delle notti insonni, incapace di trovare conforto nella durezza del pavimento dopo una giornata di stancanti allenamenti. Si sedette sul bordo del letto, poi si stese senza fretta.

Sospirò, illudendosi d’essersi liberato dei suoi fantasmi almeno per quella notte, ma subito lo assalirono i soliti tristi, angoscianti pensieri, quelli di sempre, cui quasi si era affezionato, e quelli neonati, più difficili da capire e quindi da accettare. Si tirò le coperte fin sotto il mento e si raggomitolò di lato, avvicinando le ginocchia al petto.

Volti muti e parole senza volto si fecero avanti nella sua mente, visioni chiare, non confuse, e perciò dolorose. Erano tante visioni che si susseguivano senza un ordine logico, né cronologico, eppure tutte logicamente correlate da un tema conduttore di tristezza. E alla fine di tutto rimbombavano nella sua mente le parole di Freija.

…non sperare più…

Dopo tanta tensione, i suoi nervi cedettero e cominciò a piangere. Le lacrime si raccoglievano all’angolo dell’occhio e scivolavano giù, sul cuscino, oppure con un tragitto più lungo, si accumulavano sul naso e poi lo scavalcavano accumulandosi alle altre lacrime, unendosi in quella sgradevole sensazione che si provava sentendosi la tempia bagnata.

Alla fine, esausto, scivolò nel sonno.

 

 Note

1) Alt, ( stoí ).

2) L’insieme di materasso e trapunta che costituisce il "letto" giapponese. Il futon si stende direttamente sul pavimento e di giorno viene piegato e riposto negli appositi armadi.