CAPITOLO DICIANNOVESIMO. L’ULTIMA LEGIONE.

Phantom dell’Eridano Celeste era il miglior Luogotenente dell’Olimpo che Zeus aveva mai avuto fin dall’epoca mitologica. E l’unico mortale, privo di sangue divino, che era mai stato capace di raggiungere tale ruolo, contando soltanto sulla propria forza, saggezza e onestà. Zeus lo aveva notato molti anni addietro, in occasione di giochi olimpici organizzati ad Atene, in cui il ragazzo aveva vinto numerose prove, sbaragliando i propri avversari.

"Quel ragazzo farà strada!" –Gli aveva sussurrato Ermes, intento quanto il Dio ad osservare il giovane atleta.

"Ne sono convinto, Ermes!" –Aveva risposto Zeus, accennando un sorriso. –"Sarebbe un ottimo Cavaliere Celeste! Non mi dispiacerebbe averlo nelle mie legioni!" –E così Ermes, su incarico di Zeus, si era messo sulle tracce del giovane, indagando sul suo conto, e scoprendo che proveniva da una famiglia di pastori che viveva proprio alle pendici meridionali del Monte Olimpo, in una tranquilla vallata dove Phantom aiutava suo padre nell’allevamento e nella cura delle pecore.

Immensa fu la sorpresa sul volto del ragazzo, allora quindicenne, quando Ermes apparve davanti a lui, ricoperto dalla sua scintillante Veste Divina, in quel lontano pomeriggio di primavera. E maggiore fu lo stupore quando udì la proposta del Messaggero, che gli chiedeva di seguirlo sull’Olimpo, se avesse voluto, per entrare a far parte dell’Esercito Celeste.

"Se accetti la mia offerta, giovane Phantom, inizierai un duro allenamento, un intenso e faticoso addestramento, che ti permetterà di sviluppare non soltanto i muscoli e la forza fisica, ma anche il tuo acume, la tua strategica astuzia, e amplierà il tuo sapere, sommergendoti di conoscenza e di virtù!" –Gli aveva parlato Ermes. –"Ma tutto questo richiede un prezzo, quello dell’onore, del senso del dovere che dovrai dimostrare al tuo Signore, il Sommo Zeus dell’Olimpo, colui che ha richiesto la tua presenza nelle fila dei suoi Cavalieri Celesti!"

"Il Sommo Zeus in persona?!" –Aveva mormorato Phantom, mentre una frenesia indescrivibile si stava impossessando di lui.

Mille pensieri avevano invaso la sua mente in quei pochi minuti di conversazione, mille pensieri di eccitazione, ansia, speranza nel futuro, misti alla propria coscienza, al proprio senso del dovere che gli ricordava di essere figlio di due pastori, uomini soli, che avrebbero avuto bisogno di lui per continuare a vivere. Ma suo padre, Deucalione il saggio, era venuto in suo aiuto, spiegandogli di non preoccuparsi.

"Non ti credevo nato per fare il soldato, ragazzo!" –Aveva commentato, affiancato dalla moglie, con gli occhi gonfi di lacrime. –"Ma se questa è la volontà divina, e la tua, noi non ci opporremo!"

Per un ultimo momento Phantom era stato tentato di rifiutare, quasi impietosito dalla nobiltà d’animo e dal senso di sacrificio dei suoi genitori. Ma poi aveva stretto i pugni, orgoglioso che il Dio dell’Olimpo in persona avesse messo gli occhi su di lui, uno tra i mille atleti dei giochi panatenaici, ed aveva accettato, incuriosito, intrigato, ma anche desideroso di mettere le sue capacità al servizio di uno scopo più elevato che non fosse badare a delle pecore per tutta la vita.

Fin da quando era bambino, Phantom aveva ascoltato le storie di sua madre, Elena la sognatrice, che ogni sera gli narrava di Zeus e degli Dei Olimpi, dei fasti del Sacro Monte, e di Atena, Dea della Giustizia, grande protettrice degli uomini. Phantom aveva sempre ascoltato con attenzione, con gli occhi brillanti di fantasia e speranza, convinto che un giorno, anch’egli, sarebbe diventato qualcuno, che avrebbe potuto mettere la sua vita al servizio di una causa nobile e giusta, come i Cavalieri di Atena facevano da millenni. E quella, gli era parsa in quel momento, la scelta migliore.

Per anni si era allenato sull’Olimpo, confrontandosi con gli altri Cavalieri Celesti, venendo talvolta schernito per la sua mortale natura, che lo rendeva diverso e inferiore agli altri. Ganimede, Castore, Polluce, Atteone e gli altri Cavalieri Celesti erano immortali, o comunque nati da sangue divino che permetteva loro di invecchiare molto lentamente e di rimarginare in fretta le proprie ferite. Ma Phantom era un uomo mortale, scelto dal destino per elevarsi al di sopra degli altri, per mettersi continuamente in gioco, rischiando tutto se stesso, anche la vita, in addestramenti massacranti, quanto gratificanti. E l’impegno che aveva messo, per tutti quegli anni, non era andato sprecato, avendo richiamato le lodi e le simpatie del Signore dell’Olimpo che presto lo aveva nominato suo Luogotenente, secondo soltanto ai tre Ciclopi, e comandante di tutti i Cavalieri Celesti.

Le notevoli abilità del ragazzo e le sue doti carismatiche gli avevano attirato spontanee simpatie da parte di numerosi Cavalieri e Divinità, Giasone per primo, che vedeva nel giovane non solo un compagno d’armi ma anche un amico. Demetra, Dea delle Coltivazioni, donna saggia e attenta, gli aveva fatto dono di un magico talismano, di origine naturale, che permetteva al ragazzo, quando lo indossava, di fondersi con l’ambiente circostante, assumendo i colori e i tratti della natura intorno. E Phantom aveva fatto buon uso di quel talismano, prestandolo temporaneamente persino a Ioria, durante la Scalata dell’Olimpo, e ricevendolo indietro a fine battaglia, quando, disteso sul letto delle sue stanze, per curarsi e recuperare le forze, aveva ricevuto la visita del Cavaliere del Leone.

"Ioria…" –Aveva balbettato Phantom, tentando di sollevarsi dal letto. Ma Ioria lo aveva pregato di rimanere disteso, per non affaticarsi.

"Sono venuto per renderti questo!" –Aveva esclamato il Cavaliere, porgendo al giovane il talismano di Demetra. –"E ringraziarti per avermi concesso di fruirne! Grazie ad esso sono riuscito ad arrivare in tempo nel Giardino dei Sogni, per portare aiuto a Phoenix e a Castalia impegnati contro Issione!"

"Già…" –Aveva risposto Phantom, laconicamente. –"Castalia…" –Per qualche secondo un muro di silenzio si era interposto tra i due ragazzi, incapaci di riprendere una conversazione o semplicemente impauriti dall’argomento da affrontare. Era stato Phantom a farsi coraggio e parlare.

"Ioria... io... vorrei chiederti una cosa. Puoi anche non rispondere, non ti biasimo, ma se lo farai vorrei che tu fossi sincero!" –Aveva esclamato, riuscendo a sollevarsi e ad appoggiare la schiena al muro. –"Cosa provi per Castalia? So che è una domanda indiscreta e, come già ti ho detto, se non te la senti di rispondermi puoi anche non farlo, ma… vorrei saperlo…"

"Perché?" –Aveva domandato Ioria, e a Phantom quella parola sembrò una lama affilata.

"Perché sento di provare qualcosa per lei… qualcosa che va al di là di una semplice amicizia, di una pura complicità…Ma sento anche di non essere l’unico a provare un sentimento simile!"

Ioria non aveva inizialmente risposto, limitandosi a girare per la stanza, guardandosi distrattamente attorno, finché la leggera voce di Phantom non lo richiamò a sé.

"So che siete cresciuti insieme, Ioria! Castalia me ne ha parlato, e mi ha anche detto di essere molto legata a te! Ciò che non ha aggiunto, l’ho intuito da solo, e non ho bisogno di poteri mentali per saper leggere nel cuore di una persona cara!"

"Non vi è altro da aggiungere, Luogotenente dell’Olimpo! Castalia ha detto il vero, spiegandoti che siamo molto uniti, da un legame profondo, di sincera fratellanza, unico nel suo genere!"

"Ne sono certo, Cavaliere di Leo!" –Si era limitato a rispondere Phantom. –"E non era affatto mia intenzione dubitarne; volevo semplicemente dire che…"

"Se provi dei sentimenti per Castalia, credo che dovresti parlarne con lei!" –Lo aveva interrotto Ioria. –"Non con me!"

"Uh…" –Phantom era rimasto spiazzato dall’uscita del ragazzo, da cui si aspettava una reazione più istintiva e bellicosa, e meno pacata. Ma aveva preferito non aggiungere altro, vedendo che il Cavaliere non sembrava intenzionato a discutere ancora. –"È quello che farò, Cavaliere di Leo! Ma ti prego… vorrei che anche tu lo facessi, se senti di avere qualcosa da dirle!" –Non aveva aggiunto altro, salutando il ragazzo con un sorriso, prima di distendersi nuovamente sul letto per riposarsi.

Aveva recuperato in fretta le proprie forze, grazie al cosmo di Zeus e alle cure di Asclepio e, per quanto il ragazzo non lo avesse ammesso, grazie anche ai poteri curativi del cosmo del Cavaliere di Leo. Phantom aveva sentito l’aureo scintillio del cosmo di Ioria entrare dentro di lui e infondergli calore, nonché la forza per risalire a galla. E il Luogotenente non aveva esitato, recuperando presto il proprio vigore, pronto per l’importante missione che Zeus gli aveva assegnato: raggiungere Glastonbury e trovare l’Ultima legione, che Zeus vi aveva nascosto molti secoli prima, affidandone il comando, in tempi recenti, ad un allievo di Dohko della Bilancia.

Grazie all’incredibile velocità a cui poteva muoversi, Phantom arrivò sull’isola britannica in un lampo di luce, dirigendosi verso il Somerset, regione in cui si trovava Glastobury.

Strana cittadina, Glastonbury! Commentò, camminando nei verdi parchi dell’abbazia della città. Avvolta da un fascino mitico ed epico! Le leggende sul suo conto poi si sprecano! Si narra che Giuseppe d’Arimatea abbia raggiunto questa cittadina duemila anni fa, arrivando per mare, agli inondati Somerset Levels. Accompagnato proprio dal Cristo bambino. Nello sbarcare piantò a terra il proprio bastone, e in quel punto fiorì miracolosamente la Sacra Spina, nota come Biancospino di Glastonbury, un fiore ibrido, che fiorisce due volte l’anno, una in primavera e una in Natale sul terreno dell'abbazia e di fronte alla chiesa di San Giovanni! Splendido fiore, si conservò per secoli, fino alla Guerra Civile che sconvolse quest’isola trecentocinquanta anni fa, venendo in seguito ripiantato. L’ultima volta, se non erro, trentacinque anni or sono!

Tutto immerso nelle proprie riflessioni, e nell’aura mitica che nel cortile dell’antica abbazia di Glastobury si respirava, Phantom percorse l’intero giardino, osservando le mura, di epoca premedioevale. Secondo le indicazioni fornitemi da Zeus l’Ultima Legione dovrebbe essere stanziata qua, all’incirca… E sollevò lo sguardo avanti a sé, osservando la verde collinetta che sorgeva di fronte a lui. Un leggero rilievo terrazzato che saliva dolcemente, proprio in direzione del sole.

Improvvisamente i suoi sensi saettarono attenti, percependo una vibrazione nel cosmo, come se qualcuno fosse giunto fin lì. Tirò un rapido sguardo in cima alla collina, ma non vide niente, soltanto un’antica torre, ultime vestigia di un’ancestrale costruzione religiosa. Per un attimo, un attimo soltanto, gli sembrò di vedere una figura, avvolta in un grigio mantello, osservarlo dalla cima del colle. Sbatté gli occhi per vedere meglio, ma non trovò nulla, soltanto una leggera brezza che smuoveva i verdi steli di erba.

Campane risuonarono poco distante, richiamando il Luogotenente alla sua missione. Doveva trovare il luogo dove era nascosta la Legione Olimpica, ma l’impresa si prospettava più complessa di quanto si era aspettato, non trovando niente, intorno a sé, che potesse essergli d’aiuto.

D’un tratto Phantom sentì passi leggeri frusciare sull’erba poco distante e si voltò in quella direzione, trovandosi di fronte una strana processione. Una decina di uomini, avvolti in grigi mantelli, dal volto coperto da un cappuccio, procedevano lentamente, intonando canti in un’antica lingua, probabilmente celtica, che il ragazzo non riusciva a comprendere. Ciascuno reggeva una fiaccola accesa, e seguiva l’altro, scivolando sul verde pendio terrazzato, diretti verso la cima.

Phantom seguì con lo sguardo per qualche minuto la strana processione, ma quando fece per muoversi, un sibilo lo costrinse a voltarsi improvvisamente e a saltare indietro con un balzo, mentre un’argentea lama si piantava nel terreno, proprio di fronte a lui.

"Uh?" –Mormorò il Luogotenente, preso alla sprovvista.

"Ottimi riflessi!" –Commentò una voce maschile, provenendo da un punto indefinito di fronte a lui.

In un primo momento Phantom fu tentato di non rispondere, per non farsi scoprire; ma poi realizzò che se colui che gli aveva lanciato contro quel pugnale lo aveva quasi colpito, questo significava che poteva vederlo, per quanto indossasse il Talismano di Demetra e dovesse risultare quindi mimetizzato con la natura.

"Chi sei? Mostrati!" –Esclamò Phantom, osservando avanti a sé.

"Io dovrei mostrarmi?!" –Commentò la voce, lasciandosi scappare una risata. –"Forse dovresti farlo tu, che queste terre hai invaso, e non io, che ne sono il custode!"

Phantom aguzzò la vista e riuscì a percepire la presenza del suo interlocutore. Davanti a lui, a pochi metri di distanza, si ergeva una figura umana, confusa con l'ambiente circostante. Solo l’ondeggiare del mantello verdastro, permise a Phantom di mettere a fuoco l’imprevisto ospite. Un uomo, anzi, un Cavaliere, poiché indossava un’armatura lucente, dagli sfumati colori celesti e verdi. Un’armatura cangiante che poteva ben mimetizzarsi con l’ambiente naturale circostante, nascondendo in parte la propria presenza.

"Non sono un invasore!" –Precisò, mentre l’uomo si avvicinava.

"E allora chi sei? E cosa ti porta in queste terre?" –Chiese l’uomo, con voce decisa, ma non scortese, scoprendo il volto dal cappuccio del mantello.

Quando gli fu vicino, a soli tre metri dal suo viso, Phantom osservò che si trattava di un giovane, di non più di trent’anni, alto e moro, con il viso scuro e limpidi occhi neri. I lisci capelli corvini si presentavano spettinati e scompigliati, fermati in parte dal brillante diadema della sua armatura. Una corazza che, Phantom non aveva dubbi, era di fattura divina.

"Sto cercando degli amici!" –Rispose Phantom, ma l’uomo non ne fu convinto.

"Non ci si presenta furtivamente a casa di un amico, strisciando nascosti sul terreno, per osservare le sue mosse da lontano! Il tuo atteggiamento somiglia più a quello di un invasore, o di una spia!"

"Il mio atteggiamento è dettato esclusivamente dalla prudenza, Cavaliere!" –Esclamò Phantom. –"In tempi oscuri come questi, e in terre ignote, in cui mai mi sono recato, ho ritenuto opportuno nascondermi all’altrui visuale, e mi stupisce non poco che tu sia riuscito comunque ad accorgerti di me, vanificando gli effetti del divino manufatto di cui sono dotato!"

"Avevo percepito il tuo cosmo avvicinarsi! E ti ho tenuto d’occhio fin da quando sei giunto all’Abbazia di Glastonbury!" –Commentò il giovane, fissando Phantom. –"Talismani o meno, non esiste niente che io non possa mirare in queste terre di cui sono guardiano!"

"Di notevoli capacità sei dotato, Cavaliere…"

"È mio dovere proteggere quest’isola sacra da chiunque tenti di violare il suo antico suolo!"

"Non sono un invasore!" –Precisò Phantom. –"Sono in missione per conto del mio Signore!"

"E chi sarebbe il tuo Signore?!" –Chiese il giovane, con una punta di sarcasmo.

"Il Sommo Zeus, Dio supremo dell’Olimpo!"

"Il… Sommo Zeus?!" –Mormorò il Cavaliere sconosciuto, fermandosi interessato.

"Proprio così! Sono il Luogotenente dell’Olimpo, Phantom dell’Eridano Celeste, e sono giunto fin qua, nella vecchia Inghilterra, su ordine del Sommo Zeus, per trovare i Cavalieri Celesti che qua dimorano e a cui sono fedeli!"

"Ed io ricevo il tuo messaggio, Luogotenente dell’Olimpo!" –Esclamò il giovane, scuotendo il mantello, e inginocchiandosi di fronte a Phantom. –"Non al vento sono andate le tue parole, ma alle orecchie di Ascanio Testa di Drago, Comandante dell’Ultima Legione, il cui governo mi fu assegnato dal Dio dell’Olimpo in persona, quattordici anni fa!"

Phantom rimase un attimo sorpreso e interdetto, osservando il giovane rialzarsi e sorridergli, con fare sincero ma deciso. Adesso non gli sembrava più un Cavaliere, ma un principe dei tempi antichi, un condottiero di divina stirpe che avrebbe guidato gli uomini verso la pace.

"Che cosa turba la quiete olimpica? Cosa ha spinto il nostro Signore a richiamare persino la legione dormiente? Deve trattarsi di qualcosa di molto pericoloso se Zeus invia il luogotenente delle sue armate in persona, fin qua, per condurre altre truppe in Grecia! Che l’ultima guerra sia infine giunta?!"

"Tristi sono questi tempi, Comandante Ascanio! Tristi e macchiati di sangue, intrisi dalla violenza di guerre che non andavano combattute!"

"Spiegati meglio, Luogotenente…" –Esclamò Ascanio, incamminandosi nell’erba fresca, e facendo cenno a Phantom di seguirlo. –"Ho sentito cosmi inquieti agitarsi nel Mediterraneo in quest’ultimo anno, e proprio pochi giorni fa una grande esplosione di energia… ma non ho indagato.. non potendo fare diversamente, avendomi Zeus proibito alcun contatto con l’Olimpo, per paura che la legione venisse scoperta!"

Phantom raccontò velocemente ciò che era accaduto sia ad Atene che sull’Olimpo nell’ultimo anno, dalla guerra interna che i Cavalieri di Atena avevano dovuto affrontare, alle minacce di Discordia, Apollo, Nettuno, Ade e infine Crono.

"E adesso Ares, Dio della Guerra!" –Esclamò con preoccupazione il Luogotenente dell’Olimpo. –"Egli mira alla distruzione dell’Olimpo e di tutti i Cavalieri, a qualunque ordine appartengano, a qualunque benevola Divinità siano devoti! Mira a creare un nuovo ordine, marchiandolo col sangue, dove la violenza e l’odio siano all’ordine del giorno, un caos perpetuo di guerra di tutti contro tutti, su cui la sua Divina Volontà prevarrà infine, penetrando le martoriate coscienze degli uomini e dominandole, piegandole al suo volere!"

"Terribile!" –Commentò Ascanio. –"E Zeus non gli ha ancora mosso guerra?!"

"Zeus si è fatto prudente! Dopo la perdita dei Ciclopi, di molteplici Divinità amiche e di tutti i Cavalieri Celesti, il Dio del Fulmine preferisce evitare mosse azzardate! Ovviamente si opporrà ad Ares, ma con prudenza e coscienza, consapevole che attacchi avventati potrebbero indebolirlo ulteriormente!"

"Capisco. La situazione è molto delicata, e noi abbiamo già perso fin troppo tempo conversando!" –Esclamò Ascanio. –"Se Zeus ha richiamato l’Ultima Legione, essa deve partire immediatamente, alla volta dell’Olimpo, per portare aiuto al suo Signore!" –E tirò fuori un piccolo utensile, che a prima vista parve a Phantom un pezzo di legno. Si trattava di uno zufolo, che Ascanio suonò immediatamente, senza produrre però alcun suono.

Phantom si guardò intorno straniato, prima di sentire leggeri passi sull’erba dietro di lui: un giovane Cavaliere, ricoperto da una verde armatura, decorata di bianco, li raggiunse poco dopo, stupendo Phantom per l’abilità nel nascondersi e, eventualmente, sorprendere il proprio avversario.

"Ultrasuoni!" –Spiegò Ascanio, riponendo lo zufolo. –"Possono essere uditi soltanto dai legionari di Glastonbury, che hanno affinato per anni i loro sensi, studiando gli animali!"

"Gli animali?!"

"Esattamente! Gli animali sono un regno interessantissimo a cui l’uomo dovrebbe dedicare maggiore attenzione!" –Disse Ascanio, mentre il Cavaliere dalla verde corazza si inginocchiava di fronte al suo Comandante. –"Vari, diversi tra loro, ma simili. Tutti finalizzati al mantenimento della loro specie! Alcuni vivono in simbiosi con la natura, adottando tecniche particolari di mimetismo; altri comunicano tra loro tramite onde sonore, quasi impercettibili all’orecchio umano…"

"Gli ultrasuoni…" –Affermò Phantom.

"Esattamente! Dagli animali abbiamo imparato e tratto numerose lezioni di vita, nonché tecniche di battaglia! Credo sia arrivato il momento di metterle in pratica!"

"Lo credo anch’io!" –Commentò Phantom, prima che Ascanio gli presentasse il Cavaliere: un ragazzetto di diciotto anni, non di più.

"Gwynn!" –Esclamò Ascanio. –"Convoca immediatamente l’intera Legione! Il momento che aspettavamo è finalmente giunto! L’Olimpo ha bisogno di noi!"

"Sì, mio Signore!" –Rispose Gwynn, prima di congedarsi e sfrecciare verso la cima della collina.

Ascanio pregò Phantom di seguirlo fino alla sommità del Tor, dove avrebbero radunato i Cavalieri Celesti.

"Un tempo il mare giungeva ai piedi della collina e paludi e acquitrini si estendevano tutti intorno, e il Tor era una di sette isole, una delle poche terre non sommerse da una grande inondazione. E lo rimase per secoli, perché le acque ci misero molto tempo a ritirarsi e rimasero paludi salmastre che al culmine dell'estate si prosciugavano. E infatti Somerset, la regione della Cornovaglia in cui ci troviamo, è l'abbreviazione di "Territori dell'Estate", perché l'area d'inverno era inondata e pertanto non poteva essere abitata! Questa collina era chiamata anche "Ynis Witrin" o "Isola di vetro", collegata al continente solo da una stretta striscia di terra durante la bassa marea!" –Esclamò Ascanio, guidando il Luogotenente lungo i terrazzamenti del colle, un antico sentiero iniziatico che i druidi percorrevano per giungere alla sommità.

"I druidi?!" –Domandò Phantom.

"Proprio loro! I discendenti del piccolo popolo che un tempo abitava queste terre! Con la venuta dei Romani prima, e dei Sassoni poi, le antiche popolazioni furono sopraffatte, costrette a nascondersi, accusate di stregoneria e occultismo, e scomparvero dal mondo conosciuto, ricreandone uno nuovo, più intimo e sicuro, all’interno del quale continuano ad operare, con tutti i riti che sono loro propri! Grazie al loro aiuto la Legione ha potuto rimanere celata per tutti questi secoli!"

Parlando tra loro i due Cavalieri raggiunsero la cima del piccolo colle, dove si stagliava, imponente e solitaria, la Glastonbury Tor. Davanti ad essa una cinquantina di Cavalieri Celesti, dalle mimetizzanti armature celesti, parlavano tra loro, ed altrettanti sarebbero giunti quanto prima, appena informati da Gwynn, che si fece incontro al Comandante avvertendolo di aver ordinato la convocazione immediata di tutta la Legione.

"Qualcun altro vuole parlare con lei, prima di partire!" –Sussurrò Gwynn, cercando di non farsi udire da Phantom; ma il Luogotenente, dall’orecchio fino e dai sensi acuti, udì lo stesso, senza fare domande.

Ascanio non ebbe il tempo di rispondere perché percepì, proprio come Phantom, Gwynn e gli altri Cavalieri Celesti, sebbene qualche secondo prima di loro, un’inquietante e violenta emanazione cosmica dirigersi verso di loro.

"Cosa succede?!" –Brontolò, suonando nuovamente lo zufolo. –"Che tutti i Cavalieri si tengano pronti!" –Urlò a Gwynn, mentre il ragazzo corse via.

"Ciò che Zeus maggiormente temeva… che Ares mi facesse seguire!!!" –Strinse i denti Phantom.

Una cinquantina di cosmi inferociti, carichi di odio e violenza, si stavano avvicinando al Tor, e dall’ardente spirito che albergava in loro Phantom e Ascanio compresero che avevano un solo obiettivo: la guerra. Pochi minuti dopo, la piana sottostante al Tor si riempì di guerrieri dalle vestigia scarlatte, provvisti di armi di ogni sorta, ed ebbri del violento cosmo del Dio della Guerra.

"Siete pronti a morire?!" –Mormorò una tenebrosa voce, risuonando nell’aria sopra la collina.

"Ma... chi?!" –Mormorarono Ascanio e Phantom, tirando uno sguardo verso il basso.

Due guerrieri, i Capitani a cui Ares aveva affidato l’assalto del Tor, si fecero avanti tra la massa dei berseker, con un gran ghigno sul viso. Erano ricoperti di armature dalle inquietanti forme, che rilucevano sinistramente sotto i tiepidi raggi del sole di Glastonbury, e fu uno di loro a parlare.

"Il vostro patetico tentativo è fallito! L’Ultima Legione non giungerà mai in aiuto di Zeus, perché vi massacreremo tutti qua, prima di dare fuoco a questi sterili e insulsi campi!"

Non provateci neppure! Strinse i pugni Ascanio, facendo avvampare il suo cosmo. Immediatamente scintillanti sagome di immensi dragoni di luce sgorgarono dal terreno, sotto i piedi dei berseker, salendo verso il cielo, provocando in loro sorpresa e confusione, per quanto i due Capitani cercassero di mantenerli in riga.

"Ora!!!" –Gridò Ascanio mentre una decina di Cavalieri Celesti, dalle armature verdastre, lo affiancarono, puntando i loro archi scintillanti verso il cielo. –"Tirate!!!"

Un secondo dopo un centinaio di dardi splendenti caddero sui berseker di Ares, ferendone alcuni a morte. Ma questo non bastò a farli arretrare, anzi li rese ancora più combattivi, più determinati a raggiungere la vetta del colle, abbattere il Tor e farne una tomba per i Cavalieri di Zeus.

Un corno risuonò nell’intera vallata, paralizzando momentaneamente i berseker, che si erano lanciati all’assalto, mentre uomini a cavallo, su bianchi destrieri, apparivano nella verde piana sotto il Tor.

"Chi sono costoro?" –Domandò Phantom, osservando i Bianchi Cavalieri caricare i berseker.

"I Cavalieri di Glastonbury, nobili uomini che fecero un patto con la morte, donando la vita affinché potessero tornare a cavalcare quando la loro terra fosse minacciata!" –Spiegò Ascanio. –"La leggenda narra che siano i Cavalieri di Re Artù, e che egli, sepolto proprio in questa terra dopo la sua ultima battaglia, cavalchi in testa al suo mitico esercito!"

"E tu ci credi?" –Chiese Phantom, ma Ascanio scosse il viso, tagliando corto, e mettendo in posizione i propri Cavalieri Celesti.

"Può anche essere…" –Sorrise infine. –"Glastonbury è una magica terra, dove miti diversi, di religioni e culture differenti, si uniscono insieme sotto lo stesso cielo, sotto l’ombra del Tor!"

In quel momento i Bianchi Cavalieri sui loro scintillanti destrieri sfondarono le fila dei berseker di Ares, obbligando i malvagi guerrieri a sfoderare le loro armi, iniziando violenti corpo a corpo.

Due uomini, disinteressandosi dei loro soldati, si lanciarono da soli lungo i pendii del Tor, diretti verso la cima: erano i Capitani che avevano guidato l’assalto dei berseker, due mitologici figli di Ares.