CAPITOLO UNDICESIMO: EROI DI MILLE BATTAGLIE.

L’assalto degli Sparti prese gli Heroes alla sprovvista, sfondando la prima linea dell’Alleanza. Alcione venne spinta a terra e una lancia la trapassò a un fianco, inchiodandola sul suolo macchiato di sangue. Marcantonio corse subito in suo aiuto, sollevando lo Specchio delle Stelle, che venne tempestato da migliaia di affondi, simili a una pioggia di intensa e rovinosa grandine, finché non si schiantò, gettando indietro il virtuoso comandante.

"Maledetto Cadmo e il suo drago!" –Esclamò, affannando nel rialzarsi, mentre tutto attorno la pioggia di lance continuava furiosa.

Ci riuscì Neottolemo a disperderla per qualche istante, liberando un turbine d’acqua e vento, permettendo a Marcantonio e ad Alcione di rimettersi in piedi, stringere i denti e prepararsi a fronteggiare la seconda ondata.

"Dov’è finito Nesso?" –Chiese Alcione, guardandosi attorno.

"Anche di Iro nessuna traccia!" –Commentò cupo Marcantonio. –"Che siano…? No, non voglio pensarlo. Di certo si staranno adoprando, in qualche altro loco di questo caotico campo di battaglia, per vincere l’oscura sfida cui siamo sottoposti!"

"E noi? Ci tireremo indietro adesso?"

Marcantonio sorrise alla discepola di Linceo, prima di voltarsi verso gli Sparti che, dopo essere stati separati dalla tempesta di Neottolemo, si erano già riorganizzati, in una perfetta formazione d’assalto. Durò un attimo, quell’ordine perfetto, il tempo in cui i Figli del Drago mossero un passo avanti, abbassando le lance in direzione degli Heroes, che un urlo rabbioso li distrasse, anticipando la comparsa di una grossa sagoma pelosa.

Nestore si era appena lanciato su di loro, incurante del loro soverchiante numero o dei tagli sul suo corpo, mulinando le robuste braccia in ogni direzione e sventrando le righe degli Sparti, afferrandoli, lanciandoli in aria, sbattendoli a terra, staccando loro le teste e usandole come proiettili per colpire gli altri guerrieri.

Approfittando del loro sbandamento, Marcantonio e Nestore seguirono il compagno, liberando i colpi segreti e recuperando le posizioni perdute dall’improvviso assalto. Anche Alcione avrebbe voluto unirsi alla carica ma, mosso qualche passo, si accasciò, una mano sulla ferita aperta al fianco, la vista che pareva ovattarsi, la testa che non smetteva di dolerle.

Che fosse avvelenata, quella lancia? Si chiese, imponendosi di reagire e rialzarsi. Da soli, i suoi compagni non avevano speranze contro l’esercito di guerrieri nati dai denti del drago ucciso da Cadmo nel Mondo Antico, e contro i Warg che, per quanto Chirone ne avesse fatti fuori una decina, continuavano a imperversare in lungo e in largo sul campo di battaglia. Quanto ci sarebbe voluto prima che uno di quei mannari le azzannasse il collo? O prima che le anime disperse degli Shadow Heroes acquisissero nuove oscure fattezze e ricominciassero ad attaccarli?

"Posso aiutarti?" –Esclamò allora una voce maschile, mentre un uomo in armatura azzurra entrava nel suo campo visivo, allungando una mano verso di lei.

"Nesso?!" –Prima ancora di riuscire a ricordare a chi appartenesse quella voce, o di mettere a fuoco la snella sagoma che con un balzo fu su di lei, Alcione si sentì sollevare da lunghe dita sottili chiuse a tenaglia sul suo collo e torcere in modo da poterlo guardare in faccia.

L’espressione che sfoderò dovette essere di vera sorpresa a giudicare dalla risata del suo avversario, il bastardo, velenoso e disonesto combattente che le aveva tenuto testa nelle profondità dell’Avaiki e che sperava vi fosse crepato.

"Spiacente di deluderti, ci vuol ben altro che un po’ d’acqua per vincere il Turso eterno!" –Commentò, stringendo fino a schiantare la protezione dell’armatura di Alcione, affondando le unghie affilate nella sua pelle. –"Oh tranquilla, a differenza del mio sangue, in quella lancia non c’era veleno. Gli Sparti non ricorrerebbero a simili mezzucci, sono veri guerrieri, loro, di quelli che amano il sangue e la mischia. Andrebbero a braccetto con quel barbaro dal nerboruto petto che chiami Signore. Toh, eccolo che arriva, Eracle l’impetuoso. Eracle il Campione dei Due Mondi." –Aggiunse, torcendo il collo dell’allieva di Linceo in modo da permetterle di vedere il figlio di Zeus piombare, come una meteora infuocata, tra le linee dei Figli del Drago, portando manforte ai suoi Heroes. –"Annienterò anche lui. Più tardi. Adesso voglio divertirmi con te, che ti sei permessa di sopravvivere, mettendomi in cattiva luce di fronte all’Imperatore dei Mari. Non che abbia importanza la sua opinione, adesso che è morto e che sono salito di grado, divenendo il secondo tra i Forcidi. Ma non vorrei che si diffondano idee sbagliate, che qualcuno pensi che al Dio delle Nove Malattie si possa sopravvivere…"

"Tu… non sei… un Dio…" –Rantolò Alcione, cercando di liberarsi dalla sua algida presa.

"Ah no? E cosa sarei, dunque? Ti prego, non chiamarmi mostro, mi spezzeresti il cuore!" –Ironizzò l’Iku-Turso, espandendo il cosmo e sollevando il braccio sinistro, preparandosi per colpire.

In tutta risposta, Alcione gli sputò in faccia, costringendolo a spostare lo sguardo, disgustato. Di quell’attimo approfittò l’eroina, tirando su le gambe e piegandole, per poi colpirlo al petto, dandosi lo slancio per balzare all’indietro, solo pochi passi, ma sufficienti per sollevare un muro di schiumosi flutti.

"Sei un vile, e come tale destinato alla sconfitta. Alti flutti…" –Esclamò Alcione, ma la voce dell’Iku-Tursu la sovrastò.

"Tuonen härkä!" –Gridò, liberando la devastante carica dei Buoi della Morte, che sfrecciarono tra i cavalloni di energia, senza esserne affatto destabilizzati, travolgendo la combattente e schiantando la sua corazza in più punti, là dove le corna la raggiunsero. –"Hai dimenticato chi hai di fronte, o forse nell’acculturata Grecia non vi hanno insegnato a leggere i poemi finnici? Tu avessi sfogliato il Kalevala, ti saresti sbrigata a scappar via, trovandoti un più debole avversario, poiché vedi, gambe lunghe, sarai anche la Piovra degli Heroes, ma io sono un mostro ben più pericoloso!" –Sibilò, espandendo il proprio cosmo oscuro, simile a una nube nera su cui presto Alcione credette di vedere volti umani. Deformi, terrorizzati, ma pur sempre umani. –"E sì, chiamami mostro! Perché questo sono! Io sono l’Iku-Turso, il figlio dell’età dell’oro!" –Gridò, travolgendo l’avversaria con un’onda di potenza. –"Il mostro oceanico! Il signore dei mari del nord!" –Aggiunse, liberando un secondo assalto, che di nuovo travolse Alcione, per quanto cercasse di difendersi. –"Emerso dall’azzurro mare, sotto i flutti tumultuosi, con l’intento di annientare gli eroi. Tutti gli eroi!" –Ghignò, sollevando le braccia al cielo, mentre tutte le facce di cosmo attorno a lui sembravano gridare, schizzando in avanti, in ogni direzione. –"Muori, Alcione! Tuhatpää!"

Con un disperato sforzo, la Comandante della Legione dei Mari riuscì a sollevare i propri flutti di energia acquatica, ma anziché scagliargli contro l’impetuoso attacco avverso, ben sapendo che a niente sarebbero serviti, li usò per ricoprirsi, creando una rozza difesa attorno al proprio corpo. Sballottata e trascinata per parecchi metri, Alcione arrestò la rovinosa corsa in mezzo a un gruppo di soldati di Atena, e lì rimase, senza fiato neppure per rialzarsi.

Sfregandosi le mani soddisfatto, l’Iku-Turso si avviò verso di lei, a passo lento, quasi incurante del resto dei combattimenti. Che gli Sparti vincessero o cadessero sotto la clava di Eracle, che i Warg venissero sterminati, a lui cosa importava? In fondo, la sua battaglia l’aveva già vinta. Con la caduta di Ozena e dell’Isonade, era asceso al ruolo di secondo di Tiamat e, se le parole del Primo Forcide erano vere, quella guerra, che tutti si ostinavano a definire l’ultima, non lo era affatto. Giurandogli fedeltà, e vedendo le proprie ferite rimarginate e la sua corazza riparata, aveva ottenuto molto più di quel che Forco gli aveva promesso.

Anche Kelpie avrebbe dovuto pensarci, invece di obbedire a quella stupida richiesta di Chimera, che, dalla morte di Polemos, si atteggia a gran comandante dell’Armata delle Tenebre! Rifletté, mentre un gruppo di soldati scattava su di lui. Soldati di Atena, dedusse, osservandone le misere protezioni in rame e cuoio. Ridicoli. Aggiunse, liberando i possenti Buoi della Morte di Tuoni, Signore dell’Oltretomba, e sbaragliandoli.

Passò tra i loro corpi feriti, mentre ancora si dibattevano, soffocando, tossendo, gorgogliando parole che non ebbe interesse alcuno ad ascoltare, poiché sapeva cosa stessero dicendo. Stavano soltanto pregando Atena di salvarli, quell’insulsa Divinità dalla faccia da brava ragazza che li aveva portati a morire in un maledetto deserto. Una fine terribile, ammise. Una fine che nessun Forcide avrebbe desiderato, così lontano dal mare che tanto amavano e dava loro potenza.

Concedendosi una risata, prima di arrivare a pochi passi dal corpo esausto di Alcione, dovette constatare che la guerriera era coriacea. Di questo gliene andava dato atto, di quanto sopperisse con strategia e fede quel che le mancava in forza, quella forza che le Nove Malattie, con cui l’aveva infettata, le avevano tolto.

"Addio, gambe lunghe. Sai, in un’altra vita avresti potuto essere un Forcide. Magari il Sesto. Credo che a Kelpie riusciresti a tener testa, in fondo. Ah ah ah!" –Rise l’Iku-Turso, sollevando un braccio al cielo e caricandolo di energia cosmica. –"Se incontrerai il mio Signore, Tuoni, nell’Oltretomba, portagli i miei rispetti. Sempre che Caos non l’abbia già divorato." –Ironizzò, prima di calare il braccio.

Fu allora che Alcione scattò, rotolando sul terreno e evitando l’affondo nemico, che distrusse il suolo e sollevò ciottoli e polvere, nascondendo il sibilare di un tentacolo che afferrò il Forcide per un polpaccio, prima che la combattente lo strattonasse, facendolo cadere a terra.

"Ma cosa…?"

"Conosco il Kalevala!" –Si limitò a rispondere Alcione, espandendo il cosmo, tutto quello che era riuscita a radunare nei pochi attimi concessasi per riprendere fiato. –"E so anche quel che dice Väinämöinen all’Iku-Turso!"

Quelle parole fecero infuriare il Forcide, che tentò di rialzarsi, mentre il tentacolo stringeva sempre più, liberando guizzanti scariche di energia.

"Iku-Turso, figlio dell’età dell’oro, non emergere mai più dall’oceano! Non permettere che gli eroi vedano il tuo viso sopra il mare! Mai più emerga dal livello dell’oceano, mai più debbano i marinai vedere la testa di questo mostro marino!" –Esclamò Alcione, mentre le folgori azzurre danneggiavano la corazza del Forcide, che comunque riuscì a rimettersi in piedi, fissandola con uno sguardo di controllata rabbia.

"Parli bene, gambe lunghe. Ma non basteranno le parole a frenare la carica dei Buoi della Morte! Tuhatsarvi!" –Gridò, spalancando le braccia e lasciando che migliaia di corna di energia distruggessero il tentacolo della Piovra, liberandosi infine.

"Non con le parole ti vincerò, perché so già che sarebbero inutili. Ma con il colpo segreto appreso dal mio maestro, che lo ereditò da Eracle, nostro Signore!" –Disse Alcione, mentre attorno a sé sembrava sbocciare un oceano improvviso, costellato di stelle luminose, un’apparizione che straniò l’Iku-Turso per un momento, prima che raccogliesse il cosmo e portasse entrambe le mani avanti.

"Tuonen härkä!"

"Esplosione dei Silenti Abissi!" –Gridò l’allieva di Linceo, dando fondo a tutte le sue energie, anche alla vita stessa, traendo forza dal ricordo del maestro, dei suoi compagni, di Gerione che aveva ritrovato e di nuovo perso e infine dalla speranza che un giorno, in quegli splendidi abissi, sarebbe tornata a nuotare, purificati dall’oscurità che li aveva invasi.

La collisione tra i due attacchi generò un contraccolpo che scaraventò entrambi indietro, con le corazze distrutte e insanguinate e i corpi dilaniati da così tante ferite da risultare impossibile, a occhio umano, contarle. L’Iku-Turso tossì, sdraiato a faccia in su, sull’arido suolo, lo sguardo volto verso il cielo oscuro, e quella cappa nera fu l’ultima cosa che vide, prima di spirare. Alcione, poco distante, avrebbe voluto sorridere ma il solo stirare le labbra le causava spasimi di dolore. Con la morte del loro creatore, anche le Nove Malattie l’avrebbero lasciata?

Se lo stava ancora chiedendo, quando chiuse gli occhi.

***

Quando Eracle gli sfrecciò accanto, piombando tra le linee degli Sparti, Chirone era schiacciato sotto il peso di un Warg, cercando di tenere le sue fameliche e bavose zanne a distanza. A fatica, riuscì a calciarlo via, colpendolo con una bomba di lava mentre era ancora in volo, tra i guaiti della bestia e del guerriero del Caos che ricadde a terra… perdendo i pezzi.

Chiunque fosse, lo Shadow Hero che aveva occupato quell’involucro, stava cercando di riformarsi, assemblando le parti dell’armatura attorno a un’orrida nube nera. Per un momento, a Chirone sembrò di vedere suo fratello (o forse suo padre?) fissarlo con disprezzo, deriderlo per quel che era diventato (un soldato stanco e zoppo che si era fatto infettare da uno gnomo irlandese!), prima che la celata dell’elmo si chiudesse. Allora lo travolse con un’esplosione di energia e ne cancellò ogni traccia.

"Dunque anche tu sei sopravvissuto!" –Esclamò una voce acuta, distraendo il furioso Centauro. –"Non mi stupisce, avevi dimostrato fin dall’inizio una coriacea resistenza alle Piaghe dei Fomori!"

Voltandosi, Chirone vide una sagoma smilza discendere dal cielo, proprio sui resti di un warg abbattuto, atterrando sulla testa pelosa e fissandolo divertito. Riconobbe la corazza rossastra e le lunghe ali che si aprivano sotto le braccia del Nefario dai capelli viola.

"Alu della Tempesta…" –Mormorò.

"Ricordi il mio nome, sono onorato!"

"Ricordo anche di averti spennato come un pollo. Magari stavolta ti tiro anche il collo, gallinaccio volante!"

"O magari lo taglio io a te!" –Ironizzò l’uomo, con un sorriso bieco.

In tutta risposta, Chirone si lanciò avanti, avvolgendosi nel suo cosmo rossastro, assumendo la forma di una cometa incandescente che dilaniò e incendiò la carcassa del warg, e anche Alu, se non fosse stato lesto a sollevarsi, spalancando le ali. Deciso a inseguirlo, il fedele di Eracle fece per balzare in alto, ma il Nefario lo sorprese, sollevando entrambe le braccia e abbassandole di colpo.

"Piede del cielo!" –Strillò, liberando il proprio cosmo violaceo, che assunse la forma di un gigantesco piede d’uccello che schiacciò Chirone al suolo. Un piede che, per quanto fosse costituito di pura energia, pareva lacrimare, sudare o comunque perdere acqua.

"Che diavoleria è mai questa?"

"Ih ih ih! Non hai mai sentito parlare degli Utukku accadici, mio infuocato amico, non è così? Beh, io sono uno di loro. O meglio, lo ero prima che Caos li mangiasse tutti. Quei birichini non riuscivano a decidersi se essere contro o al suo fianco ed egli ha tolto loro ogni dubbio. Io, invece, dubbi mai ne ho avuti. So sempre da dove soffia il vento, e come potrei non saperlo, io che sono il Signore delle Tempeste?"

"Ma non farmi ridere!" –Avvampò Chirone, espandendo il cosmo che esplose sotto forma di violente fiammate, che intaccarono il piede di energia acquatica, iniziando a liquefarlo.

"Non è nei miei piani farti… ridere!" –Sibilò Alu, ancora sospeso in volo sopra di lui. Sollevò il braccio destro, avvolto in turbinare di vapore energetico, e comandò al cosmo di mutare forma. E il piede divenne un grosso bovino infuriato. –"Toro di Anu!" –La bestia, inarcando la schiena, scagliò Chirone in alto, tra le risate sguaiate di Alu, che lo osservò contorcersi a mezz’aria prima di precipitare verso la sua creatura, che lo aspettava con le corna tese. –"Muori, eroe!"

Ma Chirone fu svelto a evitare la perigliosa punta, afferrando il corno mentre scivolava lungo il rozzo corpo del toro e strattonando con tutte le sue forze, fino a sollevare quella figura di cosmo e scagliarla contro lo sbalordito Nefario, che venne investito dal suo stesso attacco. Precipitando a terra, Alu sbatté la faccia, troncandosi il naso e lamentandosi per il dolore. Si stava ancora controllando le ferite quando Chirone lo raggiunse e lo afferrò per un braccio, tirandolo in piedi di peso.

Il Nefario si dimenò, ma la stretta del Centauro era possente e il cosmo fiammeggiante già iniziava a sopraffarlo, obbligandolo a un gesto estremo.

"Toro di Anu!" –Esclamò, sollevando al qual tempo l’altro braccio e anticipando, di una frazione di secondo, il sorgere di un bovino di cosmo dal suolo che scaraventò entrambi in aria. –"Alu, era questo il nome del toro che il possente Anu scagliò contro Gilgamesh per vendicarlo dell’oltraggio subito da sua figlia, da lui rifiutata. Percepisci la sua rabbia, Centauro?"

"Percepisco soltanto che la carne di bovino è ottima. Alla griglia." –Commentò Chirone, avvolto nel suo cosmo rossastro. –"Magma ardente!" –Tuonò, unendo le mani e generando una sfera di energia che crebbe in pochi istanti, prima di esplodere e distruggere l’attacco avverso, sbattendo di nuovo Alu a terra, per il contraccolpo. –"Sembra che i tuoi poteri non funzionino con me, a dispetto di quel che mi dicesti ad Asgard."

"Lo dissi e lo ripeto. Fuoco e acqua si equivalgono, ostacolandosi a vicenda." –Ringhiò il Nefario, il volto deformato dall’ira e dalla stanchezza, mentre l’altro atterrava compostamente al suolo.

"E allora perché sei venuto a cercarmi? Perché non scegliere un avversario più alla tua… bassezza?" –Disse Chirone, avanzando a passo deciso verso di lui.

"Perché sono Alu, il demone della tempesta, e porto morte ovunque io posi lo sguardo. Cosa ti faceva credere di essere diverso?"

"Il fatto di essere più forte!" –Ancora una volta Chirone lo sollevò, afferrandolo adesso per quei mossi capelli viola, ai suoi occhi ridicoli, mentre già il suo cosmo ardente ne bruciava qualcuno. Concentrò una sfera di magma sul palmo dell’altra mano e fece per sbattergliela contro il petto.

"Ma non il più furbo!" –Sibilò Alu, muovendo lesto il braccio destro, portandolo avanti… e sfondandogli la cassa toracica.

"Co… cosa?!" –Balbettò Chirone, incredulo, senza allentare la presa. Abbassò lo sguardo e vide un grosso guanto di metallo argentato con le dita conficcate nel suo sterno. –"Il guanto di… Grendel?"

"L’ho recuperato prima di lasciare Asgard. Poteva sempre essermi utile." –Ghignò Alu, affondando sempre più il mithril nel corpo del Centauro, costretto infine a lasciargli i capelli bruciacchiati. –"E ora… addio, eroe!"

"Sì…" –Ripeté Chirone, rialzando lo sguardo. –"Addio!" –E lo afferrò con entrambe le braccia, bloccandolo da dietro, mentre il suo cosmo ardeva e ardeva, senza accennare a calare d’intensità. –"Addio compagni miei! Magma… ardente!!!" –Ed esplosero.

***

La lettera era sul tavolo di legno, sotto la tazza che Yulij gli aveva appena portato, e che lui non aveva neanche toccato, lasciandola freddare, come la zuppa di un’ora prima.

Non voleva mangiare, non voleva bere, non voleva vedere nessuno di loro, soprattutto lei che lo aveva imbrogliato, lei che lo aveva tenuto tra le braccia, offrendogli consolazione e dandogli solo l’ennesimo tradimento. Quanti altri, nella sua giovane vita, l’avevano già tradito e abbandonato? Sua madre, suo fratello, i suoi amici, persino la Dea che aveva giurato di proteggere. Perché volevano tutti lasciarlo indietro? Era grande, adesso, grande abbastanza da sapere per cosa combattere e per cosa morire.

Morire. Già, come suo fratello, spirato davanti ai suoi occhi, macellato come un…

No, doveva smettere di pensare a Mur o sarebbe impazzito.

Afferrò la lettera, mettendosela nella tasca posteriore dei calzoncini e uscì fuori dalla casetta di pietra. Quel posto neppure gli piaceva; anche quando Atena vi si recava per fare visita agli abitanti dell’isola, Kiki la accompagnava mal volentieri. Troppo caldo, troppo vapore, troppa nebbia e ogni tanto qualche scossa a ricordare a tutti i poveri abitanti che il vulcano incombente sul villaggio non era mera presenza ma attiva realtà.

L’isola di Kanon, mormorò, osservando l’imponente sagoma della montagna fumante ergersi proprio sopra di lui. Detta anche l’isola del riposo, in virtù dei corroboranti fumi in grado di guarire ogni ferita, persino i danni delle armature. Mur gliene aveva parlato, anni addietro, dichiarandosi incuriosito da quel luogo, ipotizzando che un giorno, qualora ne avessero avuto il tempo, avrebbe voluto visitarlo per studiarlo. Ma quel giorno, come altri, non l’avevano vissuto assieme e adesso si trovava proprio su quell’isola dove suo fratello voleva tanto venire e che lui invece avrebbe voluto inabissare nel tentativo di sbollire la rabbia.

"Kiki? Ti sei svegliato!" –Esclamò una voce femminile, che il bambino subito riconobbe, prima ancora di voltarsi.

Ci aveva passato molto tempo assieme ai Cinque Picchi, apprezzandone la compagnia e la buona cucina, ricordandogli forse la mamma da cui troppo presto era stato separato. Eppure, anche Fiore di Luna, in quel momento, gli risultava fastidiosa.

"Già!" –Si limitò ad annuire, mentre la ragazza lo raggiungeva, prendendolo per mano.

Si ritrasse, tentato di allontanarla, ma poi ricordò che anch’ella era una vittima delle scelte di altri. Cos’altro era stata, in fondo, quella povera fanciulla che aveva trascorso la vita in una casa di bambù su uno sperone roccioso, ad aspettare l’uomo che amava e che ogni giorno rischiava la vita in qualche strambo combattimento, se non una vittima impossibilitata a vivere realmente?

Cacciò quei pensieri. Non doveva avercela con lei. Non con Fiore di Luna. Era impossibile adirarsi con lei.

Così si lasciò condurre per mano, lungo le strade del paesino, diretti verso il molo, la lettera di Pegasus ancora nella tasca dei pantaloni. Ne aveva letto soltanto le prime righe, riconoscendone la calligrafia, e già aveva provato il tentativo di distruggerla, mangiarla o inzupparla nella minestra. Qualunque cosa pur di non leggere le loro scuse. Perché, ai suoi occhi, tali apparivano, anche se forse motivate da qualcosa di più profondo. Proteggerlo, magari, e ricordargli che gli volevano bene.

Lo sapeva. Per questo faceva male essere lasciato indietro.

Fiore di Luna gli strinse la mano quando arrivarono al piccolo porto, dove, da una nave ormeggiata poco distante, due ragazzi e un uomo stavano trafficando, scaricando casse e maneggiando apparecchiature elettroniche.

"Fate attenzione! Dean, ti prego, con grazia! Appoggiala piano, ecco così!" –Stava dicendo l’uomo più adulto.

"Quante storie! Mica esploderanno? No?"

L’altro ragazzo, più slanciato, gli diede una botta in testa, intimandolo di seguirlo sulla nave per prendere le ultime cose. Kiki strinse gli occhi, cercando di ricordarsi i loro nomi, avendoli incontrati solo in un paio di occasioni: Dean e Sal? O forse Sam? Boh, aveva importanza? Erano solo i suoi carcerieri, assieme al bulletto dal giubbotto di pelle e dall’accento scozzese che, seduto su uno scoglio, mordicchiava una mela guardando il mare. Cosa aveva da guardare, poi? Il cielo era in tempesta e pareva che, da un momento all’altro, un temporale dovesse scatenarsi sull’isola, o forse sull’intero Mediterraneo, e quell’idea gli ricordò gli scontri in atto nel deserto del Gobi.

"Vorresti essere là, non è così?" –La voce gentile di Fiore di Luna lo rubò ai suoi pensieri, portandolo a sollevare lo sguardo e a incrociare i suoi occhi luccicanti. Non riuscì a pronunciare parola, soltanto ad annuire. –"Anch’io!"

Quelle parole lo stupirono, strappando un sorriso alla ragazza, che si mise a sedere sul muricciolo del molo, osservando Sam e Dean scaricare le ultime casse sotto gli occhi attenti del Professor Rigel, passare loro davanti, carichi come muli, uno ridendo l’altro borbottando, prima di tornare al porto e ripetere il percorso decine di altre volte.

"Rifornimenti per gli abitanti dell’isola!" –Spiegò Rigel, rispondendo alla muta domanda del bambino, per poi allontanarsi dietro ai due fratelli per controllare che non mancasse nulla.

"Vorrei essere con Sirio!" –Fiore di Luna ricominciò a parlare, distraendo Kiki dalla sua rabbia. –"A volte mi è capitato di pensare che, se fossi stato un Cavaliere anch’io, come Pegasus e Andromeda, avrei potuto essere al suo fianco sempre, in ogni battaglia. Avrei potuto soccorrerlo, dargli forza, essergli d’aiuto come lui lo è stato per l’umanità. Poi però mi sono chiesta cosa sarebbe successo se fossi caduta? Una volta, dopo la scalata delle Dodici Case, Sirio mi disse che uno dei motivi per cui aveva lottato così tanto era per tornare ai Cinque Picchi, da me. Ma se io non ci fossi stata, se fossi morta in una delle altre Case dello Zodiaco, che ne sarebbe stato della sua fede? Anche l’uomo più pio può essere spezzato, amava ripetere il Vecchio Maestro. E noi siamo la differenza, Kiki, noi siamo coloro che fanno la differenza per Sirio e per i suoi amici, quelli che, vivi o morti, possono renderli marmo indistruttibile o semplici rametti. Noi e tutti coloro che Atena ha salvato, radunando su quest’isola." –Aggiunse, spostando lo sguardo verso la banchina del molo, dove due ragazze erano appena arrivate.

Una era Yulij, con indosso la cotta di cuoio degli allenamenti, l’altra era la ragazza dai capelli rossicci che Pegasus aveva cercato a lungo e che Kiki aveva protetto, l’anno addietro, dall’assalto di Thanatos. Assieme a Rigel e ai nuovi Cavalieri d’Acciaio, erano tutti gli affetti dei Cavalieri dello Zodiaco, Lamia esclusa.

Da quel che aveva sentito dire, Cliff O’Kents aveva cercato di portarla via da Luxor ma la ragazza era stata inamovibile. E lui allora? La sua volontà valeva forse meno?

Fiore di Luna si alzò in quel momento, avviandosi verso Patricia e Yulij e lasciando il bambino da solo. Raggiungere il Gobi con il teletrasporto era improponibile: era la prima cosa che aveva tentato appena rinvenuto, ma non aveva ottenuto altro che ricomparire nella strada dietro la casa. A quanto pareva la cappa di tenebra che stava inondando la Terra, intrisa del cosmo di Caos, avrebbe richiesto uno sforzo abnorme solo per rientrare in Grecia, per cui avrebbe dovuto pensare ad altro, magari rubare una barchetta, corrompere un pescatore oppure minacciare lo scozzese con la telecinesi per rimediare uno strappo fino alla costa.

O semplicemente accettare di voler essere protetto dai propri amici.

Sorridendo, gli occhi umidi di lacrime, Kiki balzò a terra, tirando fuori la lettera che Pegasus aveva vergato in fretta, prima di lasciare Atena, e che recava le firme di tutti loro, persino quella di Phoenix.

"Mio caro Kiki, dire addio non è mai facile, soprattutto dirlo a chi vogliamo bene e con cui vorremmo continuare a scherzare. Ma il tempo dei giochi è finito, per noi come per te, il tempo in cui ridevamo felici, convinti che Arles fosse il nostro maggior incubo, e il pericolo peggiore dell’umanità. All’epoca era vero, poi siamo cresciuti e i pericoli sono cresciuti con noi. Ma credimi, credi a tutti noi, io ti prometto che giustizia sarà fatta e che, sconfitto questo nemico, questa fantomatica nube di Caos, il sole tornerà a splendere e non combatteremo più. Il tuo futuro, amico mio, sarà grandioso. Ricordati soltanto di viverlo. Pegasus, Sirio, Cristal, Andromeda e Phoenix."

Quando terminò di leggerla, e sollevò gli occhi per cercare Fiore di Luna e le ragazze, la carta si era inumidita dalle lacrime che non era riuscito a trattenere.

"Lo farò, Pegasus. Lo farò, ragazzi!" –Giurò a se stesso l’apprendista di Mur.