CAPITOLO TREDICESIMO: MISSIONE IMPOSSIBILE.

Il piano di Zeus era decisamente interessante, ma riuscire a tradurlo in concrete azioni che sfondassero la Porta delle Tenebre, o che attirassero l’attenzione dei Progenitori e dei loro sgherri, era tutto un altro paio di maniche. Neottolemo lo aveva capito subito, fin da quando Eracle li aveva riuniti, che la testa di ariete che gli Heroes avrebbero dovuto rappresentare non avrebbe fatto che pochi passi, travolta, assediata, quasi inglobata da quella marea nera che non accennava a calare di intensità.

Per ogni avversario che facevano fuori, altri due, a volte tre, giungevano a prendere il suo posto e, sebbene le ombre non avessero la capacità tattica di combattimento dei guerrieri che erano stati un tempo, alla lunga li avrebbero stancati, e sopraffatti. Com’era accaduto ad Alcione e a Chirone.

No. Non doveva pensare a loro o, se proprio doveva, era per immaginarli al loro fianco, avvolti negli schiumeggianti marosi e nelle bolle di lava che avrebbero scaricato sugli avversari. Inorgoglito dalla loro presenza, il Nocchiere di Tirinto sollevò le braccia al cielo, liberando un turbinar di nuvole, vento ed energia acquatica che disperse gli Shadow Heroes attorno a lui. Marcantonio, poco distante, aveva sfondato la prima riga degli Sparti con un cuneo di energia, aprendo la strada a Eracle, che, mulinando la sua clava, sbaragliò i rimanenti, mentre il grosso orso in cui Nestore era mutato impediva ai compagni di riunirsi a loro.

Ma era solo l’effimera illusione di una vittoria, perché, Neottolemo lo sapeva bene, non appena gli Heroes rallentavano nel loro avanzare, nuove legioni di Figli del Drago, di Shadow Heroes e persino di warg parevano riversarsi su di loro. E ovunque, nel campo di battaglia, la situazione era la stessa.

Un boato lo riscosse, portandolo a sollevare lo sguardo verso la roccaforte dei Progenitori, al pari dei compagni e, inaspettatamente, degli stessi Sparti, che confabularono qualcosa prima di muovere qualche passo indietro. Un illuso avrebbe creduto si stessero ritirando, in realtà stavano solo riformando le fila, lasciando un ampio spazio tra le due formazioni.

Per cosa?

La risposta Neottolemo la ebbe quando la Porta delle Tenebre terminò di aprirsi, per far uscire una gigantesca sagoma. Nonostante la sua vista acuta, non l’avrebbe neppure notata, una bestia nera su sfondo nero, non fosse stato per gli sbuffi di fuoco che, di continuo, eruttava dalle fauci, simili a sibilanti fruste incandescenti che si allungavano e ritraevano, fendendo l’aria tetra, mentre la creatura avanzava a grandi falcate verso di loro.

Per la sua stazza, si muoveva con straordinaria velocità, divorando in pochi attimi la distanza che la separava dall’Armata delle Tenebre… e piombando in mezzo al fiume nero, che subito si spostò ai lati lasciandola passare. Gli Sparti cominciarono a battere al suolo le lunghe lance affamate di sangue e guerra, prima di puntarle verso gli Heroes e prepararsi per quel nuovo assalto. E allora Neottolemo capì chi fosse la bestia che Caos aveva vomitato, il celebre drago ucciso da Cadmo nel Mondo Antico, genitore di tutti quei guerrieri.

"Drakon…" –Mormorò.

"In posizione!" –Gridò Eracle, richiamando il Nocchiere e Marcantonio a sé. Persino Nestore parve arretrare, portandosi alle spalle del Campione di Tirinto con una calma innaturale, anch’egli intimorito dall’enorme rettile che li aveva raggiunti.

Alto e grosso, con un rozzo cranio squamato e due occhi giallastri pregni di odio, era ornato da minuscole ali sulle spalle, che di certo non gli permettevano di volare. A quello, del resto, pensava la schiera infernale che si era portato dietro, una vera e propria squadriglia di mostri che iniziò a seminare il caos tra le fila dell’Alleanza.

Viverne, grifoni, arpie e altri rettili volanti circondavano Drakon, piccole rispetto al padre, ma non per questo meno letali. Una dopo l’altra, le creature alate piombarono sui soldati, evitando la pioggia di frecce e lance e gli attacchi energetici diretti contro di loro, ghermendoli, squarciandoli o divertendosi a sollevarli in aria per poi lasciarli precipitare a terra. In quella pletora di mostri, che parevano usciti dalle rappresentazioni delle imprese giovanili di Eracle che ornavano la sala grande di Tirinto, Neottolemo ne vide alcuni di cui non aveva mai sentito parlare.

Per metà lupi e per metà corvi, planavano sul campo di battaglia in cerca di morti. Di qualunque schieramento. Famelici, si avventavano sui cadaveri, affondando gli affamati becchi tra le viscere dei caduti.

"Che orrore!" –Mormorò, mentre Marcantonio le identificava come valravn, i corvi della morte. Uno di questi, poco distante, era appena planato sulla carcassa di Chirone, beccandogli il cuore, mentre un altro, poco distante, si stava nutrendo dei resti del Nefario sconfitto. –"Andate via, carogne!" –Esclamò, avvolgendosi nel suo turbinante cosmo, che subito diresse verso di loro, abbattendole.

Ma altre ne arrivarono, da qualunque direzione in cui volgesse lo sguardo.

Drakon caricò in quel momento, anticipato dalla folle corsa degli Sparti e attorniato da migliaia di mostruosità alate. L’ululato dei warg risuonò tra le fila nemiche, mescolato allo starnazzare, al ghignare e a chissà quale altro verso di quelle bestie.

"Ali del Mito!" –Tuonò, facendo fuori una decina di viverne, mentre Marcantonio ne teneva altre a distanza con lo Specchio delle Stelle. La lancia di uno degli Sparti lo raggiunse a una gamba, frantumando la sua corazza e strappandogli un gemito di dolore, prima che Nestore gli staccasse la testa con una zampata.

"Per gli Dei, sono troppi!" –Esclamò Marcantonio, spinto indietro dall’offensiva dei Figli del Drago.

Fu allora che migliaia di strali d’argento sfrecciarono tra loro, falciando gli Sparti e le bestie ad altezza suolo. Solo fissandoli con attenzione notò che erano catene.

Quando si voltò, il Cavaliere di Andromeda era davanti a lui, stanco, sudato, con graffi e aloni sull’armatura, ma con lo sguardo consapevole della propria missione.

Un vento gelido gli solleticò la pelle, soprattutto là dove era stato ferito, prima che l’agile sagoma di un biondino avvolto in un cosmo bianco come la neve lo sorpassasse, balzando sulla groppa di una viverna e afferrandola per il collo, costringendola a cambiare la sua direzione, puntando dritta verso il grande drago.

"Polvere di Diamanti!" –Gridò il ragazzo, dirigendo un getto di energia fredda verso le fauci aperte di Drakon, che fu lesto a contrastarlo con una violenta fiammata.

Rapido, il Cavaliere del Cigno abbandonò l’improvvisata cavalcatura, spalancando le ali della corazza e servendosene per planare a terra, mentre la viverna veniva divorata dalle fiamme del genitore.

"Vi ringrazio, Cavalieri di Atena!" –Esclamò allora Neottolemo, cui i due ragazzi risposero con un sorriso. Tirato, quello del biondino, più caloroso quello dell’altro.

"Mi occupo io degli Sparti. La mia arma è l’ideale per affrontare numerosi nemici!" –Disse quest’ultimo, facendosi avanti e schivando l’ondata di lance che i Figli del Drago gli scagliarono contro.

"Quindi a me tocca il lucertolone troppo cresciuto." –Sbuffò Cristal. –"Di nuovo."

"Molto bene. Nestore vi darà una mano." –Intervenne allora Eracle. –"Neottolemo, tieni a bada quelle carogne volanti. Fatti aiutare dai Cavalieri Celesti, se necessario. Noi… attacchiamo!"

Prima ancora che terminasse di parlare, un soffio di vento gli scombinò i capelli, mentre tre sagome avvolte nei loro cosmi divini sfrecciarono sulla testa di tutti, dirette verso la Porta delle Tenebre, che ormai si era richiusa. La folgore di Zeus, il tridente di Nettuno e la lava dell’Etna si riversarono sulla fortezza del Caos, sostenute dai venti di Euro, dal caduceo di Ermes e dai cosmi di Atena e Eracle che si unirono ai loro familiari. E ovunque, su tutti gli altri fronti, gli Dei e i loro Cavalieri attaccarono. Ma a niente servì, solo a spazzar via la marea nera ammucchiatisi di fronte alle mura, permettendo all’Alleanza di guadagnare qualche minuto. Secondi, nel peggiore dei casi.

Tirando un’ultima occhiata alla Porta delle Tenebre, prima di tornare a concentrarsi sulla battaglia, a Neottolemo sembrò di vedere due occhietti rossi lampeggiare sinistri sulla sua cima, fissarli, sorridere e poi scomparire.

E allora arrivò il contraccolpo. O la ritorsione.

"Attenti!!!" –Fece appena in tempo a gridare Zeus, prima che un’onda oscura di immani dimensioni si abbattesse sulla pianura a nord della Porta delle Tenebre.

I tre Olimpi vennero travolti mentre erano ancora sospesi in aria, le loro corazze danneggiate, le loro ali spezzate, per poi precipitare tra la polvere e il sangue degli uomini che non erano in grado di proteggere. Le stesse schiere di viverne e grifoni vennero decimate, dalla noncuranza con cui il Tenebroso guardava il mondo. Euro ed Ermes incontrarono simile destino, schiantandosi a terra.

Atena, rimasta indietro durante l’assalto, circondata da Ioria e Virgo, piantò la Nike, sollevando una cupola dorata, nel disperato tentativo di coprire quanti più fedeli potesse, sostenuta dall’indebolito cosmo dei Cavalieri d’Oro. Eracle, notando il suo tentativo, si unì alla sorella, gridandole di creare un cuneo, con il vertice rivolto a sud, per sopportare meglio la violenza dell’assalto.

Quando l’onda lo travolse, il Campione di Tirinto stava ancora gridando, sordo alle sue stesse parole. Marcantonio aveva appena fatto in tempo ad afferrare Neottolemo e a portarlo dietro di lui, che udirono il devastante ruggito di Nestore, rimasto nella mischia, dilaniato da migliaia di daghe color ebano. Il muro di ghiaccio creato da Cristal, lo Specchio delle Stelle, persino il Kaan, tutto andò in frantumi e, quando la tempesta finì, rimase solo uno sconfinato silenzio.

"Iro, Nesso. Non credo che riuscirò a congratularmi con voi, ma mi auguro che la vostra missione abbia successo!" –Mormorò Neottolemo, prima di crollare al suolo e perdere i sensi.

***

Iro non vedeva niente.

Stava seguendo Nesso e l’Eridano in quel maledetto labirinto da qualche minuto (quanti? A saperlo! Tutto sembrava distorto nel Primo Santuario, persino la concezione stessa di tempo. Cos’era, in fondo, il tempo per chi l’aveva creato?), chinandosi di continuo, piegandosi, per evitare sporgenze o improvvisi abbassamenti del soffitto, addirittura strisciando sul pavimento, quasi temendo di soffocare e venire fagocitati da quell’ammasso di pietra nera che sembrava un organismo vivente, plasmato da Caos stesso.

Come potesse non avere ancora percepito la loro presenza, Iro di Orione non seppe spiegarselo, anche se, a giudicare dagli scossoni del suolo e dal continuo esplodere di cosmi alle sue spalle, pensò fosse questione di tempo, quei pochi istanti che l’attacco congiunto alle mura sarebbe durato.

Ma finché dura… Mormorò, continuando ad avanzare.

Ricordando le indicazioni del soldato egizio, Nesso li aveva condotti a un lato delle mura, approfittando della mischia scatenatasi di fronte alla Porta delle Tenebre e del Talismano di Demetra, che permetteva loro di muoversi senza essere adocchiati, mescolandosi, quasi entrando in simbiosi, con la natura stessa del luogo in cui si trovavano. Un gioco di specchi, lo aveva definito Iro, quando l’Eridano gliene aveva spiegato il funzionamento, sufficiente appena per farci entrare. E poi?

A quella domanda nessuno dei tre aveva saputo rispondere.

Era abbastanza chiaro, a Zeus come a loro, che nessuno sarebbe uscito. In ogni caso, morire per morire, tanto valeva tentare. Aveva trascorso secoli a nascondersi tra le montagne, mera rappresentazione del senso di colpa e del disgusto che spesso, dopo aver abbandonato Eracle, l’aveva invaso. Adesso aveva l’opportunità di dimostrargli che non si era sbagliato quando lo aveva nominato Comandante della Primissima Legione di Heroes. La Legione Leggendaria.

"Ci siamo…" –Mormorò Nesso, che apriva la fila.

Giovane e snello, i suoi sensi acuti erano affinati al punto da permettergli di udire il benché minimo movimento a miglia di distanza, complice il vento, suo buon amico, che il ragazzo sapeva ascoltare. Sebbene, più che di vento, il Primo Santuario fosse pregno di una fetida aria, opprimente come la sua conformazione.

Spingendo con forza, il Pesce Soldato fece cadere un mattone all’esterno, affacciandosi poi cauto in quella che sembrò loro una piccola corte, poco a sud-est rispetto alla Porta delle Tenebre. Uno dopo l’altro, i tre compagni sgusciarono fuori dal passaggio, riposizionando il mattone (che a Iro sembrò semplicemente una grossa pietra grezza!), sfrecciando attraverso il piccolo cortile che li separava dalla costruzione di fronte a loro. Definire dove si trovassero era improponibile, non avendo, nessuno, idea alcuna sulla struttura interna del Santuario delle Origini, che pareva modificarsi di continuo.

"Come troveremo Demetra?" –Bisbigliò infine Iro.

"Il Talismano ci aiuterà. In sua presenza si illuminerà." –Chiarì l’Eridano.

"Grandioso. Accenderemo un falò nella fortezza nemica."

Nesso, pochi passi avanti a loro, li intimò di fare silenzio e si schiacciò contro il muro, subito imitato dai compagni. Un attimo dopo sette creature demoniache passarono loro di fronte, marciando compatte lungo il corridoio. Alti come uomini adulti, avevano i piedi di volatili e la testa di leone, con la criniera che, lungo la schiena, diveniva una folta peluria.

"Utukku." –Disse il Cavaliere Celeste, dopo che se ne furono andati. E ringraziò l’assenza di correnti d’aria in quel luogo.

"Da questa parte." –Li chiamò Nesso. –"Sembra che il Talismano abbia individuato Demetra!"

Avanzarono per corridoi contorti, che sembravano non avere logica, passarono per sale di dimensioni diverse, quasi tutte con poche finestre, alte per lo più, fino a ritrovarsi in una stanza più grande delle altre che, giudicarono, doveva essere il cuore del Primo Santuario. Là, la luce del Talismano brillava intensa, al punto che, temettero, qualcuno l’avrebbe notata.

"Ehi, voi!" –Sentirono infatti urlare, immobilizzandosi sul posto.

Si voltarono nello stesso momento, mentre un giovane atletico, dai mossi capelli biondi, avanzava a passo spedito nella loro direzione, rivestito da una corazza verde e marrone. Il coprispalla a testa di capra e la lunga coda serpentiforme permisero loro di capire chi fosse, preparandosi al qual tempo alla battaglia. Ma il giovane non li considerò affatto, passando in mezzo ai tre e inveendo contro un gruppo di donne di varia età che si stava allenando in un angolo in ombra del salone.

"Maledette volpi nere, perché non siete ancora scese in battaglia? Non avevate seguito Nyx alla Porta della Notte? Vi siete già tirate indietro?"

"È stata la Signora a ordinarcelo. I Pitua, le Malebranche e i Lestrigoni infestano il campo di battaglia, in quanto a noi Nyx ha preferito che aspettassimo all’interno delle mura, come ultima difesa. Non che vi sia il rischio che qualcuno possa entrare, adesso che lei sta combattendo."

"Combattendo? La Notte non combatte. La Notte miete soltanto vittime." –Ridacchiò Chimera. –"Per cui fuori di qui! L’Unico ha richiesto la presenza di tutte le forze in campo!" –E si allontanò, assieme alle dodici donne.

"Ritiro quel che ho pensato su quel ninnolo. Funziona realmente!" –Esclamò infine Iro, rilassando i muscoli in tensione.

"E brilla come non l’ho mai visto brillare per prima." –Disse l’Eridano, guardandosi attorno sorpreso e sospettoso. –"Non capisco. Dove dovrebbe trovarsi Demetra? Forse in una delle stanze attigue? Non riesco neppure a percepirla tanto soverchiante è l’oscurità che impregna questo luogo."

Fu in quel momento che il suolo tremò, e i tre incursori credettero che Zeus e le forze dell’Alleanza stessero attaccando di nuovo. Ma quando il sisma aumentò d’intensità, distruggendo le rozze pietre del pavimento e aprendo faglie sotto i loro piedi, capirono che ben più perigliose forze erano in movimento.

Iro scattò subito verso l’uscita più vicina, seguito da Nikolaos, mentre Nesso puntò un arpione verso il muro, conficcandocelo e lasciandosi trascinare in alto. Ma il muro si sbriciolò assieme al pavimento, precipitando gli Heroes e il Cavaliere Celeste in sotterranei ancora più oscuri, in una nube di detriti, polvere e senso di pericolo.

Per prima cosa percepirono una risata profonda, quasi ovattata, come un suono prigioniero di una gabbia, destinato a crescere in un’eco infinita fino a distruggere la gabbia stessa in una devastazione sonora.

"Non fatevi problemi! Usate pure il cosmo per liberarvi da quei detriti!" –Esclamò una voce. –"Tanto Caos sa benissimo che siete qua dentro."

Dopo quelle parole, l’ammasso confuso di pietre andò in frantumi, permettendo ai tre compagni di rimettersi in piedi e rendersi conto della trappola in cui erano precipitati.

Letteralmente.

Per essere un sotterraneo vi era anche troppa luce, che proveniva da un’enorme fornace accesa, sul finale dello stanzone, sulle cui braci era posizionato un pentolone ribollente di putrida schiuma nera. Di fronte ad esso, quasi stesse controllando i tempi di cottura, sedeva un uomo, o tale parve loro, poiché altro non era se non una sagoma anonima rivestita da un’integrale corazza nera. Persino l’elmo, triangolare, sembrava murato al pettorale e ai coprispalla, al punto che, non l’avessero visto alzarsi e muoversi, avrebbero potuto scambiarlo per un blocco di roccia.

"Ci incontriamo di nuovo, Eridano!" –Parlò l’uomo dalla voce resa cavernosa dall’elmo. –"A quanto pare, è destino che tu muoia per mia mano! Ahr ahr ahr!"

"Questa voce… non è possibile… Anhar?!"

"Gran Maestro del Caos, per la precisione. Ma per questa volta non baderò ai titoli. Non è il caso di essere puntigliosi con i morenti."

"Dunque sei tu, l’Angelo Caduto che ha tradito i suoi fratelli, scegliendo il caos all’ordine. Avevo sentito dire che i Cavalieri di Atena ti avevano sconfitto. Lieto che non sia così!" –Commentò Iro, sbattendo il pugno destro nel palmo dell’altra mano e muovendo un passo avanti, mentre già il suo cosmo violetto lo avvolgeva.

"Orione! Aspetta!" –Lo afferrò Nikolaos, prima di tornare a rivolgersi ad Anhar. –"Sapevi che stavamo arrivando?"

"È naturale! Avete idea di chi siete venuti a sfidare? Il Generatore di Mondi! Davvero pensavate che quel ridicolo amuleto bastasse a proteggervi? Ho percepito il vostro tanfo non appena avete messo piede nella fortezza e vi ho invitato a venirmi a trovare. Perché è lei che stavate cercando, non è così?" –Esclamò l’Angelo Oscuro, accostandosi a un tavolo di pietra su cui un esile corpo giaceva rannicchiato.

"Demetra?!" –Mormorò Nikolaos, cercando di riconoscere, in quella figura minuta, raggomitolata in posizione fetale, la splendida e generosa Dea che aveva sempre aiutato la natura e coloro che la proteggevano.

"Già, già. Proprio la Contadina." –Sghignazzò Anhar.

"È viva?" –Chiese allora Nesso. –"Non riesco a percepire il suo battito."

"Non è morta, mettiamola in questi termini. Il mio Signore è stato molto generoso. Chissà, forse perché era una donna o forse per ringraziarla per aver cercato di conservare il pianeta che egli stesso creò all’alba dei tempi?"

"Che cosa le avete fatto? Anhar, sei un mostro!"

"Argina la bile, fiumiciattolo celeste. Caos si è semplicemente nutrito di lei, come di tutte le Divinità catturate ed estirpate in questi giorni, ma ha voluto lasciarle qualche goccia di cosmo, affinché Zeus la percepisse e venisse a liberarla. Per la verità, speravo che venissero gli Olimpi, i capi di questa ridicola rivolta che avete messo su, sì da finirla in fretta. Con voi, ahimè, non sarà la stessa cosa. Sarà veloce, sarà una strage, e sarà anche divertente, non per voi ovviamente." –Ghignò, mentre i tre compagni sollevavano le braccia, ponendosi in posizione d’attacco. –"Uccideteli tutti!" –Sibilò, dando loro le spalle.

In quel momento una ventina di figure comparvero ai bordi della fossa in cui erano precipitati, gettandosi dentro tra grida sguaiate e divertite. Quando atterrarono, tra le rovine della sala, qualcuna era in forma di donna, armata di lancia o spada, altre invece erano mutate in grosse vacche corazzate, con le gualdrappe nere e le corna affilate, desiderose di intingerle in un cuore umano.

"Le Empuse!" –Commentò Nesso, radunando il cosmo attorno al pugno destro.

"Ci conoscete? Quale onore!" –Ridacchiò una vacca, scattando avanti. –"Noi invece no e smaniamo dalla voglia di conoscervi da vicino. Da molto vicino." –Aggiunse, mirando al petto del ragazzo.

"Frecce del Mare!" –Gridò il fedele di Eracle, dirigendo gli strali luminosi verso i punti lasciati scoperti dalla corazza, ma la corsa dell’Empusa non accennò a diminuire e, un attimo dopo, Nesso si ritrovò le corna di fronte, costretto ad afferrarle e venendo spinto indietro, col muro alle sue spalle, su cui si appoggiò con i piedi, facendo forza per resistere.

"Non servirà. Ben più robusti avversari abbiamo massacrato, ragazzo!" –Rise la vacca, cercando di sollevare il muso e addentarlo. Ma venne afferrata per la coda e sradicata da terra da Iro, che la roteò in aria per qualche istante prima di scaraventarla addosso alle compagne in arrivo, che la infilzarono. E divorarono.

"Quale coincidenza! Lo stesso vale per me!" –Esclamò il Primo Comandante, lasciando che le Empuse si avvicinassero ancora un po’, mentre tutto attorno a sé risplendeva la costellazione di Orione.

Una dopo l’altra, le grosse vacche si schiantarono su un’invisibile protezione a sua difesa, che le loro corna, zanne e zoccoli non riuscirono a penetrare, per quanto smaniassero, scalciassero e si azzuffassero l’una sull’altra. Stirando le labbra in un ghigno soddisfatto, Iro liberò il suo colpo segreto, facendo strage di tutte loro. Si voltò verso l’Eridano e il Pesce Soldato che, fianco a fianco, stavano cercando di arginare la carica delle Empuse, poi verso Anhar, che si era appena messo in spalla la Dea delle Messi, avviandosi verso la fornace.

"La missione!" –Gridò il Luogotenente dell’Olimpo. –"Salva Demetra!"

Iro annuì, scattando dietro all’Angelo Oscuro, che si voltò, immobilizzandolo sul posto con un cenno impercettibile della mano, prima di riprendere ad avanzare, incurante della frenesia con cui il guerriero stava tentando di liberarsi.

"Pensi che basti dirmi di stare a cuccia per fermarmi? Non sono uno degli schiavetti docili di cui ti sei servito per anni! Io sono Orione. Io sono il Cacciatore Leggendario!" –Esclamò, mentre il cosmo violaceo avvampava attorno a sé, fino a schiantare la gabbia mentale di Anhar. –"E questo è il mio richiamo di caccia! Tuono del Cacciatore!" –Gridò, scatenando il colpo segreto appreso da Eracle.

Il Gran Maestro del Caos non se ne curò troppo, contrastandolo con un’ondata di cosmo nero su cui l’attacco impattò, rimanendo in equilibrio per qualche istante. Una posizione sfiancante e precaria, per Iro, quanto divertita per Anhar.

Ma quando vide che l’assalto non accennava a scemare d’intensità, l’Angelo Oscuro mugugnò qualcosa, lasciando cadere Demetra a terra e portando anche il secondo braccio avanti, evocando le ombre di cui era signore, maestro e ormai fratello. Subito una torva di tetre evanescenze fluttuarono in aria, avvoltolandosi attorno alla massa di energia e premendo per destabilizzarla, mentre altre si strusciavano sul corpo di Iro, facendo vibrare la corazza degli Eroi, annerendola, cercando di smuoverlo da quell’algida posizione, pur senza riuscire a raggiungere la sua pelle.

"Uhm…" –Anhar bofonchiò infastidito, mentre tre stelle bianche si accesero sul ventre del fedele di Eracle, generando un’esplosione di luce che dilaniò le ombre attorno, prendendo lo stesso Angelo di sorpresa, costretto a spostare lo sguardo tanto intenso era quel bagliore. Di quella frazione di secondo approfittò il Primo Comandante, liberando una seconda ondata del proprio canto di caccia, che smosse la massa di energia, in direzione di Anhar, costretto infine a prendere sul serio quel combattimento.

"Nesso! L’arpione!" –Gridò Iro, distraendo il Pesce Soldato che, sulle prime, non capì cosa intendesse. Poi vide il corpo di Demetra disteso a terra, e l’attenzione di ciascun contendente rivolta all’altro, così prese la sua decisione, mentre Nikolaos si occupava di tenere le Empuse a distanza. Prese la mira e scagliò l’arpione, che si arrotolò attorno a una gamba ossuta della Dea, prima di ritirare il cavo, e il corpo ad esso attaccato.

"Portatela fuori! Mi occuperò io di Anhar e del suo pentolone di ombre!" –Esclamò Iro, mentre Nesso si caricava Demetra su una spalla, sorpreso di sentirla leggera come un mucchio di stracci.

"Stai scherzando?"

"Ho smesso di scherzare molto tempo addietro! La missione prima di tutto! Per questo siamo qui!" –Concluse il Primo Comandante, portando il cosmo al parossismo. Sollevò le braccia al cielo, dirigendo in alto la massa di energia violacea e tutte le ombre annesse e connesse, abbattendo quel che restava del soffitto e delle mura attorno.

Nesso sfrecciò nella pioggia di detriti e rocce nere, cercando di evitarle e di evitare al qual tempo le Empuse spaventate e imbizzarrite che correvano in ogni direzione, accalorandosi, arrampicandosi e accatastandosi l’una sull’altra per non essere sommerse. Nikolaos le travolse con un gorgo di energia acquatica, prima di raggiungere il compagno e fiondarsi sotto un’arcata di pietra, accucciandosi per proteggere Demetra.

Quando il crollo terminò, l’Eridano aiutò Nesso a uscire dalle macerie e assieme si arrampicarono, con la Dea sempre in spalla, fino a ritrovarsi in una sala attigua a quella in cui avevano incrociato Chimera. Di Orione e di Anhar nessuna traccia, ma dal pavimento parevano sollevarsi sbuffi di fumo nero e rovente.

Per un interminabile secondo nessuno parlò, finché Nesso non si avviò verso l’esterno.

"Ehi! Non possiamo andarcene così… Iro… lui…" –Lo richiamò Nikolaos.

"La missione prima di tutto." –Commentò l’altro, senza voltarsi. –"Inoltre, il Cacciatore possiede un’arma che potrebbe impensierire persino Anhar. Un’arma deicida."

Sospirando, Nikolaos annuì.