CAPITOLO PRIMO: PERDERE SE STESSI.

Quando Alcione della Piovra arrivò al Grande Tempio di Atene era ormai il tramonto. E lo spettacolo che le apparve davanti agli occhi le sembrò magnifico. Il sole stava scomparendo dietro le montagne occidentali, proiettando lunghe ombre su tutto il versante della Collina della Divinità, ove Atena aveva fatto erigere millenni addietro le Dodici Case dello Zodiaco. Magnifici, rivestiti da un mantello color amaranto, gli edifici del Santuario della Dea Guerriera parvero sorriderle e invitarla a entrare senza timore, sicura che avrebbe trovato la protezione che cercava.

Alcune guardie la fermarono al Cancello Principale, scrutando attenti il suo aspetto trasandato, i resti della corazza sparsi sul suo corpo e le ferite ancora sanguinanti. Piuttosto dubbiosi sul comportamento da adottare.

"Non porto guerra, né dolore! Cerco soltanto aiuto e cure per il mio compagno!" –Esclamò Alcione, pregandoli di lasciarla passare. –"Devo incontrare il Sacerdote! Egli è l’unico che conosca le arti mediche necessarie per salvare questo ragazzo!"

"Il Grande Sacerdote non riceve viandanti sconosciuti, soprattutto a quest’ora tarda!" –Rispose una guardia, continuando ad osservare Alcione con interesse, prima di ordinare al suo compagno di correre a chiamare Edomon. –"Lui saprà cosa fare!"

Pochi attimi più tardi, un giovane dai folti capelli fulvi arrivò al Cancello Principale, seguito da un gruppo di soldati semplici, proprio mentre Alcione, stanca per i combattimenti della giornata, e per il viaggio, crollava sulle ginocchia, troppo debole per continuare a reggersi in piedi. Ma non disposta a lasciar morire Nesso.

"Portatemi dal Grande Sacerdote! Ve ne prego! Ho un ragazzo da salvare!" –Mormorò, di fronte allo sguardo attento del Capitano del Grande Tempio, che annuì più volte, prima di incitare i soldati ad agire.

"Fate come dice! Coraggio, aiutatela!" –Gridò Edomon. –"E voialtri sollevate il ragazzo! Non può portarlo da sola! Presto, alle stanze del Sacerdote!" –Esclamò, e il suo tono deciso parve spazzar via tutti i dubbi che i soldati avevano avuto fino a quel momento. –"Mi assumerò io ogni responsabilità! Ma non credo che questa donna sia un nemico! No, tutt’altro! Mi ricorda qualcuno che ho conosciuto molto tempo fa!"

I soldati eseguirono alla perfezione gli ordini di Edomon, conducendo Alcione e Nesso alla Tredicesima Casa, la residenza dell’Oracolo di Atena. Il Capitano del Grande Tempio bussò con forza al portone, prima di spalancarlo e fare cenno ai suoi guerrieri di condurre i due viandanti all’interno, depositandoli a terra con cura.

"Perdonate l’ora tarda, mio Signore! Ma questa donna aveva urgenza di conferire con voi! Brilla nei suoi occhi una luce di speranza, debole certamente, ma sincera!"

A quelle parole Alcione parve rinvenirsi dal torpore in cui era precipitata per la stanchezza. Si mosse bruscamente, cercando di recuperare stabilità nei movimenti, prima di inginocchiarsi di fronte al Grande Sacerdote, chiedendo scusa per la sua improvvisa intrusione.

"Né maleducazione né opportunismo hanno mosso i miei passi, Sommo Oracolo di Atena, ma il sincero desiderio di aiutare un amico! Un amico che voi soltanto, con le vostre conoscenze e la vostra sapienza, potete curare! Voi, nobile Shin, discendente del popolo di Mu!" –Esclamò Alcione, sollevando fiera lo sguardo verso il Sacerdote.

In quegli occhi, così carichi di un’antica energia, profonda e pura come gli sconfinati abissi dell’oceano, Shin vide la vita. E ricordò quando, pochi anni prima, aveva combattuto a fianco dei suoi compagni un’atroce guerra contro l’oscurità, con la stessa determinazione negli occhi, la stessa angoscia per le sorti degli amici, la stessa ansia di vita. Senza parlare, fece cenno a Edomon e alle guardie di ritirarsi, prima di alzarsi dal trono su cui sedeva e scendere verso la donna.

"Così tanto mi somigli, Alcione della Piovra?!" –Esclamò, togliendosi la maschera sacerdotale che indossava e rivelando il suo viso. Il viso di un ragazzo di appena vent’anni, ma segnato da tanto dolore e morte. Spettri di un passato che ancora continuavano a tormentarlo. Ferite troppo fresche per potersi già essere rimarginate.

"Mio Signore, voi dunque mi conoscete?" –Balbettò Alcione stordita, mentre Shin le sorrideva, allungando una mano e pregandola di alzarsi in piedi, poiché non aveva motivo di rimanere in ginocchio di fronte a lui.

"Soltanto i sudditi si inginocchiano ai loro re! Ed io non sono il tuo sovrano, Alcione! No, io sono un amico! Così, vorrei che tu mi considerassi!"

Detto questo, chiamò i suoi servitori, che sollevarono il corpo stanco di Nesso del Pesce Soldato e lo portarono in una sala adiacente, spogliandolo e lavando con cura il suo corpo, pulendo dal sangue e dal fango le ferite che lo avevano segnato in battaglia. Shin, con un sospiro, si accorse che il ragazzo aveva perso anche un dito, mozzato con un colpo secco, proprio come si recide lo stelo di un fiore. Proprio come i suoi compagni erano caduti in guerra due anni prima.

"Abbi fede!" –Mormorò, rivolto ad Alcione, avvicinandosi al ragazzo nudo, disteso su un lettino e circondato da ciotole ripiene di odorose erbe fumanti. –"Si salverà!"

"Fede?! Vorrei poterne avere ancora, Grande Sacerdote!" –Commentò Alcione.

"È quello che vorremmo un po’ tutti, Guerriero di Ercole!" –Rispose Shin, iniziando a toccare il volto di Nesso, con le mani che brillavano di calda e avvolgente energia cosmica. –"Purtroppo questo mondo, ogni giorno, mina sempre di più le nostre convinzioni, i nostri ideali, portandoci progressivamente a credere che non valga la pena credere in niente! Non è un gioco di parole, ma è pura verità! Svegliarsi una mattina, con il cadavere del proprio migliore amico accanto, con l’odore della morte nel cuore, e credere di non credere più! In niente! Poiché niente sembra più avere senso! I contorni sfumano, gli ideali si fanno più leggeri, il futuro sembra scomparire! E ti accorgi che hai fatto un grande torto ai tuoi compagni a permetterti di vivere! Non è vero, Alcione? Non vorresti essere con loro, nel Paradiso dei Cavalieri, uniti nello stesso destino, come in vita siete stati uniti dallo stesso ideale di pace?"

Alcione chinò il capo, ascoltando le parole di Shin, le parole di un uomo che, se anche non l’aveva mai incontrata prima, pareva leggerle nel cuore meglio di quanto lei stessa avrebbe potuto fare. Come si può andare avanti, si stava chiedendo il Comandante della Legione del Mare, quando tutto sembra essere rimasto indietro? Quando gli ideali che ti hanno spinto per anni sono scomparsi, cedendo il posto a un cinismo senza limiti? Quando i compagni che ti hanno tenuto per mano e con cui hai condiviso la strada non camminano più al tuo fianco? Che cosa resta a un uomo che ha perso tutto?

"Resta la speranza, Alcione! E la fede in un futuro! Quel futuro per cui i tuoi compagni hanno dato la vita e per cui ti è stato concesso vivere!" –Commentò Shin, accennando un sorriso alla donna.

"Mi sento… sola!" –Mormorò Alcione, lasciandosi cadere su una sedia, mentre Shin carezzava ancora il corpo di Nesso, avvolgendolo nel suo confortante cosmo. –"Priva della mia terra d’origine, priva dei miei compagni, priva dello stesso Dio che avrei dovuto difendere! Ma perdonatemi, mio Signore, se ardisco annoiarvi con le mie storie! Vi ho disturbato a questa tarda ora del giorno, piombando qua e chiedendo il vostro aiuto, importunandovi con sciocchi pensieri e dubbi che non si addicono ad un Comandante delle Legioni di Ercole!"

"Pensieri e dubbi che si addicono però all’animo di un uomo!" –Rispose Shin con fermezza. –"E non scusarti di niente! Hai fatto ciò che ritenevi giusto! Ed è per me un piacere, oltre che un onore, aiutare un servitore del Dio dell’Onestà, ricambiando i favori che la mia Dea ne ricevette in passato!" –Aggiunse, mentre Alcione ascoltava interessata. –"Atena e Ercole sono stati molto amici nel Mondo Antico e hanno condiviso ideali e visioni del mondo, ognuno a modo suo! Atena è sempre stata Dea di pace, mai propensa a scendere in guerra per conquista, ma solo per difendere la giustizia sulla Terra! E altrettanto ha fatto Ercole, proteggendo gli uomini suoi fratelli! Ho sentito, in questi ultimi giorni, nubi nere offuscare il cielo sopra Tirinto! E ho udito, oh sì, purtroppo ho udito, grida di dolore affidare al vento l’ultimo saluto! Mi dolgo di non aver potuto fare niente, di non aver potuto prestare aiuto a Ercole e a voi guerrieri, come Atena avrebbe certamente fatto al posto mio! Ma dopo la Guerra Sacra, conclusasi due anni addietro, l’esercito di Atene è praticamente scomparso, costituito oggigiorno soltanto da un centinaio di soldati semplici e da una ventina di apprendisti, ragazzetti di dodici anni scarsi, all’inizio del loro addestramento! Cosa avrei potuto mandare a Tirinto?"

"Non scusatevi, Grande Sacerdote! Apprezzo enormemente l’aiuto che mi state dando adesso, nei limiti dei vostri poteri, come ho apprezzato quello che ci è stato dato da un vostro compagno! Un amico sincero e un valido combattente!"

"Un amico?!" –Esclamò Shin, fermandosi improvvisamente e sollevando lo sguardo verso Alcione, che lo fissava annuendo. –"Vuoi dire… Dauko?!"

"Il Cavaliere d’Oro di Libra ha aiutato la mia Legione sulle bianche vette del Karakoram, guidandomi lungo irti sentieri e aiutandomi nella mia cerca!" –Rispose Alcione. –"Avrebbe voluto fare di più, nobile e generoso come voi, ma non era la sua guerra! Come non era la vostra! Perciò non colpevolizzatevi!"

"Tutte le guerre in fondo dovrebbero essere nostre, non credi Alcione? Se anziché combattere ognuno contro il suo avversario da sempre, unissimo le nostre forze per contrastare l’ombra, forse ne avremmo tutti da guadagnare!" –Commentò Shin, prima di scuotere la testa e sospirare. –"Ma lasciamo stare questi argomenti tetri! Sei mia ospite e ancora non ho provveduto a darti un’accoglienza adeguata! Eirene! Kerkira! Conducete il Comandante di Ercole nella sala da bagno affinché possa ripulire il suo corpo e lenire i propri affanni! E provvedete a donarle vesti pulite e tutto ciò di cui avrà bisogno!" –Esclamò, chiamando un paio di ancelle, che presero Alcione per mano, conducendola via con un sorriso.

Shin, rimasto da solo, fissò il volto pallido di Nesso, disteso sul letto sotto di lui, e per un momento gli parve di rivedere il volto del suo maestro Hakurei, ucciso da Ade di fronte ai suoi occhi. O il corpo splendido di Albafica dei Pesci, che lui stesso aveva ricondotto al Grande Tempio dopo la caduta dell’ultimo petalo.

"Non ho potuto impedire la morte dei miei compagni, ma farò tutto ciò che mi è possibile per permetterti di sopravvivere, ragazzo!" –Commentò, invadendo la stanza con il suo caldo cosmo dorato.

Alcione, nel frattempo, era stata condotta dalle ancelle nelle sale da bagno e lasciata sola per riposarsi. Si immerse nella grande vasca, lasciando che la tiepida acqua lavasse via il sangue e il fango delle sue ferite, e poi scoppiò a piangere. Incapace di resistere ancora. Incapace di trattenere ancora il dolore che le massacrava il cuore. Pianse per mezz’ora, o forse di più, finché una mano amica non le sfiorò la spalla, facendola voltare. E perdersi negli occhi dorati dell’amico.

"Smettila di piangere, Alcione!" –Esclamò Gerione. –"Tua madre non vorrebbe vederti versare lacrime per lei, schiava di un passato di cui non riesci a liberarti!"

"Non voglio dimenticarla, Gerione…" –Commentò la ragazza, alzandosi da terra e tirando un’ultima occhiata al mare lontano.

Dall’alto del promontorio, poco distante dalla casa del suo maestro Linceo, nella campagna fuori Argo, Alcione osservava spesso l’Egeo allargarsi sotto di loro. E nei giorni più lindi poteva persino scorgere isole lontane. Poche volte però osava volgere lo sguardo verso sud, timorosa di incrociare le fiamme di Creta. La terra da cui era fuggita, e doveva aveva lasciato il cuore.

"Ci torneremo un giorno!" –Affermò Gerione, chiudendo il pugno e sollevandolo di fronte al suo sguardo. –"Questa non è una promessa! È una verità!"

Alcione sorrise all’amico, poggiando la mano sul suo pugno e stringendolo con forza, sentendo tutta la passione, tutto l’ardore che l’Hero del Calamaro era capace di provare per le cause giuste. E cos’era più giusto della libertà? Cos’era più giusto di liberare la patria oppressa dai Turchi barbari e invasori?

"In qualunque cosa credessimo, ormai è perduta! La nostra fede è perduta!" –Sospirò infine, mettendo via i ricordi di quel giorno e lasciandosi sprofondare nelle calde acque della vasca.

"Era così poco battagliero lo spirito che ti animava, Alcione?" –Chiese d’improvviso una voce che l’Hero della Piovra non riuscì a comprendere da dove provenisse. Si guardò intorno, ma la grande sala era vuota e silenziosa, interrotta soltanto dallo scrosciare dell’acqua che fuoriusciva dai pesci scolpiti agli angoli della vasca.

Poi capì. Che chi le parlava lo stava facendo col cuore.

"Per quanto dura sia la vita, e gli ostacoli che presenta, non lo sarà mai abbastanza per intaccare una fede! Un cuore puro non teme nessuno, neppure il baratro della morte, perché saprà di non aver vissuto invano!" –Esclamò la voce calma ma decisa di Linceo della Piovra, primo Hero di Ercole e caro amico del Dio degli Uomini.

"Maestro…" –Mormorò Alcione, osservando la sagoma dell’uomo che l’aveva salvata, e che l’aveva addestrata all’arte del cosmo, apparire davanti a lei, affiancato da altre sagome ricoperte da una luce bianca.

"Non vorrai cedere proprio tu, che per anni ci hai incoraggiato a non mollare mai?!" –Aggiunse la delicata voce di Arsinoe dello Scoiattolo, ammiratrice del Comandante della Legione del Mare. –"Ricorda i nostri trascorsi a Spinalonga, le lunghe notti di veglia a preparare gli assalti contro i Turchi, per quanto la popolazione dell’isola fosse timorosa! Cosa pensavamo? Che difficilmente saremmo riusciti nell’impresa, senza dover ricorrere al cosmo! Ma abbiamo tentato comunque, animati soltanto dalla fede! Una forza in grado di sovvertire interi mondi!" –Concluse Proteus della Razza.

"Avrai il tuo momento per piangere, e per riposarti, Alcione! Ma non è adesso!" –Parlò infine Gerione del Calamaro, con voce ferma. –"Sei un soldato e hai dei compiti da svolgere! Compiti che comportano la tua partecipazione attiva a una guerra che, seppur ingiusta, ha piegato Tirinto, gli Heroes, Ercole, il mondo in cui abbiamo vissuto! E non puoi venirne meno! Per onorare i compagni defunti, il tuo maestro Linceo e le libere genti che credono ancora in te! Alzati adesso, e lava via la stanchezza dal tuo cuore! Sarà solo un peso in battaglia, che non ti aiuterà! Pensa invece che coloro che se ne sono andati non li hai perduti, perché adesso vivono in te! Nei tuoi ricordi! E così sarà per sempre!"

"Gerione…" –Mormorò Alcione, con il volto rigato dalle lacrime, mentre le sagome evanescenti dei suoi compagni della Legione del Mare svanivano.

"I ricordi non passano mai!" –Affermò Gerione, sparendo.

Alcione annuì, aprendo il pugno e richiudendolo, carica adesso di una nuova fede. Quella dei compagni caduti, che ancora credevano in lei. Sospirò, pensando a Pasifae, Nestore e agli altri sopravvissuti, chiedendosi se avevano fatto ritorno a Tirinto.

Gli Heroes superstiti nel frattempo si erano radunati in una baia sull’Isola di Samo, dopo aver portato a termine un compito difficile. Non per la fatica, sebbene le forze fossero minime, ma per il dolore che straziava i loro animi. Sotto ordine di Marcantonio e Nestore, avevano girato l’intera isola, per recuperare i corpi dei caduti e portarli a Tirinto, al fine di offrire loro una degna cerimonia funebre. Di molti, purtroppo, avevano trovato ben poco. Come di Eumene della Mosca, il cui corpo era stato distrutto dai Fulmini di Ghiaccio di Borea, Vento del Nord. O di Dione del Toro e di Tiresia dell’Altare, di cui non erano rimaste neanche le ceneri.

Di altri avevano trovato i resti straziati.

"Dov’è amore, è dolore!" –Aveva commentato Marcantonio, citando Plauto, alla vista dei cadaveri di Adone dell’Uccello del Paradiso e di Deianira del Lofoforo, scomparsi tenendosi per mano. –"Possano le vostre anime ritrovarsi e restare assieme, al di là del Lete! Un giorno, forse non lontano, compagni miei, tutti ci ritroveremo!"

Pasifae del Cancro, aiutata da Druso di Anteus, aveva recuperato quel che restava dei corpi arsi di Gerione, Arsinoe, Proteus e degli altri Heroes della Legione del Mare, prima che di aiutare il Fabbro di Tirinto a fare altrettanto con quelli della Legione Furiosa. E Druso non era riuscito a trattenere le lacrime al pensiero che di uno dei più valenti combattenti, il Comandante Chirone del Centauro, la storia non avrebbe avuto neanche le ceneri.

Quand’ebbero terminato quel gramo incarico, gli Heroes si riunirono in una baia, sul versante occidentale dell’isola, dove Neottolemo del Vascello, aiutato da Antioco del Quetzal, stava lavorando incessantemente per riparare la Nave di Argo. Se anche non avesse potuto alzarsi in volo, li avrebbe comunque ricondotti in Grecia. Con il loro carico di morte e dolore.

Quando arrivarono a Tirinto, trovarono Artemidoro della Renna e Anfitrione del Camoscio in piedi in mezzo al portone principale, con le mani giunte a preghiera, in rigoroso silenzio. Avevano sentito, nelle ore precedenti, i cosmi dei loro compagni scomparire uno dopo l’altro. E si erano maledetti per non essere insieme a loro. A morire con loro. Ma Ercole aveva dato loro un compito, ed essi lo avevano eseguito nel migliore dei modi, preparando le pire di legna per i riti funebri. Per quanto adesso il numero delle vittime a cui rendere onore fosse aumentato.

Dei novanta Heroes di Ercole, erano rimasti in undici. E uno di loro giaceva incosciente tra la vita e la morte, guardato a vista dal suo Comandante, tra le mura del Grande Tempio di Atena. Gli altri erano lì, nella corte di Tirinto, ad osservare i corpi dei compagni ardere e a ricordare tutto ciò che avevano vissuto insieme. E soprattutto a chiedersi se mai un giorno qualcuno ne avrebbe pagato il prezzo.

***

Sull’Olimpo si respirava un’aria piuttosto tesa. Tutte le Divinità, i Cavalieri Celesti, le ancelle e i servitori del Dio del Fulmine potevano percepire la tensione invadere le ampie stanze della Reggia degli Dei, soprattutto la Sala del Trono, all’interno della quale Zeus si era rinchiuso da qualche ora, a colloquio privato con la sua sposa, Era, e con il figlio che ebbe da Alcmena. E nessuno, neppure Ermes, il Messaggero degli Dei, fu ammesso all’incontro.

"Sono molto deluso!" –Esclamò il Padre di tutti gli Dei, dall’alto del trono, sul cui schienale era intarsiato il simbolo del fulmine. –"Da tutti e due!"

"Chiedo perdono, fratello e sposo!" –Si affrettò subito Era a chinare il capo. –"Non era mia intenzione oltraggiarti, né tenerti nascosti i miei provvedimenti! Ma il bellicoso comportamento che tuo figlio ha avuto nei miei riguardi, offendendomi più volte, e offendendo te, a cui appartiene la mia vita, mi ha indotto ad azioni improvvise, negandomi la possibilità di parlartene!"

"Io avrei avuto un bellicoso comportamento?! E come definiresti il tuo, con il quale hai sterminato legioni intere di Heroes, mettendo in pericolo anche uomini innocenti, come gli abitanti di Argo, Micene e Samo?" –Brontolò Ercole all’istante.

"Tutto ciò che ho fatto l’ho fatto per punire l’offesa che mi hai recato, rifiutandoti di conquistare il Santuario di Atena! E rifiutando l’onore che ti sarebbe spettato!" –Precisò Era, non ottenendo altro che uno sbuffo di rabbia da parte del figlio di Zeus.

"Tutto ciò che hai fatto è stato versare l’odio che da secoli covi nel cuore verso di me, e verso mio Padre che mi ha avuto con una donna mortale, su uomini che io stesso ho forgiato e che tu hai condannato a morte!"

"Non è esatto!" –Commentò allora Zeus, alzandosi in piedi e obbligando Ercole e Era a sollevare lo sguardo verso di lui. –"Era ha sbagliato, attaccando Tirinto, soprattutto senza un mio parere, ma tuo sarebbe stato il compito di combattere! Non dei tuoi Heroes! Non puoi accusare nessun’altro della loro morte se non te stesso!" –Precisò il Dio del Fulmine, suscitando una reazione di forte sorpresa nel figlio. E un ghigno soddisfatto sul volto di Era. –"Una morte che mi addolora, perché, per quel poco che Eolo mi ha riferito, non avendo seguito personalmente le loro gesta, mossi da nobili ideali erano costoro! Al punto che in futuro sarebbero persino potuti divenire Cavalieri Celesti!"

"Nobili sì… erano dei combattenti per la giustizia! Come i Cavalieri di Atena! Erano degli eroi…" –Sospirò Ercole, prima di voltarsi verso Era e fissarla con sguardo accusatorio. –"E avrebbero meritato di vivere, molto più di certe carogne che sono sopravvissute!"

"Maledetto!!!" –Gridò Era, espandendo di scatto il suo cosmo e liberando scariche di energia, che spinsero Ercole indietro, stridendo sui frammenti rimasti della Glory. Ma il Dio dell’Onestà seppe reagire, generando un’onda di energia cosmica che sbilanciò Era, annientando le sue scariche, prima che un fulmine argenteo risplendesse in mezzo a entrambi, scaraventandoli indietro di molti metri.

"Finitela! Il vostro comportamento è un’offesa alla mia persona, a questa Reggia, all’intero Olimpo!" –Tuonò Zeus, discendendo i gradini che portavano al suo trono celeste. –"Siete il disonore di un’intera famiglia! Sempre che conosciate il significato di questo termine! Troppo presi dai vostri affari, dal vostro egoismo, per ricordarvi che ne fate parte!" –Aggiunse, fissando prima Era e poi Ercole con uno sguardo da far gelare loro il sangue. –"Mi avete tradito! Entrambi! E pulirete col sangue i peccati di cui vi siete macchiati!"

"Sì, mio Signore!" –Esclamò Era, prostrandosi a terra, sentendosi improvvisamente fiacca e debole. E soprattutto sporca.

Zeus aveva saputo, da Eolo o da Ermes, o da non importa chi, che la sua sposa regale aveva avuto un figlio con un mortale. Quello stesso figlio che aveva usato per distruggere dall’interno le Legioni di Heroes. Un atteggiamento che il Padre di tutti gli Dei non aveva affatto approvato. E un motivo per obbligarla al silenzio nelle prossime notti che il Dio avrebbe trascorso con Ganimede o con le ninfe dei boschi.

"Ritirati adesso, Era! Che l’aria delle tue stanze ti faccia sentire nuovamente la donna che dovresti essere! Una Regina fedele! Una compagna di vita! E non una bieca tessitrice di inganni!" –Sentenziò Zeus, aprendo il grande portone dorato, sull’altro lato della sala, con la sola forza del pensiero.


Era non aggiunse altro, limitandosi a scambiarsi un ultimo torvo sguardo con Ercole, prima di incamminarsi verso l’uscita e lasciare padre e figlio da soli.

"Padre…" –Esclamò Ercole, non appena il portone si richiuse dietro di sé. –"Capiscimi, te ne prego! So che puoi farlo!"

"Sì! Potrei farlo!" –Rispose Zeus, sollevando la mano, quasi a fermare il tentativo di Ercole di avvicinarsi, anche solo a parole. –"Ma non lo farò! Perché non lo meriti!"

"Come?! Sei mio Padre! Hai assistito ad ogni mia impresa nel Mondo Antico, seguendomi e incitandomi, perché ci tenevi che io assurgessi al rango di Divinità! Un rango di cui mi facesti infine dono, salvandomi dalle fiamme del monte Eta!"

"E credi di esserti comportato come la Divinità che tanto hai voluto divenire, Ercole?" –Commentò Zeus, alzando un sopracciglio. –"Io non lo credo!"

"Non ho mai voluto essere un Dio, Padre! Soltanto il tuo affetto!"

"Uh uh uh!" –Scoppiò a ridere Zeus. –"Belle parole, Ercole! E, benché non nutra dubbi sull’affetto reale che provi per me, credo però che in parte siano false! Tu hai voluto essere un Dio! Smettila di negarlo! Per questo hai affrontato le Dodici Fatiche che Euristeo ti impose, e molte altre ancora cantate nel mito! Non soltanto per poter sedere alla tavola del Signore dell’Olimpo, ma anche per te! Perché, nel cuore, eri convinto di poter usare il tuo rango divino per fare del bene agli uomini! Per portare giustizia e onestà, attributi di cui ti sei gloriato fin da quando sei ridisceso tra loro! Lo hai dimenticato forse? Hai dimenticato quella notte?!"

Ercole rimase in silenzio, con il volto basso e colpevole. Sapeva a cosa Zeus faceva riferimento. Alla notte in cui lasciò l’Olimpo, agli inizi del Sedicesimo Secolo.

Prima della fondazione di Tirinto. Prima della costituzione degli Heroes. Prima ancora dell’incontro con Linceo. C’era soltanto lui, Ercole, e i suoi ideali di umanità. Quegli stessi ideali che lo avevano fatto sentire stretto tra gli agi e i fasti olimpici, spingendolo a tornare sulla Terra dove era cresciuto e diventato uomo. Sulla Terra dove aveva amato, davvero amato, una donna. Per quanto lei non vi fosse più.

"Non approvai quella notte, come non approvai in seguito! Ma quando sconfiggesti Arge, Bronte e Sterope, i tre Ciclopi Celesti, secondi soltanto a noi Olimpi, capii che non con la forza ti avrei riportato sull’Olimpo, bensì con la consapevolezza del tuo fallimento! Solo allora, prostrato di fronte a una realtà che tu stesso hai contribuito a creare, e a distruggere, avresti capito! E adesso eccoti qua, in ginocchio di fronte a me, con il volto colmo delle lacrime che non riesci a trattenere per gli ottanta guerrieri che hai condotto alla morte!"

"Io non li ho uccisi, Padre! Smettila di torturarmi con questa falsa verità! È stata Era! La tua sposa!!!" –Gridò Ercole, avvampando nel suo cosmo rabbioso. Ma Zeus continuò, inflessibile.

"Se fosse falsa perché ti farebbe soffrire tanto? Se non fosse la palese consapevolezza di aver mancato ai tuoi obblighi verso di loro! Al primo di tutti i doveri del Dio degli uomini che tanto hai voluto diventare!" –Sentenziò Zeus, fissando il figlio di sbieco. –"Combattere la tua guerra, senza lasciare che altri lo facciano al posto tuo! Come invece hai fatto, rintanandoti nel tuo studio, a massacrarti tra mille perché, mentre i guerrieri da te addestrati cadevano uno dietro l’altro, spesso vittime dei loro compagni! Tutti invocando il tuo nome in punto di morte! Certo non con la speranza che tu potessi salvarli, poiché già li avevi uccisi, ma per gridarti tutta la loro rabbia, il loro odio verso un comandante che non si è dimostrato tale, che ha abbandonato la sua truppa, lasciando che combattesse da sola una guerra che non era sua!"

"Non è vero!!!" –Ringhiò Ercole, rialzandosi di scatto e lanciandosi contro Zeus, avvolto nel suo cosmo incandescente.

Ma al Signore degli Dei bastò muovere un braccio e liberare guizzanti folgori celesti, che travolsero Ercole, distruggendo quel che restava della Glory, e lo spinsero a terra, aprendogli squarci e ferite sul petto e sugli arti, da cui sangue uscì copioso, macchiando l’immacolato marmo della Reggia.

"Saresti dovuto morire tu, al posto loro!" –Commentò Zeus, volgendogli le spalle e incamminandosi verso l’alto trono. –"Solo così avresti avuto la loro, e la mia, stima!"

Il Dio dell’Onestà rimase per qualche minuto a terra, incapace di rialzarsi, indebolito non dalle folgori ma dalle parole di Zeus. Parole che gli avevano lacerato il cuore. Parole che sapeva vere.

Quel che Zeus gli aveva detto non aveva fatto altro che confermare i sentimenti che lo avevano invaso negli ultimi giorni. E che adesso, come avvoltoi sopra un nido di rimpianti, risuonavano dentro di sé. Accuse a cui non poteva sottrarsi.

"Hai costruito Tirinto e le legioni di Heroes per cosa? Per portarli a una morte certa e inevitabile?! Cosa credevi? Che combattendo con Era e i suoi Emissari sarebbero sopravvissuti?!" –Lo criticò aspramente Zeus. –"Generoso e onesto, così ti dipingono! Ma, figlio mio, ti sei rivelato soltanto un uomo impaurito, un uomo incapace di dimenticare il passato, che si trascina nel presente continuando a sperare di vedere Deianira spalancare le porte della sua reggia! In questo modo hai condannato a morte ottanta innocenti e distrutto un sogno che a fatica avevi costruito!"

Ercole si rialzò, con un peso enorme nel cuore. Sollevò il capo verso Zeus, alto e magnifico, sul trono celeste, e attese la conclusione di quel processo. La condanna che gli sarebbe spettata.

"Perderai il tuo rango di Divinità! Non sei più degno di questo titolo! E tornerai ad essere un uomo come tanti!" –Tuonò Zeus, concentrando il cosmo sulla mano destra e rilasciandolo improvvisamente, mentre Ercole veniva avvolto dalla sua aura lucente, sollevato e poi lasciato ricadere a terra. –"C’è qualcosa di grande in te, Ercole, qualcosa di mitico, che ti ha consegnato alla leggenda il giorno stesso in cui sei nato! E non è soltanto il sangue divino che in te scorre, ma una virtù profonda che a tratti mi è parso di scorgere! Virtù che hai dimenticato!" –Quindi spalancò il portone dorato, congedandolo come aveva congedato Era poco prima.

"Cosa… cosa posso fare per riottenere il mio status di Divinità? Quali imprese devo affrontare, Padre?! Dimmelo, e le compirò!" –Esclamò Ercole, con agitazione, sentendo che un debole cosmo alitava ormai dentro di sé. Il pallido bagliore della magnificenza di un tempo.

"Imprese?! Uh uh uh! L’unica che dovresti superare è qualcosa di cui nessuno può indicarti la via! Perdonare te stesso!" –Commentò Zeus.