CAPITOLO DICIANNOVESIMO: SOLI MAI.

La morte di Nesso, violenta quanto improvvisa, sconvolse tutti gli Heroes, lasciandoli a bocca aperta, in lacrime o prostrati.

"Nooo!!!" –Gridò Alcione della Piovra, appena ripresasi dallo stordimento dei colpi subiti da Aniceto. Avvampò nel suo cosmo bluastro, avventandosi con rabbia sul figlio di Ercole, decisa a vendicare il compagno che non aveva saputo difendere. L’ultimo di una lunga lista, si disse, in lacrime, liberando i sinuosi tentacoli, che sfrecciarono nel vento.

Aniceto, balzando di lato in lato, cercava di evitarli o di respingerli colpendoli con pugni decisi, ma dovette ammettere che erano tanti, capaci di moltiplicarsi all’infinito, ed erano veloci e resistenti come catene, guizzanti come serpi, mentre lui iniziava a sentirsi stanco. Ma non mi farò certo sconfiggere da una donna e dai suoi grotteschi attributi! Ringhiò, colpendoli con foga maggiore, al punto da spaccarne alcuni, rallentando la loro avanzata.

Sfruttò l’impeto di un tentacolo per balzare in alto, aggrappandosi ad esso e liberandosene poi con l’esplosione del proprio cosmo rossastro. La lancia donatagli dal padre comparve di fronte a sé ed egli la impugnò, piombando in basso su Alcione, con la lama puntata al cuore, obbligando il Comandante della Legione dei Mari a ritirare i tentacoli per difendersi.

"Eraclèus Dòru!" –Urlò Aniceto, disintegrando buona parte dei tentacoli di Alcione, che intanto aveva già sollevato schiumosi marosi di energia acquatica dietro di sé.

"Alti flutti spumeggianti!" –Esclamò la donna, riversando un oceano in miniatura contro il figlio di Ercole, che non si aspettava affatto un attacco di quel tipo.

I cavalloni energetici lo travolsero, disperdendo la lancia, che elettrizzò l’acqua al solo contatto, ferendo la mano di Aniceto, prima di ritirarsi e lasciarlo riverso al suolo, in mezzo al fango e a chiazze di sangue. Nell’urto con cui era stato sbattuto a terra si era scheggiato alcuni denti e adesso perdeva sangue dalla bocca, sputando schifato la propria linfa vitale.

Ma Alcione non aveva intenzione di dargli neanche un attimo di risposo, come lui non ne aveva concessi a Nesso. Lo caricò di nuovo, con i tentacoli rimasti, e lo strinse a sé, con tutta la forza che aveva, decisa a stritolare quella massa di odio. Se non era disposto a capire quanto amore albergasse nel cuore di suo Padre, se non era aperto abbastanza per vedere la giustizia e l’onestà che avevano mosso il suo agire, sia pur a prezzi di sacrifici, avrebbe almeno ascoltato la sua vendetta. Il lato nascosto di Ercole, il lato terribile, ma che talvolta andava mostrato per non essere azzannati.

"Mi dispiace che tu sia il figlio di Ercole! Tuo Padre non ti merita e sono certa che avrebbe voluto una vita migliore per te, che non fosse macchiata dall’infamia e dall’assassinio! Che fosse scevra da questa rabbia che ti sta massacrando il cuore!" –Esclamò, continuando a stritolare Aniceto, la cui Veste Divina scricchiolava sinistramente. –"Ma hai ucciso un mio compagno, la cui unica colpa è stata di essere troppo uomo per chiedere l’aiuto di qualcun altro, e devi pagare! La vita umana è un bene troppo prezioso perché possa essere gettata via così, da ragazzini immaturi che non sanno vedere più in là del loro egoismo!"

"Io… sarei un immaturo?! E un egoista?!" –Tuonò Aniceto, espandendo il proprio cosmo e cercando di liberarsi. –"E come definiresti allora mio Padre?!"

"Sì, lo sei! E da questa condanna non credo di esserne più esente neanch’io!" –Commentò tristemente Alcione, mentre l’accendersi della fiamma cosmica dell’Invincibile distrusse i suoi tentacoli, permettendogli di uscire dalla morsa. –"Per te, Nesso! Esplosione dei Silenti Abissi!!!"

"Eraclèus Dòru!" –Rispose il sempiterno giovane, puntando la lancia verso Alcione.

La deflagrazione travolse Aniceto in pieno, per quanto questi avesse cercato di difendersi sollevando un’improvvisata barriera di cosmo. I progressi compiuti dall’allieva di Linceo in quei giorni di guerra furono tali da permetterle di liberare un’immensa quantità di energia, che schiantò persino la Veste Divina di Aniceto, facendolo crollare a terra, in una pozza di frammenti di armatura e sangue.

Ma anche Alcione non uscì indenne dallo scontro, venendo raggiunta ad un fianco dalla punta dell’arma leggendaria, che le schiantò la corazza, penetrandole la pelle e piegandola a terra.

"Alcione…" –Mormorò Nestore, arrancando a fatica nella sua direzione. –"Stai bene?! Grondi sangue, per gli Dei!" –E si strappò un pezzo della malridotta tuta che indossava sotto l’armatura, usandolo per realizzare una grezza fasciatura sulla ferita dell’amica, che lo ricambiò con un sorriso.

Non era una stupida Alcione, e sapeva quel che Nestore aveva voluto dirle con quel gesto. Che non era sola, anche se così sembrava. A lei, e a molti di loro.

"Non essere in pena per lui!" –Commentò l’Hero dell’Orso, tirando uno sguardo al cadavere di Aniceto. Un giovane che aveva avuto la possibilità di vivere un’eterna giovinezza e aveva lasciato che i rancori glielo impedissero. –"La sua rabbia verso Ercole era fuoco allo stato puro, che ha continuato ad alimentare per anni, senza mai sforzarsi di capirlo! E il fuoco è così che si comporta! Dopo aver bruciato tutto ciò che trova sul suo cammino, ad un certo punto non trova altro da fare che distruggere se stesso!"

Anche Shin dell’Ariete, seduto sul suo trono ad Atene, percepì la scomparsa del cosmo di Nesso del Pesce Soldato. E l’avvento di un’ombra su quello di Alcione. Uno spettro già annidatosi nel suo cuore e che, infingardo, nient’altro attendeva che l’occasione propizia per divorarlo. Lo spettro del rimorso.

Il Grande Sacerdote di Atena sospirò, chiedendosi quando sarebbe finita quella nuova disputa tra Divinità Olimpiche.

***

In quello stesso momento Ermes, il Messaggero degli Dei, trovò il coraggio per sollevare il capo e fissare il Sommo Zeus, assiso sul trono del fulmine in cima alla scalinata di marmo.

"Mio Signore! Non credete opportuno intervenire? Le devastazioni dell’Olimpo sono ormai giunte agli orecchi di molti! Sia Afrodite, che Apollo e Artemide hanno inviato ambasciatori per avere spiegazioni! E quest’ultima ha insistentemente lamentato l’ingresso non autorizzato di fauni e donne dal capo cinto di edera presso i margini settentrionali della Foresta Sacra, da lei presieduta! Le Menadi senza dubbio! E, beh, conosciamo entrambi il caratterino di vostra figlia!"

"Quel che accade sul Monte Sacro non è di competenza di Artemide, né di Apollo, né di nessun’altro, Ermes!" –Esclamò Zeus, con voce imperiosa. –"Ma avvisa loro che ne restino fuori, e che nessun turbamento verrà ai templi che difendono! Così come al sicuro rimarranno il Tempio dei Mercanti e quello della Guerra, per quanto il secondo sia disabitato! L’area dello scontro rimarrà circoscritta al Vigneto Sacro!"

"Dunque voi… approvate questa guerra intestina tra Numi, proprio qua nella culla del potere supremo?!"

"Approvare?! Oh oh oh! No, mio fidato Ermes! Non approvo, sono soltanto curioso di vedere dove la cieca gelosia di Era e la brama di vita di Ercole possono giungere! E, in verità, che ci sia andato di mezzo quel folle di Dioniso non me ne dispiace troppo! Il suo godereccio stile di vita stava diventando imbarazzante, agli occhi di molti, se capisci quel che intendo!"

Ermes non seppe cosa rispondere, limitandosi ad inghiottire a fatica, quando d’improvviso il Dio del Fulmine si mise in piedi, obbligandolo a fare altrettanto.

"Comunque hai ragione! È tempo che lo scontro si concluda, in un modo o nell’altro! Convoca i punitori! Si occuperanno di preparare un succulento castigo per chi ha recato danno al reame beato su cui impero!"

"I… punitori?! Mio Signore, intendete richiamare i Ciclopi Celesti?!"

"Proprio loro!" –Rispose Zeus, prima di sedersi di nuovo sul trono e sprofondare in una sorte di trance.


Ermes non osò chiedere altro, per non urtare la sua delicata suscettibilità. Si limitò a inchinarsi e ad incamminarsi verso il portone, fuori dalla Sala del Trono, ripensando alle ultime parole del Signore dell’Olimpo. E a quel che avrebbe dovuto fare.

Non abitavano più sul Monte Sacro da un paio di secoli, da quando Ercole e i suoi primi seguaci li avevano sconfitti, ma il Messaggero degli Dei sapeva dove trovarli. Del resto, Sterope, Bronte e Arge non erano tipi da non lasciar traccia del loro passaggio. Sospirò, uscendo all’aperto e lasciandosi inondare dai raggi del sole, prima di spalancare le ali della sua Veste Divina e volare via, in una nuova missione.

Prima di lasciare l’Olimpo tirò uno sguardo verso il medio versante, ove alcuni cosmi divini stavano avvampando ancora.

"Sei contenta adesso?! Era questo che volevi?!" –Tuonò Ercole, con la voce spezzata dal dolore per la sorte in cui Ebe era incorsa. Era chino su di lei e le sfiorava il volto, i delicati lineamenti che rivelavano la sua eterea origine, la sua morbidezza di donna. E piangeva, riscoprendo un sentimento che non credeva neppure più di provare.

Ancora non riusciva a crederci. Avevano aspettato duecentocinquanta anni prima di rivedersi, vivendo su due mondi diversi, tra i silenzi di entrambi, e si erano ritrovati soltanto oggi. Per perderci di nuovo. Che anche quello fosse uno scherzo del destino? Che le Moire, dopo aver reciso il filo della vita della quasi totalità dei suoi Heroes, avessero deciso di farlo soffrire ancora, portandogli via l’unica donna, l’unico amore, che ancora gli era rimasto, che ancora poteva renderlo felice, e forse salvarlo da se stesso?

Era, in piedi a pochi passi dal guerriero, non riusciva a pronunciar parola. Per la prima volta, dopo giorni di grida, ordini imperiosi e sghignazzate beffarde per la sorte del regno di Ercole, non sapeva cosa dire. La morte di sua figlia l’aveva indubbiamente scioccata, non soltanto per la violenza inaspettata che l’aveva travolta, ma anche perché le voleva realmente bene.

Del resto Ebe era una persona a cui non si poteva voler bene. Sempre solare, sempre gentile con gli altri, sempre pronta a dispensar consigli e aiuti, simbolo di una primavera esteriore che nessuno avrebbe mai creduto sfiorisse. E invece, all’interno, stava morendo! Mormorò Era, stringendo i pugni. In silenzio, senza farne parola con nessuno, ha sofferto le pene riservate a tutte le donne abbandonate. Didone, Arianna e anch’io, la Regina dell’Olimpo, le ho conosciute.

Oh Ebe! Perché non ne hai parlato con me? Perché non ti sei confidata con tua madre? Sospirò la Dea, prima di rispondersi da sola. Perché eri così, la Dea della Gioventù, e volevi che così ti ricordassero tutti, timorosa sempre di disturbare con i tuoi pensieri. Perdonami, Ebe! Sì, perdonami! Non sono stata una madre attenta per te, come non lo sono stata per molte Divinità che mi hanno servito, troppo presa dai miei interessi personali per prestare orecchio ai lamenti del cuore degli altri. E nel pensar questo le venne in mente Iris, sua fidata Messaggera, che aveva lottato per lei fino allo stremo delle forze.

E adesso le ho perdute entrambe! Le uniche amiche che abbia mai avuto! Si disse, abbandonandosi alla malinconia. Sono rimasta sola! Demetra, calma e pacata, dedita alla cura della natura, certo non approverà il mio operato, e ugualmente farà Afrodite, per cui questa guerra sanguinaria, da me scatenata, è solo un immenso abominio.

Pur tuttavia… Aggiunse, portando di nuovo lo sguardo su Ercole, con la Glory in frantumi e numerose ferite aperte sul corpo. Porterò a compimento quel che ho iniziato! E cancellerò l’uomo a causa del quale troppo sangue è stato versato!

"Ercole!!!" –Gridò, lasciandosi circondare dal proprio cosmo ardente. E, non appena il Dio si voltò verso di lei, gli scagliò contro un raggio di energia, che lo travolse in pieno, scaraventandolo indietro e distruggendo quel che restava del pettorale della sua corazza. –"Sei un maledetto!!! Per colpa tua Ebe è morta! Tu l’hai uccisa! Tu, facendola languire per tutti questi anni, appesa alla speranza di un amore più sottile del filo delle Moire!"

"Che cosa credi, Regina dell’Olimpo? Che io non mi strugga per la sua scomparsa?!" –Ringhiò Ercole, rialzandosi, l’armatura ancora fumante per l’attacco subito.

"No! Non lo credo!" –Inveì Era, liberando il suo massimo attacco, una massa di energia cosmica che diresse contro Ercole. –"Per questo ti punirò! Con il Giudizio Divinooo!!!"

"Fede negli uomini!" –Esclamò il Dio dell’Onestà, contrattaccando all’istante e lasciando che le due portentose energie si scontrassero nello spiazzo ove un tempo sorgeva il cuore del Vigneto di Dioniso.

"Questa non è solo la mia condanna, Ercole! Ma anche la condanna di Ebe, dei tuoi figli e di tutti coloro che hai tradito, di tutti coloro che hai incontrato per via e, così facendo, hai condannato a morte!" –Gridò Era, il cui cosmo riluceva ormai al massimo del suo splendore. –"Ci hai mai pensato, eroe? Hai mai pensato agli altri, oltre che a te stesso? Tutte le persone che sono entrate nella tua vita sono state segnate da un destino infame! Ad una morte atroce le hai condannate! Tutte! A partire da Anfitrione, tuo padre adottivo, e da lui a seguire! I tuoi fratelli, Deianira, gli Heroes che hai addestrato, Ebe! Sei un maledetto, Ercole! La tua stessa esistenza è segno di sciagura! E io vi porrò fine! Anche per mia figlia!"

Così dicendo aumentò l’intensità del proprio assalto, raggiungendo livelli che su Samo aveva soltanto sfiorato. Forse era l’aria dell’Olimpo, di cui si sentiva la Regina Madre, forse era la rabbia o il desiderio di voler davvero vendicare Ebe, ma il Giudizio Divino sovrastò dopo pochi istanti la Fede negli Uomini, chiudendosi su Ercole ed esplodendo attorno a lui, con un bagliore accecante che portò Era a coprirsi gli occhi. Stupendosi persino lei stessa della luce che era riuscita a generare.

Quando li riaprì, ebbe però un’amara sorpresa.

Ercole era ancora vivo e si ergeva fiero di fronte a lei, avvolto dal suo cosmo d’oro, che riluceva più del sole. In mezzo a loro, sospesa a qualche metro da terra, Era poté ammirare, rabbrividendo, l’oggetto che aveva protetto il figlio di Zeus e Alcmena.

"Ma quella… è…" –E, forse intuendo quel che era accaduto, tirò un ultimo sguardo alla figlia, che parve spegnersi proprio in quel momento.

"La Glory Nera!!!" –Esclamò fiero Ercole, lasciando che le fiamme del suo cosmo lambissero la ricostruita corazza, entrandovi in sintonia e portandola a scomporsi all’istante. Uno dopo l’altro i pezzi dell’armatura aderirono al suo corpo perfetto e parevano respirare di una forza nuova, come fossero appena stati forgiati da Efesto.

"Come… com’è possibile?! Era in frantumi… solo rottami ne restavano…"

"Non hai prestato orecchio alle ultime parole di tua figlia, Regina dell’Olimpo? Eri forse troppo presa dal giusto rimorso per averla coinvolta?!" –Tuonò Ercole, impugnando saldamente la clava dalle fini decorazioni d’oro. –"Eppure, è stata molto chiara riguardo alle sue ultime volontà!" –Parole che il Dio poteva ancora sentire, mentre le dita di Ebe gli sfioravano il petto per l’ultima volta.

"A te, amore mio, lascio tutto quello che ho! Prima che l’ultima fiamma si spenga, prima che la Dea della Gioventù sia solo un ricordo, prendi il mio Ichor e vivilo!"

"Ebe… perché? Potevi salvarti, potevi restare fuori da tutto questo…" –Aveva singhiozzato Ercole, mentre il sangue della sposa fluiva sul suo corpo, scivolando leggero, come le carezze che non gli aveva mai fatto mancare durante il loro matrimonio.

"A che pro vivere una vita intera senza amore? Non sarebbe stata un’eterna giovinezza, non credi?! Ma una vecchiaia senza fine! E non è così che voglio che tu mi ricordi!" –Aveva aggiunto, riferendosi all’ultimo incontro che avevano avuto nell’atrio di casa. –"Sono lieta di morire per te, di offriti il mio Ichor per una giusta causa! Perché so che, con i tuoi gesti, farai felice qualcun altro… come hai reso felice me…"

"Sì!" –Esclamò fiero Ercole, scacciando via le lacrime e impugnando saldamente la clava. –"La tua felicità sarà la mia forza!" –E nel dir questo scattò avanti, piombando come una furia sulla Regina degli Dei. Mosse la clava a spazzare, colpendola al petto e spingendola indietro, facendole sputare sangue, prima di creparle un coprispalla con un secondo movimento.

"Maledetto!!! Non credere di combattere per lei, perché tu non ne sei degno!" –Gridò Era, cercando di contrastare l’impeto di Ercole con il proprio cosmo ardente.

Il Dio calò la clava su di lei, imprimendovi tutta l’energia che aveva in corpo, e la Regina fece altrettanto per bloccarla, portando le mani avanti, irrigidendosi entrambi in una posa artificiosa, con i muscoli tesi, i sensi all’erta, completamente assorti l’uno dall’altra, incapaci di vedere nient’altro che il proprio avversario. La propria nemesi.

Fu allora che Dioniso si rialzò, sorprendendo entrambi che lo davano per spacciato. Incoccò il tirso e diresse un raggio di energia verso una gamba di Ercole, troncando la concentrazione dell’eroe e permettendo ad Era di spingerlo indietro, con un’ondata di energia, senza comunque provocargli danno o ferita alcuna.

"Ancora vivo, Dio dell’Ebbrezza?!" –Sibilò la Regina Madre, senza nascondere un certo disappunto. Per quanto lo avesse reclutato lei stessa, e gli avesse concesso carta bianca nel condurre la guerra, interessata soltanto alla distruzione di Ercole e di Tirinto, il modo con cui aveva massacrato Ebe, di fronte ai suoi occhi, dopo che gli aveva intimato di non toccarla, glielo faceva apparire sotto una luce nuova. Più pericolosa. Che la tua utilità sia giunta al termine? E che la pazzia ti domini ormai?

"Sono come il vino, mia cara! Più passa il tempo, e più migliora! Così io, per quanto gracilino assai possa sembrare, sono ancora resistente!" –Affermò, sebbene il suo aspetto contrastasse con le sue parole. Stanco, pieno di tagli e ferite, con la Veste Divina crepata in più punti e gli abiti, un tempo scintillanti, logori e sudici.

"Non ne hai avuto abbastanza, Dioniso? Vuoi che le bestie sacre sbranino quel che resta del tuo miserabile corpo?" –Esclamò Ercole con rabbia. –"Come Prometeo meriteresti di finire i tuoi giorni! Nudo, affinché tutti si nauseino di fronte alla tua vergogna, e incatenato ad un monte, con stuoli di aquile che ti divorano il fegato! Un martirio eterno, a questo vorrei condannarti!"

"E da quando sei divenuto Giudice Infernale?!" –Ridacchiò Dioniso, senza curarsi dell’astio dell’eroe. –"Hai ucciso anche Minosse, Eaco e Radamante?!"

La voluta provocazione dell’ultima frase non sfuggì al figlio di Zeus, che si lanciò su Dioniso con la clava in pugno. Il Dio fu svelto a parare l’affondo con il tirso, caricandolo del suo cosmo ardente, ma non riuscì a spingere l’avversario indietro. Troppo potente, adesso che la Glory rinata col sangue di Ebe aveva lenito le sue ferite, donandogli una seconda giovinezza. Troppo arrabbiato. Anche se di quel che gli faceva fumare il cervello, a Dioniso ben poco caleva.

Dovette però preoccuparsi quando il tirso andò in frantumi, distrutto dalla violenta pressione esercitata dalla clava di Ercole, che lo troncò a metà, prima di calpestarlo furioso, come avrebbe voluto fare con colui che lo impugnava.

"Edere, pampini e viti, tutto il vigneto dovrebbe bruciare, con te, folle Dioniso, impalato al centro. In codesto modo l’Olimpo sarebbe mondato da uno dei suoi peggiori abitanti!" –Ringhiò Ercole, investendo nuovamente il Dio con l’onda d’urto generata dal movimento della clava, e spaccandogli un ulteriore pezzo di Veste Divina.

"L’Olimpo è stato infettato già da tempo!" –Intervenne allora Era, dirigendo una corrente energetica sul campione di Tirinto, che vi si oppose con altrettanta risolutezza. –"Da quando Zeus ebbe la malsana idea di salvarti dal rogo sull’Eta e concederti di vivere con noi! L’inizio della rovina fu!"

"Perdonami se non sono mai stato un vicino di casa modello, Regina Madre! Ma sarei stato ben lieto anch’io di non incrociarti ogni giorno!" –Avvampò Ercole, mentre folgori lucenti si attorcigliavano attorno al suo braccio destro, segno che si apprestava a liberare il suo devastante attacco ferino.

"Hai ben poco da fare il gradasso di fronte a due dei Dodici Olimpi!" –Lo zittì Era, mentre Dioniso, unendo il cosmo a quello della Regina Madre, le ricordava che in realtà egli non era in origine uno dei membri dell’alto cielo. –"Lo so bene, stupido! Non ho certo bisogno di lezioni di storia! Ma Estia, Dea del Focolare, rinunciò ben presto alla prestigiosa carica, preferendo vivere tra gli uomini, cedendoti il posto! Umpf, sciocca e ingrata, fatico a credere che sia davvero mia sorella! E per giunta maggiore! Prima a nascere dal grembo di Rea, dei sei figli avuti con Crono!"

"L’albero genealogico della tua famiglia è interessante, Era! Avessi una poltrona ove sprofondare il mio stanco deretano e una coppa di vino per risciacquarmi il palato, starei ad ascoltarti per ore! Forse!" –Ironizzò Dioniso. –"Ma adesso vorrei solo schiacciare questo acaro fastidioso!"

"Adesso devi solo morire!" –Fu la risposta di Ercole, che portò avanti il braccio destro, aprendo la mano a guisa di artigli. Gli stessi che le Fiere del Mito rivolsero contro Dioniso ed Era.

"Non possiamo esitare! Dobbiamo rispondere! Giudizio Divino!!!" –Gridò Era, subito seguita da Dioniso. –"E con Entusiasmo dobbiam farlo!!!"

I due attacchi generarono un muro energetico contro cui le zanne delle leggendarie fiere si schiantarono, in un continuo provare e riprovare. A tratti i loro denti affilati riuscivano a sfondare la barriera, scheggiando un fianco dei loro rivali o crepando le loro Vesti Divine, ma il potere congiunto dei due Dei, portato al parossismo, frenava fortemente la loro furia.

"Se anche le Fiere del Mito saranno vinte da questo torbido presente… E la Fede negli Uomini non basta più…" –Mormorò Ercole tra sé, sebbene non avrebbe mai voluto prospettare una simile eventualità. –"Mi resta un’ultima tecnica, che non vorrei utilizzare! Perché usarla significa venir meno al patto che ci unì un tempo, Padre! Che anche quel profondo legame debba essere scardinato in questa guerra?!"

Il pensiero di tale prospettiva fece avvampare Ercole oltre ogni immaginazione, spingendolo a riversare ancora più energia nel suo attacco, deciso a sbloccare la situazione di stallo che si era generata. Furiose, le sacre bestie azzannarono i cosmi nemici con brutalità maggiore, aprendo squarci nelle loro difese, danneggiando le Vesti Divine e macchiandole del sangue dei loro padroni, così in fretta da non lasciar loro tempo per ricostruirle.

Ercole aveva imparato il trucco che Era aveva messo in atto sulla cima di Samo, usando il suo stesso Ichor per richiudere i danni, anche se minimi, alla sua corazza. Ma questa continua pioggia di zanne a cui doveva opporsi ledeva anche la sua concentrazione, obbligandola ad una guardia perenne. E questa, per Ercole, fu una piccola vittoria.

In quel momento però esplose il cosmo di Aniceto di fronte a Tirinto, scomparendo poco dopo, nello stesso modo in cui erano scomparsi, e solo adesso Ercole pareva rendersene davvero conto, i cosmi di Nesso e Penelope. Abbassò leggermente il capo, reprimendo un nuovo dolore, per aver perduto un figlio senza aver avuto la possibilità di parlarci. O forse, si disse cinicamente, lo avevo già perso anni addietro?

Era e Dioniso si accorsero del mutamento dello stato d’animo di Ercole e percepirono quel che era accaduto a Tirinto. Annuendo entrambi, con sguardo crudele, aumentarono l’intensità dell’attacco, bruciando quel che rimaneva del loro cosmo e obbligando Ercole alla difensiva. Le sagome delle fiere leggendarie vennero spazzate via e il Dio dell’Onestà fu costretto a mutare il proprio attacco, come già aveva fatto affrontando Tuchulca in Ade, trasformandolo in una tempesta di energia che spirava sorretta da vento di giustizia.

"È il nostro momento!" –Gridò Dioniso. –"Questa nuova perdita darà ad Ercole il colpo finale! Lo so, lo sento il suo dolore! E me ne inebrio, goccia dopo goccia!"

"Così giunge la fine! Hai perso tutto, Ercole! Quel che hai costruito a fatica in questi secoli in cui ti sei trascinato sulla Terra, e quel che hai lasciato sull’Olimpo, facendo sì che appassisse, privo dell’acqua dell’interesse!" –Gli rinfacciò Era. –"Sei solo!!!"

"No!!!" –Esclamò d’improvviso una quarta voce, mentre un cosmo fresco e ardente appariva in aiuto di Ercole, sorprendendo tutti i presenti, che, inizialmente, neppure riuscirono a riconoscerlo. –"Mio Padre non è solo! Non lo è stato mai! I ricordi della sua lunga vita e delle imprese compiute saranno con lui sempre! Ed io combatterò al suo fianco! Io combatterò con lui!"

Improvvisamente uno scudo immenso si posizionò a difesa del Dio dell’Onestà, arrestando il flusso energetico che gli veniva rivolto contro. Era uno scudo di puro cosmo, ma che conservava le forme e i tratti dell’arma che Efesto aveva realizzato per Ercole millenni addietro. Riluceva di avorio e oro, e strisce azzurre lo dividevano in sezioni diverse, in ognuna delle quali erano rappresentate scene di lotta. Al centro si ergeva Phobos, simbolo del terrore che avrebbe dovuto suscitare in battaglia. Poi figure allegoriche che rappresentavano l'Inseguimento e il Contrattacco, lo Strepito, l'Uccisione e la Strage, lotte fra cinghiali e leoni, Ares che incitava alla guerra, Atena in armi, Apollo munito di cetra, un affresco dell’Olimpo e altre scene che, nello sfavillar continuo del cosmo del ragazzo, erano difficili da individuare.

Lo reggeva un giovane, dai folti capelli blu, rivestito da una Veste Divina di colore azzurro, coprente quanto quella del fratello.

"Alessiare son io, colui che evita la guerra!" –Si presentò il figlio di Ercole, mentre l’assalto di Dioniso ed Era scemava, assorbito dallo scudo stesso. –"Ma che non per questo si tira indietro quando essa lo travolge! O travolge coloro che mi sono cari!" –Aggiunse, accennando un sorriso a suo Padre, stupito di trovarselo di fronte, soprattutto in abiti così combattivi. Poi si voltò di nuovo verso gli Dei nemici e bastò quello sguardo per liberare l’energia accumulata nello scudo, che si aprì a ventaglio su di loro, investendoli e scaraventandoli indietro, vittime della loro stessa potenza.

"Padre… perdonami se ho tardato!" –Mormorò, abbassando infine il braccio. –"Sai quanto ripudi la guerra e quanto abbia preferito interpretare il ruolo di guardiano dell’Olimpo, in questi secoli, piuttosto che quello di suo Cavaliere!"

"Non hai niente di cui scusarti, figlio mio! Sono felice di vederti e sono onorato di lottare al tuo fianco!" –Esclamò Ercole, abbracciandolo con sincero affetto.

"Non sono venuto da solo!" –Commentò il ragazzo, mentre il padre lasciava la presa.

"Come?!" –Mormorò Ercole, prima di voltarsi, seguendo lo sguardo del figlio, e trovarsi di fronte all’unica femmina nata dal suo rapporto con Ebe.

"Non ho ancora deciso se esserti amica!" –Esordì Alessiroe, ancora diffidente. Non indossava corazza alcuna, soltanto le ricche vesti che Ebe aveva tessuto per lei nel corso dei secoli. –"Ma se mia madre ti amava, al punto da sacrificare la propria vita per te, un nemico certamente non sei!"

Ercole sorrise, udendo dalla figlia più di quanto si sarebbe aspettato. Aveva perso molto in quella guerra, questo era indubbiamente vero, ma altrettanto era certo di aver guadagnato.