Il demone nel cuore

 

"L’angelo sul volto, il demone nel cuore."

Quella frase risuonava spesso nella sua mente, come fosse stata pronunciata pochi istanti prima e non in un tempo lontano ormai tredici anni. A ripensarci ora quasi c’era da sorriderne. L’angelo, il demone. Metafora abusata per indicare il bene e il male, da sempre gli stessi nel corso dei secoli, da sempre estremamente semplici, terribilmente semplici nella loro scarna essenza. Tutto ora gli sembrava vuoto, vacuo, terribilmente retorico.

Era davvero esistito quell’angelo? O si trattava solo della maschera che aveva sempre celato la sua vera natura? Se la malvagità fosse stata davvero la sua vera natura e se l’essere ora al fianco di Atena, seppur con un ruolo difficilmente definibile mentre stava per infuriare lo scontro con Ade, fosse solo un illusione, un palco destinato a crollare quando tutti si fossero resi conto delle realtà. Un’anima dannata con la maschera della contrizione, un’anima malvagia che la vita e alcune situazioni favorevoli, o sfavorevoli a seconda dei punti di vista, avevano portato sui sentieri del male. Tradimenti. Menzogne. Omicidi. Com’era stato tutto terribilmente semplice, naturale. Come era stato semplice recitare la parte del tiranno, del dominatore, come era stato semplice ingannare tutti, persino chi avrebbe dovuto intravedere l’onta del tradimento e la sete di potere in fondo di quegli occhi chiari.

C’era voluto il risveglio di Ade e dei 108 Spettri degli Inferi per rimescolare le carte ancora una volta, in modo grottesco. L’angelo e il demone. Ci sarebbe stato da sbellicarsi dalle risate se la situazione, ora, non fosse stata così tragica, così tesa dopo che la dea era apparentemente sparita. No, era morta. Morta. Sicuramente lo era la parte umana, Isabel, che gli dei non possono mai morire davvero. Fatto sta che ora ella non era più. Oh quanto si era adoperato per vederla cadere, per quanti anni aveva tramato, per quanto tempo aveva pregustato un trionfo che non era mai potuto assaporare.

Ora il ricordo di quel giorno si era di nuovo fatto strada tra i meandri dell’anima ed era emerso alla coscienza, riportato bruscamente alla realtà dal duplice incontro con il fratello, quell’altra parte di sé, così diversa eppure così simile. Troppo simile, considerò con angoscia.

"C’è un malvagio tra di noi, e quello non sono di certo io."

No, era invece possibile che i malvagi fossero due. Due immagini speculari, due modulazioni diverse della stessa anima. Diverso l’esito, diverso il percorso, medesima l’origine, medesima l’essenza. L’essenza demoniaca che aveva faticato a restar nascosta dietro l’apparenza della rettitudine, della virtù. Oppure era, doveva essere esattamente l’opposto? La contrapposizione tra speranza e amara presa di coscienza della realtà lo annichiliva.

"E invece la punizione divina si è abbattuta su di te."

Su di noi, si è abbattuta su di noi, fratello. Questo sarebbe stato giusto dire. Ma ora suo fratello non era lì, l’occasione per un definitivo confronto, per un chiarimento schietto che potesse aiutare entrambi a leggere nell’altro la propria anima era sfumata. Sfumata, spazzata via nel momento in cui Atena era caduta, poco dopo che la daga l’aveva colpita. Il pensiero del sangue e l’immagine di Atena che si accasciava a terra lo fecero rabbrividire.

L’angelo sul volto. Il demone nel cuore. Due facce o una sola faccia? E qual era la maschera in tal caso? La maschera della misericordia, della compassione o piuttosto quella della crudeltà? Com’era caduta Atena? Come erano caduti, a causa di chi erano caduti tanti Cavalieri a lei devoti prima di lei? Era inutile cercare di sfuggire a quella dolorosa consapevolezza. E lui sapeva qual era l’origine di tutto, la causa di quella sequenza di dolori e disgrazie che avevano travolto il Santuario e non solo.

"Il tuo cuore è intriso di malvagità e nessuno, neanche Atena potrà mai purificarlo!" aveva gridato.

Già, ma a chi lo stava dicendo? Ripensò alla dea, al suo sorriso, quel sorriso velato di malinconia, come a presagire l’esito tragico di quella guerra. O non era forse il presago di un nuovo tradimento che stava per perpetrarsi, di un tragico errore di valutazione? Ah che terribile, atroce dubbio. Sentiva la testa scoppiarli. Non fosse stato seduto quel pensiero lo avrebbe costretto a farlo. Chi era, che era lui davvero? E soprattutto, qual era la vera natura della sua anima?

"E cosa hai visto?"

Era facile osservare gli altri, più difficile leggersi dentro.

"L’angelo sul volto il demone nel cuore."

Quelle parole, facili da pronunciare contro chi si odia, difficili da ricevere, terribili da accettare da parte di chi ne sia il reale destinatario. Ah, l’illusione, perché tale sembrava essere, di non avere la tenebra dentro di sé lo aveva accompagnato per anni, anche in occasione di quel confronto serrato e duro, che aveva dato origine a troppe disgrazie e troppi lutti. Ed ora che l’oscurità che lo aveva avuto con sé si era finalmente dissolta il dubbio di aver solo allontanato la sua vera natura, di aver solo temporaneamente represso la sua indole più vera, lo tormentava nel profondo. Un’illusione, tutto poteva essere solo un’illusione. E se la vera recita fosse stata il dimostrarsi puro dopo quel bagno di sangue? In quel caso, davvero aveva recitato in modo impeccabile e continuava a farlo.

Un’aura dorata lo avvolse. Si sorprese nel comprendere quel che stava accadendo e che egli che avesse fatto così presto. Restò ad osservarsi una volta di più, a rimirarsi rivestito di quelle vestigia. Che cosa poteva significare tutto questo per lui?

Passarono pochi istanti e poco più in là furono versate delle lacrime. Un compagno infine si avvicinò e parlò con tono ancor velato di tristezza.

"E’ tardi. Io devo andare, Kanon."

"Dohko, Permettete che vi accompagni?"