ANDROMEDA SHUN PRESENTA:

La terra oltre il mare

Le cose che sto per dire, forse, saranno le ultime.

Non sono nulla di speciale; credo.

Già le conoscete; suppongo.

Io, comunque, ve le ripeterò: ho troppo freddo e parlare riscalda l’anima ed il corpo.

In fondo, so che non mi ascolterete neppure: in troppi hanno gridato, fendendo il cielo buio con un bagliore accecante ed istantaneo, una cometa presto rientrata nell’ombra.

Eppure, sognavo di diventare una stella, la più luminosa fra quelle che brillano su generazioni e generazioni, una fra le tante che mi hanno dato la forza di combattere, per tanti anni, contro un ordine delle cose che ritenevo ingiusto.

Sono sempre stato una facile preda del dubbio: era giusto uccidere in nome della vita?

Non solo il più forte sopravvive: questo è bene.

Ho chiesto perdono per quello che ho fatto ma, per i miei crimini, m’hanno osannato.

Dopo aver visto morire amici e compagni, fratelli nella lotta e nel sangue, ho capito di essere un verme, confuso in una massa d’invertebrati.

Non si sfugge a nulla, tantomeno a se stessi: tutti i rimorsi tornano, in una volta sola, la sera, quando non c'è più sole, più speranza.

Non ho potuto far altro che cullarmeli in grembo, pentendomi di non consumare un’esistenza "normale".

Al Fato non si sfugge! Ho solo obbedito al mio Destino.

Gli dissi, quando non rammento, chinando il capo di fronte ad una forza così grande, un potere che non avrei mai potuto avere.

Non negherò di averlo desiderato, un tempo: ero ancora un santo d’Atena e non un’anima in pena come ora.

Gli uomini m’hanno condannato, dopo aver ringraziato il cielo e tutti gli dei che essi venerano, tutti i nomi che invocano (invano!), per essere stati salvati dall’Ade.

Avrebbero bisogno d’essere protetti da se stessi!

Ecco quel che avrei fatto, se avessi avuto i mezzi per riuscire!

Chissà, avrei potuto trovarli nell’anima, come si fa bruciando il proprio cosmo, ma non era convinto che fosse la cosa migliore.

Sarebbe stato giusto?

Dopo la fine dell’ennesima avventura, dopo un’ulteriore vittoria profumata di sconfitta, ho dimesso le armi, ho deposto l’armatura per la quale ho tanto sofferto e fatto soffrire.

Ritengo d’aver sbagliato anche in quell’occasione, ma inseguivo un sogno: la pace.

Ero giunto alla conclusione di non poterla ottenere facendo la guerra, ma oggi mi dico che la mia illusione è semplice allucinazione, pura fantasia.

Con o senza violenza, non riuscirò ad afferrarla: non esiste.

Allora, però, non ero che un ragazzo, prestavo ancora fede alla speranza, credevo che la vita fosse un diritto. Non è così: vivere me lo ha dimostrato. Ma, andiamo con ordine…

Presi a viaggiare il mondo, un po’ per scoprire me medesimo, un po’ per trovare gli altri, tentare di comprendere le loro ragioni (troppo arcane) e le mie (eccessivamente irrazionali).

Decisi di scrivere. Lì per lì, fu una grande gioia: non sono mai stato un uomo di spada e la penna m’era, dapprima, lieta compagna. Anche la letteratura, però, va incontro alle sue rivoluzioni, le genera da sé ed io, poetucolo senza esperienza, piccolo autore senza esperienza e perso fra mille ombre incomprensibili, cattive, che crollano sotto i piedi; non avrei mai potuto oppormi a Lei, signora cui sono stato asservito fino ad ora.

Qualcuno mi parlò, un giorno, di una terra oltre l’oceano, nella quale tutti gli uomini sono ricchi e felici. Non era l’Olimpo ma gli somigliava, nelle parole.

Ero un vagabondo, un eroe decaduto e dimenticato, un malinconico legato ai vecchi sistemi, di vivere e poetare, un pessimo scrittore e , certo, non un rivoluzionario.

Cosa mi sarebbe costato entrare in un paradiso materiale che, oltre il mare, mi apriva le porte? Nulla. Mi dissi, e ripresi il mio errare che, questa volta, aveva una destinazione.

Dopo un lungo peregrinare, un incalcolabile vagare fra le prove e gli esami del mondo, approdai sulle mitiche sponde che mi avevano fatto sognare.

Rimasi deluso. La sabbia era sporca di melma nerastra e l’aria si respirava appena, tanto era deturpata da umori maleodoranti.

La gente non era felice. L’avrei definita, piuttosto, indifferente, del tutto estranea finanche alla propria persona.

Le donne erano grasse ed arrancavano appena, trascinando vestiti troppo vaporosi e fanciulli gementi, eternamente protesi verso le vetrine luminescenti dei negozi. I loro mariti, però, erano addirittura peggiori: impettiti nelle loro carni flaccide, avvolte da camice madide di sudore, sul punto di soffocare nel fumo di costosi sigari cubani.

In un attimo ripensai a tutta la mia vita: gli anni dell’addestramento sull’isola di Andromeda; June e Saori, entrambe così leggere e solari, fragili e forti, diametralmente diverse da quelle madri mastodontiche e gelide. Rividi mio fratello, i nostri amici, tutti i nemici sconfitti in battaglia, persi in una notte senza fine, morti d’una fine improvvisa che recide il più bel fiore degli anni.

Io avevo ucciso, per la marmaglia che sfilava sotto i miei occhi, delle persone certo migliori di quelle! Come mi sono sentiti infimo, inutile…

Probabilmente, non meritavano la salvezza, che abbiamo servito loro su un piatto d’argento, temprato nel sangue di chi sarebbe stato ben più degno di camminare sulla Terra e respirare come tutti quelli che ci hanno preceduti e prenderanno il nostro posto nel bellissimo spettacolo della natura.

Oh, me meschino! Passai tre giorni, tre lunghi, strazianti e terribili giorni, su una panchina, senza muovermi, senza avvertire il morso della fame o il desiderio di dormire.

L’unica cosa che riuscivo a fare era buttare tanti caratteri, neri ed appena leggibili, su un rettangola bianco simile ad un foglio.

Per la prima volta in vita mia, ho sentito un impellente bisogno di sovversione, di cambiamento nell’assetto delle cose.

Io dovevo salvare quella gente! Dovevo salvarla da de stessa! Dovevo salvarla perché la amavo.

Ero riuscito, aiutato dai ragazzi, a proteggerla da minacce terrificanti: Eris, Poseidone, Lucifero, Ades… avevano tutti ceduto il passo.

Non ero mai riuscito a vincere da solo, anche perché, spesso, me ne ero rifiutato.

Ora, però, era differente, del tutto differente: io lo volevo, ma la mia battaglia era persa in partenza.

Finsi di non seguire il filo dei pensieri, terminai lo scritto e l’affissi sulla porta d’una boutique d’alta moda, in cui i manichini erano rivestiti d’indumenti elegantissimi, che non sarebbero entrati neppure alla più snella delle indigene, le quali, comunque, uscivano dalla bottega cariche di buste e scatoloni.

Su una cosa il tipo, che mi aveva parlato di quel posto, non aveva mentito: erano ricchi; ma solo di denaro.

Aspettai sulla panchina, di cui avevo preso possesso circa 48 ore prima, finché una piccola folla non si riunì a leggere quello che era consegnato al pubblico dominio: non si trattava né di versi né di prosa, ma semplicemente della verità, in tutta la sua spaventosa crudezza.

Quando ebbero terminato, si voltarono contemporaneamente verso l’unico che poteva essere l’autore di quelle righe: io.

Una voce stridula gridò: "Il giovane straniero!"

A quel punto, dalla massa omogenea, che mi ringhiava rabbiosamente contro, emersero due omaccioni, con le uniformi blu tutte unte, larghe e sbiadite. Anche se erano luride, dovevano aver subito molti lavaggi.

Nei loro occhi, non potrò dimenticarlo, non c’era traccia di odio, rabbia o sospetto, ma solo l’espressione di chi svolge sempre le mansioni più ingrate.

Mi sollevarono di peso – non comprendevo cosa stesse accadendo – e mi dissero: "Scusa, amico."

Così finii qui, dove ora sto scrivendo: una specie di carcere o di manicomio.

Sono rinchiuso perché mi accusano di essere pazzo e, siccome sono anche straniero, domani mi inietteranno del veleno in un braccio: in questo modo uccidono i criminali, da queste parti. Dicono che siano un peso per la società, dunque è più opportuno sbarazzarsene prima che producano ulteriori danni e squilibri…

Be’, in ultimis giunge una magra consolazione: io ammazzavo con più dignità e rispetto per il nemico.

Ah, quasi dimenticavo!… sono un sovversivo (io!) e dunque non posso essere considerato un antagonista: non ne sono all’altezza.

Ho un compagno di cella, che mi guarda un po’ inebetito, ma non gli manca il senno.

È finito fra tre pareti ed una grata di ferro perché suonava una musica strana, una melodia nuova, mai udita prima.

M’ha raccontato di vedere cose che gli altri non immaginano neppure… Una notte ha incontrato un "angelo di Sophia", un essere meraviglioso, bardato di tutto punto delle armi gloriose dei cavalieri antichi, piangere sommessamente contro il suolo.

Io so perché le lacrime gli rigavano il bel volto: era un fratricida.

Di fuori, c’è il carceriere che sghignazza udendo la sua narrazione ed ha proferito verbi inutili ad una ricetrasmittente la quale, per tutta risposta, si è prodigata in una serie di suoni rochi ed indecifrabili.

Lascio perdere e tento di fare il punto sulla mia situazione: avrei voluto comprendere tanti meccanismi complicati, ma confesso di non esserci riuscito.

Maxime, questo è il nome di colui che con me condivide la branda e le sciagure, mi sta guardando. Dal nostro colloquio di mezz’ora fa, non ha più spiccicato una parola ed io non ho fatto nulla per articolare una conversazione.

Non avrei mai immaginato di arrivare ad una spiegazione qualsiasi senza ragionare prima, ma era successo.

Il suo cosmo è più conturbante che mai; negli occhi brilla la luce, che penetra fino alle profondità degli oceani: Sirya, cantore di Poseidone!

Domando, con la gola secca di chi è consapevole…

Ed io non mi discosto di una virgola! Oh, come avrei voluto dirlo, gridarlo, perché lo pensavo… ma la guardia ha aperto l’inferriata della nostra prigione.

È ora…. Lo si intende dal suo tacere e dallo sguardo compiaciuto. Va bene, andiamo.

Gli eventi si sono susseguiti troppo rapidi, come in battaglia e, mantenendomi fedele alle vecchie abitudini, ho scelto di perdere.

Questa volta siamo in due, con una decisione sola.

Non sarà un distacco doloroso: degli amici, ognuno è andato per la propria strada; non ho rimpianto e appena qualche rimorso mi pesa sulla coscienza.

Avrei voluto scrivere una bella storia, ma Andromeda, l’eroe senza tempo, e Shun, il ragazzino debole, sono entrambi figli della stessa Sorte, che ha tracciato per loro sentieri divergenti. Il primo è deceduto tanto tempo fa, soffocato in uno scrigno sacro, chiusosi per sempre. Il bambino, che l’essere al mondo non ha portato a maturazione, sta per raggiungere la sua metà mancante.

È l’ordine delle cose: si parte in cerca di sé e ci si trova. È un assetto universale che, né da questi giustizieri, né da un’ombra peregrina, potrà mai essere stravolto.

Un ago gelido, ormai, è nel mio braccio ed un liquido artificiale circola nelle mie vene. Fra pochi istanti non sarò che un corpo freddo.

Ripenso a quel tale, mentitore o povero illuso (chissà!), che una sera avevo incontrato per caso, e alle sue parole.

"La terra oltre il mare è il Paradiso, la gente è ricca e felice."

Non era vero: la terra oltre il mare non è che una landa sull’oceano, non è oltre nulla; e la gente è ricca, ma condanna sé stessa e quelli che vogliono aiutarla, o semplicemente capire, ad una lunga ed insensata agonia.

È la mia guerra, che m’insegue e m’aspetta al valico che sto superando.

La terra oltre il mare non è che un ulteriore brandello di limbo.

19 giugno 2001

Andromeda Shun