LA VERITA'

La sfera di luce comparve dal nulla tra le rovine, rischiarando con il proprio bagliore l'oscurità quasi innaturale della zona.

Non brillò che per qualche istante, ma quando svanì lasciò al suo posto cinque figure, coperte di sangue, ferite ed armature in frantumi.

"E adesso… dove siamo finiti?!", domandò Cristal ad alta voce, guardandosi attorno confuso alla ricerca di punti di riferimento.

Il panorama che lo circondava era avvolto nel buio, quasi deprimente nella sua desolazione, e la tenue luce lunare bastava appena a rendere visibili le forme più vicine. Attorno a loro vi erano templi e colonne in rovina, coperti di polvere, come se nessuno li avesse toccati da decenni.

Qualcosa però rendeva il panorama ancora più lugubre di quello causato da una semplice distruzione. L'aria era immobile, pesante, priva della più leggera brezza di vento. Le rocce ed i detriti erano venati di nero, sembravano quasi marci, e neppure il più piccolo frammento portava su di se tracce di muschio, insetti o qualsiasi altra creatura, come se la vita stessa non osasse avvicinarsi a quelle rovine.

Ad un tratto, il ragazzo notò un raggio di luna riflettersi flebilmente su qualcosa di chiaro tra le macerie, e si avvicinò di un passo per controllare. Facendo attenzione, raccolse l'oggetto con le dita, avvicinandolo al viso per guardarlo meglio, anche se bastò una sola occhiata per permettergli di capire di cosa si trattasse.

"Un osso… un osso umano, marchiato dal tempo…" lo riconobbe, guardandosi attorno pensieroso e preoccupato "Che questo sia un vecchio campo di battaglia? O forse un cimitero? Il terreno, le rovine, persino l'aria… tutto porta in se il tetro odore della morte… Qualsiasi cosa ci abbia condotto qui non può essere nulla di buono, dobbiamo allontanarci…!"

In quel momento, un gemito colse la sua attenzione, spingendolo a voltarsi.

Di fronte a lui, circondato dagli altri, Pegasus era carponi, il volto straziato dal dolore e rigato dalle lacrime, che gocciolavano copiosamente a terra. La stessa indicibile sofferenza era riflessa sui visi di Sirio e Phoenix, e su quello di Andromeda, grondante di sangue. A Cristal bastò fissarli per una frazione di secondo che il dolore tornò ad impadronirsi di lui, come se una porta nel suo cuore, temporaneamente socchiusa dall'improvviso cambio degli eventi, si fosse di colpo spalancata.

"Lady… Isabel…!" balbettò con voce tremante, mentre le immagini ricomparivano davanti ai suoi occhi, drammaticamente nitide.

"Perdonate il mio egoismo… non potrei sopportare di perdervi. Addio…" erano state le ultime parole di Isabel di Thule, incarnazione della Dea Atena. Il suo commiato tra le lacrime, prima di lanciarsi in un attacco disperato contro Erebo. Prima di cadere, per sua mano.

"Isabel… il suo cosmo, così caldo e luminoso… non lo sento più… è scomparso!" singhiozzò Pegasus, battendo disperatamente i pugni a terra ed affondando le dita nel terreno con tanta forza da farle sanguinare "Perchè l'hai fatto, perchè?! Andare allo sbaraglio a quel modo… saremmo venuti con te… saremmo morti con te… perchè ci hai lasciato?!!" gridò, alzando la testa al cielo.

Il dolore che provava in quel momento era più grande di qualsiasi altro, della spada di Hades o del tridente di Nettuno, della freccia di Sagitter o dell'Anello del Nibelungo. Voleva gridare, urlare la sua disperazione, ma non c'erano versi o parole adatti a trasmettere l'agonia che lo straziava. Voleva immergersi nel silenzio più profondo lontano da tutto e tutti, ma sentiva che non vi era luogo sulla terra in cui sarebbe potuto fuggire per lasciarsi alle spalle quella sofferenza.

E più di ogni altra cosa, voleva cancellare l'immagine di quel commiato, sostituirlo con un ricordo di gioia, di pace. Ma non riusciva a richiamarne dalla memoria, per quante volte tentasse era sempre la stessa scena a comparire davanti ai suoi occhi, come se quell'ultimo saluto tra le lacrime fosse stato marchiato a fuoco nella sua mente, con una fiamma talmente ardente da bruciare qualsiasi altra.

In quel momento, gli sembrò come se la sua vita non avesse mai conosciuto gioia o spensieratezza. Qualsiasi memoria felice, da quelle dell'addestramento a quelle con gli amici, da quelle delle vittorie più sofferte financo al primo abbraccio con Patricia, sembravano essere state cancellate per sempre. Persino la rabbia e l'odio disperato verso Erebo stavano scemando, lasciando solo il posto ad un infinito mare di dolore, senso di colpa e disperazione.

Attorno a lui, emozioni molto simili si agitavano nei cuori degli altri quattro Cavalieri. Per nessuno di loro lady Isabel significava esattamente quel che rappresentava per Pegasus, ma ciònonostante era come se il sole della loro esistenza fosse stato improvvisamente cancellato, abbandonandoli soli e sperduti nel freddo della notte. Lacrime che non era più possibile trattenere si affacciarono prepotenti.

Ed anche se qualsiasi istinto o prudenza avrebbe dovuto spingerli a stare in guardia, ad allontanarsi subito e cercare un riparo, in quel momento i Cavalieri dello Zodiaco piansero.

Solo molti minuti più tardi, quando ormai non vi erano più lacrime che potessero essere versate, Andromeda mosse un passo verso l'amico, ancora carponi a terra, con il volto chino. Improvvisamente però si portò la mano al viso e incespicò, barcollando e venendo preso al volo da Phoenix, che lo poggiò delicatamente al suolo.

"Andromeda!!" esclamò preoccupato il Cavaliere, osservando sgomento l'orrenda ferita all'occhio, che aveva ripreso a sanguinare persino più copiosamente "L'emorragia non accenna ad arrestarsi… se non facciamo qualcosa morirà!"

Avvicinandosi subito all'amico, Cristal gli poggiò delicatamente una mano sull'occhio, lasciando confluire il suo gelo in maniera abbastanza controllata da ridurre la fuoriuscita di sangue senza causare danni gravi ai tessuti circostanti.

"Puoi fare qualcosa?" chiese ansioso Sirio, affiancando il compagno. Il Cigno serrò preoccupato le labbra, non distogliendo lo sguardo dall'amico ferito.

"Non molto, purtroppo. Il gelo del mio cosmo rallenterà l'emorragia, ma è solo un rimedio temporaneo, buono forse per qualche ora appena. Se non troviamo al più presto delle cure mediche, i danni potrebbero estendersi, e lui morire!" rispose preoccupato, per poi sciogliere la benda che portava al volto ed avvolgerla con delicatezza sull'occhio di Andromeda.

"Cristal…" balbettò sorpreso il ragazzo.

"La ferita causatami da Abadir è ormai quasi del tutto guarita, questa benda a me non serve più. E' un pò malconcia, ma eviterà l'insorgere di infezioni…" gli sorrise l'amico.

Preoccupato, Sirio si rialzò, guardandosi per la prima volta attorno con attenzione. "Non possiamo più restare qui, ovunque si trovi questo posto siamo chiaramente allo scoperto! Se Erebo dovesse attaccarci adesso…"

"Che importa?!" lo interruppe in quel momento Pegasus, alzando per la prima volta la testa e serrando rabbiosamente il pugno "Che venga! Ci risparmierà la fatica di andarlo a stanare!"

Presi di sorpresa da quello scatto di ira, i ragazzi rimasero interdetti. "Pegasus… tutti noi vogliamo vendicare lady Isabel… ma non siamo in condizioni di combattere. I nostri cosmi sono allo stremo, le armature in pezzi, ci reggiamo a stento in piedi. Combattere adesso sarebbe una follia!" cercò di convincerlo Dragone, ma il ragazzo scosse rabbiosamente la testa, rialzandosi in piedi.

"Che importa!" ripetè di nuovo il ragazzo "Quel demone infernale deve pagare per quello che ha fatto, subito!! Ogni secondo in più che passa in vita è un insulto alla memoria di Atena! Di Isabel!!" gridò con rabbia.

"Chetati! Cattiva consigliera è la collera in battaglia, non è gettando la vita che vendicherai lady Isabel! E non vi ho certo portati qui per vedervi di nuovo morire…" esclamò in quel momento una voce, facendo sobbalzare i Cavalieri per la sorpresa.

Dall'ombra, emerse una figura con un lungo mantello grigio, il viso parzialmente nascosto da un cappuccio. Dopo essersi avvicinato di alcuni passi, si fermò a qualche metro di distanza, fissandoli quasi immobile, e la linea della bocca si contorse in una smorfia mista di gioia e malinconia.

Immediatamente, Dragone, Cristal e Phoenix alzarono la guardia, ponendosi davanti a Pegasus e Andromeda.

"E' giunto così vicino a noi… senza che riuscissimo neppure a percepire la sua presenza. Com'è possibile?" pensò Sirio perplesso, prima di fare un passo verso di lui "Hai detto di averci portato tu in questo posto, sei dunque nostro alleato? Chi sei, rivelati!"

A queste parole, la bocca dell'uomo tremò un istante, per poi distendersi in un leggero sorriso, mentre le mani si sollevavano verso il cappuccio.

"Anche se sapevo quel che mi sarei trovato di fronte… non puoi immaginare quanto bello sia sentire di nuovo la tua voce, amico mio…" mormorò, quasi in tono spezzato, prima di scoprire il volto.

I cinque Cavalieri lo guardarono, ed i loro occhi si spalancarono per la sorpresa.

L'uomo aveva lunghi capelli bianchi, spezzati in più punti dagli ultimi fili castani. Il volto era segnato da una piccola cicatrice diagonale attraverso la fronte, e soprattutto da rughe stanche e profonde, che circondavano il contorno della bocca e infossavano gli occhi, umidi di lacrime.

Ma ciònonostante, non poteva esserci alcun dubbio sulla sua identità, perchè, anche se distorto dagli anni, era un volto che i Cavalieri conoscevano alla perfezione.

"Non… non è possibile…" balbettò Andromeda con gli occhi sbarrati.

"Eppure è vero, vecchio amico…" sorrise l'uomo "Sono proprio io, Pegasus! Benvenuti al Grande Tempio di Atene dell'anno 2046!"

Queste parole colpirono i ragazzi quasi come un maglio, lasciandoli per diversi secondi immobili ed increduli, le bocche aperte ma incapaci di emettere alcun suono.

"Saremmo… nel futuro?!" sussurrò Andromeda.

"No… non può essere… tu menti! Neppure agli Dei è concesso di viaggiare nel tempo, tra tanti Numi solo Crono aveva tale facoltà… e neppure lui poteva adoperarla tanto liberamente!" disse Sirio.

"Cerchi di ingannarci, come Lemuri, Generale degli Abissi!" accusò con enfasi Cristal.

Il sorriso dell'uomo si allargò lievemente. "Che motivo avrei di farlo? Se volessi farvi del male, non avrei certo bisogno di ricorrere all'inganno… Nelle condizioni in cui siete, persino questo mio cosmo fiaccato dagli anni potrebbe sconfiggervi…" sottolineò, e nessuno se la sentì di smentire le sue parole.

"Tu… sei me?!" disse alla fine Pegasus, avvicinandosi quasi barcollando alla sua controparte, che annuì gravemente.

Indietreggiando di un passo, il ragazzo si guardò attorno, allargando le braccia "E questo… questo è il futuro? Il Grande Tempio, simbolo della pace sulla Terra, ridotto ad un cumulo di macerie?!"

"Ben più del Grande Tempio è andato perduto in questi anni…" rispose cupamente il vecchio Pegasus, prima di voltarsi e far cenno ai Cavalieri di andare con lui "Seguitemi… non è saggio restare all'aperto. Andromeda ha bisogno di cure, e c'è molto che avete bisogno di sapere, anche se temo che solo poco tempo ci sia concesso…!" disse incamminandosi.

Dopo essersi scambiati uno sguardo incerto, i Cavalieri lo seguirono in silenzio, avanzando tra le desolate macerie.

Man mano che i loro occhi si abituavano all'oscurità della notte, iniziarono a distinguere meglio alcuni dettagli del paesaggio che li circondava. Stavano costeggiando i bordi della grande arena in cui, tanto tempo prima, la corsa attraverso le Dodici Case aveva avuto inizio, allontanandosi da essa in direzione delle abitazioni dei soldati e di quella che un tempo era la zona di addestramento degli apprendisti.

Se non avessero saputo di trovarsi al Grande Tempio però, probabilmente non avrebbero riconosciuto il luogo, costellato com'era di macerie e crateri, coperto di detriti. Le Case dello Zodiaco erano invisibili, avvolte nelle tenebre, ma di fronte a loro, come un simbolo spezzato del destino del mondo, si stagliava ancora la torre della Meridiana. I dodici fuochi però avevano da tempo smesso di ardere, la costruzione era infatti in pezzi, e la parte superiore, che un tempo ospitava l'orologio a fiaccole, era stata completamente divelta.

Nel vedere quei luoghi così importanti ridotti in tale stato, un velo di malinconia avvolse i ragazzi, reso più lieve solo dal recente dolore della scomparsa di Lady Isabel.

"Chi… ha fatto tutto questo?!" mormorò alla fine Phoenix, temendo già in cuor suo la risposta.

"Chi altri, se non il sedicente Padrone del Mondo? Erebo stesso guidò la distruzione del Grande Tempio!" rispose il vecchio Cavaliere a denti stretti.

"Erebo…!!" mormorò Pegasus, stringendo i pugni con rabbia "Quanto ancora questo nome ci tormenterà?!"

"Egli è dunque… il padrone del mondo?" domandò Sirio preoccupato "Come può essere, spiegaci!"

"Presto saprete tutto, amico mio. Porta ancora pazienza per qualche minuto, siamo arrivati ormai…" rispose l'anziano, guidandoli all'interno della zona dove un tempo vivevano i soldati semplici. Numerose case in pietra, legno, fango o paglia si ergevano attorno a loro, per lo più con le mura o i tetti in rovina, e tutte con le finestre sigillate con spesse assi di legno.

Ad un tratto però, i Cavalieri si accorsero che non erano deserte. Dietro i buchi nei muri o vicino alle porte c'erano delle persone, vestite di stracci e dall'aspetto per nulla curato, che tremanti guardavano nella loro direzione, non osando uscire all'aperto.

"Superstiti… persone normali che hanno visto la loro vita, le loro famiglie, il loro stesso mondo venire distrutti! Spezzati, si aggrappano al desiderio di vivere, ma ormai la loro esistenza è spesa nel terrore…" mormorò Pegasus, rispondendo agli sguardi interrogativi dei ragazzi e guidandoli fuori dalla zona delle abitazioni.

Dopo qualche decina di metri, con un sospiro, si fermò davanti ad una casupola di legno e pietra, anch'essa con le finestre sbarrate, e spinse la vecchia porta.

I Cavalieri si mossero per seguirlo, ma Pegasus si bloccò sorpreso, sbattendo le palpebre e guardandosi un attimo attorno

"Ma questa è…"

"Non avevo dubbi che l'avresti riconosciuta" gli sorrise la sua controparte, entrando "E' la vecchia casa di Castalia, dove vivemmo durante gli anni dell'addestramento, nonchè residenza degli ultimi oppositori al regno di Erebo…"

Nell'aprire la porta, una flebile luce uscì dall'interno, riflettendosi su una maschera metallica ben nota.

"Castalia… anche lei è qui!" esclamò Pegasus, affrettandosi all'interno mentre per la prima volta dalla battaglia di Avalon l'ombra di un sorriso gli appariva in volto. Non appena ebbe varcato la soglia però, questo scomparve, sostituito da un'espressione prima confusa e poi addolorata, che un istante dopo si riflettè sui visi degli altri quattro eroi.

Appesa al muro con un gancio, la maschera incrinata di Castalia lo fissava con occhi spenti, priva della sua proprietaria.

Studiando meglio la stanza, i Cavalieri si accorsero che non era la sola.

Attaccati al muro, poggiati su mensole di legno, sui tavoli o per terra, vi erano numerosi oggetti ben noti: la maschera di Tisifone, la frusta di Nemes, gli elmi di Asher, Black e Shadir, uno degli scudi di Libra, praticamente spaccato in due, il diadema di Scorpio e quello di Ioria, un cappello di paglia strappato, e ancora schinieri e bracciali, lembi di mantello e coprispalla in cuio, un frammento dello scudo del Dragone ed alcune piume delle code della Fenice, l'effige del Cigno e l'estremità distrutta di una delle catene di Andromeda, insieme al totem ormai grigio e spento dell'armatura di Pegasus.

E su un tavolo, accanto alla tenue fiamma di una candela, erano allineate numerose piccole urne funerarie.

Comprendendo senza bisogno di parole il significato di quei mementi, riuscendo quasi ad avvertire la tristezza e la solitudine che si sprigionava da essi, i Cavalieri abbassarono lo sguardo, maledicendo ancora una volta in silenzio il nome di Erebo.

Intanto, l'anziano Pegasus si avvicinò alla parete più lontana della stanza. Seguendolo con lo sguardo, i ragazzi si accorsero per la prima volta che c'era qualcun altro lì dentro: una figura giaceva sul letto, innaturalmente immobile, ed un'altra, con i capelli di un castano pallido, due segni sulla fronte ed indosso i resti di un'armatura d'oro, sedeva appena accanto.

"K… Kiki!" sussurrò sbalordito Sirio, riconoscendo nell'astante il bambino dispettoso di un tempo. D'istinto, gli si avvicinò di un passo, ma poi i loro occhi si incrociarono per un attimo e Dragone si bloccò, quasi pietrificato.

Era davvero Kiki, ma ogni traccia di vitalità sembrava svanita dal suo volto. Gli occhi erano vacui e spenti, il viso triste. Salutò il Cavaliere appena con un cenno della testa, prima di voltarsi di nuovo verso il letto.

"Mur fu ucciso di fronte ai suoi occhi… sono ormai anni che non parla più…" sussurrò il vecchio Pegasus, mentre Sirio per la prima volta si accorgeva che quella che l'uomo indossava era l'armatura dell'Ariete, o quel che ne restava.

Ugualmente sorpresi e amareggiati, gli altri Cavalieri seguirono lo sguardo di Kiki, soffermandosi sulla figura sul letto. Gli occhi erano ancora aperti, ma non vi era dubbio che fosse morto, anche se da poco.

Osservando il suo viso, sulla cui guancia era ancora ben visibile una cicatrice, in qualche modo offuscata dagli anni, Andromeda non riuscì a trattenere un gemito.

"Lear…" mormorò, con gli occhi umidi di lacrime.

Avvicinandosi al corpo, il vecchio Pegasus gli passò delicatamente la mano sul viso, chiudendogli gli occhi.

"Anche tu ci hai lasciati, amico mio… Sapevi che lo sforzo sarebbe stato eccessivo… eppure non hai esitato… non lo hai mai fatto, in tutti questi anni! Il tuo sacrificio non sarà vano, lo giuro sulla tua memoria… " sussurrò con voce rotta dal dolore.

"Adesso basta!" esclamò Phoenix, avanzando fino a lui e poggiandogli una mano sulla spalla "Devi darci una spiegazione, non possiamo più aspettare! Come hai fatto a portarci qui? E cos'è successo al mondo in questi anni?".

Incontrando il suo sguardo, Pegasus annuì e si sedette stancamente su una sedia, incrociando le mani e poggiando la fronte sulle nocche. Per la prima volta, i Cavalieri si accorsero di quanto vecchio sembrasse, ben più degli anni che portava, piegato dal peso del mondo.

"E' vero, è bene che sappiate! E' buffo… ho pensato così tante volte a quel che vi avrei detto se fossi riuscito a portarvi qui, eppure adesso mi mancano le parole…" sussurrò, facendo una pausa prima di inspirare profondamente e riprendere.

"Tutto ebbe inizio quel giorno di tanti anni fa, ad Avalon, quando Erebo fece il suo ritorno sulla Terra. Quel giorno maledetto… non potrò mai dimenticarlo! In pochi minuti… persi lady Isabel… e tutti voi, che amavo come fratelli…" sospirò.

I Cavalieri si scambiarono uno sguardo, ma rimasero in silenzio ad ascoltare.

"Dopo la morte di Atena, accecato dalla rabbia e dal dolore, guidai i miei compagni in un ultimo assalto, nell'assurda speranza che avremmo potuto distruggere Erebo con la forza della disperazione. Non fu così, quel demone era più potente di ogni nostra immaginazione. Uno dopo l'altro, Andromeda, Cristal, Phoenix, e infine Sirio vennero massacrati, senza riuscire neppure a ferire il nostro carnefice!" disse, ed era evidente che nonostante fossero trascorsi decenni, il dolore era ancora vivo nella sua memoria.

"Io fui ridotto in fin di vita… ma alla fine, anzichè sferrare il colpo di grazia, Erebo mi risparmiò! Ridendo, mi guardò negli occhi e disse che vivere dopo aver visto morire tutti coloro che amavo sarebbe stato un destino ben peggiore!" ricordò, stringendo il pugno fino a sbiancare le nocche "E disse anche… che doveva ringraziarmi, perchè se spinto dal desiderio di vendetta non li avessi portati ad Avalon… se fossimo rimasti sull'Olimpo, come Andromeda voleva… forse non sarebbe mai tornato in vita!"

A queste parole, il giovane Pegasus sbiancò e barcollò, come se fosse stato colpito, mentre una conversazione di sole poche ora prima riguardo la necessità di recarsi ad Avalon non appena la barriera sull'Olimpo fosse caduta si riaffacciava alla memoria.

"No, è assurdo!" esclamò Andromeda, cercando di scuotere l'amico prima che l'idea si insediasse troppo in profondità "Oberon è responsabile della comparsa di Erebo, non certo tu!"

"Un potere come il suo va ben oltre le azioni e gli interventi di semplici esseri umani!" convenne Sirio.

"Forse… o forse no…" disse laconicamente l'anziano Cavaliere "Non ho mai scoperto da dove sia venuto quel giorno, quando ci comparve davanti, sporco del sangue di Oberon. Ma quel che è certo è che fu l'inizio della fine: il suo cosmo era superiore a qualsiasi altro, in poche ore massacrò gli Dei dell'Olimpo ed Asgard, annientando tutti coloro che avrebbero potuto avere una speranza di contrastarlo! Poi volse le sue attenzioni al mondo, facendolo sprofondare in un'era di tenebre…" proseguì, parlando adesso quasi in un sussurro, con lo sguardo perso nel vuoto, intento a rivedere il passato piuttosto che a fissare il presente.

"I Cavalieri superstiti ovviamente cercarono di opporsi al suo dominio! Una grande alleanza condotta dagli ultimi Cavalieri d'Oro ben presto si alzò a sbarrargli la strada. Ma Erebo era troppo potente… e soprattutto non era più solo, un intero esercito era sorto nella sua scia, con guerrieri terribili, la cui forza rivaleggiava con quella degli Dei! I Cavalieri non ebbero scampo, un dopo l'altro caddero tutti, soverchiati da poteri troppo superiori!

"Eliminata l'ultima resistenza, Erebo lasciò le sue armate libere di camminare sulla terra, uccidendo e massacrando a loro piacimento. Il suo cosmo oscurò il sole, facendo scendere la notte eterna. Qualsiasi tecnologia smise di funzionare, le piante e gli animali iniziarono ad estinguersi, coloro che erano sopravvissuti furono decimati da fame e pestilenze… nel giro di pochi mesi appena, il mondo… morì!" disse, mentre i Cavalieri impallidivano davanti alla tragicità del suo racconto.

"Ma tu sei sopravvissuto… ed anche Kiki, e Lear!" disse allora Cristal, cercando di aggrapparsi ad un filo di speranza.

Annuendo gravemente, Pegasus lanciò un'occhiata triste dall'altra parte della stanza, dove Kiki aveva lasciato il cadavere dell'antico Cavaliere d'Acciaio per avvicinarsi ad Andromeda e poggiargli silenziosamente una mano sull'occhio ferito, senza però badare ad incrociarne lo sguardo.

"Il Grande Mur fu uno degli ultimi a cadere… ferito a morte, con le residue forze teletrasportò Kiki in Jamir, affidandogli l'armatura dell'Ariete! Fu lì che lo trovai, settimane dopo, quando finalmente riuscii a lasciare Avalon. Insieme, iniziammo a cercare altri superstiti… persone da aiutare, Cavalieri o apprendisti con cui poter organizzare una nuova resistenza, nella speranza che dove un attacco diretto aveva fallito, una guerriglia potesse avere maggiori speranza!

"Fu così che trovammo Lear… era in fin di vita, sepolto tra le macerie di Villa Thule, ma ancora resisteva all'abbraccio della morte! Purtroppo però fu il nostro unico successo, altrove l'esercito di Erebo ci aveva preceduto, chiunque emanasse tracce di cosmo era stato raggiunto ed annientato.

"Lentamente, dovemmo ammettere di aver davvero perso, in nessun modo saremmo riusciti a capovolgere la situazione… ed anche se per miracolo avessimo vinto, oramai non c'era più alcun mondo da salvare!" disse in una voce a metà tra l'amareggiato ed il dato di fatto.

"Quella consapevolezza quasi mi distrusse… per mesi fui tentato semplicemente di farla finita, di gettarmi sulle lame dei soldati di Erebo, per poter finalmente dire addio a questo mondo, e riabbracciare Isabel ed i miei amici! Lo stesso sentimento era evidente negli occhi di Kiki e Lear: vivere era diventato un mero sopravvivere, nulla aveva più alcun senso!

"Ma per quanto la situazione fosse disperata, qualcosa nei recessi più profondi del mio cuore rifiutava di arrendersi, una speranza ancora bruciava, fioca ed indistinta, prendendo sostanza solo nelle ore della notte, quando sopraffatto dalla fatica mi abbandonavo ad un sonno privo di serenità! Allora, una voce lontana mi appariva e mi parlava, sostenendomi… indicandomi la via! E lentamente, un pensiero iniziò a farsi largo nella mia mente, dandomi la forza di scuotermi dal torpore in cui ero caduto: se il presente era perduto per sempre… forse potevamo salvare il passato, e fermare l'insorgere del regno di Erebo alla nascita!" esclamò con enfasi, alzando lo sguardo.

"Era un'idea disperata, priva di ogni logica! Come prima avete ricordato voi stessi, viaggiare nel tempo è capacità ben al di fuori dei limiti umani, e persino di quelli degli Dei! Ma quella stessa voce continuava a sostenermi, ad esortarmi, e col tempo riuscii a convincere gli altri, strappandoli dal disperato torpore in cui erano caduti! La sorte era dalla nostra parte, Kiki ha sempre posseduto naturali poteri psichici, e tra i Cavalieri d'Acciaio Lear era il più portato per quel campo! Per anni… interi decenni ci preparammo, allenando il cosmo, cercando di focalizzarlo per la psicocinesi anzichè per la battaglia! Fu come cercare di imparare a camminare di nuovo, ma alla fine riuscimmo!" disse con una punta di orgoglio. Voltandosi leggermente, fissò una delle urne sul tavolo, ed essa si sollevò a mezz'aria, fluttuando fino a lui.

"Ma spostare un corpo nel tempo è completamente diverso dal farlo nello spazio… nessuno c'è mai riuscito…" insistette Sirio.

"Lo so bene… abbiamo provato per anni, senza mai riuscire neppure a far comparire qualcosa da pochi minuti nel passato… ma ogni volta che la disperazione colmava i nostri cuori, la voce ricompariva, dandomi nuova speranza! Poi, stanotte ella è riapparsa, esortandoci a provare, ed è stato come se un altro cosmo si unisse al nostro, permettendoci di oltrepassare le barriere dello spazio e del tempo!" concluse, per la prima volta con una traccia del vecchio entusiasmo che i Cavalieri conoscevano bene.

I ragazzi restarono in silenzio, sbalorditi da quella spiegazione, ma al contempo incapaci di trovare un'altra spiegazione logica per quel che era accaduto. Poi improvvisamente gli occhi di Pegasus si accesero, e il Cavaliere scattò verso la sua controparte, poggiandogli le mani sulle spalle.

"Potete rifarlo allora? Salvare anche lady Isabel?" domandò con forza.

Sirio e gli altri alzarono immediatamente la testa, speranzosi, ma l'uomo scosse il capo amareggiato.

"Credi… che non abbia provato?" rispose triste, abbassando lo sguardo mentre la speranza spariva dai volti di Pegasus ed i Cavalieri, veloce com'era comparsa "Abbiamo tentato… ma il suo cosmo divino è troppo grande per poter essere trasportato…".

In quel momento, Kiki si alzò, lasciando Andromeda per avvicinarsi all'anziano Cavaliere e guardandolo negli occhi. Annuendo gravemente, Pegasus gli fece un cenno col capo e si avviò di nuovo verso la porta, seguito dal custode dell'armatura dell'Ariete.

"Ora che sapete tutto, seguiteci! E' il momento di mettere in atto la seconda parte del nostro piano!" affermò deciso.

Sorpresi da quelle parole, i Cavalieri si guardarono interdetti.

"Piano? Di cosa state parlando?" domandò Andromeda.

Socchiudendo gli occhi pensosamente, Pegasus rispose "Avervi salvato non basta a darci la vittoria, se affrontaste Erebo adesso verreste sconfitti, proprio come ad Avalon! Ma c'è un'altra costante nei sogni che ho avuto in tutti questi anni: essi sono sempre ambientati sull'Olimpo, tra i corridoi del tempio di Zeus! Non so bene cosa voglia dire, ma di una cosa sono sicuro: la chiave per sconfiggere la Prima Ombra si trova lì, nella dimora decaduta degli Dei di Grecia!"

Sbalorditi, i Cavalieri lo fissarono.

"L'Olimpo? Ma anche se fosse, come potremmo raggiungerlo? Fu Zeus a condurci lì l'ultima volta!" ricordò Cristal. Pegasus però scosse la testa.

"Dopo la caduta degli Dei, la barriera che separava l'Olimpo dal resto del mondo è crollata. Adesso… è possibile recarvisi!" esclamò, ma nel parlare non incrociò lo sguardo dei Cavalieri, continuando invece a dar loro le spalle.

Senza ulteriori parole, fece di nuovo cenno ai ragazzi di seguirlo e corse nella notte alla velocità del suono, affiancato da Kiki. Un attimo dopo, Pegasus, Sirio, Cristal, Andromeda e Phoenix si lanciarono dietro di lui.

In pochi minuti, i sette si lasciarono alle spalle il Grande Tempio, attraversando le desolate rovine di Atene e dirigendosi verso Nord-Ovest.

"Ci stiamo dirigendo verso la zona delle Meteore… è lì che si trova il passaggio per l'Olimpo?" domandò Sirio, affiancando il vecchio Cavaliere, che annuì.

"Proprio lì, tra le montagne del Pindo, nella zona dell'Epiro!"

"Se sai così bene dove si trova, perchè non raggiungerlo con la velocità della luce o il teletrasporto?" chiese allora il giovane Pegasus, guardando anche in direzione di Kiki, che però lo ignorò.

Fu ancora la sua anziana controparte a rispondere "Anche se sono passati decenni, il dominio di Erebo sul mondo non si è allentato! Il suo esercito pattuglia senza sosta, alla ricerca di chiunque possa rappresentare anche un potenziale problema, e la zona delle Meteore in particolare è sorvegliata da numerosi contingenti! Se usassimo il cosmo, verremmo immediatamente individuati…"

Senza altre interruzioni, i sette continuarono così in silenzio la loro corsa, addentrandosi nella zona montuosa dell'Epiro. Durante il cammino, ciascun Cavaliere era immerso nei propri pensieri, cercando di accettare come meglio poteva i drammi che si erano accavallati nelle ultime ore. La morte di Atena, ed il modo in cui il mondo era sprofondato nelle tenebre, rendevano meglio di qualsiasi altra cosa la spaventosa potenza di Erebo, superiore a qualsiasi altro nemico avessero affrontato in passato.

Numerose volte, Pegasus o Kiki si arrestarono, guidando il gruppo in qualche anfratto nascosto per evitare di incrociare i plotoni di soldati neri, e riprendendo il cammino solo dopo alcuni minuti. E quando non era possibile evitarli, i due uscivano silenziosamente dall'ombra, prendendo i loro nemici alle spalle ed uccidendoli a mani nude, sfondando il torace con un pugno, o decapitandoli con le loro stesse armi prima che potessero difendersi. Non vi era in loro la minima esitazione, più che Cavalieri le loro movenze ricordavano quelle di assassini esperti.

"Cavalleria e codice d'onore sono morti molto tempo fa! E' la legge del più forte quella che vige oggi in battaglia!" disse freddamente il Cavaliere la prima volta, intuendo il significato degli sguardi spiazzati dei ragazzi, e riprendendo poi la corsa senza ulteriori spiegazioni.

Ma per i cinque eroi c'era anche dell'altro, il silenzio di Kiki, e l'espressione cupa e disillusa dell'anziano Pegasus, così diverse da quelle delle loro controparti passate, emanavano una profonda amarezza, capace di lasciare il segno fin nel profondo ben più dei ruderi e delle città in rovina.

"Eccoci… siamo arrivati…" disse in quel momento il vecchio Pegasus in tono piatto, strappandoli dai loro pensieri. Si era fermato di colpo insieme a Kiki, dando loro le spalle.

Confusi, i Cavalieri si guardarono attorno, senza però vedere alcunchè. Solo quando si accorsero che le teste delle loro guide erano inclinate verso l'alto e alzarono lo sguardo al cielo, compresero sbalorditi a cosa Pegasus si riferisse.

Sospesa a centinaia di metri d'altezza al centro del cielo notturno, come una foglia che galleggia immobile sulle acque di un lago, vi era una montagna immensa, talmente grande da riempire il panorama ed estendersi ben sopra le nuvole. Sulle frange più basse, si distinguevano foreste ormai secche, e le sagome indistinte di edifici in macerie, ma tutto era avvolto in una spessa coltre di nebbia.

"Quello è l'Olimpo?!" sussurrò Andromeda.

"E'… è assurdo…" balbettò Cristal.

Il vecchio Pegasus annuì "Eppure è vero! Dopo la morte degli Dei, le barriere dimensionali che lo separavano dal nostro mondo sono cadute, e la montagna ha iniziato a precipitare sulla terra. Ma essa non è un semplice ammasso di rocce, per millenni è rimasta a contatto con i Numi ed il loro popolo, assorbendo i più tenui frammenti del loro cosmo. Ricordate i dodici templi? Essi non erano semplici edifici… adattatisi ai loro custodi ne rispecchiavano in qualche modo la natura, mutandosi e cambiando a loro piacimento! Parimenti, pur privo da decenni del sostegno dei suoi padroni, il Bianco Monte si rifiuta di cadere, eternamente sospeso tra la terra ed il cielo…"

"Ma allora… come possiamo raggiungerlo? E' troppo alto… le ali delle nostre armature divine sono in pezzi!" esclamò Sirio.

A queste parole, il vecchio Pegasus chinò il capo, restando in silenzio per qualche attimo.

"Ho detto che sarebbe stato possibile… non che sarebbe stato facile" sussurrò alla fine, e nello stesso momento il suo cosmo si illuminò insieme a quello di Kiki. Prima che i Cavalieri potessero anche solo capire cosa stesse accadendo, una sfera di luce azzurra li circondò, imprigionandoli al suo interno.

"Che significa?!" esclamò Phoenix, toccando la barriera ma venendo respinto.

"E' semplice… raggiungerete l'Olimpo nell'unico modo possibile: con il teletrasporto!" sospirò Pegasus, voltandosi finalmente verso di loro, e fissandoli seriamente. Con stupore, i Cavalieri si accorsero che nei suoi occhi brillava ora una luce insieme rassegnata e pronta a tutto, come di qualcuno che sta dando il suo addio al mondo, e qualcosa in essa li fece rabbrividire.

"Ma… hai detto che non possiamo usare il teletrasporto! Il cosmo attirerà le guardie!" esclamò Pegasus.

"E trovando qui me e Kiki, esse crederanno di aver percepito il nostro arrivo, non la vostra partenza…" rispose l'uomo, accennando un sorriso compiaciuto.

"No… è un suicidio!" gridò Sirio "Non avrete scampo!"

"Dev'esserci sicuramente un altro modo! Non potete sacrificarvi per noi! Siete gli ultimi rimasti… tutte quelle persone al Grande Tempio hanno bisogno di voi!" disse Andromeda "Permetteteci di aiutarvi, insieme potremo…"

"Morire insieme a noi? Se restassimo insieme, qui o sull'Olimpo, verremmo sicuramente tutti sconfitti ed uccisi, ma andando adesso, voi avrete almeno una speranza!" urlò il vecchio Pegasus di rimando, zittendolo. Poi la sua espressione si addolcì "Per me, per Kiki… per tutti gli abitanti di questo mondo in rovina, la vita è ormai soltanto un fardello… un'andare avanti in un tunnel infinito! Ma voi… voi potete cambiare la storia… mutare le tenebre in luce, permettere alle stelle di tornare a brillare! Potete riuscire dove noi abbiamo fallito… non rendete inutili decenni di sforzi e sacrifici! Sconfiggete Erebo, e tutto questo scomparirà per sempre!"

In silenzio, i Cavalieri annuirono amareggiati, mentre già potevano avvertire l'avvicinarsi di numerose presenze. Il vecchio Pegasus guardò allora la sua giovane controparte

"Quel giorno di tanti anni fa, avremmo dovuto fuggire… Lasciandomi sopraffare dal dolore, ho causato la morte dei miei amici! Non commettere i miei errori…!" lo supplicò quasi.

Con le lacrime agli occhi, il ragazzo annuì di nuovo.

Con un ultimo sguardo d'intesa, Pegasus e Kiki bruciarono i loro cosmi, illuminando la notte di bagliori dorati.

In quello stesso momento, un'aura immensa, paragonabile a quelle divine ma fredda come il ghiaccio, comparve nelle vicinanze, muovendosi verso di loro a straordinaria velocità. I Cavalieri la percepirono per un attimo appena, poi la luce divenne abbagliante, ed essi scomparvero.

Rimasto solo, Pegasus si girò verso Kiki "Quale onore, il Comandante in campo di Erebo sta per farci visita… Sembra proprio che la nostra ora sia giunta!" sorrise amaramente, mentre una figura avvolta di nero attraversava il cielo come un fulmine, raggiungendoli.

Atterrata di fronte a loro, socchiuse cupamente gli occhi, iniziando ad avanzare circondata da un cosmo color ebano.

"Coraggio, amico mio… mostriamo a questi seguaci del male… come muore un Cavaliere di Atena!" esclamò Pegasus.

E con uno sguardo d'intesa, i loro cosmi esplosero per l'ultima volta.

******************

Meno di un'istante più tardi, sulle pendici dell'Olimpo la sfera ricomparve, depositando i cinque guerrieri nella nebbia prima di dissolversi.

Con il cuore in gola, i Cavalieri tesero al massimo i loro sensi, avvertendo i cosmi di Pegasus e Kiki esplodere in un lampo di luce. Un momento dopo, una terza aura si innalzò, nera e gelida, sovrastandoli. I due poteri si scontrarono per un secondo appena, poi l'oscurità ebbe il sopravvento, eclissando i cosmi dei due eroi.

I giovani compresero subito quel che era successo, e nuove lacrime inizarono a scorrere sui loro volti.

"Sono… scomparsi! Nulla più è rimasto di loro…!" pianse Andromeda.

"Hanno sacrificato tutto, affidandoci il futuro…" mormorò Sirio.

"Ce la faremo! Sconfiggeremo Erebo, anche per loro!!" esclamò Pegasus stringendo il pugno, e voltandosi verso gli amici aggiunse "Coraggio, andiamo! Che il loro sacrificio non sia stato vano!"

In quel momento, dal nulla attorno a loro emerse una risata sommessa

"Un notevole intento, viaggiatori del tempo…"

"… ma riuscirete a metterlo in atto?"

"I fili del destino… sono imprevedibili…"

cantilenarono tre voci indistinte, facendo sobbalzare gli eroi, che subito alzarono la guardia.

"Chi è la? Rivelatevi!" comandò Pegasus, guardandosi attorno nervosamente ed espandendo il suo cosmo.

"Se chi dice di lottare per la giustizia…"

"… ricorre alle stesse minacce di coloro che affronta…"

"… come può il bene proclamare la sua nobiltà?"

domandarono le tre voci, parlando all'unisono da ogni direzione.

Un istante dopo, la nebbia attorno ai cinque eroi si diradò leggermente, e da essa emersero tre donne, dalle schiene ricurve ed i volti segnati dal passaggio di centinaia di anni. Erano identiche, con la sola eccezione dei capelli, bianchi per la prima, neri per la seconda e biondi per la terza. Tutte loro indossavano una tunica pesante e logora, lunga fino al suolo, cinta in vita da una rozza corda.

"Eh eh eh… i Cavalieri di Atena…"

"… uccisori di Dei…"

"… promotori del Fato…"

risero tra loro, fermandosi di fronte ai ragazzi, ma ignorando del tutto le loro pose difensive.

"Ci conoscete?!" domandò sospettosamente Cristal

"Certo…"

"… vi seguiamo da molto tempo…"

"… pur essendo solo dei bambini…"

"… le vostre gesta…"

"… increspano il mare dell'eternità!"

"Voi siete strumenti e artigiani…"

"… sovrani e pedoni…"

"… fili e tessitori…"

dissero, sempre in tono cantilenante, parlando in perfetta sincronia, come tre bocche dello stesso corpo.

"Le vostre parole non hanno senso!" le interruppe Pegasus "Chi siete, e perchè siete qui?"

A questa domanda, le tre figure risposero con un risolino sommesso

"Noi siamo sempre qui…"

"… lo eravamo prima dell'inizio…"

"… e lo saremo dopo la fine…"

"Ma questa vicenda ci diverte…"

"… la seguiamo da tempo…"

"… essa è nostra figlia…"

conclusero all'unisono.

Accigliandosi, Phoenix fece un passo avanti "Se così è, allora diteci, che cosa sapete?"

Le bocche delle tre donne si allargarono in un sorriso

"Noi sappiamo molte cose…"

"… cose che sono…"

"… cose che sono state…"

"… e cose che saranno!"

"Ma forse preferite guardare da soli…"

"… volete vedere…"

"… il vostro destino?"

domandarono, e prima di ricevere una risposta si girarono verso Sirio ed agitarono le mani.

Dinanzi a loro, la nebbia iniziò a vorticare, ed al suo interno comparvero delle figure, prima indistinte, poi sempre più chiare.

All'interno di un enorme salone squadrato, drappeggiato da pesanti tendaggi neri, limitato da colonnati in rovina e pieno di crepe e macerie, Dragone giaceva immobile, trafitto all'addome da un tridente color ebano.

L'arma lo aveva trapassato da parte a parte, impalandolo a mezz'altezza ad una colonna. Il corpo, pieno di ferite, grondava sangue ed era coperto da un'armatura in frantumi. Sulle braccia e sulla guancia sinistra erano evidenti degli strani gruppi di tagli, composti da due solchi più lunghi e profondi sui lati, ed uno più corto e sottile al centro.

A questa visione, i Cavalieri impallidirono, girandosi verso Sirio, la cui espressione era adesso concentrata e indecifrabile.

Ridendo apertamente, le tre donne si voltarono poi verso Phoenix, agitando di nuovo la nebbia. Prima che un'immagine potesse formarsi però, Dragone avanzò di un passo, sferzando l'aria con un rapido movimento del braccio e dissolvendo la foschia.

"Cessate le vostre malefiche previsioni, scriveremo noi stessi la sorte… con le nostre azioni!" esclamò deciso.

Gli occhi incartapecoriti delle strane figure si illuminarono, le bocche si curvarono in un lieve sorriso.

"Ooh… molto saggio…"

"… dopotutto…"

"… volevamo solo incontrarvi…"

"… e allora proseguite…"

"… noi vi osserveremo…"

"… con attenzione…"

"… come è sempre stato!"

risero in coro, mentre la nebbia si agitava con forza attorno a loro, nascondendole alla vista degli eroi.

Un attimo dopo, essa si diradò del tutto, ma delle donne non vi era più traccia. Al posto loro, davanti ai Cavalieri si stagliava l'ingresso in rovina del tempio di Ermes.

"Scomparse… dal nulla come sono venute! Emanavano un cosmo così strano… chi pensate che fossero?" domandò Andromeda.

"Chi può dirlo… spiriti oscuri, fantasmi forse… ma spero di non rivederle più, mi davano i brividi!" sospirò preoccupato Pegasus, prima di avviarsi verso il primo tempio "Coraggio, andiamo!"

Cristal e Andromeda lanciarono uno sguardo preoccupato in direzione di Sirio, ma il ragazzo non disse nulla, limitandosi a seguire Pegasus, subito imitato dai due amici e Phoenix.

I Cavalieri entrarono così nel primo tempio, chiedendosi cosa si sarebbero trovati davanti, e la risposta fu macabra oltre ogni dire.

Priva del divino cosmo di Ermes, la costruzione non aveva più l'aspetto di un cielo azzurro popolato da bianche coltri di nuvole, ma era regredita a semplice edificio in rovina.

Al suo interno l'aria era calda e avvizzita, quasi irrespirabile, e regnava un putrido odore mortifero. Ovunque, vi erano solo macerie, chiazze di sangue e cadaveri, martoriati e irriconoscibili, di fauni, ninfe e centauri, sui cui volti anche a distanza di decenni era evidente un'espressione di dolore e terrore. Nessuno di loro era armato, e da un solo sguardo era chiaro che non si era trattato di uno scontro, ma di un massacro.

Inorriditi da tanta crudeltà, i Cavalieri proseguirono fino al centro dell'edificio, ove trovarono il corpo senza vita di Ermes. Era evidente che le percosse contro di lui erano proseguite ben dopo la morte: giaceva infatti incatenato ad una colonna, con gli arti distorti in pose innaturali, coperti di tagli, ferite e ustioni. Il viso stesso era stato massacrato fino a diventare quasi indistinguibile, ed i lindi capelli azzurri erano intrisi di sangue, che pur essendo ormai vecchio di decenni ancora gocciolava a terra in una polla.

"Quanta morte ancora?" mormorò Pegasus a denti stretti, prima di avvicinarsi al corpo del Dio e spezzarne le catene, in modo da poggiarlo delicatamente a terra.

Senza poter fare altro, i Cavalieri proseguirono, risalendo ancora una volta i dodici templi dell'Olimpo. Ovunque andassero però, lo spettacolo era il medesimo: massacri e distruzioni, uniti allo scempio dei corpi delle divinità. Estia, Efesto ed Afrodite, quest'ultima completamente nuda, Eolo, Apollo, Artemide, Dioniso, Ercole ed Era giacevano privi di vita, insieme a decine di altri corpi di uomini, donne, fauni, ninfe, centauri, damigelle, coppieri e servitori. Al quarto tempio, la Surplice di Hades era in pezzi, ed all'undicesimo medesima sorte era toccata all'anfora con il sangue di Atena. Persino Ares aveva trovato la fine, e la sua testa mozzata salutava con occhi vitrei i visitatori, conficcata sopra una lancia all'ingresso del sesto tempio.

Pur non avendo molto tempo, i Cavalieri non poterono esimersi dal restituire ai caduti almeno una parvenza di dignità, disponendo compostamente i loro corpi a terra, e, dove possibile, coprendone i volti con mantelli o lembi di vestiti.

Finalmente, dopo quella che parve un'eternità, gli eroi raggiunsero quel che restava del piazzale del tempio di Zeus, dove la battaglia più violenta sembrava essersi compiuta, e varcarono l'ingresso semi crollato della dimora del re degli Dei, trovandosi davanti un dedalo di corridoi e stanze laterali.

"Quale sarà la strada? L'ultima volta il tempio era immerso nella nebbia, e fu Zeus stesso a condurci indirettamente alla sala del trono!" sospirò Pegasus, ripensando agli eventi di meno di un giorno prima, che adesso sembravano lontani anni luce.

Per un pò, i Cavalieri cercarono di orientarsi lo stesso, ma alla fine scrollando le spalle decisero di battere il tempio palmo a palmo ed entrare in un corridoio qualsiasi. Alla fin fine, neanche loro sapevano esattamente cosa fossero venuti a cercare, quindi non c'era motivo di dirigersi subito alla sala del trono.

A differenza di quelli delle altre divinità, il tempio di Zeus sembrava aver mantenuto una vaga parvenza di vita. Alcune sale erano spente e buie, ma in altre si udivano flebili respiri, echi e sussurri spaventati, che però svanivano immediatamente non appena i Cavalieri entravano al loro interno.

Continuando la loro esplorazione, gli eroi misero piede in un salone più grande degli altri, secondo solo alla stanza del trono, le cui pareti erano ricoperte da centinaia e centinaia di quelli che all'apparenza sembravano specchi. Non appena i ragazzi si avvicinavano però, su di essi comparivano delle immagini in movimento, quasi come se fossero delle finestre che permettevano di vedere in altri luoghi. Alcune mostravano eventi antichi anche migliaia di anni: guerre di eserciti di soldati in spade, scudi e cimieri, viaggi per mare a bordo di imbarcazioni di legno, costruzioni di città, conquiste, il sorgere di nuovi imperi ed il cadere di antiche civiltà.

Altre però raffiguravano eventi sconosciuti e, soprattutto, inspiegabili. In uno, Pegasus, con i capelli lunghissimi ed indosso le vesti di Gran Sacerdote, organizzava le difese del Grande Tempio contro l'assalto di un esercito di guerrieri con indosso bianche armature, mentre in un altra, posseduto da Hades, lottava contro i suoi amici; in uno specchio, Phoenix, più vecchio di qualche anno, guidava in maniera spericolata una motocicletta, portando con se in sella lady Isabel; in un altro, i Cavalieri d'Oro, inclusi Sion e Micene, affrontavano uniti la minaccia di divinità dalle oscure vestigia; in un altro ancora, le armate di Hades e Nettuno si affrontavano in battaglia; altrove, una grande alleanza di Cavalieri di varie divinità affrontava le armate dell'Apocalisse.

Con un sospiro strozzato, Cristal allibì di fronte ad uno specchio che lo raffigurava come principe di Asgard, sposo di Flare e padre di un giovane Cavaliere di Acquarius. Accanto a lui, Sirio era ugualmente sbalordito nel vedere un se stesso più grande di molti anni addestrare i futuri Cavalieri di Capricorn, Libra e persino della stella Delta di Asgard.

Dall'altro lato della sala, Andromeda stava osservando se stesso, anziano oltre ogni dire, prendersi cura di due bambini, ed in un'altra finestra scrivere invece un'accorata epistola al fratello Phoenix durante l'addestramento.

Confusi, i Cavalieri continuarono a guardarsi attorno, trovandosi di fronte a guerrieri ben noti ed altri sconosciuti, a trionfi e sciagure, gioie e tragedie, momenti di estasi ed altri di dolore, in un infinito caledoscopio di immagini.

Uno specchio in particolare, più grande degli altri, li incuriosì: lì, con indosso le loro armature divine, loro stessi stavano combattendo con tutte le forze contro uno spaventoso guerriero dalla corazza d'ebano, a capo di un esercito di ombre. Egli incuteva timore al solo guardarlo, portava al collo una Pietra Nera, e sembrava tener testa a tutti loro con irrisoria facilità.

"Egli è Flegias, il Rosso Fuoco, figlio di Ares, Flagello degli Uomini! In un'altra realtà, il suo potere è cresciuto fino a permettergli di diventare il Portatore dell'Ombra, tremenda minaccia per il creato tutto! Ma non badate a lui ora, nè alle infinite possibili realtà che gli Specchi dell'Infinito hanno il potere di mostrare. Ben altri sono i nemici verso cui dovete rivolger lo sguardo!" esordì in quel momento una voce, facendoli sobbalzare.

Essa infatti non era una voce qualsiasi, ma una che i Cavalieri avevano imparato a conoscere bene: la voce di Zeus, signore dell'Olimpo.

Seguendone il suono, i Cavalieri uscirono immediatamente dal salone degli specchi, entrando in un'altra stanza, il cui pavimento era coperto di macerie.

Al centro, ritto e immobile, si stagliava Zeus, giovane e con indosso la sua tunica, identico a come i ragazzi lo ricordavano, come se neanche un giorno fosse trascorso dalla battaglia del tredicesimo tempio.

"E' proprio lei… Zeus!" mormorò Pegasus, avvicinandosi con cautela insieme agli amici.

"Non c'è inganno, non temete… a lungo ho atteso il vostro arrivo" sorrise loro il Dio, anche se la sensazione principale che il suo volto emanava era quella di un'immensa stanchezza.

"Come può essere… credevamo fosse morto, ucciso insieme agli altri Dei!" disse allora Phoenix.

"E così è stato… la mia vita è cessata molto tempo fa, come quella di quasi tutti i miei figli prediletti. Il mio cadavere giace ora nella sala del trono, distrutto e martoriato. Ma l'esistenza… è qualcosa che supera i confini della comune comprensione. Anche se morto, ancora io esisto…" spiegò enigmaticamente, per poi portare entrambe le mani davanti al torace.

La sua figura tremulò, diventando quasi trasparente, ed al suo interno i Cavalieri videro fluttuare un occhio, intriso di sangue.

"Attimi prima di morire, ho lasciato in esso un'impronta di me, del mio cosmo e della mia conoscenza, nella speranza che un giorno poteste giungere qui. E' stato il mio ultimo azzardo… sono felice di vedere che almeno questo ha avuto successo…" spiegò con una certa malinconia, che i Cavalieri faticarono a comprendere.

"Come poteva sperare di rivederci?" chiese allora Sirio a voce bassa "Da quel che ci è stato raccontato, Erebo venne sull'Olimpo dopo averci uccisi. Come mai non ci ha creduto morti?"

"Oh, l'avevo fatto… all'inizio. Ma poi, un amico è venuto in mio soccorso, dandomi il tempo di pensare, di capire… e mi sono reso conto che nell'attimo in cui le ombre di Erebo vi colpivano, un altro cosmo, appena percettibile, era comparso attorno a voi. Un cosmo che aveva attraversato lo spazio ed il tempo, e che, seppur unito a quello di tre mortali, era chiaramente il mio. E' tutto un cerchio, capite… passato e futuro, non sono altro che facce di un eterno presente…" sorrise loro.

"Era lei allora la voce dei sogni di Pegasus? Lei l'ha sostenuto per tutti questi anni?" intuì Cristal.

"Si, per quanto ho potuto…Il suo aiuto era indispensabile, solo il cosmo della controparte presente di colui che si vuol far viaggiare nel tempo possiede… l'affinità necessaria perchè lo sforzo abbia successo! La risonanza tra i vostri cosmi vi ha legati insieme, rendendovi inscindibili, mentre il controllo e l'esperienza dei suoi amici gli hanno permesso di prendervi dal momento esatto del flusso temporale… un solo errore, e sareste stati quelli della battaglia del Grande Tempio, o del Torneo Galattico… troppo giovani e inesperti per avere alcuna speranza…

"Lo sforzo era troppo grande per queste mie residue forze per poterlo ripetere più volte… un solo errore, e non avrei più avuto le energie per rimandarvi indietro. Proprio per questo ho scelto questa notte… il vostro vecchio compagno non poteva saperlo, ma oggi non solo è l'esatto anniversario del giorno della vostra morte, ma le stelle si trovano persino nella stessa configurazione astrale di allora, allineando i flussi temporali! Un evento talmente raro da contarsi sulle dita nella storia dell'universo… ed è successo proprio quando più ne avevamo bisogno. Sembrerebbe impossibile che si tratti di una coincidenza…" ammiccò, ridacchiando tra se e se, come ad uno scherzo privato.

"Sembra che si sia sforzato molto per poterci rivedere! Ci spieghi allora, che cos'ha da dirci?" domandò alla fine Pegasus.

Immediatamente, l'espressione di Zeus tornò seria e grave.

"Hai ben detto, ho molto da dirvi! A causa dei miei inganni, avete camminato a tentoni fin troppo a lungo, è tempo che sappiate! Prestate attenzione dunque, perchè ora vi sarà svelata la verità!" esclamò, catturando subito la piena attenzione di tutti.

"Una cosa già la sapete, ve l'ha rivelata Oberon nel corso della battaglia di Avalon: prima della vostra corsa sull'Olimpo, ho sottoposto me stesso e le altre divinità ad un rito sacro, riducendo sensibilmente la forza del nostro cosmo…"

"Oberon aveva detto il vero dunque!" esclamò Pegasus, memore delle parole del Dio "Ma perchè ha fatto una cosa del genere?"

"Per mettervi alla prova! La scalata dell'Olimpo sarebbe dovuto essere per voi l'ultimo allenamento, un modo per permettervi di innalzare abbastanza i vostri cosmi!" spiegò Zeus, sbalordendo gli eroi.

"Un allenamento?!" ripetè Cristal incredulo.

"Per quale motivo?" domandò Andromeda.

A questa domanda, Zeus chiuse gli occhi per un attimo, come pensando al modo migliore per rispondere

"Perchè tutto vi sia chiaro, è necessario partire dall'inizio della nostra storia! E l'inizio ha avuto luogo proprio qui, nel mio tempio divino, a pochi metri da questa stanza, ai tempi del mito!" iniziò, e davanti a lui la polvere cominciò a danzare, dando forma alle sue parole.

"In quell'epoca lontana, una profonda amicizia univa me, Odino di Asgard ed Oberon di Avalon! Dei e figli di Dei, sovrani di popoli e primi tra i Signori della Terza Razza, eravamo ingenui nella nostra millenaria gioventù! Ma pur vedendo il creato con occhi diversi, ci rispettavamo profondamente a vicenda. Per chi è sempre abituato a dover esercitare distacco e autorità, avere qualcuno con cui parlare da pari a pari può essere un raro piacere…

"Vi era amicizia tra i nostri regni, ed era nostra abitudine incontrarci, quando i rispettivi impegni lo permettevano. Odino ed io fummo ad esempio testimoni del matrimonio tra Oberon e Titania, ad Avalon, quando ancora le ombre erano lontane dal nostro capo!

"Fu proprio durante uno di quegli incontri, qui sull'Olimpo, che avvenne il primo tassello degli eventi per i quali oggi ci troviamo qui. Un tassello che apparve a noi sottoforma di sinistra profezia, recitata da tre strane sorelle!"

Nel sentir questo, Pegasus aprì bocca per parlare del loro incontro con le tre misteriose donne all'ingresso del primo tempio, ma, afferrandogli il polso, Sirio scosse impercettibilmente la testa.

"Esse apparvero innanzi a noi, capaci di ingannare persino i nostri sensi divini, e dissero queste meste parole:

«Gli eventi sono ormai in moto. Un giorno le catene saranno spezzate, e l'Emissario di Colui che fù, che è e che sarà, di Colui che di tutti è Signore, rialzerà il capo, e nessuna mano divina potrà scalfirne le carni! Quel giorno, il giudizio finale sarà decretato e l'ago della grande bilancia penderà! Ma da quale lato? Neppure a noi è dato saperlo… Disponete quindi le vostre pedine… forgiate le spade… rafforzate i legami…perchè un giorno ne avrete bisogno!»"

"Un avvertimento… presagio di sciagura!" notò cupamente Sirio.

"L'inizio della fine…" convenne Zeus.

"L'avvertimento insito in quelle poche parole ci mise in allarme, ma non sapevamo quando tale catastrofe si sarebbe avverata. Le Strane Sorelle ci dissero soltanto che ci sarebbero stati dei segni, il cui compimento avrebbe dovuto metterci in guardia. Essi, erano racchiusi tra i versi di una profezia

«Gli occhi di colei che ora giace addormentata rivedranno la luce ed antichi patti saranno disattesi

La falce mietitrice si alzerà di nuovo, rifulgendo alla luce del lampo

La vergine argentea piangerà, impotente in una prigione d'oro

Due volte la linfa della progenie del tempo sarà versata prima che altrettante gli occhi di Ratatosk abbiano salutato le tenebre

e nel luogo dell'eterna primavera, scenderà l'inverno!»"

"La falce mietitrice… il luogo dell'eterna primavera… Ratatosk, lo scoiattolo di Yggdrasil…" mormorò Pegasus, prima di fare una smorfia "Questa più che una profezia, è un enigma!"

"Siete riusciti a capirne il senso?" domandò Andromeda

Zeus sorrise, per un attimo vagamente divertito, ma poi scosse il capo "Prima di parlare di essa, è necessario che vi racconti quel che accadde nei secoli seguenti il nostro incontro con le Strane Sorelle.

"Nella nostra cieca arroganza, Oberon, Odino ed io non unimmo subito le forze, preferendo cercare ciascuno individualmente la risposta a tali enigmi! Ci ripromettemmo di incontrarci periodicamente, di mantenere forti i legami che ci univano, come ci era stato avvertito di fare, ma le nostre si rivelarono solo parole… solo vuote parole…" ricordò, scuotendo amareggiato la testa.

"In seguito, parlai della profezia a Nettuno, sperando in un suo saggio consiglio! Il terrore che conquistò le sue membra però mi spinse a non farne mai più parola con nessun altro, neppure con la mia sposa Era. Ed ella, interpretando il mio distacco come l'ennesimo tradimento nei suoi confronti, divenne con me sempre più fredda e scostante. Al contrario, Odino ed Oberon ebbero abbastanza fiducia nelle loro spose da confidare in loro, ottenendo in cambio appoggio e sostegno…" disse in tono colpevole.

"Per secoli non accadde altro. Ma poi, del tutto inattesa, dalle profondità della terra sorse un'oscura minaccia: Maab, genitrice di Oberon e divinità primordiale, si svegliò da un sonno di millenni, determinata a conquistare il mondo! Ed in quel momento di somma crisi, l'unico che osò sbarrarle il passo fu Oberon, forte del suo amore per gli esseri umani!" ricordò cupamente.

A queste parole, i Cavalieri spalancarono gli occhi.

"Oberon… amava gli umani?!" balbettò Pegasus.

"Più di ogni altra cosa, quasi quanto la sua sposa o i suoi stessi figli! Diversamente da me ed Odino, che avevamo da tempo perso ogni interesse nei loro confronti, li riteneva degni di fiducia e merito! Vedeva in loro l'immensa capacità di innalzarsi fino al cielo o di sprofondare nella terra, guidati solo dalle proprie scelte! Invero, dubito vi sia mai stato dai tempi del mito, divinità che ha amato gli uomini più del signore di Avalon…"

Increduli per questa rivelazione, i ragazzi si scambiarono sguardi confusi, ma nessuno disse nulla, curiosi di sentire il seguito della storia.

"La forza di Maab era immensa, lei che un tempo era stata fiera rivale persino del potente Urano! Ma pur essendo completamente soverchiato, Oberon decise di sbarrarle il passo! Ordinò alle sue genti di lasciare Avalon, e mandò suo figlio Puck a chiedere aiuto a me ed Odino. Ma, ahimè, noi che ci eravamo proclamati suoi amici gli voltammo le spalle, lasciandolo solo nel momento del bisogno…" ammise, chiudendo gli occhi per la vergogna.

"A quel tempo, Odino era impegnato in una terribile guerra contro le forze del male, nelle caverne ghiacciate di Jotunheim… mentre io, ero intento a seguire la prima grande guerra tra Atena ed Ares, in ansia per le sorti della mia figlia prediletta!"

"Ma… allora non fu una libera scelta… Se queste erano le vostre ragioni…" iniziò Andromeda, ma Zeus scosse la testa sorridendo tristemente.

"Per millenni Odino ed io ci siamo nascosti dietro tale scusa, ma invero essi non cambiano la realtà dei fatti. Qualunque siano state le nostre ragioni, venimmo meno ad una promessa quel giorno, e nel farlo avverammo il primo verso della profezia!"

"«Gli occhi di colei che ora giace addormentata rivedranno la luce ed antichi patti saranno disattesi»" mormorò Phoenix, incrociando gli sguardi preoccupati dei compagni.

Zeus alzò addolorato gli occhi al cielo "Oh, se solo avessimo potuto prevedere le tragedie che quella decisione avrebbe portato! Essa fu la prima pietra, la chiave di volta di tutto quel che sarebbe accaduto in seguito!

"Anche da solo, Oberon tenne testa a Maab, separando Avalon dal mondo esterno con una barriera impenetrabile! Per cento anni il loro conflitto continuò senza sosta, devastando l'isola sacra senza un chiaro vincitore riuscisse ad emergere. Finchè un giorno, dando fondo a tutte le ultime forze che gli erano rimaste, Oberon vibrò il colpo fatale, precipitando la madre sulla torre più alta del regno, trafiggendola al cuore!

"Prima di cadere però, ella emise un oscuro presagio, avvertendo che un giorno gli Dei avrebbero ridotto comunque gli uomini in schiavitù, e che alla fine, l'oscurità più antica e potente sarebbe risorta dalla propria prigione, distruggendo uomini e Dei!"

"L'oscurità più antica e potente… si riferiva forse ad Erebo?!" domandò Cristal spalancando gli occhi.

"Proprio così. Ma non fu essa la cosa peggiore: uscendo finalmente da Avalon, Oberon scoprì che Titania ed i suoi figli avevano in effetti ignorato i suoi insegnamenti, trattando gli umani come miseri oggetti di gioco, schernendoli e ingannandoli, usandoli e dominandoli! Nel vedere avverarsi le parole della sua genitrice, egli li condannò a mille anni di esilio come umani tra gli umani, affinchè apprendessero l'umiltà. Ma ormai, qualcosa nel suo animo si era spezzato!

"Prima di morire, Maab aveva infatti lasciato in lui il seme della propria oscurità, e forte della stanchezza e del dolore di cento anni di lotta, uniti alla sofferenza ed alla delusione per il comportamento del suo popolo, esso germogliò, prendendo lentamente possesso della mente di Oberon! Egli sprofondò nella solitudine, covando un odio sempre più profondo verso me ed Odino per il nostro tradimento, ed iniziando a meditare vendetta! Si chiuse sempre più in se stesso, volgendo le spalle alla nostra alleanza, convinto che avrebbe trovato da solo un modo per sconfiggere la minaccia di Erebo!

"A questo scopo, riunì attorno a se un esercito di guerrieri valorosi, creando i Guardiani di Avalon, contro cui i vostri compagni hanno combattuto! Ma, consapevole che essi da soli non sarebbero bastati, si rinchiuse nelle antiche librerie dell'isola sacra, allontanandosi da tutto e tutti, chiudendo il proprio cuore all'amore di Titania ed a quello dei figli più cari, bandendoli dai suoi sentimenti! E in questo modo, l'oscurità in lui continuò a crescere, distorcendo e manipolando la sua mente… trasformando un Dio fiero e valoroso in un essere ghetto e consumato dall'odio!

"Alla fine, anche la minaccia di Erebo venne messa in secondo piano, e senza neppure rendersene conto, egli iniziò a cercare non più un modo per salvare l'universo tutto, ma uno con cui vendicarsi di Odino e me. Privato del potere purificatore dell'amore di Titania, corrotto dal male, schiacciato dalla solitudine, decise di ricorrere al Rito della Chiamata, pur conoscendo bene i rischi che esso comportava!

"Ed è stato proprio quel Rito, capace di valicare i confini dello spazio e del tempo per condurre al cospetto di chi lo compie un guerriero invincibile, a liberare Erebo dalla sua prigionita!"

Nel sentir questo, i Cavalieri spalancarono gli occhi, mentre finalmente gli ultimi eventi di quel giorno, ad Avalon, iniziavano ad acquisire un senso.

"Dopo che l'abbiamo sconfitto… Oberon ha dunque liberato Erebo di sua iniziativa… per vendicarsi di voi?" domandò esterrefatto e disgustato Pegasus. Zeus però scosse il capo.

"Noi… non sapevamo come sarebbe successo… neppure Oberon sapeva esattamente chi il Rito avrebbe evocato, perfino lui non è stato altro che una pedina in un gioco superiore" disse, prima che una traccia di serenità ed un vero sorriso comparissero finalmente sul suo volto "Nel corso della battaglia con voi… per qualche minuto appena… Oberon è tornato ad essere quello di un tempo! La morte di Titania, quella di tutti i Guardiani, e poi il sacrificio di Bres hanno squarciato il velo di oscurità che annebbiava la sua mente, permettendo al Dio del passato di riemergere! Quando è corso via, non fu per eseguire il Rito, ma per fermarlo!"

"Oberon…voleva fermare il Rito?" balbettarono quasi in coro i Cavalieri, increduli di fronte a quella rivelazione.

"In condizioni normali, esso non sarebbe neanche dovuto compiersi, era ancora incompleto! Ma il cosmo di Erebo era troppo potente, troppo superiore… lui che desiderava più di ogni altra cosa tornare a camminare sul mondo, è riuscito ad avviare da solo gli ultimi passaggi del rituale, e ad aprirsi un varco! Nel capire quel che stava accadendo, Oberon si è lanciato contro di lui in un ultimo, disperato tentativo…

"E'… morto per noi… per proteggerci…" realizzò Andromeda, il cui occhio si velò di lacrime, le stesse che ben presto comparvero sui volti increduli degli altri Cavalieri.

"Quell'ultimo attacco, quando non ha neanche provato a difendersi… non abbiamo capito… non abbiamo neppure provato a capire!" pianse Pegasus, colpendo il muro con un pugno "Se lo avessimo fatto, allora forse… forse, con Oberon al nostro fianco, avremmo potuto fermare Erebo!"

I ragazzi lo guardarono in silenzio, ma l'espressione di Zeus non mutò

"Non sarebbe cambiato nulla, noi divinità siamo impotenti contro di lui! Ricordate le parole delle Strane Sorelle «nessuna mano divina potrà scalfirne le carni!»"

Colpiti, i Cavalieri alzarono la testa.

"Ma allora… non vi è davvero alcun modo per sconfiggerlo? E' davvero invincibile?!" domandò frustrato Phoenix.

"No… vi è un modo, insito in una delle ultime frasi che le tre donne ci dissero prima di svanire: «La speranza dovrà essere riposta altrove! La chiave fluttuerà tra la luce e le tenebre…»" dichiarò solennemente Zeus.

"Tra la luce e le tenebre?" ripetè Cristal

"Possibile che significhi…" iniziò Sirio

"Proprio così! Gli unici che hanno una speranza di sconfiggere Erebo, sono gli esseri umani, che trascorrono la loro esistenza combattuti tra la luce delle divinità e le tenebre del male!" proclamò con enfasi.

"Gli unici a poter sconfiggere Erebo sono… gli esseri umani?!" ripeterono in coro gli eroi, spalancando gli occhi per la sorpresa "Ne… ne è sicuro?"

"Si, se si può essere sicuri di qualcosa contro un nemico simile! Ma anche Odino ed Oberon giunsero alla stessa conclusione: ricordate, Oberon creò i Guardiani, un esercito di esseri umani, mentre a Odino, dopo aver sacrificato un occhio alla fonte della conoscenza, fu detto di «affidarti a coloro che a te si affidano, perchè quando verrà il giorno tanto temuto, la loro fede, se non vacillerà, sarà una spada che scintilla nelle tenebre» Interpretando queste parole con l'aiuto di Freja, egli iniziò a raccogliere nel ValHalla gli spiriti degli eroi caduti, e soprattutto lasciò sulla Terra, alla roccaforte di Asgard, la propria armatura e sette zaffiri, grazie ai quali la fede del suo popolo rimase immutata per sempre! I Sette Zaffiri del Nord che voi stessi avete dovuto recuperare, in una delle vostre battaglie!" ricordò.

"Erano queste allora le loro origini…" mormorò Sirio, al pensiero di quelle pietre.

"Per quel che mi riguarda però, esitavo a creare una schiera di esseri umani nelle cui mani riporre la mia sorte! Già una volta in passato avevo avuto un simile esercito, i valenti Tonanti, ma tutti loro erano stati massacrati nella Titanomachia, incapaci di tener testa a nemici troppo superiori! La risposta, me la condusse inavvertitamente Ermes, informandomi che i Cavalieri di Atena dell'epoca avevano sconfitto Hades, sigillandone l'anima! E fu così che decisi: a loro che più e più volte nei secoli si erano erti a sfidare la volontà divina, avrei affidato le sorti del mondo!" proclamò solennemente.

"Una volta presa questa decisione, iniziai una paziente attesa, alla ricerca di una generazione di Cavalieri che rivelasse il potenziale che cercavo. Ed alla fine l'ho trovata, in voi cinque!"

Stupefatti, i ragazzi osservarono con occhi spalancati il re degli Dei

"Noi? Noi eravamo i guerrieri che aveva scelto per sconfiggere Erebo?" balbettò Pegasus "Ma… come può essere?!"

"Non lo immagini?" sorrise loro Zeus "I Cavalieri di Atena delle generazioni passate sono sempre riusciti a vincere le Guerre Sacre, ma solo grazie a sacrifici e numeri, venendo quasi completamente sterminati! Voi invece, pur essendo semplici Cavalieri di Bronzo, la più bassa tra le caste, forti di aiuti minimi avete saputo sconfiggere non solo Hades e Nettuno, ma anche i Cavalieri di Asgard ed i vostri stessi compagni tra le schiere di Atena! Più e più volte avete superato i vostri limiti, compiendo numerosi miracoli, e innalzando le vostre armature fino al livello di Vesti Divine! Eravate gli unici, gli unici in tanti millenni, ad avere speranze di vittoria!" esclamò convinto, e la stessa certezza traspariva anche dal suo tono.

Finalmente a conoscenza di questa verità, gli eroi intuirono le ragioni di quel che era accaduto nell'Elisio, al termine della loro battaglia con Hades.

"Fu per questo… che mi salvò dalla spada di Hades, riportandomi in vita?" domandò Pegasus, memore della prima volta in cui il Dio era comparso loro.

"Esattamente! Non potevo permettere che morissi… non quando il ritorno di Erebo era ormai imminente!"

"Imminente?" ripetè Andromeda "Ma gli altri eventi della profezia non si sono ancora avverati"

Nel sentirlo parlare così, Zeus sorrise sornione

"Si sono avverati invece… non vi siete accorti che voi stessi li avete messi in atto?" chiese loro.

"N… noi?!"

"Voi… ed i vostri compagni, i Cavalieri d'Oro! Per primi li considerai per il mio piano, ma il modo in cui si lasciarono ingannare dal guerriero del segno dei Gemelli, e le sconfitte che subirono per mano vostra, mi indussero a riconsiderare!"

"Ma come possono i versi della profezia essere legati alle nostre gesta?" chiese Sirio confuso.

"Non riuscite a vederlo? Eppure è così ovvio… ripensate alle parole delle strane sorelle!" li esortò il Dio, ora quasi impaziente.

"«Gli occhi di colei che ora giace addormentata rivedranno la luce ed antichi patti saranno disattesi; La falce mietitrice si alzerà di nuovo, rifulgendo alla luce del lampo; La vergine argentea piangerà, impotente in una prigione d'oro; Due volte la linfa della progenie del tempo sarà versata prima che altrettante gli occhi di Ratatosk abbiano salutato le tenebre; e nel luogo dell'eterna primavera, scenderà l'inverno!»" ripeterono quasi in coro i cinque amici, cercando di interpretarli alla luce delle loro imprese.

"Gli occhi di colei che giace addormentata sono quelli di Maab!" iniziò Andromeda, evitando con sensibilità di accennare al patto che Zeus e Odino avevano disatteso rifiutando di aiutare Oberon.

"«La falce mietitrice si alzerà di nuovo, rifulgendo alla luce del lampo»" ripetè Phoenix, guardando di scatto in direzione di Pegasus "Che sia…"

"La Megas Drepanon di Crono, che i lampi del cosmo di Ioria liberarono dai sigilli divini!!" intuì Pegasus, memore degli eventi accaduti quando lui aveva appena iniziato l'addestramento presso Castalia.

"«La vergine argentea piangerà, impotente in una prigione d'oro»… Ilda, sotto il giogo dell'Anello del Nibelungo! Ella poteva vedere, sentire quel che accadeva, ma il monile le impediva di affermare la propria volontà, imprigionandola!" esclamò Cristal in un lampo di comprensione.

"«Due volte la linfa della progenie del tempo sarà versata prima che altrettante gli occhi di Ratatosk abbiano salutato le tenebre»" riflettè Sirio "Se l'intuizione di Pegasus è giusta, la progenie del Tempo potrebbe riferirsi ai figli di Crono, ovvero Zeus, Nettuno ed Hades!"

"Ma cosa c'entra Ratatosk, lo scoiattolo dell'Albero della Vita?" si chiese Cristal.

"Esso trascorre la propria esistenza correndo lungo il tronco di Yggdrasil, e chiude i propri occhi abbandonandosi al riposo solo una volta l'anno!" spiegò Zeus "Il verso si riferisce al fatto che, prima dello scoccare di un anno, il sangue di due figli di Crono sarà versato, e così è stato: i miei fratelli, Nettuno ed Hades, hanno entrambi sanguinato per mano vostra, a mere settimane di distanza l'uno dall'altro!"

Sbalorditi da come tutti i pezzi stessero combaciando tra loro, i Cavalieri si guardarono increduli.

"«E nel luogo dell'eterna primavera, scenderà l'inverno!»… la distruzione dell'Elisio, al termine della battaglia contro Hades!" dedusse alla fine Pegasus.

"Allora è vero… questa profezia, è su di noi!" ammise Andromeda.

"Riuscite a capire adesso perchè non ho mai avuto dubbi? Degli esseri umani, egualmente lontani tra la luce e le tenebre, legati così profondamente alla profezia, e capaci di compiere numerosi miracoli nel breve battito di ciglia della loro esistenza! Non poteva esservi dubbio che foste voi coloro che cercavo!" esclamò Zeus.

"Ma anche dopo la battaglia contro Hades, non eravate abbastanza forti… non ancora. Ignoravate i poteri e l'esistenza del nono senso, nè sapevate padroneggiare al meglio le armature rinate con il sangue di Atena! Necessitavate di maggior esperienza, e così decisi di porvi davanti all'impresa suprema: scalare l'Olimpo affrontando una ad una le divinità a mio comando! Se vi foste riusciti, avrei avuto la certezza della bontà della mia scelta, ed avrei potuto spiegarvi tutto!

"Osservandovi però avevo capito anche un'altra cosa: per permettervi di dare il meglio, era necessario che foste adeguatamente motivati. Solo la convinzione di star combattendo per la salvezza di Atena e dell'umanità vi avrebbe dato la forza di bruciare al massimo il vostro cosmo, superando tutto e tutti, fino a compiere nuovi miracoli! Certo della vostra reazione, apparvi a voi quel giorno, dichiarando di voler distruggere la razza umana, e come mi aspettavo vi ergeste subito uniti nel difenderla! Il dado era tratto!"

"Ci ha manipolato… ingannato per i vostri scopi!" esclamò Phoenix, accigliandosi.

Zeus chinò il capo, ma la sua voce rimase salda

"Si… vi ho ingannati, come Atena e la maggior parte delle divinità che in me hanno sempre riposto la loro fiducia " ammise, chiudendo gli occhi, anche se solo per qualche istante. Quando li riaprì, non vi era più traccia di esitazione in loro, solo determinazione, e forse il desiderio di essere compreso "Ma era necessario! Per fermare la minaccia di Erebo… per salvare il creato! In nome di questa causa ho dato tutto, sacrificando persino mio figlio Polluce, condannandolo a morte prematura… Furono proprio Oberon ed Atena a insegnarmelo con le loro azioni: per quanto alto possa essere il prezzo da pagare, non è forse questo, il dovere di un Dio?"

"Allora… la minaccia di distruggere il genere umano se avessimo fallito era solo una menzogna?" domandò Andromeda.

Un sospiro amareggiato sfuggì dalle labbra del Dio

"No, se voi foste stati sconfitti, avrei realmente messo fine all'esistenza dell'umanità… sarebbe stato un atto di pietà, per salvarli dall'orrore che la venuta di Erebo avrebbe portato loro! Per salvarli dal mondo che avete visto voi stessi! Una morte rapida e indolore, non è forse preferibile ad un tale destino?"

A questa domanda, i Cavalieri abbassarono lo sguardo. Il loro dovere di seguaci di Atena li rendeva fieri protettori della vita, a qualsiasi costo ed in qualsiasi circostanza. Fino a poche ore prima, il considerare la morte una liberazione, al pari di Hades e delle sue schiere, li avrebbe ripugnati. Ma dopo aver visto il terrore insito negli occhi dei rifugiati del Grande Tempio, lo sguardo ormai totalmente spento di Kiki, e la cupa disillusione dell'anziano Pegasus, potevano, se non capire, almeno riconoscere il punto di vista di Zeus, e non se la sentirono di giudicarlo troppo severamente.

"Coloro che sono caduti… se riuscissimo a tornare indietro a prima che Erebo attaccasse l'Olimpo… a sconfiggerlo prima di questo massacro, potrebbe riportarli in vita come ha fatto con me ed i Cavalieri d'Oro?" domandò allora Pegasus, allargando il braccio verso le rovine del tempio.

La tristezza sul volto di Zeus si accentuò, segnandolo di nuove linee, facendolo per un attimo assomigliare all'uomo anziano che gli eroi avevano visto la prima volta, piuttosto che al ragazzo con cui avevano combattuto alla fine.

"E' nei miei poteri riportare in vita i defunti, si… ma solo coloro la cui morte ha avuto luogo mentre io sono in vita. Ogni vittima di Erebo mentre sono imprigionato in questo stato di morte apparente è al di là del mio controllo…" si rammaricò "E purtroppo, il tessuto del tempo è troppo delicato per agitarlo in maniera eccessiva. Quando vi riporterò nella vostra epoca, dalla vostra scomparsa sarà comunque trascorsa la medesima quantità di tempo che avete passato qui nel futuro: ore! Per allora… l'Olimpo sarà già stato distrutto!"

Demoralizzato, Pegasus abbassò il capo, ma accanto a lui Sirio si accigliò.

"Morte apparente? Cosa vuole dire? Come può un tale massacro essere apparente?!"

"La morte per un Dio è concetto ben diverso rispetto ad un uomo. Finchè l'Ichor continua a scorrere nel suo corpo, egli sarà sempre capace di curare ogni ferita, anche la più grave e drammatica, tornando sempre a nuova vita! Ma Erebo ne era consapevole… e per questo motivo, nello sconfiggerci ha assorbito le nostre essenze divine, sigillandole all'interno del suo corpo! E privo di tale benefico potere, anche l'Ichor è impotente…"

"Quindi… se riuscissimo a sconfiggere Erebo, potremmo liberare le vostre essenze divine!" realizzò Cristal.

"Tornereste tutti in vita… anche Atena!" esclamò Pegasus, spalancando gli occhi speranzoso.

Senza incrociarne lo sguardo, Zeus chiuse gli occhi, mentre una smorfia di dolore gli compariva in volto.

"Noi torneremmo in vita, si… ma Atena… ella era in un corpo umano quando è caduta, il suo spirito un intricato intreccio tra cosmo immortale e anima mortale. In queste condizioni… neanche l'Ichor può nulla. Mi dispiace…" ammise, non aggiungendo altro e restando in silenzio per qualche minuto, per permettere ai Cavalieri di accettare quel che aveva appena detto loro.

"Noi cinque… Atena… siamo stati delle marionette, eppure alla fine non è servito a niente! Se tutto era stato programmato… pianificato fin nel più piccolo dettaglio, allora come ha potuto Erebo vincere così facilmente?!" gridò rabbiosamente Pegasus, di nuovo con le lacrime agli occhi.

"A causa… della mia cecità!" rispose amaramente il Dio.

"Affinchè poteste effettivamente avere una speranza nella battaglia sull'Olimpo, poco prima del vostro arrivo esegui un antico rituale, il Rito di Sigillo, riducendo la mia forza e quella dei miei figli di più della metà! Era mia intenzione mettervi in condizione di poter vincere, a patto che riusciste a padroneggiare il nono senso ed innalzare il vostro cosmo fino a livelli divini! Credevo sarebbe stata la cosa più saggia… ma mi sbagliai… quanto mi sbagliai!" ammise, visibilmente corrucciato.

"Nella mia arroganza, avevo dimenticato il desiderio di vendetta di Oberon, la sua voglia di rivalsa! Non avevo pensato che riducendo in tal modo le forze degli Dei, che nulla sapevano del mio piano, avrei esposto l'Olimpo ad un attacco da parte di Avalon! Nè potevo immaginare che l'arrivo di Erebo fosse così imminente! Credevo che avrei avuto mesi, forse anni per parlarvi, prepararvi, addestrarvi ulteriormente… e invece, istanti dopo la fine del nostro scontro, Oberon colpì!

"Fu solo grazie a Nettuno che l'Olimpo non cadde! Risvegliatosi grazie all'indebolimento del sigillo di Atena - un'altra cosa che non avevo previsto - e memore delle mie confidenze, mi raggiunse per chiedere spiegazioni, acconsentendo poi a restare in disparte durante il nostro combattimento! Grazie al suo intervento, ed al valore dei Cavalieri d'Oro vostri amici, e degli ultimi superstiti tra le schiere di Odino e tra quelle degli abissi, riuscimmo a capovolgere la situazione… ma ormai era troppo tardi! «Le profezie sono creature infide»…" concluse, con un sorriso sardonico, privo di vitalità.

"Che vuol dire?" interloquì Cristal

"Per poter sconfiggere Erebo, ho condotto voi sull'Olimpo, riducendo il cosmo degli Dei, ed in questo modo ho dato ad Oberon l'occasione di attaccare. E grazie alla guerra con Oberon, Erebo si è risvegliato… nei miei sforzi per contrastarne l'avvento, io stesso ho messo in moto gli eventi che lo hanno liberato! Lasciata a se stessa, probabilmente la profezia non si sarebbe mai compiuta… ma per colpa mia e dei miei sforzi, l'Olimpo ed il mondo intero sono ora sotto il giogo delle tenebre!" ammise, chiudendo gli occhi.

"Non si rammarichi, i suoi sforzi erano in buona fede! E' Erebo la fonte di ogni sciagura!" dichiarò Phoenix.

"Ma chi è costui in realtà? Persino nel mito, il suo nome compare ben poco, e nulla accenna alla sua spaventosa forza distruttiva!" notò allora Andromeda.

"E' una domanda saggia la tua… la conoscenza è dono ineguagliabile, non c'è vittoria che possa essere ottenuta senza di lei. Prestate attenzione dunque, perchè adesso vi narrerò la storia della Prima Ombra… e con essa, la storia dell'universo tutto!" affermò il Dio, ricomponendosi, mentre davanti a lui la polvere si disponeva a disegnare una massa informe.

"Molte sono le divinità che avete incontrato negli anni sin da quando siete diventati Cavalieri. Atena, per prima, e poi Nettuno, Odino, Hades, me e gli altri miei figli, ed Oberon! Ma pur nella nostra eternità, tutti noi non siamo che bambini, proprio come lo erano i nostri padri, e prima ancora i loro! Anche se agli occhi mortali sembriamo infatti non avere fine, noi tutti… un giorno… siamo nati. E di conseguenza, anche se il nostro tempo, lasciato al suo scorrere, non avrebbe fine, esso ha pur sempre avuto un inizio!

"Ma prima di noi… di tutti noi… vi è un altro Essere. Una Creatura unica nel suo genere, priva di passato e priva di futuro, perchè il tempo stesso è un corollario della Sua esistenza. Egli è il Dio degli Dei, colui di fronte al quale noi tutti dobbiamo inchinarci, l'Essere Supremo: Lord Fato!"

"Fato… colui che regola il destino di tutti gli esseri viventi, uomini o Dei… anche lui è una divinità dunque?" balbettò sbalordito Sirio.

"Si… ma solo in parte. Egli non è un Dio nell'accezione che potete immaginare… non ha un corpo fisico o una dimora… si tratta piuttosto un Principio Creatore, come un sole, attorno al quale orbitano le esistenze divine, e di conseguenza quelle umane… agendo come meri esecutori, il più delle volte inconsapevolmente.

"Per incalcolabili eoni, Egli fu solo… ma come qualsiasi creatura, alla fine decise di dare origine alla vita… forse per noia, forse per divertimento. E così creò il suo primo Araldo, Kaos, o Tenebra, permettendogli di estendersi su tutto l'infinito, in uno sterminato oceano di Ombra.

"Ma il cuore di Kaos non aveva il celeste distacco di quello del suo Creatore! Era impuro, bramoso di potere! Resosi conto di ciò, Lord Fato decise di dar vita ad un altro Araldo, la cui purezza controbilanciasse l'oscurità del primo! E così, nel bagliore del Big Bang, egli creò l'universo fisico, e la grande Luce!

"Mentre in tutto il creato si formavano pianeti, stelle, galassie e sistemi solari, e nasceva la vita, la Divina Volontà di Lord Fato attraversò lo spazio, seminando gli ultimi balrumi della creazione. Ovunque ella toccasse, lasciava un'infinetesimale porzione dell'energia del suo genitore: la forza che voi conoscete come Cosmo, e che agli albori della storia ha dato origine alle prime stirpi divine.

"Nel frattempo, i due Araldi, Luce ed Ombra, irrimediabilmente attratti l'un verso l'altro, iniziarono un'eterna battaglia. Una battaglia in cui nessuno poteva prevalere, perchè pari erano le loro forze. Ma anche una battaglia dalla quale non potevano sottrarsi, perchè questa era la loro natura! Come il sole del mattino scaccia le tenebre, per poi venirne di nuovo sopraffatto al tramonto, così Luce ed Ombra erano in perfetto equilibrio, incapaci di ottenere una vittoria definitiva, nell'eterno ciclo dell'esistenza!

"Per interi eoni, il loro duello infuriò selvaggio, facendo tremare l'universo intero, e spegnendo incalcolabili galassie! Essendo le stirpi divine nate come conseguenza stessa di quello scontro, Lord Fato decretò che loro, e le loro discendenze, non avrebbero mai preso parte al conflitto. A riprova di ciò, se mai si fossero trovati ad affrontarne i contendenti, i loro colpi non avrebbero sortito alcun effetto! A volte, la battaglia si interrompeva, come per permettere agli Araldi di recuperare le forze, ed occasionalmente in questi periodi di pausa essi si riprodussero, dando origine ad altre creature, ma ben presto lo scontro ricominciava sempre, mentre i due contendenti cambiavano nome e forma, a seconda delle epoche, ed assorbivano sempre di più i concetti di bene e male!

"Finchè un giorno, anche il loro conflitto non giunse alla fine… In quell'epoca, Luce ed Ombra avevano preso i nomi di Emera, il Giorno, ed Erebo, la Prima Tenebra!

"Comprendendo finalmente che per vincere sarebbe anche potuto non essere necessario distruggere il nemico, Emera diede fondo a tutte le sue forze per un ultimo, disperato attacco, che fece tremare l'universo tutto, e riuscì finalmente ad intrappolare Erebo in un'altra dimensione, al di là dello spazio e del tempo, condannandolo alla prigionia eterna! Tale atto però richiese un grande sacrificio: il corpo fisico di Emera fu smembrato in cinque parti, che vennero disperse nell'universo, mentre la sua essenza abbandonava questo piano della realtà

"E per interi millenni, questa fu la fine di tutto. Persino per noi divinità, i nomi di Erebo ed Emera divennero leggenda. I figli dell'Ombra voltarono le spalle all'oscuro genitore, ponendosi al servizio di altre divinità o… scomparendo… nelle tenebre… Così è sempre stato… fino al Rito di Oberon!"

Nel pronunciare le ultime parole del suo racconto, Zeus faticò visibilmente, assumendo un'espressione dolorante, mentre la polvere che finora aveva dato forma alla sua narrazione tornava a cadere a terra priva di vita.

"Che le succede?!" gridarono all'unisono i Cavalieri, avvicinandosi preoccupati. Il vecchio signore dell'Olimpo però li tenne a distanza, sorridendo loro debolmente.

"Ho… quasi esaurito il cosmo che avevo accumulato nel mio occhio… ma dovevo raccontarvi tutto… era necessario che sapeste chi è il vostro nemico…!" sussurrò a fatica.

"Ora…che conoscete la verità… potete capire perchè siete i soli a poter sconfiggere Erebo… il decreto del nostro sovrano non si estende fino a voi… i vostri cosmi possono compiere… quel che ai nostri è proibito…lo farete… promettetemi che lo farete!" li supplicò.

Senza neanche bisogno di consultarsi tra loro, gli eroi annuirono solennemente. Ora che finalmente sapevano chi fosse realmente Erebo, si sentivano moralmente obbligati a distruggerlo. Ed anche se così non fosse stato, la vita di Atena, quelle dei Cavalieri d'Oro, e di tutti i viventi che erano stati spezzati nel presente o nel futuro gridavano forte la loro vendetta.

Gioiendo della loro determinazione, Zeus si issò di nuovo in piedi

"Mi resta… appena la forza di rimandarvi indietro… poi non potrò più aiutarvi… Ma prima di lasciarvi andare, concedetemi un ultimo dono… voi stessi ve lo siete guadagnato, con la vostra bontà!" sorrise stancamente, agitando la mano, ed in un lampo di luce, i corpi di Eracle, Apollo, Ares, Eolo ed Estia comparvero nella sala, fluttuando dinanzi a loro.

"Più e più volte le vostre armature sono rinate negli anni… sempre più forti, grazie al sangue di amici sinceri! La linfa divina di Atena ha generato quest'ultima evoluzione, ma i suoi poteri furono ridotti, filtrati dal corpo umano in cui era incarnata! Permettetemi ora di porre rimedio… bagnando le vostre corazze dell'Ichor dei miei figli! Che dalle ceneri dell'Olimpo… rinascano coloro che porteranno la luce!" esclamò con insospettata enfasi, mentre flotti di sangue schizzavano dai corpi delle cinque divinità, bagnando le armature in frantumi degli eroi.

"Cavaliere di Phoenix, per te è il sangue dell'orgoglioso Ares, che inesorabile annienta i nemici! Che la tua nuova armatura, la Vampa di Guerra, sia per te difesa sicura nell'impeto del combattimento! E ricorda, la vita e la morte non sono altro che due facce della stessa medaglia, eternamente legate tra loro… perchè senza una, l'altra non può esistere!" disse, mentre l'armatura di Phoenix si trasformava. Le parti in frantumi si ripararono, i bordi inferiori della placca centrale del pettorale si allungarono e piegarono sui fianchi, quella superiore si alzò a proteggere meglio la gola, gli speroni sui bracciali si allargarono in due lame diagonali su ciascun arto, le code piumate divennero appuntite e splendenti di fiamma incandescente, e la maschera del diadema si estese in una fascia, proteggendo parzialmente la nuca.

"Cavaliere di Andromeda, tuo è il sangue del generoso Eolo, il cui cuore era sensibile quanto nobile lo spirito! E' Sovrana dei Venti il nome delle tue nuove vesti, e grazie ad esse mai più dovrai temere la collera degli elementi evocata dal nemico! Sappi però che non sempre in battaglia vi è una sola risposta, e che la vittoria talvolta arride a chi è in grado di unire in se la placida calma e la dirompente furia!" proclamò, mentre i danni della corazza dell'eroe svanivano, e persino il dolore all'occhio si riduceva sensibilmente. Le placche laterali del cinturino si fecero più lunghe, coprendo i lati delle cosce, le ali si accorciarono leggermente, allineandosi alla schiena e divenendo più sfrangiate, il diadema si allungò tornando ad essere un vero elmo, che copriva le tempie e la nuca, decorato da fregi d'oro. Le punte delle catene divennero brillanti di energia dorata, e l'anello di quella di difesa si mutò in sfera.

"Cavaliere del Cigno, a te spetta il sangue della nobile Estia, che delle fiamme era sovrana! Luce dell'Aurora sarà d'ora in poi il nome della tua armatura, impervia ai geli più profondi come ai fuochi incandescenti! Ma ricorda, esistono insegnamenti che a volte vanno ignorati, perchè il principio stesso della conoscenza risiede nel tentare sempre nuove strade!" affermò, mentre anche i danni dell'armatura del Cigno scomparivano. La parte inferiore dei coprispalla si allungò, a incapsulare la cima del braccio, ed i bordi dei copribicipiti si fecero più aderenti e sottili. Le placche diagonali dello scudo si allungarono, quella centrale divenne più spessa e massiccia, e le ali si fecero più snelle e lunghe, arrivando fino alle caviglie, accanto alle quali comparve un secondo paio di alette.

"Cavaliere del Drago, ricevi il sangue del saggio Apollo, che più di ogni altro aveva appreso il vero valore della conoscenza. La tua saggezza sia faro con cui guidare i tuoi compagni nelle tenebre, luce sicura a cui essi potranno aggrapparsi! In battaglia, sarai forte della tua nuova armatura, Dragone del Cielo, che persino i nemici ne ammirino forza e splendore! Ma non dimenticare che affinchè un'esistenza possa davvero rifulgere, i limiti sono destinati ad essere trascesi grazie alle catene del controllo!" proseguì. Come le altre, anche l'armatura del Drago tornò ad essere intatta, mentre le forme mutavano. La maschera divenne un elmo integrale, e la coda, ora lunga fino alle ginocchia, si arrotolò attorno alla vita. Le ali si ampliarono, i bordi anteriori e posteriori dei coprispalla si allungarono, proteggendo il bicipite, e stessa cosa fecero gli artigli, estendendosi ora fino ai bordi del pettorale. Quest'ultimo a sua volta si alzò, allargandosi ad arco attorno alla gola. Lo scudo divenne più spesso, e la protezione per la mano destra si trasformò, incapsulando il pugno come se fossero fauci.

"E ora tu, Cavaliere di Pegasus, ricevi il sangue di Eracle, secondo solo ad Atena nel mio cuore! Egli incarnava il meglio di uomini e Dei, e per quanto grande fosse la forza delle sue membra, essa impallidiva di fronte al coraggio ed al desiderio di giustizia che ne guidava le gesta! Dalla sua linfa vitale, nasce per te il Destriero dell'Empireo, che le sue bianche ali ti conducano alla vittoria! E sappi che se non è degno comandante colui che cede a dubbi e paure, altrettanto immeritevole dell'altrui rispetto è chi avanza abbagliato dalla propria luce!" concluse, ed anche se, a differenza delle altre, l'armatura di Pegasus non cambiò aspetto, il ragazzo poteva sentirla diversa a contatto sulla pelle. Più leggera, atta ad aumentare la velocità dei movimenti, e nel contempo impenetrabile come un diamante.

Sorridendo di sincera gratitudine, gli eroi, di nuovo al pieno delle forze, guardarono Zeus, accorgendosi che la sua forma era ormai evanescente. Contemporaneamente, anche i loro corpi stavano iniziando a svanire.

"Non temete per me, ben speso è stato quest'ultimo barlume di energia che ancora mi restava! Anche se nient'altro posso fare per voi, so che in mani sicure affido il destino del mondo! Se avrete successo, forse un giorno ci rivedremo… nel mio passato… nel vostro futuro…ma fino ad allora, che il Fato sia con voi!" li salutò, vedendoli scomparire in una sfera di luce, diretti di nuovo nella loro epoca.

Rimasto solo, il Dio chiuse gli occhi, mentre la sua forma iniziava a svanire.

"Addio, giovani Cavalieri della speranza! Come vedrete… vi ho lasciato ancora un ultimo dono… il più prezioso tra tutti… se saprete comprenderlo, la vittoria non sarà un'utopia! Oh, Atena… Oberon… è strano come… solo in quest'ultimo afflato di esistenza… abbia compreso quel… che cercavate di farmi vedere… la grandezza infinita… degli esseri… um… a… ni…" sussurrò con un ultimo sorriso, priva di svanire.

A mezz'aria, l'occhio ormai spento cadde a terra, mutandosi in polvere.